11. Quale abisso

da qui

Alti e bassi, insomma, che fanno presto a trasformarsi in baratri. Ti ritrovi, senza rendertene conto, nella pania del demonio, che si serve delle tue debolezze per legarti più stretto con le sue catene. I cedimenti mettono in discussione il sacerdozio, sprofondano in uno stato alterato di coscienza, in cui cerchi di evadere dai traumi – mi porti in ospedale? che è successo per l’amor di Dio! – inseguendo sensazioni trasgressive, rubando uno straccio di piacere dove puoi e quando puoi, sorretto dall’euforia artificiale delle Ceres, attento sempre a cogliere una parola equivoca, un ammiccare obliquo. Impari a memoria il catalogo delle tentazioni, i metodi per far capitolare le difese: la donna che punta sul fascino esteriore, quella che si prodiga e interviene per ogni minima necessità, l’altra che nei riti più devoti fa passare il messaggio insinuante della provocazione mascherata, il vittimismo in cerca di consolazioni, fino all’offerta più sfacciata. Solo adesso, contemplando la valle maledetta dalla collina dei salvataggi estremi, potrei elencare ad uno ad uno i gesti, i segnali, le movenze; potrei descrivere gli effetti dell’azione tenace che giorno dopo giorno invade ogni angolo della tua esistenza, sottraendoti le chiavi del cuore e dei mezzi tecnologici di comunicazione, finché non hai più nulla di privato: ogni dato sensibile è nelle mani demoniache di chi si pensa in diritto di sapere tutto, senza limiti di riservatezza o di decenza. L’altro versante è quello dell’idolatria: ti fa sentire unico, come se tu solo potessi dire e fare certe cose, dare consigli geniali e decisivi, predicare e spiegare la Parola in modo insuperabile, guidare e organizzare come nessun altro. I discorsi s’infarciscono di termini e espressioni presi dai tuoi insegnamenti pastorali, nello sfrontato copia e incolla in cui non si sa più chi abbia detto certe frasi o trasmesso certe idee. Il terzo versante è la mozione degli affetti: non puoi rifiutarti di volere bene; ma il bene tracima nella palude infida dei sentimenti mascherati, degli innamoramenti contraffatti, dei colloqui che si trasformano insensibilmente in sfoghi scomposti di desideri malcelati. Solo ora, da questa distanza guadagnata con dosi massicce di misericordia, mi rendo conto di quanto fossi cieco, di quale abisso si possa spalancare di fronte a chi dimentica di scegliere il divino amore, preferendogli la squallida copia che il mondo gli propina.

9 pensieri su “11. Quale abisso

  1. Noli me tangere!
    Dopo aver tanto dato e amato altro non sei che una bieca tentazione, in fondo toccò anche alla Maddalena questo è sufficiente per perdonare e lasciare accesa la luce del Cristo risorto.

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  2. Sapevi del nostro cuore, lo hai formato, sapevi che custodiva una infedeltà sempre viva, e sapevi il dolore del nostro peccare ed eri “Cristo Salvatore del mondo/ chi /ci porta tutti sulla croce,/ la tua e nostra vita un fiume solo”.
    Sapevi del nostro amarti e come si beveva al fianco della tua sorgente la gioia che premeva il cuore mentre vicina era la fuga “E mentre ce ne andavamo/ci portavi dentro”
    Sapevi i nostri tormenti e la nostra solitudine e quanto ci inebriasse il profumo di dolci richiami; una manciata i nostri giorni un sospiro di ceneri e Tu la Gioia inviolabile che seguiva le nostre “infrante nozze” e mentre ” gli altri intanto/si baciavano solo sulla bocca,/ io ti mangiavo, tutte le mattine./E, allora, perchè, perchè ero così triste?”.
    E Tu solo sai del tuo Amore e come fissandoci ci amasti, Amore che nulla può infrangere che ci ribattezzi nel tuo sangue, e non finisci mai di morire per noi.
    Tu conoscevi tutto, noi non potevamo entrare nel tuo santuario divino a scoprire i tuoi tesori incorruttibili.
    Amore che pianga l’Amore che sei
    l’Amore che mi ha amato,
    l’Amore che non ho amato.
    Amore, principio di ogni trasfigurazione, ora conosciamo appieno la forza del tuo abbraccio.

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  3. Di solito, l’umana sintonia con lo scrittore mi lascia una piacevole sensazione; la possibilità che dentro di me, prima o poi, possa trovare soluzione ogni lontananza di tipo religioso. Mi dispiacerebbe, dunque, scoprirmi distante dall’uomo.
    Fortunatamente, la stima verso l’autore ha lasciato decantare la prima interpretazione della pagina, data dalla mia mente.
    Ieri avrei scritto d’impulso: TREMATE! TREMATE! LE STREGHE SON TORNATE!
    Poi avrei dissertato sulla netta distanza di impostazione nel relazionarmi con l’altro sesso.
    Perché una delle prime cose capite da ragazzino, è stata quanto fosse facile, direi inevitabile, fare delle figure meschine con le ragazze. Io, ad esempio, avevo la tendenza a non cogliere segnali anche abbastanza evidenti di un qualche interesse nei miei confronti. Dipendeva dal fatto che passare da “fesso” – e poi, naturalmente, rinchiudermi a pensare e ripensare all’occasione persa – per me era nulla in confronto alle brutte figure che vedevo compiere da chi si credeva oggetto di un’attrazione fatale, senza rendersi conto di essere solo vittima della propria fervida immaginazione. Forse ne avrebbe risentito il mio fascino ma, con le donne, la presunzione era l’errore in cui non sarei mai dovuto cadere.
    Certo, per quanto variegato e tormentato, il contesto in cui deve agire un ragazzino di belle speranze può essere poca cosa rispetto agli inconvenienti di un adulto con un ruolo pubblico; e in questo caso, che sia svolto con vero spirito di servizio o come esercizio di potere, si tratta di un ruolo che richiede comunque un notevole ricorso al libero arbitrio nei confronti del successo.
    E’ stato necessario un discreto sforzo di immedesimazione per provare a comprendere meglio.
    Così oggi, la mancanza di indulgenza del commentatore non si sofferma più sull’analisi descritta, soggettiva e indiscutibile, ma sulla soluzione utilizzata. Quelle “massicce dosi di misericordia”, infatti, mi lasciano in gola un inconfondibile sapore di bombe al napalm. E, infatti, riducono a cenere ogni cosa, senza alcuna distinzione tra male e bene: disintegrano la stoltezza delle innamorate disposte a tutto ma anche la vicinanza delle amiche vere; le portatrici sane di totale assenza di equilibrio e senso della realtà e chi crede semplicemente conciliabile, con uguale sincerità, l’esperienza spirituale e le risate davanti a una pizza. La differenza è che le prime, come la fenice, risorgono da quelle ceneri riciclandosi, con assoluta disinvoltura, in pie devote e virtuose; l’amicizia, invece, una volta tradita e sconfitta, stenta maledettamente a ritrovare l’energia della spontaneità.
    L’impressione è che quel terreno minato che io ho attraversato da ragazzino, non sia mai stato bonificato.
    Ma per un rischio concreto sventato, quanto bene frainteso, quanta grazia travisata, quanta bellezza che non arriverà mai a rovesciare il mondo, immolata in partenza, su di un rogo sempre acceso.

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  4. “Solo ora.. mi rendo conto”
    Guardare, oggi, il mio diario, il mio viaggio, i passaggi, anche più bui e disperati, può diventare un’operazione di separazione della luce dalle tenebre, e ciò che resta, va avanti. Ad oggi, certamente solo una piccola parte di un’eredità immensa è riuscita ad attivarsi nel cuore, un „copia e incolla“ che un Amore così più grande di noi ha fissato nell’ anima, senza merito mio. Chissà quanta altra luce ancora rivelerà altrettante tenebre. Il bello di seguire certi progetti è che non smettono mai di sorprendere.

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  5. Negli smarrimenti che ogni giorno ci capita di vivere penso che la preghiera piu’ grande sia chiedere di ricevere il dono del giusto discernimento perche’ solo cosi’ riusciamo a smascherate i sentimenti contraffatti e gioire con gratitudine degli affetti autentici.

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  6. Ritrovarsi è prioritario. E’ facile mettersi tutti dalla parte dei buoni, ciascuno, nel proprio cuore sa; ma quando il bene è davvero tale emerge, fra mille ostacoli o mille anni, prima o poi si affaccia, con un abbraccio puro che nemmeno ci si aspetta più.

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  7. Non é mai troppo tardi per capire chi siamo realmente, per non riconoscersi in quello che la gente, che ci fa sentire unici e insostituibili , dice di noi. Molte volte i nostri atteggiamenti mettono gli altri sulla strada sbagliata e il pericolo é arrivare a pensare di essere come gli altri ci descrivono.

    guaio é che molte volte arriviamo a riconoscerci in quello che gli altri dicono di noi: ch

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