Sebastiano Aglieco, Compitu re vivi

Sul libro di Sebastiano Aglieco Compitu re vivi appena uscito per Il ponte del sale proponiamo: una lettura, una selezione di poesie, una selezione delle recensioni reperibili in rete.

Sebastiano Aglieco, Compitu re vivi
di Giorgio Morale

Concepito nel 2006 e arrivato alle stampe otto anni dopo, Compitu re vivi (Il compito dei vivi) di Sebastiano Aglieco è un distillato di poesia e vita. In esso Aglieco, già autore di libri di poesia come Giornata (2003), Dolore della casa (2006), Nella storia (2009), e della raccolta di saggi Radici delle isole (2009), mostra una maturità che non si esaurisce nello sterile esercizio di un mestiere; né poteva essere altrimenti in un’opera che è bilancio e profezia, resa dei conti e promessa.

Compitu re vivi è libro solido e mobile, complesso, ricco di varietà di motivi e di stili, ma compatto e fitto di richiami interni. Esso presenta in alternanza composizioni in lingua italiana e nel dialetto della Sicilia sud orientale: la lingua naturale e la lingua della grammatica. Il siciliano qui adottato, infatti, più che la lingua della tradizione poetica siciliana è la lingua vissuta e poi smessa per tanto tempo, anche se mai dimenticata; è la lingua dell’infanzia e delle origini, ricostruita e riesumata sul filo della memoria dopo la morte della madre per dire la realtà primigenia. Arieggia però nelle sue sonorità, già a partire dal titolo, il latino dell’arcaicità e della liturgia, rendendolo un volgare nobile. E dappertutto, sia nelle composizioni in italiano sia in quelle in siciliano, in questo libro “aleggia un’aura tragica e sacrale”, come dice Maurizio Casagrande nella bellissima Prefazione.

Compitu re vivi è un libro religioso, poiché, come diceva Ungaretti, la poesia, quando è vera poesia, è Sacra Scrittura. È scritto nella massima trasparenza di sé a sé (“L’anima mi guarda”, p. 21), al cospetto di quell’anima che per Jung rappresenta la disponibilità all’accoglienza, la ricerca di unione con le cose e con gli altri, un atteggiamento di cura nei loro confronti. E anche la poesia per dirlo assume un tono alto e intimo al contempo. Nel nome del sacro e con un senso creaturale di apertura e di amore per gli altri e per le cose si apre e si chiude l’opera. Nella poesia posta in incipit leggiamo infatti che il Poeta è intento a scrivere “le preghiere mattutine”, mentre nella poesia di chiusura arriva la confessione: “Nella mia preghiera, tra le / righe, è scritto…”. E se il componimento iniziale indica come imperativo del Poeta assolvere a un compito preciso: “custodisci tutte le cose”, quello finale registra, quasi a bilancio e chiudendo il cerchio, l’opera come “addio alla / terra, la pietà per le cose”.

Custodire le cose con attitudine pietosa richiede una disponibilità estrema, quasi sacrificale: ecco allora “il petto scoperchiato come / un’offerta” e l’invito “aprimi, se vuoi, come / una melagrana, e guardami / tutto è nel petto, qui” (p. 83). È la premessa di un cammino iniziatico con cui il Poeta ripercorre il destino personale a partire da un ritorno alle origini testimoniato nelle prime sezioni del libro, quelle in cui la lingua si fa più secca e brusca, in un dialetto che non ha nulla di una certa tradizione pastorale della poesia in siciliano. Emerge una infanzia non idillica in cui “non c’era pietà per nessuno” (p. 30) e a cui è impossibile aderire totalmente, in una Sicilia che non è certamente quella dell’ufficio turistico (“l’aria che gelava / una bestia feroce respirava / sopra l’angolo a sinistra dell’armadio”, p. 26; “Casa di vento e scuro… / dietro, l’acqua marcia”, p. 27; “si scoperchiò il tetto / un vento feroce se lo portò via… / uscirono le donne urlando”, p. 28; “silenzio di voci impaurite”). Ciononostante è una infanzia cercata con furia quasi programmatica, non tanto perché costituisca un rifugio edenico, anzi il mondo agli occhi del bambino appare “un bordello, un letamaio” (p. 47), ma per svelare il senso di un segreto sepolto: “un’ombra quieta lasciata a / spegnersi dietro un muro / di muffa e sabbia, e ora ti chiama per nome / vuole conoscerti” (p. 31).

È “il segreto che / solo il padre conosce” (p. 114). Se infatti le qualità dell’anima si ricollegano alla figura della madre, dominante nelle sezioni in siciliano, talora trasfigurata nell’icona della Madonna, il padre appare come il termine di un confronto ineludibile e arduo. Caratteristiche della madre sono lo sguardo e la parola, che sono manifestazioni dell’attenzione e della cura, dell’accogliere e del dare senso. In Tondo Doni è la madre che col suo gesto dà “senso al padre” (p. 53). La madre “ha detto perdono a ogni cosa” (p. 72) e ha con il figlio un dialogo ininterrotto fino a “prima di morire” (p. 73). Mi pare significativo che nella sezione dedicata alla Marunnìna re lacrimi (Madonna delle lacrime) avvenga la transizione, preceduta da una alternanza delle due lingue, dal siciliano all’italiano, come se nella figura femminile in cui si assommano gli affetti e la fede l’io poetante trovasse la linea di una continuità che lo traghetti dall’infanzia all’età adulta.

Il padre invece è caratterizzato dal “grande silenzio” (p. 119), a lui l’io poetante dice finalmente, come in un grido a lungo trattenuto, “Tutti, tutti / tranne me guardasti” (p. 46), confermando subito dopo: “Io sto in un angolo / nascosto, e tu neanche mi vedi” (p. 47). Il padre è il portatore di una “legge sconosciuta” poiché “il vero peccato… non si può spiegare” (p. 37). Eppure è colui “che uccidendoci, ci ama” (p. 123); e infatti “non si può parlare senza un padre” (p. 33), solo grazie al padre “il bambino diventerà padre / e il figlio proclamerà / l’uccisione del padre” (p. 72).

L’uccisione simbolica del padre avviene tramite il rifiuto del codice paterno fatto di chiusura e prepotenza in favore dell’adesione a una etica – e una poetica – dell’ascolto, della pazienza e dell’attesa, che permetta di abbracciare quella dimensione creaturale la cui tensione attraversa l’opera: “chiedo la resa / cadere nel mondo, nel rischio dell’offesa / o del perdono” (p. 113). Resa è una parola che ricorre spesso nel libro, ed evoca una dimensione che richiede “pazienza” e semplicità, esposizione al rischio dell’essere, un esistere nuovo che rinunci alla centralità armata dell’io: perché “appartenere è sradicarsi” (p. 119), è prendere le distanze da un senso dell’identità volontaristicamente proteso ad affermarsi e alimentato con violenza. La resa è capace di farci essere “come gli alberi nell’ascolto / delle foglie, nel sentiero perduto / in cui ci perdiamo e nasciamo” (p. 110). In questi versi la poesia di Aglieco trova un lirismo intenso e contenuto che riesce davvero a farci sentire il respiro delle cose.

È una resa che non salva, però, poiché il male è irrimediabile, e così la morte, non rimane che assumersi il compito dei vivi, custodire tutte le cose, come le cose della madre dopo la morte (“contare i vestiti nell’armadio / le medicine / gli aghi”, p. 78). La sezione che porta il nome del libro (Compitu re vivi) è di una asciuttezza scultorea per dire il vuoto lasciato dalla morte e il compito assunto dal figlio pur nella piena del pianto. Uniche consolazioni possibili sono la fine del dolore della madre (“non c’è più vento, sonno / finirono i sospiri, i groppi”, p. 80), la fedeltà del figlio (“questo mi hai dato e questo / ti riconsegno, usato. / mi hai messo in un mondo e / in un tempo”, p. 79), una speranza senza illusioni (“verrà un giorno senza vento / una voce senza bocca / parola sorella e chiara / odorosa”, p. 80).

Subito dopo seguono sezioni in cui prevale la lingua italiana, con l’inserimento di appena qualche verso in dialetto. È la lingua dell’età adulta, anche se ancora viene rimestato il tempo, resuscitato il turbine dei ricordi, ripresi i motivi e le domande. ‘Stati contiene una delle più belle serie di poesie dedicate ai bambini. Dopo che il Poeta ha reso onore alla memoria della madre, egli ci appare nelle sue funzioni di adulto presente e coinvolto. È il maestro di scuola in procinto di abbandonare i bambini a cui ha insegnato per un trasferimento da Monza a Milano e non ignora la colpa dell’abbandono, dolorosa per i bambini ma anche per lui “L’abbandono è una forma del sacrificio” (p. 80). Sa però che la ferita è un’occasione di crescita, anzi un passaggio necessario per la maturazione: “uccidete, per favore / il bambino che già chiede di morire in voi” (p. 94), nonostante tutt’altro sarebbe il desiderio dei bambini: “dicci che non cresceremo” (p. 86). E sa di lasciare un dono prezioso: “un quaderno e una penna stilografica / poche parole custodite come una vittoria” (p. 93), anche se consapevole che “le parole non cambiano il mondo” (p. 93).

Nella sezione Binario 21 prosegue un’interrogazione sul male che assume accenti biblici (“Perché muoiono i bambini? / … Perché muoiono le bestie come bambini?”, p. 111), ma in parallelo abbiamo la riaffermazione di un credo: “Credo a una piccola luce custodita nelle cose / alla litania degli umiliati / contro le porte della Storia./ … Credo alle parole che conservano il loro senso / alla nostra piccola morte quotidiana / prima della grande morte. / … Credo a un quaderno / a un maestro che mostra la gola” (p. 105). L’ultima sezione, ‘Mmernu (Inverno), contiene un ultimo corpo a corpo con la propria storia e il senso del viaggio e del libro: “Tornare è custodire / nel bacio della sera / il nostro bacio mancato” (p. 125).

Se è vero, come dice Paul Valéry, che “un autore scrive sempre lo stesso libro“, Aglieco con questo Compitu re vivi prosegue in profondità e ampiezza il suo scandaglio della separazione e dell’appartenenza, dell'”essere nel tempo” (Dolore della casa, p. 79) e “di ciò che passa e resta” (Nella storia, p. 9), della “ferita dei giorni” (Dolore della casa, p. 79) e della ricerca di un senso e di “una parola che non conosce inganno” (Nella storia, p. 17). Scandaglio effettuato tramite una vicenda personale che riguarda da vicino la nostra umanità, se è vero che una persona può essere “il riassunto di tutti i vivi” (Nella storia, p. 46).

*

A Cciurìddia

Virìva na forma ’ntica
dd’occhi giràti a nu nenti:
vattìnni, làssimi accussì
nun aju nenti.
Nenti era tutta l’aria ca gilàva
na bbestia raggiàta rispiràva
supra u cantùni a mmànca ra muàrra.

A Floridia – Vedeva una forma antica / quegli occhi rivolti a un niente: / vattene, lasciami così / non ho niente. / Niente era tutta l’aria che gelava / una bestia feroce respirava / sopra l’angolo a sinistra dell’armadio.

*

A matri fujùta nno scuru

Si scuppulàu u tettu
nu ventu arraggiàtu u fici vulàri
scuppàu, fici tùmmula nno curtìgghiu
i sciàncu, niscènu fora i fìmmini jttànnu uci
’n cutèddu ci tagghiàu i testi
c’èrunu rasti rutti e sporti
ri latti, a matri ruppi i potti
niscju ’n ciumi
vippi tutti i vucchi r’addèi
e a màchina s’asdurrubbàu
’mmenzu e buffi.

La madre fuggita nel buio – Si scoperchiò il tetto / un vento feroce se lo portò via / cadde sbattendo, nel cortile / vicino, uscirono le donne urlando / un coltello ci tagliò le teste / vasi rotti e borse / di latte, la madre ruppe le porte / un fiume straripò / bevve tutte le bocche dei neonati / e l’auto precipitò / in mezzo ai rospi.

*

A prima lìttira

Forsi, stu scantu
è na jastìma ’nfracirùta ri tantu tempu
n’ùmmira senza raggia, lassàta a
stutàrisi rarrèri a ’m muru
ri muffa e rina, e ora ti nnòmina
ti vuli canùsciri.
Jucàunu ’n terra
– c’era n’aria ri mari – u piccirìddu
sintju na uci ca unciàva a stanza
’n ciàuru ri rosi sicchi
na navi ’mbriaca.
Eff comu focu
comu patri e matri.
Nun c’era chiù tempu prima ri ogni
eff, prima ri ogni zita.

La prima consonante – Forse, questa paura / è una maledizione infracidita da tanto tempo / un’ombra quieta lasciata a / spegnersi dietro un muro / di muffa e sabbia, e ora ti chiama per nome / vuole conoscerti. / Giocavano a terra / – c’era un’aria di mare – il bambino / sentì una voce che gonfiava la stanza / un odore di rose secche / una nave ubriaca. / Eff come fuoco / come padre e madre. / Non c’era più tempo prima di ogni / eff, prima di ogni sposa.

*

Guardo le foglie nel margine
la luce che alimenta e che abbandona.
Ecco: toccàti, sfiorati sulle labbra.
Così è la parola che vi mostra al mondo nella
luce brevissima, nel suono che
non deve niente alle cose.
Questo il canto delle foglie che ascolto
mentre muoio al tempo senza
rimpianto, senza pianto.

*

cuntàri i vistìti nna muàrra
i miricinàli
l’ugghi e ‘n pezzu ri manu
ràpiri l’acqua
vattìari i muri
rùmpiri uci e scantu
ittàri u malu sancu
mittìrisi u vistitu jancu
irinìrisi

contare i vestiti nell’armadio / le medicine / gli aghi e un pezzo di mano / aprire l’acqua  / battezzare i muri / spezzare voce e paura  /buttare il cattivo sangue / vestirsi di bianco  / andarsene

*

Scrivo da questa altezza
Binario 21, vertigine dei miei giorni.
Liberami, signore, da questi lacci
contempla il tempo mio tutto
nella vertigine e nella gola
spalancami negli occhi dei bambini
liberami di me, da me stesso
dalle mie parole.

Io volevo parole per tutte le cose
ma le cose, nutrite, morivano.

* * *

Recensioni in rete

Mauro Germani

Dall’origine del buio e del sangue verso l’attesa della luce e della parola da accogliere e da donare, come un compito segnato dal destino. E’ questa l’offerta sacrificale a cui è chiamato il poeta e a cui Sebastiano Aglieco risponde col suo ultimo libro, facendola propria, dentro e mediante una parola che incarna dolore e domanda, obbedienza e ascolto, nella consapevolezza di una condivisione necessaria, di una spoliazione che non è oblio ma riconoscimento di sé nell’Altro, della propria storia intesa nella sua essenza e nella sua autenticità, cioè come cammino e incontro.

Con questo suo Compitu re vivi, Aglieco ci consegna un’opera che cerca e chiede verità, a partire da un’infanzia spaventata e solitaria, tra ricordo e visione, estraneità ed appartenenza. E l’uso del dialetto ha qui la capacità fortissima – tragica ma anche malinconica, arcaica ma anche viva e palpitante – di raggrumare il tempo e l’esistenza, in un ritorno che è ricerca d’identità e di terra, di parola e di sangue. (continua qui)

*

Maurizio Casagrande

L’ispirazione che muove la poetica di Sebastiano Aglieco, al fondo, è genuinamente religiosa, una religiosità allo stato sorgivo, scevra da ogni commistione confessionale e attenta, semmai, alla sacralità della vita e della storia. Altrettanto potente in lui, però, è l’afflato etico, una sete di giustizia che si traduce nella disposizione all’apertura all’altro e all’amore per il prossimo, soprattutto qualora si tratti degli ultimi o dei bambini, con una forte componente evangelica e profetica. Questo, però, comporta un costo, un prezzo altissimo che il poeta paga sovente in termini di marginalità, solitudine e fraintendimento, un pedaggio imposto soprattutto da parte dei «compagni di strada», i poeti. (continua qui)

*

Antonio Devicienti

Chi conosce il blog che ha lo stesso nome del libro sa quanta attenzione e quanto rispetto per il lavoro poetico degli altri sia presente nell’attività di lettore di Aglieco e riconoscerà nella silloge in questione l’impegno culturale ed etico di chi porta avanti un discorso tutt’altro che pedante o moralistico di serietà e coerenza etica, ne sorprenderà addirittura alcuni versi che hanno scandito il lavoro profuso nel blog, apparendovi ora come motto, ora come indicazione di una linea di condotta. Dico questo proprio perché, credo, oggi c’è particolare bisogno di ritrovare e riaffermare una serietà d’impegno e di pensiero contro le carnevalate, le menzogne, l’arroganza che sembrano imporsi e raccogliere consenso. (continua qui)

*

Corrado Bagnoli

Compitu re vivi, un libro nel quale si assiste a una nascita, o forse meglio, a una rinascita. E anche a un nuovo battesimo: il viaggio che si compie in queste pagine è un viaggio nella memoria, è un riappropriarsi di luoghi, persone, suoni, odori e colori ai quali occorre essere fedeli fin dentro la lingua che li nomina.
La scelta del dialetto, come ha già detto Maurizio Casagrande in un suo intervento, diviene l’unica possibilità di nominare quella realtà che altrimenti verrebbe tradita nella sua sostanza, verrebbe tradita nel suo destino di compimento proprio dentro la parola.
Lo sguardo del poeta diviene custodia e accoglienza di ciascun istante, di ogni punto di quella narrazione muta che era il mondo delle origini e che adesso trova la sua voce. (continua qui)

* * *

Sebastiano Aglieco poeta e critico, è nato a Sortino (SR), il 29 gennaio 1961. Vive a Monza e insegna a Milano. Ha pubblicato diversi libri di poesia. I più recenti: Giornata, La Vita Felice 2003, presentazione di Milo De Angelis, premio Montale Europa 2004; Dolore della casa, Il Ponte del Sale 2006; Nella storia, Aìsara 2009, Compitu re vivi, Il ponte del sale 2013. Inoltre Radici delle isole, La Vita Felice 2009, che raccoglie il lavoro critico svolto in rete e in diverse riviste. Il suo blog è Compitu re vivi.

7 pensieri su “Sebastiano Aglieco, Compitu re vivi

  1. Grazie a voi, Fernanda e Lucetta. In effetti, Fernanda, quest’opera di Sebastiano Aglieco è una costruzione architettonicamente vasta, oltre i saloni principali ci sono vani e corridoi per visitare i quali occorrerebbe davvero avere molti sguardi. E’ una di quelle opere da rileggere e abitare.

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  2. C’e molta differenza fra sentimento ed emozione. La poesia di Aglieco è sentimento carsico, non addomesticabile, al riparo da tutte le lascivie emotive. E’ la terra stessa che, ferita, parla e sanguina, proponendo, forse, il silenzio stesso come “compito dei vivi”.

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  3. Pingback: Giorgio Morale su COMPITU RE VIVI | Compitu re vivi

  4. un paesaggio sacropagano , di violenza e di pace , urlato dal vento , ventoso e forte ,
    mi arriva attraverso le parole e lo sguardo dei critici , ma la forza dei
    versi citati mi raggiunge e tuona nelle mie orecchie .Resto in attesa di sfogliare le pagine del libro di Sebastiano .

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