L’AFRICA DI ROBERTA LEPRI

LIBRO

di Max Ponte

Roberta Lepri, nata in Umbria, vive a Grosseto. “Io ero l’Africa” (Avagliano Editore) è il suo ultimo libro che si distingue per l’impegno civile e l’attenzione a questioni sociali sempre attuali, come conferma l’intervista. “Io ero l’Africa” è a mio avviso il miglior romanzo della Lepri, attiva anche in ambito editoriale e fondatrice del blog letterario “Tutta colpa della maestra”.

Dopo un libro precedente dedicato all’arte, “Il volto oscuro della perfezione”, ritorni ad un impegno civile che c’era già nella “Ballata della Mama Nera”, e al tema del razzismo.

Mi è sempre piaciuto pensare alle persone discriminate, provare a raccontarne le difficoltà e le sofferenze, o comunque il loro modo di vivere – e di sopravvivere – all’interno di una società che tende sempre a emarginare chi non si uniforma; nel romanzo “La ballata della Mama Nera” mi occupavo dei Rom e del loro isolamento secolare, che la modernità non ha mutato. In “Io ero l’Africa” mi premeva di più far vedere quanto sia facile trasformarsi da servi (In Italia la mezzadria, fino a dopo la seconda guerra mondiale, era poco più di uno stato di servitù della gleba) in padroni. Con tutte le miserie umane che ne conseguono, anche per colpa della voglia di rivincita e della mancanza di memoria delle proprie sofferenze, anche a breve termine. Vorrei ricordare che come editore insieme a Giorgio D’Amato della 18etrentaedizioni ho voluto la collana Gaytags, a sostegno della causa gay e lesbica, di cui sono stata anche la curatrice.

Il libro ha come trama una missione nell’Africa post-bellica, mentre ci si aspetterebbe l’esperienza coloniale italiana tout court, perché questa scelta? è legata alla storia della tua famiglia?

Non volevo scrivere un libro che avesse una visione ad ampio raggio di una situazione generale; mi premeva invece descrivere uno spaccato famigliare che potesse servire come esempio di una storia di emigrazione che è stata comune a tanti italiani, e che è tornata adesso di grande attualità. La missione fondata dalla protagonista serve come ulteriore elemento di rottura all’interno della dinamica di questa famiglia di emigranti. Io avevo solo una domanda in mente, quando ho cominciato a scrivere il libro: come cambia la gente al cambiare dei luoghi? Come si trasformano i rapporti – tra coniugi, tra genitori e figli, ma anche tra gli individui e le proprie coscienze – al mutare delle latitudini? Ho cercato di rispondere a questa domanda descrivendo delle situazioni.

La visione della piccola Bianca è certamente la visione di chi ricostruisce qualcosa e pare coincidere con quella della narratrice.

Sono la nipote di due ex coloni in Somalia. Sono cresciuta con le storie d’Africa, in mezzo a cimeli meravigliosi e anche spaventosi, zanne di elefante, pelli di serpente, lance Masai, pelli di ghepardo. Mi addormentavo con le storie dei nonni, ed erano tutte equatoriali: non volevo Biancaneve, chiedevo le storie avventurose che loro avevano vissuto. Da qui sono partita per raccontare alcune situazioni vere, altre verosimili, altre del tutto inventate, ma sempre con un unico obiettivo: narrare la difficoltà di cambiamento o al contrario la meravigliosa capacità di adattamento degli esseri umani.

Teo socialista ed ex colono appare come prigioniero ancora dei propri pregiudizi, quanto ha a che fare con i malcelati pregiudizi che la sinistra italiana ancora si porta dietro?

Credo che i pregiudizi siano propri di chi ha paura: di perdere qualcosa, come il proprio status sociale, la credibilità, la morale, la ricchezza, qualsiasi cosa sia a modello di presunta superiorità, e che possa essere messa in discussione dal contatto con “l’altro”, il “diverso”. Una certa parte di socialismo all’inizio del 900 è rapidamente passata da un atteggiamento rivoluzionario a uno conservatore e dispotico. Benito Mussolini prima che fascista è stato socialista. I socialisti che, dopo aver combattuto più o meno i fascisti, nel dopoguerra si ritrovarono a fare da ago della bilancia tra PCI e DC, non mi pare abbiano mai avuto mai a cuore gli emarginati e i “diversi”. Ma proprio costoro sono gli ultimi di un popolo che è fatto da tutti. Infischiarsene di pochi per poi infischiarsene di tutti gli altri: il passo è breve. Ed è andata a finire come sappiamo, con le filiazioni che ancora vediamo. E con i disastri che tutti stiamo soffrendo.

E poi certamente la violenza e la sopraffazione sono deplorevoli ma il pregiudizio in genere inteso come nostro modello culturale è eliminabile? e poi dobbiamo davvero farlo?

Credo che il pregiudizio vada combattuto sempre, e che per farlo si debba iniziare dall’età scolare. Questo non significa crescere generazioni di illusi ma semplicemente far capire che il male e il bene nelle persone esistono, ma non dipendono certo dal colore della pelle o dalle preferenze sessuali. Il modello, in quanto tale, è sostituibile. A parità di grado di istruzione, di latitudine e forma di governo, ci sono nazioni che accettano come normali le unioni tra persone dello stesso sesso, le adozioni di bambini da parte di queste stesse persone (o anche da parte di single), l’uso di marijuana a scopo terapeutico; altre – che hanno diversi schemi comportamentali, veri o indotti dalla religione – che rifiutano tali situazioni, arrivando anche a condannarle per legge. Se venissimo abituati fin da piccoli a parlare in termine di “persona”, né uomo né donna, né gay né etero, né bianco né nero, avere uguali diritti per tutti sarebbe automatico.

Credi nel multiculturalismo?

Credo nel multiculturalismo, nel mix e nella contaminazione a tutti i livelli: in letteratura (con i nuovi mezzi espressivi forniti dal web la letteratura “classica” può declinarsi anche in twitteratura, e incuriosire le persone a rileggere i libri per poi poterli commentare in forma breve, o addirittura cercare di riscriverli, mutandoli e ricreando a piacimento: anche questo è multiculturalismo, tra mondo reale e mondo virtuale) e nell’arte in generale – che è per sua natura contaminatrice e portatrice di libertà, e non a caso viene osteggiata dai governi che rifiutano la novità e il turn over generazionale – ed il mix culturale è poi fantastico anche in cucina! Trovo che sia meraviglioso scoprire cosa ci riserva il mondo degli altri e mettere a loro disposizione quello che di meglio abbiamo.

Sei mai stata in Africa?

Non ho conosciuto l’Africa dei miei nonni perché la Somalia è un territorio molto pericoloso e non mi è stato possibile andarci. Mi sono spinta all’estremo sud dell’Egitto, a pochi chilometri dal Sudan. Mio nonno fino ai suoi ultimi giorni mi faceva promettere che ci saremo tornati insieme. Direi che con questo libro ho mantenuto la promessa.

Cosa speri possa portare al lettore il tuo romanzo?

Trovo che “Io ero l’Africa” sia un romanzo ricco di movimenti dell’animo, di umane sofferenze, di avventure quotidiane e anche di grande erotismo. La mia speranza è quella di tutti gli scrittori: strappare al cuore del lettore una pausa, per fargli poi fare una capriola. In modo che, emozionato, si identifichi e pensi. E che, arrivato all’ultima pagina, abbia in mente una sola cosa: peccato sia finito.

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