Essere tra le lingue #7: NELVIA DI MONTE

di Manuel Cohen

Per fortuna degli autori e per gioia dei lettori, esistono, rari, premi letterari tesi a valorizzare i vincitori editando le raccolte premiate. Nelvia Di Monte (1952) di recente ha beneficiato di ciò, aggiudicandosi il ‘Premio Ischitella-Pietro Giannone 2010’ per la poesia nei dialetti d’Italia, premio che ha provveduto a stampare Dismenteant ogni burlaz, interamente scritto nella lingua friulana, nella varietà parlata a Pampaluna, paese da cui la nostra proviene; quindi, il ‘Premio speciale alla carriera Elsa Buiese 2011’, che ha stampato la suite, Nelle stanze del tempo, contenente testi in lingua e in dialetto.

C’è più di un filo di continuità che lega le due piccole eppure consistenti e coese raccolte: a partire da un motivo caro alla Di Monte: il viaggio; diciamo da subito che generalmente ogni suo testo singolo rappresenta un percorso, prevedendo un passaggio, un transito, a volte un esilio o esodo, da un dove ad un altrove; una istanza di nomadismo, meglio, di migrazione continua, tra culture etnie e Global Economy (p.11), o di conoscenza irredimibile. Dismenteant è suddiviso in due sequenze o sezioni: nella prima, Peraulis sfrisadis (Parole scalfite) siamo di fronte ad un lungo movimento o poemetto deambulatorio. Il referto di un viaggio nell’est asiatico che si impone all’attenzione del lettore per l’elemento di oggettiva novità: se infatti la navigazione nei mari asiatici può evocare pirati e tigri malesi della nostra migliore memoria letteraria (e d’infanzia), e inoltre si potrebbe sospettare di un vizio di un qualche esotismo, in realtà siamo di fronte a una letteratura tutt’affatto turistica o in fuga. E se si vuole ravvisare un precedente, occorre risalire al Viaggio in India di Pasolini, per concretezza dell’esperienza, lettura sociale della realtà e degli uomini. Perché le cronache di viaggio sui cargo dei clandestini o migranti, per porti e mari popolati da pirati attivi tra le acque che bagnano la Malesia e Sumatra sono addentellati di una ‘tratta d’anime e di spoglie’ dell’inferno contemporaneo, concreto, biologico e simbolico, tra allarmi di ogni tipo, tra deforestazioni e inquinamento crescenti, tra «Robis et omps spaurîts che cirin un gnûf / destìn e s’imbarcarcjin d’ascôs e cuan che / tu ju cjatis, tu ju puartis istès / daûr – surîs che no tu viodis l’ore / di parâ vie, jù dal to granâr, / tal scûr, dentri cassis o cartons come / une mercanzie che va al mercjât» , «Merci e uomini spaventati che cercano sempre un nuovo / destino e s’imbarcano di nascosto, e quando / li scopri, te li porti dietro / comunque – topi che non vedi l’ora / di cacciare via, giù dal tuo granaio, / al buio, dentro casse o cartoni come / una merce che si avvia al mercato».

Di questa esperienza erratica farà tesoro l’io stesso della poeta: un io illirico e, questo è un ulteriore elemento ricorrente, continuamente riversato, o abitato, da e in molti noi, pronome che si sostituisce a un più retorico ‘tu’ novecentesco. Si tratta di un noi fortemente implicato nelle vicende narrate in versi chiari e distesi, e nei destini contemporanei, a tal punto da configurarsi come il pronome più ‘sociale’ che racchiude in sé la dimensione storica e destinale dell’epoca, nella modalità più antiretorica e nell’understatement di una lingua piana, mai compiaciuta: quasi una Stimmung. Non è un caso che un uso analogo si ravvisa in Giovanni Nadiani, neodialettale coetaneo della Di Monte (si pensi al recente Guardrail, 2010), in cui il ricorso al pronome si connota di valenze socio-politiche. Probabilmente Fabio Franzin ha aperto una via, è stato infatti in grado di restituirci lo sconcerto del mondo attraverso la lingua delle merci e del mercato (si pensi a cosa rappresenta Fabrica – 2009 – per l’innovazione linguistica e l’inglobamento di nuove parole nel vecchio idioma veneto): la Di Monte si è portata su sentieri analoghi, riproducendo elementi di datità in una lingua oggettuale e repertuale: «gru e container e magazzini / e uomini nei gusci di uffici, cabine e SpA» (p.8). La seconda sezione di Dismenteant, implica un viaggio ulteriore, e più direttamente si ricollega a Nelle stanze del tempo, per l’ambientazione feriale e domestica, nella ricognizione sugli oggetti quotidiani, sulla memoria visiva e fonologica di genealogie familiari (padri, madri, figli, nonni). Sia che scriva in lingua o nella lingua altra, l’autrice calibra la voce alla scala dell’endecasillabo, al suo fluire nitido, modulando il dire su corde di gusto contemporaneo, corporale e figurale. L’emblema della pioggia incombente continuamente evocato a ristabilire le cose, a riverberare sul senso delle cose e degli uomini, accenna a una pioggia risolutoria, catartica e lustrale: «Oggi il mondo era una polaroid / sbiadita – troppi giorni senza acqua / per togliere dalla terra il suo stanco sudore» (Grondaie, p.17).

Recensione a Nelvia Di Monte, Dismenteant ogni burlaz (Dimenticando ogni temporale), poesie in lingua friulana, Cofine, Roma 2010; Nelle stanze del tempo, Edizioni Dars, Udine 2011. Apparsa in Punto. Almanacco della poesia italiana, anno II, n. 2, 2012.

6 pensieri su “Essere tra le lingue #7: NELVIA DI MONTE

  1. E’ sempre un gran piacere leggerti Manuel e, pur non prediligendo la poesia dialettale, convengo che quando ci si trova di fronte a veri talenti, alcune espressioni sono di un’efficacia incredibile. Interessantissima questa tua recensione, la condivido sulla mia pagina fb. Un caro saluto, Rosa

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  2. Ringrazio Giovanni Agustoni per il post (io non sono proprio in grado!) e Fabrizio per la consueta ospitalità. Grazie alla Di Monte che mi scrive privatamente e ringrazia LPLS, grazie ai Bloggers e a Rosa Salvia per l’attenzione. L’idea è (con enorme calma, e quando si può postare qualcosa in rete) di dare corpo a una rappresentazione minima e parziale della produzione neo-dialettale in corso d’opera. Schede di una mappatura più ampia a cui lavoro da tempo.
    Buone festività a tutti.

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