Gesù era un narratore (e anche un marinaio)

vangelo libro
di Alessandro Zaccuri

Da quando lo conosco, Fabrizio Centofanti è sempre in vantaggio di un libro. Uno è convinto di aver appena ricevuto il suo ultimo titolo e subito ne spunta un altro, fresco di stampa. È un’officina inesausta, un laboratorio che non chiude mai per ferie. I preti, in effetti, in ferie non ci vanno, specie quelli come don Fabrizio, che il carisma delle periferie lo hanno coltivato con convinzione anche prima che il concetto godesse della pur meritata popolarità. Per molto tempo non sono riuscito a comprendere tanto attivismo. Deformazione professionale, la mia: a forza di avere a che fare con i grafomani più o meno noti, si prende l’abitudine a sospettare, almeno un po’. Ho capito di essere sulla cattiva strada quando Fabrizio ha pubblicato È la scrittura, bellezza!, dove il sottobosco degli aspiranti autori è osservato con la necessaria – e divertita – severità. Ma se non è l’ambizione (sì, ci sono anche preti ambiziosi), se non è la volontà che sostituisce l’ispirazione, che cosa guida tutta questa abbondanza di scrittura?
A indicarmi una risposta aveva già provveduto la qualità cristallina dei libri che don Fabrizio pubblica a distanza sempre più ravvicinata. Alcuni nascono direttamente dall’esperienza del web, nella quale questo prete-scrittore ha operato e opera con estrema intensità. I post che appaiono sui vari blog – e in particolare su “La poesia e lo spirito”, il suo vero work in progress – sono capitoli di un unico libro, una porzione del quale viene ogni tanto messa su carta. Altri testi nascono in modo più lento e sotterraneo, più tradizionale. È il caso del romanzo Yehoshua, per esempio, che riprende e in qualche misura corregge l’apologo dostoevskiano del “Grande Inquisitore”. Probabilmente è a questo libro che bisogna guardare per cogliere l’importanza che Il Vangelo come non l’avete mai letto riveste nel percorso di don Fabrizio. Dal combinato disposto tra i due (un’indiziaria Vita Christi coniugata al presente e un commento neotestamentario risolto in una quasi impercettibile chiave narrativa) emerge con chiarezza la ragione per cui un sacerdote semplicemente non può smettere di confidare nella parola.
Prima ancora di costituirsi in annuncio, infatti, il cristianesimo è un racconto. Anzi, si costituisce in annuncio proprio perché è un racconto. «Jesus was a sailor / when he walked upon the water», cantava Leonard Cohen in Suzanne: di sicuro Nostro Signore era un narratore e le parabole sono lì a confermarlo. Nessun cristiano può sentirsi esentato dall’imitarlo, tanto meno un sacerdote. Meno di tutti un sacerdote che, come don Fabrizio, ha talmente amato la letteratura da pensare, a un certo punto, di sacrificarla alla vocazione presbiterale.
Questa è, in effetti, la prima delle storie raccontate nei tanti libri che portano la sua firma. Un convegno a Stresa, tanti anni fa, nei luoghi di Clemente Rebora, un poeta che ha incarnato su di sé il mistero per cui la parola, vinta, viene poi restituita per grazia. «Santità soltanto compie il canto» è il verso che suggella questa circolarità di dare e avere, di salvezza e di smarrimento. Il giovane Centofanti si è attenuto a questa massima e gli è successo quello che doveva accadere. Quello che prima di lui avevano sperimentato, tra gli altri, Rebora stesso e un altro straordinario autore spirituale, l’americano Thomas Merton. Anche “padre Louis” si era persuaso che fosse venuto il momento di abbandonare la scrittura e proprio da quella spoliazione era nato il best seller La montagna dalle sette balze.
Don Fabrizio non ha mire di questo tipo (neppure Merton ne aveva, del resto), ma il Vangelo così come lo ripercorre lui davvero non l’avevamo mai letto. Non è questione di erudizione, né di ostentata originalità. Nuovo è lo sguardo, che sfiora con leggerezza la successione cronologica degli eventi e, specie a ridosso della Passione, procede per anticipazioni e sintesi, per lampi rivelatori e affioramenti di memoria. Una trama sottilmente narrativa, dicevo, sempre fedele alla misura breve che per Centofanti è la vera misura dello scrivere.
Ricordate il famoso brocardo che invita a leggere tutti i libri per poi dimenticarli? Bene, qui è seguito in un modo molto personale. L’unico, in fondo, che si possa applicare al Nuovo Testamento. Dopo che si è spolpata la bibliografia critica, dopo che si è passati indenni attraverso la selva dei generi letterari e delle traslitterazioni affidabili, il Vangelo è ancora lì, intatto. Il solo libro che non si riesce a dimenticare quando ormai degli altri si sono perse le tracce. Eppure, nel medesimo tempo, è un libro – il Libro – ancora da leggere. Come se fosse la prima volta.
Che lettore di Vangelo sia don Fabrizio è subito chiaro. Per lui Gesù il liberatore, colui che scioglie l’uomo non tanto dall’obbedienza alla legge (alla quale va semmai un rispetto ancora più radicale e assoluto), quanto piuttosto dai vincoli di ogni sovrastruttura superflua, di ogni convenienza e connivenza mondana. Un Gesù povero tra i poveri, la cui incarnazione si compie ancora, ogni giorno, nelle ferite e nelle lacrime di ogni sofferente.
A questo il Cristo don Fabrizio dà del tu, perché non al più umano fra gli uomini non ci si può rivolgere altrimenti. Non è uno slancio di astratta imitazione, ma una necessità di immedesimazione, uno slancio concreto e passionale, come quello per cui chi ama è quasi costretto a correre incontro all’amato. Si impara molto, leggendo questo libro. Più che altro, però, si ritrova una prospettiva che sembrerebbe altrimenti perduta: quella per cui ogni racconto è il racconto di un ritorno, è cioè di una perdita e di una salvezza. A riassumere le storie di tutti, in quella che diventa la storia di ognuno, è la vicenda irripetibile di Gesù di Nazareth. Crediamo di conoscerla, come se fosse una favola. Invece si sorprende sempre, come se fosse il resoconto di una vita che ancora dobbiamo incontrare.

Milano, Santo Natale 2013

Un pensiero su “Gesù era un narratore (e anche un marinaio)

  1. Caro Alessandro,
    perfetta la tua recensione. Il libro non l’ho letto, ma conosco Fabrizio, per cui son più che certo
    che l’ha apprezzata al massimo grado.
    “Nuovo è lo sguardo…”, ed è vero. Direi unico. E’ uno sguardo lucido che indaga e abbraccia, che naviga /sul fiume delle nostre (e sue) lacrime/ con tenera e – talora – disperata ironia/ , lo sguardo che cerca quello dell’altro/nella tempesta di tutti i giorni…M’è cresciuto nel petto il dolore dell’altro/s’infila in me come un uncino/ una spina nella carne/un piangere umano del Figlio dell’Uomo/che non ha dove posare il capo.
    Un caro saluto.
    Augusto

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