F.C.A. Advertisement

di
Roberto Plevano


Uno ci mette qualche tempo a rendersi conto, a realizzare, come dicono, cioè a ricondurre ciò che vede e ascolta al dominio delle res, delle cose concrete che perentoriamente sono, e ci si sbatte contro e lasciano un bel po’ po’ di bozzo sulla crapa dello scettico.

Uno ci mette appunto qualche tempo a mettere a fuoco la vista sul signore anziano, capelli tinti, baffettuzzi lisciati, ritocchino agli occhi, deve essere un senior manager del commerciale di una qualche azienda di vernici o saponette, signore anziano che da dietro il tavolo di biliardo si china verso il prospettivo cliente e con parole alcolicamente strascicate sollecita la chiusura del deal: WE will build your car… e ci si aspetta che tiri fuori penna e contratto, firmi, firmi… e allora si capisce, almeno, che la lingua appena ascoltata è un frammento del vernacolo International Global Business English, che con la lingua di Shakespeare e della King James’ Bible, di Dickens, Melville e Joyce (o magari anche Stephen King), ha un rapporto simile a quello che il manuale di istruzioni per l’uso di una caldaia ha con la lingua di Dante, Leopardi, Gadda…

Eh, la lingua, la letteratura come canone della lingua, e i libri, e le opere e i riconoscimenti… che appunto al conferimento del premio Nobel di letteratura, – e si pensi alla rappresentanza della lingua inglese nella lista dei Nobel, Eliot, Faulkner, Hemingway, Steinbeck, Bellow, Walkott, anche l’ultimo alla canadese Munro, e di altri ci si dimentica – circola già da qualche tempo il nome di Bob Dylan, per il fatto che in quantità (e forse anche in qualità) ha dato voce e musica (che sono la stessa cosa, a certi livelli) al sentire di due o tre generazioni, a quelli per cui il diventare adulti tra anni ’60 e ’70 era un dovere e un impegno di libertà, a quelli che si accorgevano che qualcosa, anzi molto, non tornava tra gli anni ‘70 e ’80, e quelli che tra ’80 e ’90 hanno concluso che si stava meglio prima, a quelli insomma che non hanno mai rinunciato del tutto a testa e giudizio, a quelli che hanno fatto errori interessanti, e che hanno continuato a guardarsi allo specchio senza troppo disgusto.

E c’è da ragionare anche sul fatto che su Bob Dylan siano stati scritti più libri che a proposito di Eliot, Faulkner, Hemingway, Steinbeck, Bellow, Walkott, e anche della canadese Munro, e che probabilmente a questa attenzione critica hanno corrisposto – e corrispondono – adesioni personali alla sensibilità, al gusto, alla visione delle cose, alla poetica di Dylan. In rozza sintesi, Dylan è stato, ed è, amato (e vivisezionato) come poche altre star dell’universo culturale e mediatico, per ragioni che intrecciano percorsi esistenziali di singoli e politici di comunità.

Dylan è stato insomma preso molto sul serio, visceralmente sul serio, forse un po’ troppo magari, a proposito di tutto ciò che di lui e da lui è arrivato al pubblico, siano pezzi assolutamente ispirati o cazzeggi con gli amici. È stato preso molto sul serio perché nel suo caso ha ancora senso parlare di integrità artistica, intendendo con questa enigmatica espressione magari il rimanere tutto sommato fedeli a un proprio daimon, che nel suo caso è un daimon americano, che ha raccolto il meglio e il peggio delle ispirazioni europee.

Dylan ha fatto letteratura profetica, ed epica, di dimenticati musicisti neri di strada finiti a suonare per 25 centesimi in un angolo di Atlanta. Davanti alla loro pietra tombale, in una qualche piantagione, si è raccolto il meglio della sofisticata intelligenza della città americana.
Well, God is in His heaven
And we all want what’s His
But power and greed and corruptible seed
Seem to be all that there is
I’m gazing out the window
Of the St. James Hotel
And I know no one can sing the blues
Like Blind Willie McTell

Ecco, appunto perché sono rimasti in mente questi versi (e tanti altri), potere, avidità, i semi della corruzione, che pare siano tutto quello che è rimasto, mentre Dio si chiude nel suo cielo e gli uomini reclamano quello che è suo, uno ci mette del tempo a riconoscere il senior manager che mi (ci) costruirà la macchina.

E per vendere la macchina che sarà costruita per me (per noi), il senior manager illustra tutto un campionario di cartoline prese da un drugstore di provincia e luoghi comuni sul patriottismo, sull’orgoglio americano, sulla bellezza degli spazi d’America, cavalli al galoppo, le onde del mare, grosse moto bicilindriche, stars and stripes… ah, non mancano la Monroe in posa sorridente e James Dean colla smorfietta.

Is there anything more American than America?

La macchina in questione, the best and the finest (è dovere patriottico di ogni buon cittadino non nutrire dubbi), sembra essere dunque la quintessenza di tutto ciò che il mondo associa con l’Idea Americana Contemporanea. E tuttavia, nell’epoca della finanza e dell’industria globale, la società (per azioni) che la costruisce ha sede legale in Olanda e sede fiscale nel Regno Unito. La lungimiranza e la coscienza storica dell’executive management della società (per azioni) hanno operato l’unica scelta rispettosa delle radici storiche del capitalismo mercantile e industriale: è ovvio che la cultura dominante qui sia l’etica protestante e lo spirito del capitalismo (forse anche la carne del capitalismo, già che ci siamo). Ma alcuni, malelingue e invidiosi ignorantissimi senza dubbio, sostengono che i profitti, se profitti verranno, saranno investiti per lo più negli U.S.A., mentre le perdite (di valuta e di esistenze umane) continueranno a essere localizzate, finché questa società (per azioni) avrà qui una presenza, in Italia.

Ecco, che c’entra l’Italia con l’annuncio pubblicitario della Chrysler all’ultimo Super Bowl? (In America nessuno davvero si aspetta che il marchio, che è un valore e come tale dovrebbe essere preservato, sia sostituito da un acronimo anodino sulla carrozzeria). Beh, lo sappiamo come c’entra, in qualche modo, anche se nel patriottico annuncio tutto il resto del mondo è rappresentato dalla birra della Germania, gli orologi della Svizzera e l’assemblaggio dei telefonini in Asia: per gli autori dell’annuncio, l’agenzia pubblicitaria GlobalHue, non c’è stereotipo troppo trito (semplice, basta chiamarli multicultural legacy). Dell’Italia nessuna traccia: non pizza, non mandolini, né mafia. Che tristezza.

Ma l’Italia c’entra, tanto che una corretta e veridica visione dell’annuncio dovrebbe presentare un altro senior executive manager, più giovane (in senso anagrafico) e dall’aria poco disinvolta e piuttosto torva e minacciosa, che borbottando direbbe WE have destroyed your national car industry.

Come cantava il vecchio Bob Dylan?
Power and greed and corruptible seed.

Ma sappiamo com’è, non ci si aspetta che i senior manager negli annunci pubblicitari dicano proprio la verità, nemmeno con qualche birra (tedesca) di troppo in corpo. E però tutto quello che dicono al di fuori degli annunci pubblicitari passa per ovvia e ineluttabile e ineludibile verità e necessità e razionalità economica.

E così come ovvia e ineludibile e necessaria razionalità economica passa l’idea che i profitti (li sapessero davvero fare… profitto viene da proficere, che vuol dire farsi avanti, progredire, crescere, pro-facere, mica mettersi soldi in tasca senza andare troppo per il sottile, mica accumulare e portare via furtivamente, e metamorfizzarli, i soldi, in indeterminabile finanza apolide. Il Latino deve essere passato di moda) l’idea che i profitti, dicevo, cozzano con la legalità, le tutele e il controllo che ha formato il sistema dei diritti nelle società occidentali, tra cui il diritto di associazione sindacale dei lavoratori (the heart and soul of every man and woman working on the line), che il senior executive manager un poco impacciato ha trovato incompatibile con la presenza in Italia della società (per azioni) che è all’origine dell’altra società (per azioni) che costruisce la macchina che l’annuncio mi (ci) vuole vendere. No, l’identità nazionale della società (per azioni) è un anacronistico residuo. Meglio le cartoline kitsch (in America si dice tacky, di cattivo gusto, ed è il contrario di cool, figo).

Azz… ‘sto senior manager della pubblicità assomiglia proprio a Bob Dylan. He used to care but things are changed.

Un filosofo idealista si divertirebbe a notare una certa ironia nella storia, la canzone di protesta aveva appunto caro il tema dei diritti, e lo diceva, forte e chiaro.

Su una cosa almeno pochi avranno da obiettare.
È vero, You can’t fake true cool.
And something about FCA ain’t too cool
.

3 pensieri su “F.C.A. Advertisement

  1. Caro Roberto,
    su questo marchio troppe marchette.
    Grazie da un torinese quasi vecchio ma pissed off come e più di allora
    e un abbraccio,
    Roberto

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  2. Caro Roberto, come forest, è difficile per me comprendere fino in fondo la frustrazione dei torinesi per l’abdicazione dell’azienda, chiamiamola così, dal suo essere stesso, nel bene e nel male. Da alcuni decenni (da quando Ghidella se ne andò) l’azienda si occupa di prodotti finanziari, e il resto ne è seguito necessariamente. Molte altre aziende hanno scimmiottato, e il risultato è stata la distruzione di quel poco di industriale avevamo costruito dal dopoguerra, per ignoranza, per insipienza.
    Quello che spaventa è l’assenza di una, qualsiasi, idea di futuro.

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  3. Caro Roberto,
    sempre sull’onda delle citazioni e delle parafrasi mi viene in mente il titolo di un vecchio film di Woody Allen, “Take the Money and Run”. Altro che frustrazioni e abdicazioni!
    Ciao,
    Roberto

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