Shoah

da qui

Tre teste di maiale, un bel ricordo,
non c’è che dire. Sì, fraternamente
uniti con chi soffre le memorie
di un odio secolare, senza senso,
come qualsiasi odio, a ben pensarci:
ma è il pensiero che manca a chi schernisce
le piaghe del fratello, a chi ferisce
la morte disperata, l’abbandono
in punta di coltello, la tristezza
che prende quando a sera si ricontano
i presenti e gli assenti, chi rimane
e chi invece saluta, senza voce,
in un ultimo sogno di perdono.

17 pensieri su “Shoah

  1. Da un foglietto rinvenuto per caso in un lager per lo sterminio degli Ebrei.

    “Signore, quando ritornarai nella tua gloria, non ricordarti solo degli uomini di buona volontà. Ricordati anche degli uomini di cattiva volontà. Ma, allora, non ricordarti delle loro sevizie e violenze.
    Ricordati piuttosto dei frutti che noi abbiamo prodotto a causa di quello che essi ci hanno fatto.
    Ricordati della pazienza degli uni, del coraggio degli altri, dell’umiltà, ricordati della grandezza d’animo, della fedeltà che essi hanno risvegliato in noi.
    Signore, che questi frutti da noi prodotti siano, un giorno, la loro redenzione”.

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  2. Essere memoria, noi, della shoah, di ciò che non abbiamo allora visto, nè vissuto è esserne pensiero ora. Certo nel ricordo, tra parole e immagini. Ma facendoci pensiero vivo, visibile, un frutto, proprio come nella preghiera nel commento di F, che pensa e crea pace, giustizia, che si fa esperienza, partendo proprio da un cuore che ascolta e che ricorda. E che si scopre, o si consolida quel bisogno di verità che ci fa figli, attraverso le piccole scelte quotidiane, magari attraverso una tolleranza, una mano tesa o un portare pace a pochi metri da noi.

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  3. Esistono ancora ipersecutori di nostro Signore siamo anche noi ebrei ma ricordiamoci di Giona e Ninive

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  4. Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. E fui contento perché rubacchiavano.
    Poi vennero a prendere gli ebrei. E stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
    Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
    Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista.
    Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare.
    Bertolt Brecht

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  5. “Traccinando grazie alla musica un ponte con il passato”-ho letto sul altra pagina.
    Una ragazza dopo la visita in Auschwitz mi ha detto, che andare là dovrebbe essere obligo di ogni persona sulla terra, per far capire quanto male porta la guerra, per evitare le guerre.

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  6. Se questo è un uomo

    SE QUESTO E’ UN UOMO
    di PRIMO LEVI

    Voi che vivete sicuri
    nelle vostre tiepide case,
    voi che trovate tornando a sera
    il cibo caldo e visi amici:
    Considerate se questo è un uomo
    che lavora nel fango
    che non conosce pace
    che lotta per mezzo pane
    che muore per un si o per un no.
    Considerate se questa è una donna,
    senza capelli e senza nome
    senza più forza di ricordare
    vuoti gli occhi e freddo il grembo
    come una rana d’inverno.
    Meditate che questo è stato:
    vi comando queste parole.
    Scolpitele nel vostro cuore
    stando in casa andando per via,
    coricandovi, alzandovi.
    Ripetetele ai vostri figli.
    O vi si sfaccia la casa,
    la malattia vi impedisca,
    i vostri nati torcano il viso da voi.

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  7. Nei suoi post di questi giorni, Don Fabrizio scrive spesso del demonio e delle sue strategie, anche nei più piccoli particolari di vita quotidiana. Per chi, come me, è laico o ad un cammino di fede ancora iniziale, a volte sono cose poco comprensibili.
    Ho provato, però, la netta sensazione di una mano sovrumana di male visitando, anni fa, il campo di concentramento nazista di Mauthausen. Scientifico. Preciso e funzionale nella sua assurdità. Perché ci vuole anche intelligenza per organizzarlo in quel modo, il male. Un villaggio industriale dello sterminio e del male fine a sé stesso, e, proprio nella sua matrice demoniaca, finalizzato a rendere gli stessi prigionieri homo homini lupus fra loro.
    Le fotografie non rendono abbastanza la sensazione che, entrando in un laboratorio di esperimenti, in una camera a gas, o nella stanza dei forni crematori, l’odore di morte ci sia ancora.
    Così come è poco descrivibile quello che si prova nel punto del campo trasformato in un monumento alla fraternità mondiale, la sensazione che all’ estremità del male ci sia un bene, un amore “più forte della morte”.
    Dopo quello che ho visto, non saprei dire se il nazismo sia una forma di odio come gli altri, condivido le parole di Giovanni Paolo II, il nazismo è un male assoluto.
    Condivido anche, contro ogni germe di male, e come nostra responsabilità nel bene, le parole di Etty Hillesum: “Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi”.

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  8. In occasione della Shoa non è possibile non ricordare un grande scrittore come Primo Levi:

    Il 22 febbraio 1944, Primo Levi , insieme ad altri seicentoquarantanove compagni di sventura , viene deportato ad Auschwitz. Soltanto tre di essi, compreso l’autore di “Se questo è un uomo”, sopravvivranno al Lager. E lo stesso Levi dirà paradossalmente che “ è stato il lager a rendermi forte; l’ossatura morale mi è venuta dopo, dopo di aver raccontato e scritto , dopo di essermi sentito depositario di un’esperienza orribile e fondamentale, che era necessario diffondere e commentare. Solo dopo che l’umanità mi era stata negata , e dopo averla conquistata scrivendo, mi sono sentito uomo nel senso del libro”. Ma non è vero. Levi riuscirà a sopravvivere all’inferno del Lager grazie alla sua forza morale e di carattere , alla sua profonda maturità, alla sua intelligenza , alla sua coerenza interiore, ma soprattutto furono gli studi di chimica e la conoscenza del tedesco a salvargli la vita e a farlo diventare il massimo scrittore – testimone del XX secolo, ad iniziare dal suo primo libro, – SE QUESTO E’ UN UOMO – che Levi comincia a scrivere subito dopo la deportazione , al ritorno a Torino, ( siamo alla fine del 1945 ) . Ma quei ricordi di prigionia non interessano nessuna delle grandi case editrici , né la stessa amica d’infanzia , Natalia Ginzburg, che lavora per Einaudi, a cui Levi si rivolge. Sarà il piccolo editore Silva a pubblicare “Se questo è un uomo” in 2500 copie , in gran parte invendute. Ma se il libro non venisse stampato , Levi lo narrerebbe , lo urlerebbe per le strade , tale è il suo stato d’animo, l’esigenza di raccontare quanto ha visto e vissuto, rendere partecipi gli altri, attaccar discorsi, costringere i suoi interlocutori ad ascoltare, a prendere atto delle tragiche allucinanti avventure nelle quali è incorso.
    “L’idea di dover sopravvivere per raccontare quanto avevo visto mi aveva ossessionato giorno e notte , per cui posso affermare che il libro è nato nel Lager “, dirà lo scrittore. Ma il successo come tale lo otterrà solo dieci anni dopo, quando , in occasione di una sua conferenza a Palazzo Carignano sulla deportazione e le atrocità dei Lager , l’editore Einaudi decide di pubblicare il libro , che esce contemporaneamente al “Diario di Anna Frank”. Ed è subito un successo straordinario. Il libro viene tradotto in moltissime lingue e ottiene vari riconoscimenti internazionali. Nella sola Germania se ne vendono cinquanta mila copie in tre mesi. “Io non credo – scrive Levi al traduttore della lingua tedesca Heinz Riedt – che la vita dell’uomo abbia uno scopo definito; ma se penso alla mia vita, agli scopi che finora mi sono prefissi,uno solo ne riconosco ben preciso e cosciente, ed è proprio questo, di portare testimonianza, di far udire la mia voce al popolo tedesco , di rispondere al Kapo che si è pulito la mano sulla mia spalla , al dottor Pannwitz, a quelli che impiccarono Ultimo e ai loro eredi…”. Si tratta di personaggi reali che ritroviamo nel suo capolavoro, nato dall’insopprimibile esigenza etica, dall’urgenza e dalla necessità di un obbligo morale, di rendere consapevoli i contemporanei, attraverso la propria testimonianza diretta, di una delle massime atrocità che gli uomini potessero compiere nei riguardi dei loro simili: l’attuazione dei campi di sterminio. Ma il libro nasce anche dalla volontà di cercare di comprendere – “…non posso dire di capire i tedeschi e qualcosa che non si può capire costituisce un vuoto doloroso, una puntura, uno stimolo permanente che chiede di essere soddisfatto – e dalla sua passione del ricordare, che sono doti tipicamente ebraiche. Egli aveva una tale dimensione della memoria, che è anche “trasmissione di una lingua remota dei padri, sacra e solenne, geologica, levigata dai millenni come l’alveo dei ghiacciai”, che lo portava in qualche modo sempre e comunque all’inevitabile missione della testimonianza e della profezia.
    Ricordare, ricordare per sé e per gli altri compagni innocenti massacrati ; insegnare a tutti come si ricorda, come non si dimentica, come non si deve dimenticare e cercare di studiare e di capire l’uomo: come possa egli, l’uomo degradarsi al più basso livello morale della sua storia, facendo dello sterminio gratuito, della tortura scientifica , dell’abbrutimento dei suoi simili la propria prassi e il proprio ideale. Che cosa ha trasformato quegli uomini in belve? Gli aguzzini del Lager “erano della nostra stessa stoffa, esseri medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi…ma erano educati al male” .Dunque , individui non diversi da tanti altri , non diversi , forse, da noi, trasformati in spietati carnefici. Per pigrizia mentale, per miope calcolo, per stupidità , per orgoglio nazionale, perché ” erano educati al male”? Ma chi li ha educati al male, e perchè ? “A molti individui o popoli – scrive Levi – può accadere di ritenere , più o meno consapevolmente , che ogni straniero è nemico. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come un ‘ infezione latente…” Ed è su questa infezione latente – che alberga (purtroppo) in ognuno di noi e può manifestarsi in qualunque momento in atti saltuari e incoordinati verso coloro che vediamo come “ stranieri”, o “ diversi”, che dovremmo ancora oggi riflettere, visto quello che si è ripetuto e continua a ripetersi nel mondo anche ora.

    Dirà nella “Tregua” : La libertà , l’improbabile , impossibile libertà , così lontana da Auschwitz che solo nei sogni osavamo sperarla, era giunta; ma non ci aveva portato alla “Terra Promessa. Era intorno a noi, ma sotto forma di una spietata pianura deserta. Ci aspettavano altre prove, altre fatiche , altre fami, altri geli, altre paure”
    E tutti i suoi libri successivi, fino all’ultimo, “I sommersi e i salvati” , conserveranno quel linguaggio “ chiaro , essenziale , comprensibile a tutti, come le elaborazioni chimiche che hanno una lunga ombra simbolica del ridurre , concentrare, distillare , cristallizzare , “una lunga arringa , – scrive Tzvetan Tudorov , – di chi rifiuta le risposte facili basati su esami frettolosi . Levi non si accontenta di rievocare gli orrori del passato , ma si interroga a lungo e con pazienza sui significati che tali orrori hanno oggi per noi. Sa che le passioni e i comportamenti umani non cambiano mai radicalmente e la storia si ripete; ed è proprio in questo atteggiamento verso il passato che sta la sua lezione più preziosa. Che uomini come Levi abbiano camminato su questa terra , che siano sfuggiti all’insidiosa penetrazione del male che sapevano così bene descrivere , è fonte di incoraggiamento per il lettore di questo libro, comunque sprofondato negli abissi della miseria e nella malinconia . Levi non ce l’ha fatta a sostenere il peso dei ricordi, “ che giacciono in noi e sono incisi sulla pietra” , e che diventeranno man mano talmente ossessivi in lui fino a condurlo all’estrema tragica disperazione del gesto fatale perché sempre, al “superstite” del Lager “ad ora incerta,/quella pena ritorna,/e se non trova chi lo ascolti/ gli brucia in petto il cuore./Rivede i visi dei suoi compagni/lividi nella prima luce,/grigi di polvere di cemento,/indistinti per nebbia,/tinti di morte nei sonni inquieti…. “Indietro, via di qui, gente sommersa,/Andate. Non ho soppiantato nessuno, /non ho usurpato il pane di nessuno,/nessuno è morto in vece mia. Nessuno./Ritornate alla vostra nebbia./Non è colpa mia se vivo e respiro. E mangio e bevo e dormo e vesto panni”.
    Sarà quest’angoscia senza sosta , questo senso di rimorso senza fine che lo porterà al suicidio. “Nessuno sa le ragioni di un suicidio , neppure chi si è suicidato” E’ la tarda mattinata dell’11 aprile 1987 , Primo ha da poco subito un delicato intervento alla prostata , soffre di depressione acuta e non può prendere antidepressivi, è stanco di rivivere la propria atroce sofferenza , anche a distanza di più di trent’anni , decide di farla finita , e dopo aver salutato e ringraziato con un sorriso gentile la portinaia che gli portava la posta , si getta nella tromba delle scale della casa paterna , lasciando un ultimo messaggio a tutti noi : “Non dimenticate”.

    N.B: E’ parte di un mio articolo pubblicato su Lps in occasione del 25° anniversario dalla morte dello scrittore.

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  9. I capelli ricresceranno, non è tutta questa gran tragedia, basta solo che sopravviviamo. Io non mi faccio grandi illusioni. Non appena siamo arrivati, ci hanno tenuto un lungo discorso di cui non mi ricordo che la prima frase, ma basta e avanza: «Ihr seid in Vernichtungslager!» (siete in un campo di sterminio).

    Helga Weiss, Il diario di Helga

    Testimonianze di una bambina ebrea, nata a Praga,corredate da illustrazioni, sopravvissuta all’olocausto

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