Ci manchi, Claudio

da qui

Questo è il prologo

di Federico Garcia Lorca

Vorrei lasciare in questo libro
tutto il mio cuore.
Questo libro che ha visto
con me i paesaggi
e vissuto ore sante.

Che pena quei libri
che ci riempiono le mani
di rose e di stelle
e lentamente passano!

Che tristezza profonda
lasciare i pannelli
di pene e dolori
che un cuore porta!

Veder passare gli spettri
di vite, che si cancellano,
vedere l’uomo nudo
in Pegasi senz’ali,

veder la vita e la morte,
la sintesi del mondo
che in spazi profondi
si guardano e ci abbracciano.

Un libro di poesie
è un autunno morto:
i versi son le foglie
nere sulla bianca terra,

e la voce che li legge
è il soffio del vento
che li affonda nei cuori
– intime distanze -.

Il poeta è un albero
con frutti di tristezza
e con foglie secche
per pianger ciò che ama.

Il poeta è il medium
della Natura
che spiega la sua grandezza
con delle parole.

Il poeta capisce
tutto l’incomprensibile,
e chiama amiche
cose che si odiano.
Sa che i sentieri
sono tutti impossibili
e per questo la notte
li percorre con calma.

Nei libri di versi,
fra rose di sangue,
passano le tristi
e eterne carovane

che lasciano il poeta,
quando piange la sera,
circondato e stretto
dai suoi fantasmi.

Poesia è amarezza
celeste miele che sgorga
da un invisibile favo
che fabbricano i cuori.

Poesia è l’impossibile
fatto possibile. Arpa
che invece di corde
ha cuori e fiamme.

Poesia è la vita
che attraversiamo in ansia
aspettando colui che porta
la nostra barca senza rotta.

Dolci libri di versi
sono gli astri che passano
nel muto silenzio
verso il regno del Nulla,
scrivendo nel cielo
strofe d’argento.

Oh! che pene profonde
e mai riparate,
le voci dolenti
che cantano i poeti!

Vorrei in questo libro
lasciar tutto il mio cuore.

7 agosto 1918 – Traduzione di Carlo Bo

5 pensieri su “Ci manchi, Claudio

  1. Si ci manchera’ ma resta il conforto di sapere che grazie al suo amore per la musica, da qualche parte nel mondo qualcuno, in una sala da concerto, sta vivendo un’esperienza unica ed irripetibile.

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  2. Dice un regista che lavorò con Abbado nel “Don Giovanni” di Mozart : Claudio desiderava che venisse fuori qualcosa di leggero, di fresco, voleva che emergesse la gioia della musica e della vita, e anche ai musicisti chiedeva un suono leggero. E sceglieva cantanti giovani che dovevano trasmettere un senso di vitalità. Ogni cosa che lui domandava aveva un significato, voleva che tutto fosse chiaro ed estremamente leggibile. Claudio seguiva tutti i dettagli. Da un lato c’era la sua ispirazione trascinante, ma dall’altro curava ogni piccola sfumatura in un modo al quale non siamo più abituati. Ma in questo estremo rigore emergeva un rapporto felice con la creazione. La grande gioia nel lavorare con lui era questo senso di divertimento che lo animava…Quando si arrivava a costruire una scena in questo senso i suoi occhi iniziavano a brillare in modo non soltanto contagioso, ma davvero ispirato…Tutto quello che faceva Claudio era improntato allo sviluppo di un’idea di civiltà…E Quirino Principe, il critico musicale più famoso, dice che era un combattente in nome della musica come Mahler, che era il suo autore preferito ( non a caso nel 1990 fondò il “Gustav Mahler Jugendochester, che poi divenne Mahler Chamber Orchestra “) ; anche lui come Mahler coltivò in sé un odio implacabile contro due mali: la sciatteria e la corruzione. Se la corruzione può essere immaginabile ( anche se non tollerabile) nelle realtà del potere e del denaro, non potrà mai esserlo nel mondo dell’arte perché gli artisti sono superiori per natura a tutti i potenti della terra. Abbado, come Mahler, si è consumato per far vivere in pubblico la musica , tutta la musica, ma in particolare quella del compositore boemo, che era la musica della morte e del silenzio.
    Poiché anche Fabrizio ama moltissimo Mahler, e di conseguenza Abbado, gli ha voluto dedicare questa poesia di Lorca, che pur essendo stata scritta dal poeta spagnolo quando aveva appena vent’anni, è già un suo testamento: “poesia è la vita/ che attraversiamo in ansia/aspettando colui che porta/la nostra barca senza rotta”
    .

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