Nord-Sud Europa: note di viaggio

Nord-sud Europa: note di viaggio in compagnia di Stéphane Hessel e di Alexis de Toqueville
di Marina Torossi Tevini

Viaggiare è strappare almeno per un po’ le radici da un luogo – abitudini ripetitività conforto che una vita che si ripete fornisce – e lasciarsi scivolare sul mondo. Al mattino ti ritrovi in un altro ambiente, ripeti le tue abitudini con delle variazioni, fai la tua passeggiata, fai colazione, cerchi una nicchia per scrivere e pensare. Ma non è la solita passeggiata, possono essere le Tuileries oppure il pontile di una nave, il lungomare di Marbella o la salita tra gli asini nella strada sconnessa che porta a Santorini.

In questo viaggio, in barba al criterio che abbiamo sempre adottato di soggiornare per un congruo tempo in ogni paese, in questo viaggio molto agile e riassuntivo che ci fa percorrere da Nord a Sud velocemente l’Europa abbiamo un’istantanea abbastanza fedele della situazione attuale dei paesi, dei divari e dei dislivelli tra gli stati più sviluppati e quelli più arretrati, divari che sono sempre esistiti, – ricordo i viaggi degli anni Ottanta e Novanta – ma che, paradossalmente, in questi ultimi anni si sono per alcuni aspetti accentuati.

Alcuni stati, come la Grecia, non erano certo floridi neppure prima dell’attuale deriva, ma nell’ultimo periodo la situazione è collassata. Altri stati invece hanno tratto beneficio dall’Unione Europea. Ricordo che la Germania negli anni Novanta era un gigantesco cantiere a cielo aperto. Posta dinanzi all’epica impresa di ripianare le abissali differenze tra due realtà che erano vissute separate e con dislivelli sociali ed economici enormi, nel giro di pochi anni ha superato brillantemente i problemi interni, traendo anche beneficio dalla sua affidabilità – che le ha fruttato vantaggi notevoli e ha consentito allo stato in questi anni di pagare minori interessi sul debito – e veleggia ora verso un traguardo che se non vedrà l’unità di questa vecchia compagine di stati è destinata a fallire.

Lisbona: seduti a un caffè in Praca do Comercio davanti sul selciato bianco e nero della città mi viene da pensare a una partita a scacchi tra i paesi d’Europa. La giornata ha qualcosa di malinconico – come malinconica è sempre Lisbona in questo suo protendersi sull’Oceano in questo suo volgersi a un passato di grandezza che ora non esiste più, in questo suo isolamento,– circondata dal mare ma collegata al resto del continente – in questo suo morbido adagiarsi lungo le rive del Tago attraversato da avveniristici ponti, mentre il fado riecheggia nei locali e risuonano le parole di Tabucchi che a Lisbona muore.

Ho sempre l’impressione che manchi qualche tassello per capire. La crisi che ha colpito l’Europa e il mondo negli ultimi anni è complessa. Ha aspetti finanziari indubbiamente, – questa finanza impazzita che ha macinato profitti giganteschi speculando sulla vita dei popoli, – ma presenta anche e soprattutto preoccupanti aspetti sociali. In primo luogo la disoccupazione giovanile esplosa in dimensioni inaccettabili, e poi il livello di indebitamento, – nel mondo occidentale già prima della crisi nel decennio 1998-2008 era cresciuto del 50 % – tendenza che credo sia da mettere in rapporto con indotti atteggiamenti mentali che per forza di cose nel futuro dovranno essere abbandonati. La società dei consumi in questi decenni ha prodotto individui che fanno la felicità dei grandi trust, non certo la propria.

Passeggiamo per Londra tra Piccadilly e Westminster e guardiamo giù dal Waterloo bridge e poi in rapida sequenza osserviamo le nuove torri della City che maciulla i destini del mondo, la nuova rotonda torre e l’avveniristico grattacielo di Renzo Piano in Tooleystreet.

Negli ultimi anni dicono che il valore dei derivati abbia superato di varie volte il pil del mondo scommettendo sulle materie prime e affamando interi paesi e da poco anche giocando con la vita di noi privilegiati occidentali, che fino a poco tempo fa ce ne stavamo al sicuro sotto le ali di uno stato protettore e ora capiamo che tanto protettore non era, o perlomeno che le cose non sono state fatte nel modo migliore e più lungimirante. Oddio magari potevamo capirlo anche un po’ prima, ma è noto che la lungimiranza non abbonda nella mente degli umani.

Viaggiare catapultandoci con un aereo in qualche capitale è indubbiamente riduttivo. Eppure anche viaggiare nelle capitali è piacevole, le capitali sono un concentrato di vita e di stimoli. Chi non impiegherebbe mesi della sua vita per stare a Parigi, per percorrerla in lungo e il largo con i battelli, per sostare nei bistrot, per contemplarne la stupefacente grandezza? (ma questo non inficia che i paesini della Provenza abbiano un sapore irripetibile, e anche le cittadine della Bretagna o della Linguadoca).

Così se Oslo si offre a noi in un giorno di fine agosto bellissima in una luce tangente e netta e noi scendiamo dalla nave e turisti diligenti ci imbuchiamo sotto le forche caudine del metal detector sono contenta di esserci arrivata parecchi anni fa per una via diversa, non svegliandomi e vedendo dal balcone le isolette che punteggiano il suo fiordo (che pure è un panorama stupendo) ma arrivandoci dopo una sfaticata non da poco e un attraversamento lento e punteggiato di soste con una roulotte che da Trieste ci aveva portato attraverso la Germania e la Danimarca a Oslo.

Adesso, in questa toccata e fuga veloce, non colgo tanti aspetti che mi avevano colpito quella volta, mentre la Norvegia ci si svelava poco a poco, mentre scoprivamo nei supermercati gli usi alimentari del luogo, mentre ci rompevamo la testa per capire in norvegese come si poteva fare un biglietto per i mezzi pubblici. Ma anche queste dodici ore che la nave ci regala ci offrono molte suggestioni.

È la Oslo che si sta riprendendo dallo shock della strage di Utoya dove Anders Breivich uccise 77 ragazzi, la Oslo che ancora depone fiori davanti alla Domkirke ma anche la Oslo bene ordinata dove tutto funziona e le macchine trovano le prese per la corrente elettrica nei parcheggi cittadini e i pescatori vendono gamberetti freschissimi nelle barche attraccate al molo. È la Oslo dell’autonomia energetica che ha molte piattaforme petrolifere nel mare del Nord e molte pale anche nell’acqua. È un mondo che sta bene, prudente più del nostro mondo mediterraneo, è un mondo che però in qualche modo, proprio perché sta bene, teme di perdere questa condizione di privilegio.

I timori del Nord e del Sud dell’Europa sono diversi, ma sono sempre timori. A Sud la miseria talvolta è tangibile e lo si vede nel volto delle persone, nelle condizioni di vita, nella natura deturpata. Nel Nord adesso, come d’altronde anche vent’anni fa, – complice la scarsa popolazione e le condizioni sociali migliori, – la natura è rispettata maggiormente e i servizi funzionano a meraviglia. Ma in questo paradiso si inserisce un veleno che è la paura, la paura di condividere, la consapevolezza che in questo mondo in rapido mutamento nessuna certezza rimarrà, tutto verrà rimescolato. I più forti strapperanno i bocconi migliori e non si potranno chiudere porte e finestre e salvarsi dietro alle mura di casa.

Questo credo crei una sorta di psicosi in quest’oasi di benessere che sono i paesi del Nord Europa e lo si vede anche a Copenaghen.

Passeggiamo davanti all’Amalienborg mentre si danno il cambio della guardia, poi percorriamo le vie centrali con soste a Hoibro Pad, Nocolai Kirk e al RosemborgHave tra bell’erbetta e fiori che spuntano rigogliosi, poi ci dirigiamo verso i ristoranti di Nihavn gremiti di turisti.

Oggi certo in Europa si sta mediamente molto meglio di come si stava negli anni Cinquanta o Sessanta per quel che riguarda la ricchezza posseduta e il tenore di vita, ma psicologicamente si sta molto peggio.

Negli anni Cinquanta la guerra era alle spalle, si sperava, ci si proiettava nel futuro, lo si immaginava e costruiva migliore. Oggi le condizioni economiche per molte classi sociali sono ancora abbastanza buone, ma inficiate da un generale pessimismo che ci fa sentire precaria e a tempo la nostra situazione.

Abbiamo la consapevolezza (o l’inconscia percezione) che i nodi di fondo non sono stati sciolti e neppure affrontati e che si sta raschiando il fondo del barile di un benessere che ci ha favoriti negli ultimi decenni abbastanza scriteriatamente spingendoci a dilapidare risorse che sarebbe stato bene tesaurizzare per le generazioni future. Da questa semplice constatazione credo si dovrebbe cercare di ricostruire un mondo che non è stato distrutto da una guerra, ma è comunque psicologicamente a pezzi. Forse il mondo che ne uscirà, se davvero si metterà seriamente mano a quest’opera di ricostruzione, sarà migliore del nostro perché i beni materiali che hanno infarcito la nostra società negli ultimi decenni non fanno certo la felicità. Si dovrebbe insegnare ai figli questo, anziché vestirli come dei piccoli trofei da ostentare agli altri, anziché perseguire sempre e solamente mete materiali e vendere il proprio tempo e la propria anima per raggiungerle.

Dal porto si vedono le solite pale nell’acqua e un lunghissimo avveniristico ponte che collega Copenaghen alla Svezia. Niente da dire, i paesi del Nord hanno puntato sulle infrastrutture e sull’autonomia energetica e questa è la loro forza. Noi abbiamo fatto per anni una politica miope e clientelare pensando di vivere di rendita, di poterci sparare le nostre utopie dove avremmo voluto tutto – comodità benessere scarpe firmate figli mansueti produzione di energia e discariche in altri paesi – e al contempo chiudevamo gli occhi davanti a un mondo che cresceva velocissimo e che metteva sul mercato le immani risorse di un’economia che in Asia può contare su un patrimonio umano dalle dimensioni enormi e su una libertà d’azione che nel nostro vecchio continente è impensabile.

Quando si esasperano troppo le situazioni alla fine il gioco sfugge di mano e ora mi sembra prossimo al collasso. Crolleranno o si ridimensioneranno la City di Londra coi suoi giochini sporchi, la borsa di New York che già da tempo i giovani vanno contestando, perché forse a un certo punto anche questa generazione afona troverà le parole e la forza, – che per natura dovrebbero essere propri dei giovani, – per dire la sua alla storia. E allora saranno rivolte e imprevedibili derive.

O forse no. Non è detto che plateali ingiustizie e marcate diseguaglianze sociali fomentino sempre e in tutti i contesti rivolte. Nel passato in periodi di grandi difficoltà e di obiettiva miseria c’è stata un’incredibile pace aulica, per molti aspetti incomprensibile e assurda. Cosa spinge alla rivolta? Cosa fa sì che qualche molla scatti nella mente di alcuni che danno il via a trasformazioni massicce della società con mezzi estremi? Me lo sono chiesta spesso.

Alexis de Toqueville nel lontano 1856 affermò nel suo L’antico regime e la Rivoluzione un’idea che appare curiosa, ma che forse ha in sé un nocciolo di verità. La rivoluzione francese sarebbe nata non dalle plateali ingiustizie e diseguaglianze sociali unite a un periodo di difficoltà economiche ma anzi dal ventennio di benessere che l’avrebbe preceduta. Sarebbe stato proprio quel benessere a creare delle aspettative e quindi la frustrazione delle stesse che avrebbe condotto alla rivoluzione.

A mano a mano che si sviluppa in Franciala prosperità, – scrive de Toqueville – gli spiriti sembrano più inquieti, il malcontento pubblico si inasprisce, l’odio contro le antiche istituzioni aumenta, la nazione si avvia palesemente verso la rivoluzione”.

E in un altro passo:

Vent’anni prima non si sperava nulla dall’avvenire, adesso non si teme nulla, l’immaginazione impadronendosi prima di quella felicità prossima e inaudita rende indifferenti ai beni che si hanno e spinge a precipizio verso cose nuove.

Alexis de Toqueville sottolinea come dopo un periodo di prosperità alcuni nutrano aspettative troppo ottimistiche e quindi siano portati ad essere delusi dal presente in modo più marcato che se non fossero state ingenerate quelle speranze.

Con un balzo ardito ai nostri giorni potremmo osservare che in Europa, specialmente in alcuni paesi e negli ultimi decenni, si sono create in modo abbastanza artificioso aspettative destinate ad essere deluse dando a man bassa diplomi e lauree che producono aspettative che poi vengono frustrate da una realtà fortemente competitiva.

Il malcontento si è diffuso inevitabilmente perché, oltre alla disoccupazione vera e propria, si è creata anche molta sottoccupazione con persone che svolgono lavori lontani anni luce da quanto hanno sperato. Parliamo di questo a Parigi mentre percorriamo gli ampi spazi del Jardin du Luxenbourg e poi per il Boulevard Saint Michel e cerchiamo nei nostri piedi e nella nostra mente di trovare un po’ di pace. I giovani come a Milano o in qualsiasi città italiana stazionano spesso nei bistrot e nei pub. Forse un po’ meno che in Italia, e ci sono anche molte persone di mezza età che amano vivere sedute a chiacchierare con un caffè o un bicchiere di vino in mano.

Ho appena finito di leggere Indignez vous di Stéphane Hessel, un libretto agile di poche decine di pagine che ho comperato al supermercato. È uno dei libri che hanno venduto di più negli ultimi due anni in Francia. Lo ha scritto un ex partigiano di novantatré anni. Facile essere d’accordo con quanto afferma. Ci sono – e da tempo! – molti motivi per indignarsi. Consciamente o inconsciamente lo sappiamo tutti.

Molti settori scricchiolano da parecchio nel nostro traballante Occidente. La finanza che fa da padrona, la politica che non riesce a essere sufficientemente autorevole per porle dei freni, che non ha di mira il bene comune come sarebbe suo compito ma persegue interessi settoriali, l’assurdo di generazioni di trentenni e ventenni disoccupati nel momento in cui sono più efficienti e potrebbero dare un contributo alla società… Se diamo un’occhiata alla società nel suo complesso non c’è da stare allegri…

Come zombi camminiamo, lavoratori consumatori coatti, ci addensiamo nei centri commerciali, non scegliamo la nostra vita, siamo schiavi dei nostri desideri, rappresentiamo l’ultima forma di alienazione ora che la schiavitù ufficialmente è bandita e la libertà per tutti è strombazzata a ogni angolo di strada… Ma liberi di che cosa? Di fare gli interessi di chi detiene il capitale, delle grandi banche che quando va bene fanno i loro affari e quando i giochi vanno male lo stato dovrebbe mettere le pezze per tutelare i cittadini…
Insomma è evidente che i motivi ci sono (mi meraviglia soltanto come mai questo libretto – che a dir il vero non dice granché di originale – abbia fatto tanto successo).

Perché le democrazie europee non hanno posto corrette regole contro le devianze di questo capitalismo finanziario che si divide nel mondo la maggior parte della ricchezza?
Indigniamoci (giustamente) per questo. Ma ci sono anche molte altre cose che mi hanno sempre fatto indignare (di cui non si parla in questo libretto).

Ad esempio lo scempio che si è fatto della scuola negli ultimi decenni tanto che alcuni immigrati cinesi che lavorano in Italia snobbano le scuole italiane perché sono “un perditempo” e preferiscono, anche con un grosso sforzo economico, mandare i loro figli in scuole e università prestigiose e selettive all’estero.

Forse non ci siamo ancora resi ben conto che non si vive più nel cortile di casa, che ci si confronta con il mondo che di buone menti ne produce tante – anche per un mero fatto statistico (quanti sono i cinesi e gli indiani e quanti noi occidentali?) e ormai la cultura non è più nostro appannaggio – e con essa tutta la forza che nei secoli ci ha regalato privilegi di cui abbiamo allegramente abusato e di cui nei prossimi anni ci rimarranno solo le briciole. Adesso è tempo di rimorso che si associa a questa china di decadenza da paura (non sono certo gli atteggiamenti mentali più produttivi e proficui…)

Da un lato la società eccita e attizza l’ambizione e la voglia di ricchezza e di visibilità, dall’altra la frustra in continuazione e masse sempre più ingenti risultano in questa categoria di insoddisfatti. La frustrazione collettiva che nasce dallo scarto tra le nostre aspettative e quanto in effetti la società concede – scarto paradossalmente indipendente dalle obiettive condizioni globali dell’economia,– produce insoddisfazione.

Come osserva de Toqueville nel suo Viaggio in America

quando sono abolite tutte le prerogative di nascita e di fortuna, quando tutte le professioni sono aperte a tutti e uno può arrivare con le sue sole forze all’apice di esse, davanti all’ambizione degli uomini sembra aprirsi un campo immenso e facile ed essi immaginano volentieri di essere chiamati a grandi destini. Quando invece la diseguaglianza è legge comune in una società anche le grandi diseguaglianze non colpiscono l’occhio mentre quando tutto è all’incirca allo stesso livello l’occhio è ferito anche dalle più piccole”.

Sembra un discorso strano e paradossale ma non lo è tanto, se lo consideriamo non un invito a creare società profondamente ingiuste, ma a considerare le strane dinamiche della psiche umana.

Proviamo ad applicarle ai giorni nostri. Mai come negli ultimi decenni si è stati bene in Occidente, mai come negli ultimi decenni si sono livellate le differenze sociali, si sono aperte strade per tutti –almeno teoricamente – ma a questo si sono sommate le recenti frustrazioni della crisi e dell’inevitabile arretramento economico. Al grande progresso sociale ed economico degli ultimi cinquant’anni si è sostituito, per motivi di natura planetaria – evidenti nei loro prodromi già nei precedenti decenni – un periodo di recessione che genera frustrazione e rabbia.

Da un lato la società consumistica spinge a consumare più del dovuto, dall’altro emargina sempre maggiori fette di popolazione rendendo le sperequazioni visibili a tutti sempre maggiori, per un verso frustra e al contempo fomenta l’ambizione, pone ostacoli e al contempo si fa bella delle dichiarazioni teoriche di uguaglianza per tutti mentreuna politica poco lungimirante lascia ampie sacche di privilegi, ben sapendo che prima o poi arriverà un duro redde rationem. È un mix esplosivo. Viene da pensare che molte sono le condizioni favorevoli perché qualche grande movimento tutt’altro che auspicabile di rivolta si generi.

La violenza non è mai desiderabile – ma purtroppo la storia umana è storia di tragedie e di irrazionali violenze, è storia di balzi e di burroni, è storia insensata e tremenda.
E a chi ama la pace e vorrebbe sanare le ingiustizie più plateali senza spargimento di sangue che cosa rimane? In teoria ben poco margine di manovra se teniamo conto di quanto il passato ci testimonia e di quello che la psiche umana può produrre, ma pure anche in questo poco vale la pena di operare, per non lasciare che anche la deriva sociale si sommi ad altre derive che ci vengono dall’esterno e renda più vicina la fine del nostro traballante Occidente.

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