Quello strano tipo di Jo Spatacchia

di Giovanni Tortelli

Alcune copertine di Alessio Giurintano (da jospatacchia.it)

Alcune copertine di Alessio Giurintano (da jospatacchia.it)

Jo Spatacchia non è un personaggio artificioso. E’ uno di noi, sistemato nell’anonimato di una vita qualunque, di una strada qualunque di una qualunque città del nostro tempo, che l’Autore Vieri Tommasi Candidi ha presentato in un e-book arricchito – è il caso di dirlo – dai disegni di Alessio Giurintano, dalle illustrazioni di Nilo Australi e dalle musiche di Sergio Borghi.

L’«evento Jo Spatacchia» è importante perché segna l’esperienza singolare dell’inserimento della prospettiva metafisica nel genere della narrativa elettronica . E con eccellenti risultati, dal momento che l’Autore muove il suo protagonista tutto sul piano dell’essere, attento però a non abbandonarlo a se stesso in un labirinto di psicologismi, ma inserendolo in un contesto fatto di colpi di scena degni dei migliori racconti d’azione la cui origine sta, però, in un’altra dimensione.

Non più domande e turbamenti che nascono e si concludono nel cerchio della realtà fenomenica, ma che vanno invece ad incidere sul carattere del protagonista, quindi sulla sua essenza, che è poi esistenza, secondo il canone metafisico.

Così, la vita del giovane e velleitario giornalista Jo viene presa in quel 24 novembre di un anno imprecisato ma a noi vicino (che tanto richiama quel 16 giugno che strappò dall’anonimato anche un tale Mr. Bloom), per diventare “storia” per tutti e di tutti. Ma storia in che senso?

Certamente “storia sacra” perché attinge agli archetipi, alla sostanza ultima, e perciò metafisica, dell’essere, per proiettare l’eroe in un punto dell’infinito. Tanto più sacra la vita di Jo in quel preciso momento, nel quale eventi inimmaginabili ne determinano il trapasso dall’età di una brillante giovinezza (che tuttavia non è stata esente da un fallimento matrimoniale e da una generale insoddisfazione per il proprio lavoro) all’età della maturità; trapasso durante il quale egli cerca, lotta, soffre per capire se stesso e la sua relazione col mondo e raggiungere, forse, la dimensione ultima, la «verità» nella quale collocarsi definitivamente.

E siccome la realtà metafisica viene «dopo», lungo la storia si assiste a un avvincente intrecciarsi del piano della realtà fenomenica con quello della realtà metafisica, fra una sequela di semplici “fatti” e precisi “atti” che scandiscono invece la crescita interiore del protagonista.

* * *

La storia di Jo è dunque la storia della sua iniziazione, come trasformazione dell’uomo che avanza verso una realtà non apparente, un’ascesa verso uno stato naturale più alto, come Pinocchio che alla fine diventa un bambino, come Abramo che viene modellato da Jahvè durante il viaggio dalla terra natale alla Terra promessa; come Odisseo, o come Enea, ma anche come Frodo, il quale – nel Ritorno del Re di Tolkien – dice parole sapienti che starebbero bene anche sulle labbra di Jo Spatacchia:

«Come fai a raccogliere le fila di una vecchia vita? Come fai ad andare avanti quando nel tuo cuore cominci a capire che non si torna indietro? Ci sono cose che il tempo non può accomodare, ferite talmente profonde che lasciano un segno»

Qui, con Jo, questi elementi trasformativi-accrescitivi ci sono tutti: gli incontri topici con personaggi chiave che mettono in crisi l’eroe; gli ampi scorci introspettivi del protagonista, che dimostra peraltro una decisa vocazione contemplativa; la lotta interiore fatta di domande e di sollecitazioni esterne; il momento catartico, quello della purificazione tragica che spazza tutto, e infine una coscienza sempre più illuminata che, dopo la bufera, dona all’uomo – pur ancora preda di tutti gli accidenti e di tutte le imprevedibili contingenze – la calma forte di un animo rinnovato e pronto.

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Centrali in questo cammino sono gli incontri del protagonista coi vari personaggi-chiave che hanno il compito di provocarne la crisi, cioè la riflessione e la crescita: il “Vecchio pirata”, che sfida l’ancor sprovveduto giornalista ad un duello dialettico in punta di fioretto in cui i riferimenti soprannaturali non mancano di stupire (“Cosa cerchi?” – dice il Vecchio – e Jo: “Lei non è quello che sembra”. Risposta: “Nessuno lo è”. E ancora: “Cerca te stesso, Jo Spatacchia, e trovati”).

Incontriamo il Barman che introduce Jo al vero Amore, cioè quello preveniente e disinteressato. Incontriamo il conducente del fuoristrada, che gli indica il fondamento dell’esistenza sul disegno imperscrutabile, sulla causalità e non sul caso.
Incontriamo finalmente il personaggio più importante, quello che determinerà la svolta di Jo, una ragazza dal cappotto rosso conosciuta – sembra, per caso – ma con la quale riesce ad instaurare un rapporto intimo vero, anche se svanito in un attimo, ma che costituirà la pietra miliare della sua metamorfosi.
Solo alla luce di questo incontro, Jo riesce faticosamente a intravedere un’unità tra i frammenti di verità buttatigli là dai vari personaggi-chiave, la cui sintesi è quell’amore gratuito, altruistico e donativo che la ragazza dal cappotto rosso gli offre in assordante silenzio, senza alcun contraccambio, che lo segnerà nel ricordo.
Certo, il mondo ordinario cercherà di risucchiare Jo: il colloquio con la ex moglie, bella ma incapace di comprendere che l’amore “è estensione”, come diceva il Barman; una bella donna che al giardino cerca un pretesto qualsiasi per attaccar discorso ma che – dopo l’esperienza del vero amore – trova ora solo l’indifferenza di Jo.

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La ragazza col cappotto rosso, come tutti gli altri personaggi incontrati: realtà oppure finzione? E, anche se finzione, eco di una vocazione (cioè della realtà vera) che Jo sente e che solo materialmente crede di inseguire per le vie della città? E infatti: una città che non per nulla l’Autore presenta ora rumorosa come la realtà apparente, ora silenziosa come la coscienza.
L’innocenza della domanda di un bambino, del figlio di Jo: “Ma Dio dorme?”, come dire: Dio dorme di fronte a tutto questo sfacelo che si vede coi nostri occhi materiali? Domande gravi, alle quali è difficilissimo rispondere in condizioni normali, figurarsi con una coscienza in crisi come quella di Jo.
Invece, ecco riemergere quel filo con l’infinito. Jo ora scopre di sapere come rispondere, e risponde in modo semplicemente metafisico, anzi teologico: “Alla fine non credo che l’alto e il basso siano così distanti. E nemmeno che l’alto sia proprio alto e il basso proprio basso”.

Jo ha scoperto dentro di sé la direzione verso l’Infinito, ha forato la realtà materiale e la Realtà vera si è tolta il velo: un velo semplice, in fondo.
Ora Jo è in cammino verso la Verità, che certo non lo preserverà dalle illusioni, dalle verità parziali, dai fallimenti che ancora gli capiteranno, ma tutto riposerà, finalmente, su un uomo capace di vedere quella strada che va oltre le cose e che gli darà, pur nell’umana fragilità, il senso del Tutto, il senso della sua vita.
In questo modo anche Jo Spatacchia scompare alla nostra vista come sono scomparsi i grandi eroi, come Odisseo, Enea, Abramo, e anche come il piccolo Frodo. Jo Spatacchia sparisce per ritornare in un anonimato che però ora non è più annichilimento, ma compartecipazione consapevole in un universo di relazioni «veritiere», a cominciare da quella con se stesso.
O forse Jo avrà ancora qualcosa da dire? Ma – come si dice – questa sarà un’altra storia.

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