CIPANGO CIPANGO! Un’intervista a Riccardo Ferrazzi a cura di Marino Magliani

Riccardo Ferrazzi, Cipango Riccardo Ferrazzi, Cipango! Editore Leone, 2013, pp.407, € 14,00

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di Marino Magliani

Magliani: Ne Il Milione, Cipango, o Zipangu, dovrebbe essere il Giappone. Marco Polo, pur non essendoci mai stato, sostiene che sia un’isola di dimensioni grandi e letteralmente piena d’oro. Cipango diventa il sogno di tanti avventurieri, viaggiatori come Cristoforo Colombo. Come nasce il sogno di Cipango per uno scrittore del Novecento?

Ferrazzi: Per essere precisi, Marco Polo parla di un’isola a 1500 miglia di distanza, cioè a quasi 30 gradi di longitudine. Non può trattarsi del Giappone, che è molto più vicino al Celeste Impero (e dove di oro non ce n’è). Secondo me, Cipango era la California (dove l’oro c’era, eccome). Marco Polo ebbe notizia di Cipango intorno al 1280, dunque la navigazione oceanica doveva essere stata praticata dai cinesi nel Tredicesimo secolo e forse anche prima.

Io credo di essere attratto dal mito in quanto tale. In fondo, tutti gli intrecci, dai più semplici ai più complicati, girano intorno all’unica molla dell’agire umano: la ricerca della felicità. Cipango è un modo magari ingenuo, ma efficace, di raffigurarsela. Fin dalla più remota antichità si è commerciato con l’Oriente, lungo rotte che ciascun mercante teneva accuratamente nascoste nella speranza di conservarne il monopolio. I racconti delle terre in cui si compravano a basso prezzo merci preziose si fusero con l’idea del paradiso terrestre (che tradizionalmente sta a est) e l’idea dell’isola dove c’è l’oro si può già trovare nel mito degli Argonauti.

Magliani: Quando si parla di Cristoforo Colombo lo si fa partendo dalla grande impresa, ma su ciò che è successo prima, ad esempio sulle sue origini, si parla poco. Una delle non rare qualità di questo libro è proprio quella di raccontarci l’officina di Colombo da ragazzo e poi giovane testardo e anche fortunato. Sei d’accordo?

Ferrazzi: Senz’altro. In particolare, si tace alla grande sul fatto che Colombo fu un corsaro. Non fu pirata, cioè rapinatore e delinquente, ma corsaro sì, e cioè mercenario, al soldo di Genova, poi degli Angiò e infine dei Portoghesi.

Magliani: Ma è vero che ha combattuto contro Genova?

Ferrazzi : Ci sono le sue lettere nelle quali parla dello scontro di Cabo San Vicente. Dice che era agli ordini di un ammiraglio suo lontano parente. Si tratta di una delle tante bufale colombiane: è stato accertato che quell’ammiraglio era un corsaro di origine francese che si chiamava Casenove ed era soprannominato Coullon. Tutta la parentela sta qui. Ma il fatto è che Coullon combatteva per il Portogallo e le sue navi assaltarono un convoglio di navi genovesi. Da che parte stava Colombo? Mi sembra evidente. Dopo aver fatto naufragio nuota fino a riva. Viene fatto prigioniero? Macché. Scappa e torna a Genova? Neanche per sogno. Se ne va a Lisbona (nella capitale del “nemico”) dove trova (per caso?) suo fratello, resta lì e nel giro di un anno sposa una portoghese di elevata condizione e introdotta a corte! Certo, puoi dire che non ho le prove, ma io non ho dubbi: Colombo combatté contro Genova, e questo spiega, tra l’altro, perché non ci tornò più.

Magliani: Poi c’è il ruolo della Chiesa. Ma è vero che la Spagna l’hanno “inventata” i papi? È vero che a Roma sapevano già dell’esistenza dell’America?

Ferrazzi : Mi limito a interpretare i fatti noti. Risulta dagli atti di un processo che Vicente Pinzon, prima di prendere accordi con Colombo, venne a sapere da un cartografo papale che a ovest c’erano “terre ancora da scoprire”. Mi sembra più che legittimo immaginare che Roma abbia stretto un accordo di ferro con i re di Aragona: a voi un impero mondiale, a noi il monopolio della religione. Basta guardare a cosa successe in seguito. Per due secoli la Spagna e la Chiesa furono alleati di ferro. La Spagna comandava anche in Italia, ma la Chiesa comandava a Madrid.

 

 

Un pensiero su “CIPANGO CIPANGO! Un’intervista a Riccardo Ferrazzi a cura di Marino Magliani

  1. Caro Riccardo,
    colgo l’occasione:-)
    Ho letto il tuo libro e mi è piaciuto molto. La storia ci parla di un eroe di quelli che non erano tali ma poi hanno fatto la grande scoperta e sono passati alla storia. Si diventa un nome nella storia spesso così come si può rimanere attaccati al paradiso per una cipollina, ricordando Dostoevskij. Se mi potevo aspettare un romanzo storico devo confessare che potrei essere delusa e invece sono affascinata da come hai attraversato la storia dell’uomo, la sua storia di crescita o miseria, navigando fra i pochi dati noti e la creatività letteraria di chi si cala nel tempo e nei panni di un altro improbabile io.
    Ho apprezzato molto la presenza discreta dell’autore fra le righe quando come per riportare alla realtà si fa il modesto paragone con il tempo presente. Storia di un uomo che vuole riscatto da una vita misera e storia di altri pochi che tirano le fila del potere giocando ai dadi il destino delle persone. Storie di segreti probabili o improbabili che accendono la curiosità anche di giungere a chissà quale “scomoda” scoperta di cui vantarsi al bar con gli amici. Bello, bello davvero ma dopo Gli occhi di Caino era la mi aspettativa. Mi piace il tuo modo di scendere nell’animo umano, cercare l’uomo da dentro per ciò che è prima che ciò che pensa.
    Vorrei citare ciò che è scritto di te in quarta di copertina ma pur ricordando il senso ora mi sfugge ma ho scritto il concetto fra le righe.
    Grazie e grazie anche a Marino per questa bella intervista.

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