Vivalascuola. Parlano di inclusione e praticano la separazione

Si predica l’inclusione e si pratica la separazione. Nell’anno in cui si parla di BES (Bisogni Educativi Speciali), si allestiscono classi separate per studenti stranieri realizzando nelle scuole una odiosa apartheid: classi-ghetto a Bologna, come prima ad Alte Ceccato (Vicenza), a Costa Volpino (Bergamo), a Landiona (Novara)… La Lega Nord ne approfitta per riproporre leclassi separate per i bambini stranieri che non sanno l’Italiano”, ignorando quanto dicono linguisti ed esperienze: che la migliore integrazione si realizza sui banchi di scuola. In questa puntata di vivalascuola Marina Boscaino fa un quadro della problematica dell’inclusione degli studenti stranieri nella scuola italiana, Carmelo Cassalia avanza alcune proposte, Beatrice Damiani esprime il disagio dell’insegnante quando la scuola diventa un ghetto.

Parlano di inclusione e praticano la separazione
di Marina Boscaino

I minori rappresentano 1/5 di tutti i migranti: sono circa 1 milione, con un trend di aumento di 100.000 unità l’anno. Occorrerà fare presto e sensatamente i conti con questi dati. Le nazionalità presenti nella scuola italiana sono ben 191: percorsi, viaggi, storie differenti, tutte caratterizzate dallo snodo cruciale, che è la migrazione e la fatica esistenziale che essa comporta. L’energia indispensabile per un riadattamento in una realtà sconosciuta, con una lingua a volte incomprensibile, modelli culturali estranei, sovente indifferenza ai saperi e al saper fare già acquisito, che vengono confinati, come il senso della vita altra, quella del “prima“.

L’identikit dei più “vulnerabili: nati all’estero e giunti da noi dopo i 10 anni; arrivano ad anno scolastico già avviato; provengono dal contesto africano; maschi. L’esperienza scolastica non è facilissima: i ragazzi italiani in ritardo sono l’11,6% della popolazione scolastica, quelli migranti il 42,5%. Il maggior ritardo si accumula proprio nella scuola superiore, con il 24,4% degli italiani, cui si contrappone il 71,8% dei ragazzi stranieri. Il 40,7% dei giovani migranti sono inseriti nell’istruzione professionale, il 37,6% in quella tecnica; le rispettive percentuali degli italiani sono 19,9% e 35%: troppo evidente ancora una volta come nel nostro Paese la scuola media abbia rinunciato a qualsiasi funzione orientativa e traghetti destini socialmente determinati nei vari segmenti delle superiori – quando ci si arriva.

C’è stato un tempo in cui avevamo altri occhi verso di loro. Si è trattato di quel breve e felice periodo in cui “multiculturale” era una parola promettente e potenzialmente piena di significato, disponibile ad interpretazioni lungimiranti, aperte, inclusive, presaghe della costruzione di un mondo di uguaglianza, di diritti e doveri per tutti, di accoglienza e arricchimento in essa, di mediazione e reciproco arricchimento. Le migliori esperienze scolastiche vennero raccolte e tesaurizzate nemmeno 10 anni fa in un documento interessante, La via italiana per la scuola interculturale, del 2007. Poi sono diventati un problema: scuri o gialli, incapaci di apprezzare il nostro cibo, con altri culti ed abitudini, diversi. Stranieri, insomma. E troppi. E sono iniziati gli anni bui.

Annus horribilis 2008 (ministro Gelmini). Uno dei più lungimiranti spiriti della Lega Nord, Roberto Cota, propone la mozione in tema d’accesso degli studenti migranti alle classi dell’obbligo, su cui allora si discuteva. Da “classi ponte”, dopo un acceso dibattito, si giunge alla denominazione “Classi d’inserimento“; come affermò l’allora vicepresidente della Camera Italo Bocchino, per “rendere più evidente l’obiettivo della proposta, ossia l’integrazione degli studenti“. Il testo impegnava il governo a “rivedere il sistema di accesso degli studenti stranieri alla scuola di ogni ordine e grado, favorendo il loro ingresso, previo superamento di test e specifiche prove di valutazione“. A chi non avesse superato i suddetti test venivano messe a disposizione le “classi ponte che consentano agli studenti stranieri di frequentare corsi di apprendimento della lingua italiana, propedeutiche all’ingresso degli studenti stranieri nelle classi permanenti“.

Sostanzialmente, chi non era in grado, da qualunque paese provenisse e qualsiasi fosse la sua lingua madre, avrebbe trovato ad accoglierlo – classi ponte o d’inserimento che si chiamassero – il ghetto delle diversità, il serraglio nel quale far pascolare – tutti insiemi – gli esclusi dal consesso della normalità. Nel giugno di quello stesso anno il ministro dell’Interno Roberto Maroni torna sulla questione Rom e alla commissione Affari Costituzionali della Camera annuncia che anche ai minori saranno prese le impronte digitali. Il secondo medioevo italiano stava assestando i suoi fendenti.

Un anno dopo, siamo nel 2009, l’articolo 45 del Ddl sicurezza prevede (ancora nel testo approvato alla Camera) al comma 1 lettera F non solo che i genitori dovranno esibire il permesso di soggiorno per iscrivere i propri bambini a scuola (ricordate l’incipit dell’art. 34 della Costituzione: la scuola è aperta a tutti?); ma soprattutto che – in mancanza di tale adempimento – i presidi sarebbero stati costretti a sporgere denuncia: presidi-spia, dopo i medici-spia, anch’essi previsti dai sagaci politici del centrodestra imperante.

Non persone, senza diritto, senza il pedegree appropriato: una nuova, meno esplicita, ma violentissima, guerra santa, scatenata anche sollecitando il dovere – dall’altra parte della barricata, dalla parte di quelli nati dalla parte giusta – di denunciare le non-persone per poterle rispedire il più rapidamente possibile nell’unico posto dove meritano di stare: l’abbandono, la povertà, la fame, la violenza. Piatto ricco, per i nostalgici dell’ “ordine”. Ma qualcosa è andato storto. Le “classi ponte” o “di inserimento” sono state dimenticate. I provvedimenti razzisti delle impronte e dei presidi spia sventati dall’opposizione dura dentro e fuori dal Parlamento. Ma non fino in fondo.

È notizia recente: 22 alunni, tra gli 11 e i 15 anni, in una classe di una scuola media bolognese, dove nessuno è italiano, tranne i docenti. Si tratta di una prima media che, a detta del dirigente, è stata formata in extremis in agosto, raccogliendo ragazzi arrivati proprio allora in Italia.

In qualsiasi scuola di qualsiasi segmento del nostro sistema di istruzione agosto è senz’altro un mese utile per rimettere mano alle classi, anche se le si sono formate in precedenza. L’assegnazione dei docenti ad esse, così come la pubblicazione dei libri di testo che i ragazzi devono acquistare sono atti seguenti quella data. Da qualche tempo, peraltro, i Cobas sostengono che nella classe sarebbero confluiti non solo studenti stranieri appena arrivati dai loro paesi di origine ma anche alunni già presenti nella scuola e che altri potrebbero entrarvi anche ad anno iniziato: la classe si configurerebbe, dunque, come “contenitore” per stranieri, con bisogni speciali, cui verrebbe riservata una didattica altrettanto speciale, a prescindere dall’età e dalla loro situazione specifica.

È evidente che, se così fosse, ci troveremo al cospetto di un pericolo immenso: quello di individuare il criterio della pratica della separazione come risposta alle difficoltà di integrazione.

Non consolano le rassicurazioni del dirigente, Emilio Porcaro, che afferma: “Fanno diverse materie con i compagni di altre classi, mangiano insieme e partecipano alle uscite con gli altri“. Ci mancherebbe altro. Già nel 2008 i linguisti del Sig (Società italiana di glottologia), Sli (Società di linguistica italiana), Aitla (Associazione italiana di linguistica applicata) e Giscel (Gruppo di intervento e studio nel campo dell’educazione linguistica) criticarono convintamente le classi ponte allora previste.

Un ulteriore elemento di riflessione giunge dal Coordinamento dei presidenti dei Consigli di Istituto, che richiamano l’attenzione su una questione solo apparentemente tecnica (le competenze degli organi collegiali, in un “progetto” come quello della scuola media Besta di Bologna), ma che in realtà riporta alla ribalta il problema della funzione e delle prerogative degli organi collegiali e della democrazia scolastica, recentemente rimessi in discussione da un progetto di legge che avrebbe dovuto essere presentato come collegato alla legge di Stabilità, e ritirato dal governo in seguito alla denuncia fatta da associazioni e organi di stampa. Scrive il coordinamento:

Secondo il Dirigente dell’Istituto si tratta di un “progetto”, la cui approvazione è quindi di competenza del solo Collegio dei Docenti. In realtà la formazione delle classi non è affatto un “progetto”. Il Testo Unico sull’istruzione è molto chiaro al riguardo, ed affida questa funzione in primo luogo proprio al Consiglio d’Istituto al quale spetta definire “i criteri generali relativi alla formazione delle classi” (D. Lgs. 297/1994, art. 10 c. 4). E va comunque anche ricordato che i progetti – in ogni caso – devono essere inseriti nel Piano dell’Offerta Formativa, e spetta al Consiglio d’Istituto elaborare gli indirizzi generali del P.O.F. ed adottare il testo predisposto dal Collegio dei Docenti (Dpr 275/1999 art. 3 c. 3). Non avere sottoposto preventivamente la questione al Consiglio d’Istituto ci pare dunque un vulnus che si sarebbe dovuto e potuto evitare.

Sappiamo che la democrazia scolastica e il rispetto delle prerogative degli organi collegiali non sono principi che interessino né il centrodestra, né il centrosinistra, che negli ultimi anni hanno fatto a gara per produrre ipotesi di intervento sempre volte al depotenziamento delle funzioni degli organi stesse, dal ddl Aprea, alla pdl 953 Aprea Ghizzoni, al tentativo di collegato alla legge di Stabilità, alla delega in bianco di cui si è parlato negli ultimi giorni. Occorre però (e a maggior ragione) non sottovalutare anche la funzione che essi hanno nella garanzia di criteri che rispettino il principio di uguaglianza e determinino condizioni per cui il “la scuola è aperta a tutti”, con cui inizia l’art. 34 della Costituzione, significhi anche favorire accoglienza, cittadinanza attiva e diritti identici per i nuovi italiani che si affidano alle nostre scuole.

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Anche ad Alte: no alle “classi ghetto”
di Carmelo Cassalia

L’educazione è il grande motore dello sviluppo personale. E’ grazie all’educazione che la figlia di un contadino può diventare medico, il figlio di un minatore il capo miniera o un bambino nato in una famiglia povera il presidente di una grande nazione.” (Nelson Mandela)

A Vicenza si è ritornati a parlare delle “classi ghetto. In seguito alle pressanti richieste, il 3 dicembre 2013 presso gli Uffici dell’UST 13 di Vicenza c’è stato un incontro tra la FLC CGIL di Vicenza e i Dirigenti scolastici interessati per parlare della situazione venutasi a creare nel corso del corrente anno scolastico ad Alte di Montecchio Maggiore, dove si sono formate due classi di soli stranieri.

Il modello pedagogico che la scuola italiana persegue è quello inclusivo, capace di evitare discriminazioni e di valorizzare le diversità. Purtroppo le politiche di rigore e di austerità di questi ultimi anni di fatto hanno penalizzato questo “modello inclusivo” (riduzione del tempo scuola, l’abolizione delle compresenze, il ritorno all’insegnante prevalente e aumento degli alunni per classe), a tutto svantaggio dell’integrazione degli alunni con cittadinanza non italiana.

Negli anni il fenomeno degli alunni stranieri ha assunto, in alcune realtà del paese, dimensioni considerevoli. I dati statistici pubblicati nei giorni scorsi dal MIUR in un focus dal titolo “Gli alunni stranieri nel sistema scolastico italiano” confermano che è diventato un fenomeno strutturale.

Secondo lo studio pubblicato dal MIUR gli stranieri di prima generazione sono diminuiti, perché legati ai flussi degli immigrati (3%), ma quelli di seconda generazione hanno raggiunto il 42% della popolazione scolastica. Su “Italia Oggi” del 19 novembre 2013 si dice pure che il 40% degli stranieri è in ritardo negli apprendimenti.

I genitori degli alunni italiani facendo una lettura di questi dati si dimostrano preoccupati che il ritardo negli apprendimenti degli stranieri rallenti i tempi della didattica e quindi pensano di iscrivere i loro figli nelle scuole vicine. La fuga di questi genitori dal territorio di Alte a loro volta determina l’abbassamento della soglia minima di alunni italiani nelle classi ed in alcuni casi ha prodotto come risultato la formazione di classi di soli stranieri.

A tal proposito noi riteniamo che la loro preoccupazione sia legittima. Ma pensiamo pure che i genitori italiani non possano rinunciare ad usufruire dei loro diritti e delle strutture presenti sul territorio. Tuttavia non possiamo neanche accettare la scelta fatta quest’anno per la formazione delle “classi ghetto” poiché non la riteniamo giusta, in quanto contraria ai diritti dell’Infanzia e dell’adolescenza, ai principi sanciti dalla Costituzione e alle finalità della scuola pubblica.

A nostro avviso il problema va affrontato e risolto in primis dalla Scuola che come “Comunità Educante ha il compito di rassicurare i “genitori preoccupati” attraverso un dialogo costruttivo con gli insegnanti. Spetta ai docenti il compito di attenuare i dubbi delle famiglie e dimostrare che le loro paure sono infondate, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto pedagogico-didattico, attraverso la testimonianza di buone prassi.

Quali sono le possibili conseguenze di classi formate da soli stranieri?

Da recenti dati forniti dall’OCSE, in Italia la varianza di prestazioni in lettura non si registra in ingresso, dove viene garantita una certa equità, ma nel proseguo del percorso scolastico dove le performance si attestano al 12%, percentuale più bassa della media OCSE che è del 14% (Italia oggi del 19/11/2013). Da questo divario si evince che gli alunni stranieri, nel nostro paese, risultano più svantaggiati in lettura rispetto agli autoctoni.

L’insuccesso scolastico che ne deriva, a questo punto, colpisce le fasce più deboli, alimenta la dispersione scolastica e accentua le disuguaglianze, generando un processo di esclusione piuttosto che di inclusione. Per questo ed altri motivi riteniamo che le classi di soli stranieri porterebbero a risultati ancora più catastrofici di quelli ipotizzati.

L’Ufficio Scolastico Territoriale XIII di Vicenza, ha riconosciuto fondate le osservazioni fatte dalla FLC CGIL e ha lanciato un invito a collaborare per una soluzione condivisa.

Quali proposte per la formazione delle future classi prime per l’anno scolastico 2014/2015?

Si tratta di avviare un confronto tra la scuola, l’extrascuola e le altre Agenzie educative presenti sul territorio onde pervenire a soluzioni il più possibile condivise. Presupposto per una fattiva collaborazione è riportare al centro della discussione la “persona”, perciò si propone:

• L’apertura di tavoli territoriali per il potenziamento della formazione linguistica;

• L’attivazione e il potenziamento di interventi di mediazione linguistica e interculturale;

• Una progettazione territoriale avente come finalità l’inclusione scolastica di tutti gli alunni

• Di evitare i processi di “ghettizzazione”, per garantire pari opportunità e il successo formativo a tutti gli allievi a prescindere dalle loro condizioni economiche, politiche, sociali e di provenienza geografica;

• L’attivazione e il potenziamento di reti di scuole per la formazione interculturale;

• L’attivazione di modalità di raggruppamento degli alunni che tengano conto di “nuovi spazi” e di “aule laboratorio per discipline”, partendo dalla riprogettazione degli spazi;

• L’adozione di strategie e di metodologie di insegnamento/apprendimento che ponganogli alunni al centro” del processo di educazione e di istruzione secondo una visione olistica e in un’ottica inclusiva.

L’incontro si è concluso con l’impegno da parte dell’Ufficio scolastico a partecipare agli incontri che si terranno con i genitori per garantire loro il pieno sostegno nel difficile percorso scolastico dei loro figli.

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Stella stellina… la notte s’avvicina
di Beatrice Damiani

Stella, stellina, la notte si avvicina… mah ! Forse la notte nelle nostre scuole è arrivata già da un pezzo.

A settembre mi sono trasferita in una scuola primaria della periferia sud est di Milano; ho chiesto di trasferirmi qui perché questa scuola è piuttosto vicina a casa mia e ha quella dimensione multietnica nella quale mi piace vivere e lavorare. Provengo da una scuola della periferia sud, con caratteristiche simili, pensavo.

In parte è così ma la “mia” scuola attuale sta lentamente scivolando nella situazione di scuola-ghetto. La percentuale di alunni di provenienza straniera è altissima e varia: sudamericani, rumeni, albanesi, filippini, cinesi, egiziani, marocchini e ultimamente sta diventando consistente la presenza di bambine e bambini rom. Le famiglie italiane diminuiscono a vista d’occhio, spaventate dalle difficoltà.

Le difficoltà… certo che ci sono! A proposito di bisogni educativi, avremmo bisogno di ben altre risorse… e il taglio al Fondo d’Istituto ci penalizza molto.

La “mia” classe (sono maestra prevalente e non per scelta) è composta da 17 bambine e bambine teneri, un po’ monelli, molto simpatici. Reduce da una classe di 25 ho pensato: che meraviglia!

Poi ho capito che con quattro bambini “segnalati” in classe e la coesistenza di almeno cinque livelli nell’apprendimento della lingua italiana, forse proprio una meraviglia non è. Non avendo nessun’ora di compresenza, poche ore di supporto per gli alunni non italofoni e un orario “infelice”riuscirò ad essere incisiva nella mia azione educativa?

Mentre esploro gli armadi della classe alla ricerca di materiali, trovo uno scatolone. Incuriosita, lo apro. Sono le prove Invalsi. Subito mi chiedo come sia possibile proporre prove standard in situazioni così diversificate. E come avranno reagito queste bambine e questi bambini di fronte ad una proposta così ostile anche nella modalità di somministrazione (si, somministrazione, come per una medicina, e amara per giunta!)

E a cosa diavolo saranno servite? Forse che le risorse economiche destinate alle prove non avrebbero potuto essere impiegate in modo più adeguato, sempre pensando ai bisogni educativi?

La direttiva ministeriale sui BES, introduce una terza categoria, quella dello svantaggio (socio-economico e/o linguistico/culturale). Ma queste bambini e bambini non hanno bisogni educativi speciali, hanno, come tutti, bisogni educativi. Hanno bisogno di tempo, di cura, di pari opportunità!

In cerca di conforto, approfittando di un buco d’orario, decido di visitare una nota libreria specializzata di Milano. Ma vengo invece presa dallo sconforto: il materiale per la scuola è diminuito rispetto al passato. Nello scaffale dei libri per l’insegnamento della lingua2 poche proposte, tanti fascicoli per allenare alle prove sopracitate ed altri eserciziari sempre con riferimento a queste. Nello spazio per l’insegnamento della musica poco materiale e per giunta datato…

Dunque anche le proposte editoriali esprimono ormai un’idea di scuola meritocratica e manageriale, lontana dalla psicologia del bambino.

Stella stellina… la notte è arrivata… ma dovrà pur passare questa nottata…

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I NUMERI

Il numero degli alunni con cittadinanza straniera continua a salire

Considerando tutti i livelli di formazione, fino a quella della scuola media superiore, quindi sino alla diploma di maturità, anche nell’anno scolastico 2011/2012 si è assistito ad un incremento. Il dato è contenuto anche nel Rapporto sulla coesione sociale 2013 di Istat, Inps e ministero del Lavoro, presentato il 30 dicembre.

In media, sono risultati 9,2 stranieri ogni 100 iscritti nella scuola dell’infanzia (rispetto ai 5,7 del 2006-2007); 9,5 nella scuola primaria (6,8 nel 2006-2007); 9,3 nella scuola secondaria di primo grado (6,5 nel 2006-2007); 6,2 nella secondaria di secondo grado (3,8 nel 2006-2007).

Da altre rilevazioni, realizzate nella seconda parte del 2013, risulta però che ormai la maggior parte degli alunni privi di cittadinanza italiana sono in realtà stranieri di seconda generazione: bambini nati in Italia da genitori entrambi stranieri. E che da più parti, anche a livello politico, in tanti vorrebbero considerare italiani a tutti gli effetti. Approvando una apposita legge. (da qui)

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Gli stranieri nei nedia: fuori dall’emergenza

Fuori dal ghetto della cronaca. Nel 2012 (anno fotografato dal rapporto) crescono le notizie sull’immigrazione e l’asilo legate alla società: in particolare quelle che riguardano le questioni demografiche, il lavoro, l’economia e l’istruzione. “Nelle prime pagine dei principali quotidiani italiani – si legge nel rapporto – diminuisce il peso della cronaca, quando si parla di immigrazione, e della cronaca nera in particolare, che continua invece a incidere molto solo nei quotidiani locali dove raggiunge percentuali alte: 50% di tutte le notizie relative alla migrazione sul Corriere del Veneto, Giornale di Sicilia, Il Messaggero, Resto del Carlino, Gazzetta del Mezzogiorno (il 60% in quest’ultima testata). Sulle prime pagine dei quotidiani si discute più di cambiamenti sociali relativi alla presenza di migranti, richiedenti asilo e rifugiati in Italia e quindi anche nel dibattito politico diventa prevalente la discussione sulla cittadinanza ai figli di immigrati“.

L’etnicizzazione delle notizie. Nel 32% del totale delle notizie analizzate vengono indicate una (o più) nazionalità in prima pagina. La pratica di fare riferimento a nazionalità specifiche riguarda in particolare il 59% delle notizie di cronaca nera. “La cronaca, come in parte anche alcune notizie relative alla società, rimane marcatamente “etnicizzata”. L’appartenenza nazionale, o alla comunità di origine, fornisce l’unica spiegazione e chiave di lettura dei fatti e dei dati riportati sui quotidiani“.

Il razzismo. Il 42% delle notizie che riguardano il razzismo sono anche notizie di cronaca nera, a dimostrare che sono in buona parte gli atti razzisti violenti a essere presentati in prima pagina. “A questi si aggiungono un 15% di casi in cui a essere definiti razzisti (o non razzisti) sono forze politiche, singoli esponenti, o commentatori politici, nonché un 13% in cui le notizie sul razzismo sono legate al mondo del calcio“. (continua qui)

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MATERIALI

La classe di soli stranieri è una classe ghetto, non si fa integrazione in questo modo
intervista a Luigi Guerra

Il preside di Scienze della Formazione dell’ateneo bolognese, Luigi Guerra, è intervenuto sulla questione della classe ghetto di Bologna, chiarendo che è una classe ghetto: “Lo è sicuramente. Ma non ne hanno colpa” aggiunge subito “la scuola, né gli insegnanti“.

Voglio essere cauto, seguo la vicenda da lontano” continua. “Ma voglio anche dire con chiarezza che dal punto di vista pedagogico si tratta di un’esperienza del tutto inaccettabile. Chiarito ciò, vanno trovate delle altre soluzioni, insieme. Intendo dire che vanno trovati soprattutto investimenti, per permettere interventi più adeguati. Non si tratta insomma di tirare le pietre addosso ai docenti, ma di capire invece quali potrebbero essere le alternative. Altrimenti finiranno in un cul de sac, senza sapere come agire“.

L’effetto ghetto è molto probabile: “Certo, e si rischierebbe anche in classi con 15 alunni stranieri e 8 italiani. Classi con soli migranti poi non le accetto, su questo non c’è “se” né “ma”. Non si possono mettere però sotto accusa i docenti, una soluzione in situazioni del genere non se la possono inventare le Besta da sole, il problema non può essere affrontato dal solo Collegio docenti che si ritrova questi ragazzi iscritti (ad agosto, dopo il ricongiungimento familiari, ndr) senza sapere come distribuirli. Sono altri i livelli che devono farsi carico dell’integrazione.

Attenzione” dice Guerra, “questa è la proposta della cosiddetta mozione Cota, presentata dalla Lega anni fa: creare classi separate per stranieri, per dare loro una prima alfabetizzazione. La mia risposta però è no. Quanto successo alla Besta non può essere venduta come un’esperienza pilota. Deve essere chiaro che questi ragazzini non impareranno affatto l’italiano interagendo solo con gli insegnanti. Se questo è lo scopo, non è centrato“. (da qui)

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Ma perché il ministro tace?
di Cinzia Gubbini

In questo “discorso pubblico” mancano alcune voci.

E sono delle mancanze gravi, inspiegabili. La prima è quella del ministero: cosa ne pensa il ministro Carrozza, o almeno il sottosegretario Marco Rossi Doria che ha la delega all’integrazione degli alunni immigrati?

Incredibilmente non si trova traccia di un loro commento su una questione spinosa, delicata eppure importante. Non perché il caso di Bologna sia l’unico in Italia in cui si decide di creare delle “classi speciali” per “risolvere” la questione della elevata presenza di alunni con cittadinanza straniera e con problemi di alfabetizzazione delle lingua italiana. Ma se non altro perché il fatto che tutto questo stia capitando proprio a Bologna, Comune tradizionalmente di sinistra e all’avanguardia nelle politiche scolastiche, ha un impatto simbolico e politico enorme: se si fa a Bologna, allora si può fare dappertutto. Cosa ne pensa l’organo politico nazionale che deve dare direttive e indicare una modello? Vanno bene le classi ponte? Sono una buona idea?

L’Ufficio scolastico che “non sa

Forse al ministero pensano che se l’Ufficio scolastico regionale non ha detto nulla, si tratta di un progetto condivisibile. Ed è un po’ quello che ha detto il viceministro Galletti, l’unico a intervenire dal Miur, sostenendo che “non è una cosa da condannare, come ha chiarito il vicedirettore dell’ufficio scolastico regionale si tratta di un ambiente di apprendimento temporaneo, vigileremo”. Peccato che il vicedirettore dell’Ufficio, che si chiama Stefano Versari ed è laureato in Ingegneria anche se da anni ormai si occupa dell’Ufficio scolastico regionale emiliano – dove all’inizio trattava gli aspetti finanziari per arrivare, col tempo, a provvedere anche alle questioni pedagogiche – ha sostenuto all’inizio di “non sapere nulla”.

Solo dopo lo “scandalo” ha convocato una conferenza stampa con Porcaro, elogiando “una scuola che si mette in gioco”, perché “l’italiano non si impara per osmosi”.

Ma allora i dubbi sono legittimi: se nessuno sapeva, nemmeno l’Ufficio scolastico regionale, che tipo di sperimentazione è questa? Chi ha detto che è “temporanea”, e “temporanea” per quanto? Dove sta scritto? Tutti gli alunni ne erano consapevoli dall’inizio dell’anno, o questo lento slittamento semantico da “prima A sperimentale” – che ha tutta l’aria di essere una vera e propria classe – a “classe ponte e temporanea” è dovuto alle pressioni dei media? E verranno tutti lentamente integrati, o solo chi ha raggiunto dei risultati?

Si potrebbe dire che se sono stati “i media” a fare pressione, ben venga: sembrerebbe un buon funzionamento del dibattito pubblico. La pressione dell’opinione pubblica che obbliga a un cambiamento – reale o no – “in corsa”.

Eppure il problema sembra essere ancora presente tutto intero. Perché le pressioni dell’opinione pubblica rischiano di essere più che deboli se poi non esiste un discorso forte, strutturato e “integrato”. E il discorso dovrebbe rispondere alla domanda: qual è la via italiana all’integrazione dei ragazzi con cittadinanza non italiana nella scuola?

Ma le leggi ci sono

Il bello è che le indicazioni esistono, e sono tutte in direzione “ostinata e contraria rispetto la generosa sperimentazione della scuola Besta. Ci sono leggi e (soprattutto) circolari che su questo tema hanno sempre ribadito un concetto: “equilibrata distribuzione”. Lo spirito, lo si condivida o no, è quello dell’evitare che si creino classi con maggioranza di alunni stranieri (già realtà in alcune scuole italiane). Ma il concetto è un caposaldo. E una classe di soli alunni stranieri viola questo principio. Come andrebbe prima di tutto indagata (e sanzionata) la pratica delle scuole che avrebbero rifiutato l’accesso a scuola dei ragazzi arrivati in Italia in estate.

Poi ci sono gli indirizzi culturali. Non che il ministero sotto questo punto di vista abbia prodotto tonnellate di materiali. Ma qualcosa c’è. E l’indirizzo “centrale” è contrario alla creazione di “classi separate – scelta fatta da altri paesi europei – e incoraggia invece l’apprendimento tra pari, in un contesto egualitario e di “scuola comune”. La “prima A sperimentale” si pone fuori da questo seminato.

Cambiare strada è ovviamente un diritto. Ma che almeno chi guida, in questo caso il ministro Carrozza, i suoi viceministri e i rappresentanti locali del ministero, siano consapevoli del contesto. E se decidono di fare retromarcia siano almeno in grado di informare i passeggeri sulla nuova meta. (vedi qui)

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E’ preferibile l’eterogeneità all’omogeneità
di Vincenzo Intermite

Si sostiene, in difesa di questo tipo di scelte e di provvedimenti legislativi, che gli alunni stranieri, non conoscendo la lingua italiana, rallentano il regolare svolgimento delle lezioni, pregiudicando, così, la preparazione dei bambini italiani. Questo tipo di giustificazione evidenzia una sostanziale ignoranza, più o meno voluta, sia in merito all’attuale composizione demografica italiana, sia in campo pedagogico e didattico.

Infatti, l’asserto che tutti gli alunni stranieri non conoscono la lingua italiana è manifestamente falso e può essere sostenuto o da coloro che hanno scarsa dimestichezza con la pratica di analizzare fatti e fenomeni prima di esprimere pareri, o da chi, pur di dimostrare una propria tesi in maniera fittizia e artefatta per biechi e disonesti motivi propagandistici ed elettoralistici, sono disposti a divulgare fattoidi sideralmente lontani dalla realtà.

Si dimentica o si fa finta di dimenticare che molti alunni, considerati, in base alla vigente normativa, “stranieri”, di fatto non lo sono, perché o sono cresciuti in Italia per gran parte della loro vita, o sono addirittura nati in Italia; in entrambi i casi hanno acquisito la stessa padronanza della lingua dei loro coetanei italiani.

Ma la tesi del tetto massimo, o quella ancora più radicale avanzata dal presidente della provincia autonoma di Bolzano Luis Durwalder delle classi per soli stranieri, appare infondata anche nelle circostanze nelle quali, e ve ne sono, gli alunni stranieri non abbiano ancora avuto modo di apprendere la lingua. In tal caso, infatti, bisognerebbe avanzare la stessa proposta per i bambini disabili dal momento che anche questi sembrano rallentare i ritmi di apprendimento dell’intera classe, e tornare alle famigerate classi differenziali. Una tale posizione appare, oltre che incivile, anche anacronistica e in contrasto con i più recenti risultati della ricerca in campo psicopedagogico circa la formazione delle classi in tutti gli ordini e gradi di istruzione.

In base a tali ricerche risulta che è preferibile l’eterogeneità all’omogeneità sotto tutti i punti di vista, perché la formazione non è solo il frutto della lezione frontale svolta in classe dall’insegnante, ma anche il risultato delle relazioni che nascono fra gli alunni, i quali quanto più sono fra loro diversi, tanto più contribuiscono al progressivo, vicendevole arricchimento.

Così non si formano classi interamente composte da alunni che presentano un buon trend sul piano del profitto e classi interamente composte da alunni con profitto insufficiente, né si formano classi di alunni “normodotati” separate da quelle di alunni disabili (che, per quanto possa sembrare strano, tanto offrono in termini di formazione ai loro compagni); allo stesso modo e per le stesse ragioni appare molto più proficuo formare classi eterogenee piuttosto che omogenee anche dal punto di vista etnico. (vedi qui)

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LA SETTIMANA SCOLASTICA

Quello che fa la ministra, quello che serve alla scuola

Una cosa mai fatta prima. Il 2014 della ministra Carrozza si apre con l’annuncio della Costituente della Scuola:

La Costituente della scuola sarà la più grande domanda, e mi auguro la più grande risposta, sulla scuola italiana contemporanea. Vogliamo aprire un dibattito in tutto il paese su questo bene primario che è la scuola. Cosa ne pensano, e come la vorrebbero, presidi, insegnanti, studenti, genitori, partiti, fondazioni, associazioni. Domande semplici su dieci temi. Non si è mai fatto prima“.

Bisognerà vedere come saranno poste le domande: la domanda sulla valutazione, ad esempio, non dovrebbe essere impostata così come la ministra la annuncia:

I genitori vogliono che le scuole frequentate dai loro figli siano valutate secondo standard internazionali? E con le scuole, gli insegnanti? O ritengono la valutazione una violazione della privacy, un metodo poco significativo?

Perché nessuno degli oppositori ai test Invalsi ha negato l’utilità della valutazione, ma ha mosso critiche severe alla valutazione così come oggi viene effettuata. E poi bisogna vedere a quali standard internazionali ci si riferisce! Domande così rozzamente poste sono solo fuorvianti e demagogiche.

La Costituente della Scuola serve alla scuola? Ma ancora prima: siamo sicuri che la Costituente della Scuola sia ciò che prioritariamente la scuola aspetta? Non è di questa idea Lucio Ficara:

L’idea non entusiasma molto i docenti che pensano che le priorità siano altre. Per alcuni docenti la costituente della scuola è solo un modo per distogliere l’attenzione dai gravi problemi che coinvolgono la categoria degli insegnanti.

La priorità, per lo stesso Lucio Ficara, è un’altra:

Se questo governo vuole fare qualcosa di buono per la scuola, deve trovare i soldi, da sottrarre magari alle ingenti spese militari, per finanziare un vero contratto per gli insegnanti, restituendo onorabilità e dignità a questa importante professione.

Davvero è così difficile sapere? Ma prima ancora: ha senso affermare questo, come fa la ministra?

Vorrei capire, confesso che su alcuni temi non so come gli italiani la pensino“.

Pensa di no Franco Labella:

E no caro ministro.
Cosa non sa e vuol sapere attraverso una consultazione che ha tutta l’aria di essere l’ennesima promessa da marinaio o l’ennesimo libro dei sogni?

Anche Claudia Fanti osserva che per chi vuole informarsi i mezzi non mancano – e lei stessa fornisce un elenco di cosa abbisogna la scuola:

I docenti puntano il dito verso la carenza totale di risorse, verso un sistema che li demotiva penalizzandoli economicamente…; essi ricordano al ministro di turno che servono investimenti sul sostegno, un piano serio che riveda gli orari delle discipline nell’ordinamento vigente…Essi chiedono strumenti per lavorare, investimenti… La situazione del precariato e dei supplenti ha raggiunto il fondo… si chiede che venga totalmente rivista la legge Fornero per consentire un ricambio generazionale e professionale; si sollecita la formazione di classi con un numero ridotto di alunni… Molti lamentano l’aggravio della burocrazia

Chiaro anche Reginaldo Palermo:

L’idea del questionario on line sulla scuola del ministro Carrozza è la prova provata che, ormai, chi governa (o meglio dovrebbe governare) il sistema scolastico italiano non sa più davvero che pesci pigliare

Possibile che dopo più di 6 mesi di pellegrinaggi abbia bisogno di raccogliere idee e proposte? A noi, sinceramente, sembra che questa trovata sia solo una ulteriore perdita di tempo (ma potrebbe essere l’ennesima operazione un po’ demagogica secondo il miglior “made in Italy” della politica)

D’altra parte la ministra ha iniziato bene le feste

Gli auguri di Natale della ministra. Il 20 dicembre arrivano ai docenti gli auguri di buone feste della ministra: un brano di Condorcet (equivocato e decontestualizzato, sostiene Giuseppe Farinetti) presentato come un elogio del merito. Alcuni, come Marina Boscaino, ricordano alla ministra che piuttosto, per affrontare i mali della scuola italiana, “occorrerebbe potenziare la rete di sicurezza scolastica intorno ai più disagiati“.

I compiti di Natale della ministra. Il 21 dicembre la ministra dell’Istruzione ha invitato gli studenti

a convincere gli insegnanti a non farsi dare troppi compiti per le vacanze di Natale per trovare il tempo di dedicarsi alla lettura”.

Si sono accese discussioni se sia opportuno oppure no assegnare compiti per le vacanze, su Forum e quotidiani (vedi qui e qui), citiamo le obiezioni dei docenti del Gruppo di Firenze:

E’ proprio sicura di conoscere meglio di chi ci lavora le esigenze di ogni singola classe e di ogni singolo allievo? Non è forse corretto lasciar decidere ai docenti “in scienza e coscienza” se dare pochi, molti o nessun compito?

Ma il problema è più ampio e più grave: con simili messaggi Lei, il Ministro dell’Istruzione, incoraggia atteggiamenti di contrapposizione e di sfiducia verso i docenti

Mentre Umberto Eco invita non solo allo studio, ma ad esercitare costantemente la memoria:

La memoria è un muscolo come quelli delle gambe, se non lo eserciti si avvizzisce e tu diventi (dal punto di vista mentale)… (parliamoci chiaro) un idiota.

Gli auguri di Capodanno. Per tutta risposta, nel nuovo messaggio augurale per l’inizio del 2014, la ministra non rettifica ma assicura:

Abbiamo ancora molto da fare, ma stiamo andando nella giusta direzione“.

Di tutt’altro tenore gli auguri di Pasquale Almirante:

Il nostro invito, con l’inizio d’anno, più sentito e che vi caldeggiamo con tutta la passione possibile è di resistere, resistere, resistere, anche perché non pare ci siano altre alternative…

Occorre resistere all’incertezza svettante in un mare di arcipelaghi di miraggi dove perfino la legge contraddice la legge e dove perfino le riforme annegano le riforme stesse…

La questione dei 150 euro: una piccola vittoria? No, una discreta sconfitta!

Una proposta indecente! Il Ministero dell’Economia e Finanza aveva chiesto ai docenti la restituzione degli scatti stipendiali pagati dal governo nel 2013, una volta scaduto il blocco per il triennio 2010-2012 disposto dai governi Berlusconi e Monti; ma a settembre il governo Letta blocca retroattivamente anche lo scatto del 2013.

Secondo la nota del ministero dell’Economia circa 300.000 insegnanti avrebbero dovuto restituire

con recupero a decorrere dalla mensilità di gennaio 2014 con rate mensili di 150 euro lorde fino a concorrenza del debito“.

Santonastaso su Il Mattino parla di “un Paese che offende il sapere“, Marina Boscaino di “una proposta indecente“. Scrive Alba Sasso su il manifesto:

Senza parole. C’è un problema in questo Paese? E come si risolve? Combattendo l’evasione fiscale, con un prelievo dalle pensioni più che d’oro? Certo che no. Si risolve mettendo le mani nelle tasche dei poveri cristi. Non ci si può credere.

Che figuraccia, governo cialtrone! La situazione era tanto paradossale che un appello di Mila Spicola raccoglieva in poco tempo migliaia di firme, la protesta si diffondeva nel web, si esprimevano contro il provvedimento il responsabile scuola del PD Davide Faraone e lo stesso Matteo Renzi, finché la ministra Carrozza ha scritto al collega per chiedergli la sospensione.

Alla fine è il premier Letta ad annunciare il dietrofront del governo, scatenando il gioco dello scaricabarile tra il ministro dell’Economia e la ministra dell’Istruzione: Carrozza dice che non sapeva, Saccomanni che lei sapeva. La ministra Carrozza da una parte parla di garbugli della macchina burocratica, dall’altra annuncia una analisi per individuare “chi ha sbagliato. In realtà i sindacati avevano già denunciato la situazione sin da novembre.

Le conclusioni sull’operato del governo le tira Piergiorgio Odifreddi:

Governo cialtrone con la scuola

Lo scippo non è che l’ultimo sberleffo fatto agli insegnanti e alla scuola. Dopo i tagli al personale e ai finanziamenti, non potendo ormai dare di meno, il governo ha cominciato a chiedere di più: dapprima nel carico di lavoro, e ora addirittura nei soldi. I sindacati minacciano uno sciopero, ma è giunta l’ora che gli insegnanti smettano di sostenere con il volontariato una scuola che li bistratta da decenni.

E adesso chi paga? Ancora la scuola, ancora il Fondo d’Istituto! Positive le valutazioni dei sindacati (Gilda, Uil, Snal, Cgil, Cub), anche se adesso occorre che la sospensione sia ratificata con la modifica del DPR 122/2013, che ha bloccato per 3 anni sia il rinnovo dei contratti sia gli scatti di anzianità. Se la decisione non sarà definitiva, viene evocato lo sciopero generale. I sindacati però chiedono di “riaprire i tavoli contrattuali e ridefinire le regole“. Inoltre, la Flc Cgil proclama lo stato di agitazione del personale della scuola sulle questioni degli scatti e del contratto. I Cobas indicono un sit-in al MIUR (Viale Trastevere) il 17 gennaio alle ore 14 con richiesta di incontro con la ministra.

Appare subito chiaro che rimangono tanti interrogativi: non sarà chiesta la restituzione, ma gli stipendi si abbasseranno comunque? Da dove saranno prelevati i soldi che non verranno tolti agli stipendi degli insegnanti? Ancora dalla scuola? Ci saranno ritorsioni del ministero dell’Economia per lo smacco subito? Che la partita non sia chiusa lo dichiara lo stesso ministro Saccomanni.

Finché arriva la conferma del sottosegretario all’istruzione Gianluca Galletti: sarà operata una nuova decurtazione del Fondo d’Istituto pari a 300.000 euro. La ministra promette qualche tentativo di trovare soluzioni alternative

In ogni caso, commenta Mila Spicola, è stato importante lo “scatto d’orgoglio” dei docenti…

La senatrice del PD Francesca Puglisi ha una proposta:

Il governo del personale della scuola, dell’università e della ricerca va sottratto al Ministero dell’economia e delle Finanze.

Come inizia il 2014

Il 2014 non è partito bene per il mondo della scuola. Questo il quadro riassuntivo dei problemi tracciato da Orizzonte Scuola.

Blocco dei contratti. Si conferma il blocco dei contratti sancito dalla Legge di stabilità (che invece sblocca 220 milioni per le scuole non statali), e il blocco parziale della rivalutazione delle pensioni: provvedimenti considerati inaccettabili da Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola, Anief, Gilda. La CUB scuola e la Gilda minacciano uno sciopero generale.

Nuovi tagli (4 x 5) e democrazia scolastica. Altre questioni di primaria importanza sono sul tappeto: la quadriennalizzazione dei percorsi di studi delle superiori, diventato obiettivo del Governo Letta, dopo l’avvio della sperimentazione da parte della ministra, con il taglio di un anno di scuola, il riordino deli organi collegiali, con forti timori sulla democrazia scolastica, la riforma del reclutamento, la revisione della carriera dei docenti e il ruolo che dovrà svolgere l’Invalsi.

Apprendistato = lavoro gratis? Né manca di suscitare interrogativi la sperimentazione ministeriale di fare svolgere parte dell’anno scolastico in regime di apprendistato. Il timore è che possa ridursi alla fornitura di manodopera gratuita alle aziende.

3 registri al costo di uno.
Sta creando tensione e ulteriori carichi di lavoro la richiesta ai docenti di tenere 3 registri: di classe, personale ed elettronico. Secondo Italia Oggi tale prassi, non retribuita, non è legittima, non essendo prevista nel contratto di lavoro. Sempre per Italia Oggi l’operazione di sostituzione integrale del registro cartaceo (con il suo valore legale) non potrà avvenire fino a quando non sarà emanato il piano di dematerializzazione delle procedure amministrative, secondo quanto previsto dall’articolo 7, comma 27, del decreto legge 95/2012: rischiano di essere annullati gli scrutini effettuati solo in formato elettronico. A monte, comunque, c’è un problema: che il registro elettronico sta creando più disagi che vantaggi.

Tempo di bilanci

Un bilancio alfabetico della scuola del 2013 è proposto da Valentina Santarpia. Scegliamo qualche voce significativa, che ci permette di fare il punto della situazione su alcuni punti:

A Come abbandono scolastico: l’Italia è tra i Paesi peggiori d’Europa per abbandono delle aule. Il 17,6% degli alunni, con punte del 25% nel Mezzogiorno, lascia i banchi troppo presto. Gli ultimi dati forniti dalla Commissione europea rivelano che il tasso medio di abbandono tra i 28 Paesi dell’Ue è del 12,7%, sempre più vicino all’obiettivo comunitario del 10% da raggiungere entro il 2020.

D Come digitale: secondo l’Ocse, l’Italia ha molti passi da fare sulla strada della modernizzazione. Sei pc ogni 100 studenti (contro i 16 europei), solo il 21,6% delle aule dotate di lavagna interattiva multimediale, e un budget di appena 5 euro a studente: troppo poco per renderci competitivi.

E Come edilizia scolastica: il 15% dei 42 mila edifici scolastici italiani non nasce come scuola ma è stato riadattato. Il 44% delle scuole è stato costruito in un periodo che va dal 1961 al 1980 e risulta «non completamente a norma». L’11% non ha il certificato di valutazione dei rischi. L’82,3% non ha il certificato di prevenzione incendi.

F Come fondi: 450 milioni, una goccia nel mare. A tanto ammontano i fondi stanziati dal decreto scuola, divisi tra orientamento, dispersione scolastica, libri di testo, tutela della salute, formazione dei docenti, assunzione degli insegnanti di sostegno, formazione nelle aziende, semplificazione, ricerca scientifica, dimensionamento, welfare studentesco, offerta formativa.

H Come handicap: sono oltre 200 mila (207.244, per la precisione) gli alunni disabili in Italia, il 2,6% della popolazione studentesca, con punte del 14,8% in Lombardia, dell’11% nel Lazio, del 10% in Campania. Ma mancano gli insegnanti di sostegno (uno ogni due studenti) e ancora ci sono troppe barriere architettoniche: il 27% degli edifici scolastici ha gradini all’ingresso, l’ascensore è assente nel 35% delle scuole a più piani e non funziona nell’11% dei casi, nel 23% delle scuole non esistono bagni per disabili e il 15% ha barriere architettoniche tali da renderli inutilizzabili ai ragazzi con disabilità.

P Come precari: l’Italia rischia una multa di 10 milioni di euro dall’Europa per i precari della scuola, un esercito di 130 mila persone, secondo Cgil, Cisl e Uil, addirittura di 137 mila secondo l’Anief. L’altolà è arrivato un mese fa da Bruxelles, dove è stata aperta una procedura di infrazione per il mancato rispetto della direttiva sul lavoro a tempo determinato. L’Italia è «accusata» di usare i supplenti con contratti a termine «continuativi» e pagarli poco rispetto agli immessi in ruolo.

Ritardi, peccati, omissioni, ferite da sanare

Il Mef e le immissioni in ruolo sul sostegno: firma/non firma? L’inizio del 2014 vede infittirsi le domande su che fine ha fatto il Decreto Legge 104/13, poi convertito nella Legge 128/2013, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 12 novembre 2013, che annunciava immissioni sul sostegno immediate, entro il 2013.

Sia Luigi Gallo (M5S) sua la Gilda degli insegnanti diffondono la notizia che il ministero dell’Economia avrebbe intenzione di bloccare le procedure per l’immissione in ruolo della prima tranche di 4.400 docenti di sostegno stabilita dal decreto istruzione. Il 10 gennaio la notizia viene data anche dai quotidiani nazionali.

Senonché a fine settimana viene diffusa la notizia che il Ministero dell’Economia non si oppone e, nonostante il ritardo, firma il decreto: via libera a 4.447 immissioni in ruolo. Cosa che la ministra conferma alla trasmissione Che tempo che fa dell’11 gennaio.

Spending rewiew. Riuscirà la ministra a dormire di notte con i provvedimenti previsti dalla Spending review, a cui la scuola dovrà contribuire con interventi su: Rivisitazione della dimensione delle scuole, Insegnanti di sostegno, Docenti inidonei, Edilizia scolastica (razionalizzazione fondi)?

Interventi sono previsti anche in ambito universitario su criteri di finanziamento dell’università e di ristrutturazione rete universitaria, Fondi per la ricerca, Revisione dei criteri di assegnazione (CNR, ENEA, ecc.), Enti vigilati.

Illegittima la “riforma Gelmini“. E adesso? Che fine farà la sentenza del Tar del Lazio, che accogliendo un ricorso dello Snals boccia la riforma Gelmini, dichiara illegittima la riduzione delle ore settimanali introdotta dall’ex ministra per tagliare la spesa e denuncia la “illogicità e incongruenze manifeste” degli interventi effettuati “su base discrezionale sulle discipline caratterizzanti i corsi“? Ad esempio, dice la sentenza:

paradossalmente, usciranno ragionieri che avranno studiato meno discipline economico aziendali e meno matematica applicata; aspiranti meccanici che avranno studiato meno meccanica e meno laboratorio…“.

La Gilda degli insegnanti chiede il ripristino degli insegnamenti e delle ore di lezione tagliate, inutile dire che il Ministero ritiene “inapplicabile” la sentenza e, quindi, non intende dare seguito alla stessa. Lo Snals scrive al Miur perché applichi la sentenza del Tar e rispristini l’orario ante riforma dei tecnici e professionali.

Una ferita da sanare: il referendum di Bologna
. Lo scorso 26 maggio 86.000 cittadini bolognesi si sono espressi contro il finanziamento comunale alle scuole private, ma l’esito è stato disatteso dall’amministrazione comunale. Come scrivono Bruno Moretto e Giorgio Tassinari del Comitato art. 33 di Bologna

La prima ferita è quella alla democrazia, perché non si può disconoscere impunemente la volontà dei cittadini, quando questa è difforme dall’orientamento del ceto politico…

La seconda ferita è stata subita dalla scuola pubblica, da anni abbandonata, diffamata e privata sempre più delle risorse indispensabili…

La terza ferita riguarda la credibilità delle istituzioni che, a partire dal Sindaco, avevano affermato, prima e dopo il referendum, di voler istituire tavoli di confronto…

C’è da sperare, con i promotori del referendum, che “il 2014 porti a un ravvedimento della nostra classe dirigente e che venga sanata questa ferita alla tradizione democratica della nostra città“.

Invalsi: la scuola non è tutta un quiz

Il Governo smonta l’Invalsi? La decisione della ministra Carrozza di nominare una commissione per la designazione del nuovo presidente dell’Invalsi ha provocato grida di allarme (“il Governo vuole smontare l’Invalsi“), due editoriali sul Corriere della Sera (qui e qui), il loro rilancio sul blog del senatore Pietro Ichino, un post su la voce.info

Si avvia una intensa discussione, di cui alcuni interventi si possono leggere nella pagina dedicata alla valutazione da Pavone Risorse, si costituisce una “cordata” pro Invalsi (qui), scende in campo l’ex presidente dell’Invalsi Pietro Cipollone, che è sicuro che i test miglioreranno la scuola

Siamo prigionieri delle statistiche. Al contempo si coglie l’occasione per riflessioni sulla via italiana alla valutazione. Viene evidenziato che in Italia “Non c’è una netta separazione tra attività tecnica di valutazione e indirizzo politico del sistema dell’istruzione” (qui), si segnala il pericolo che sia la tipologia delle prove Invalsi a decidere ciò che conta a scuola (qui) e a non tenere in considerazione saperi che non rientrano nelle competenze misurabili, che siano addirittura i test a valutare gli studenti, come già succede all’esame di terza media e, dall’anno prossimo, succederà agli esami di Stato, mentre Giulio Ferroni fa un’ampia critica alla cultura che sostiene le attuali pratiche di valutazione:

Siamo prigionieri di sistemi di potere, di strategie economiche e culturali che si basano su un’assolutizzazione del modello del marketing, su una proiezione artificiosa del calcolo statistico su tutta l’esistenza, mentre l’onnipresenza dei sondaggi allontana sempre più dall’orizzonte pubblico ogni dato di pensiero, di riflessione, di problematicità.

Il merito senza uguaglianza non è giustizia. Nadia Urbinati interviene sull’ideologia del “merito“, comunemente abbinato alla “valutazione“: quando l’uno e l’altra sono rozzamente intese:

Non si intende dire con questo che non ci può essere merito meritato; ma che non ci può essere se alcuni partono avvantaggiati o se non si correggono le diseguaglianze di opportunità prima di valutare il merito. Ecco perché senza l’accoppiamento con l’eguaglianza il merito non è un valore di giustizia.

Mentre persino il quotidiano della Confindustria ilSole24ore pare mettere in dubbio la valutazione all’italiana e scrive:

No, la scuola non è tutta un quiz
Le sperimentazioni condotte negli Stati Uniti ed in Inghilterra hanno dimostrato le difficoltà di legare le retribuzioni dei docenti ai risultati dei
test e che gli svantaggi di questo approccio superano i vantaggi.

Cosa bolle in pentola

Per avere un’idea di cosa ci aspetta nei prossimi mesi, può essere utile dare un’occhiata all’intervista di Elena Fortunatoal nuovo responsabile scuola del PD Davide Faraone.

* * *

RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Per il nuovo anno scolastico
Un fascicolo della Flc Cgil su organici, dimensionamento, nuovo codice di comportamento e altre materie.

Indicazioni utili di Orizzonte Scuola su contratti, assunzioni, calendari.

Su ForumScuole una pagina dedicata al DL n. 104/2013 L’istruzione riparte.

Da TuttoScuola Sei idee per rilanciare la scuola qui.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Comitato Scuola Pubblica.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Edscuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola, TuttoScuola

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

3 pensieri su “Vivalascuola. Parlano di inclusione e praticano la separazione

  1. ANCHE A BRESCIA:

    – nelle scuole dell’Infanzia le famiglie degli-le iscritti che non possono pagare la mensa scolastica scelgono all’atto dell’iscrizione il tempo scuola fino alle 13 ma ritirano di fatto i figli alle h.12.00

    – la DS informa il Collegio Docenti che qualora il n degli iscritti per l’orario antimeridiano superi il numero minimo per la formazione di una sezione, come dirigente sarà obbligata a formare sezioni funzionanti solo fino alle h13

    -per le sezioni funzionanti fino alle h 13 sarà nominata una sola insegnante

    – la conseguenza sarà la perdita di posti per i docenti

    -nelle scuole le famiglie che attualmente non usufruiscono del servizio mensa sono quasi esclusivamente di immigrati

    -ne consegue la formazione di sezioni-ghetto

    mariella

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