ROBERTO VIGEVANI, INTERVISTA TRA LETTERATURA E VITA

di Giovanni Agnoloni

Roberto VigevaniRoberto Vigevani, scrittore e pittore fiorentino nato nel 1939, è un autore di grande interesse, che la critica italiana – che pure, negli Anni Settanta, l’aveva scoperto grazie alla pubblicazione del suo primo libro, la raccolta di racconti Dalla pancia di un orso bianco (Adelphi, 1970 e poi, in riedizione accresciuta, 1992) – ha progressivamente dimenticato, lasciando in secondo piano quella che era ed è una voce di assoluto spessore nel panorama letterario italiano.

Inizialmente scoperto da Giorgio Manganelli, che lo segnalò alla casa editrice Adelphi con una sua lettera che sottolineava l’alto pregio della sua scrittura, Vigevani, nella sua prima opera, offre un campionario di situazioni, personaggi e stili grotteschi e paradossali, percorso e motivato da un’esigenza intima di ricerca nelle e tra le contraddizioni dell’esistere. Si sente gravare leggera – mi sia consentito l’ossimoro – sul suo stile la grande tradizione mitteleuropea e russa, che – come Raoul Bruni ha ben sottolineato in una recensione dell’unico saggio dedicato allo scrittore fiorentino (Paradossi e ironia nella narrativa di Roberto Vigevani, di Ivano Pierantozzi, edito da Nicomp nel 2010) – Vigevani ha assorbito attraverso la lettura approfondita di autori come Franz Kafka, Robert Walser, Fedor Dostoevskij e Nikolaj Gogol, solo per citarne alcuni.

Roberto Vigevani 2Ma il suo percorso è proseguito, negli anni, con Diario, sogni e allucinazioni di Mansholt Levy, del 1979, sempre edito da Adelphi, opera dall’impianto diaristico che si addentra nella realtà americana, osservata dal punto di vista di un intellettuale ebreo, qual è il protagonista del libro. Peraltro, Vigevani stesso, la cui famiglia ha origini ebraiche, si è misurato anche con lo studio della lingua ebraica (come evidenziato dal suo recente volumetto Lo studio dell’ebraico e l’arte della manutenzione della vecchiaia, Nicomp, 2012) e più in generale, attraverso tutta la sua produzione, ha dimostrato di saper cogliere certe inimitabili nuances della visione del mondo e della saggezza di quella cultura.

Roberto Vigevani 5Del resto, a essa apparteneva anche un altro autore a cui – come vedremo nell’intervista che segue – l’opera di Vigevani può essere accostata, il polacco Bruno Schulz, che come lui dava grande importanza non solo al tema del paradosso, ma anche a quello della città e dei suoi meandri a volte ossessivi. Ed è proprio questo è il tema di Case minime (Adelphi, 1982), il cui protagonista vive in una casa piccola e soffocante, mentre intorno dilaga un’invasiva pestilenza.

Poi abbiamo Il principio della piramide, opera del 1989 (uscita sempre con Adelphi, sotto lo pseudonimo di Ruve Masada) che affronta il tema del recupero delle proprie radici da parte di un giovane ebreo che cerca di uscire dalla sfera familiare, ma si ritrova a dover fare i conti con gli autentici macigni della società. E, infine, nel 1998 esce Orion e altri racconti, edito da Bollati Boringhieri, opera letteraria, certo, ma in cui emerge e prende campo pure l’altra vocazione artistica dell’autore, la pittura, con particolare riferimento al suo acquerello L’assassinio di Rabin.

Infine, merita una menzione di tutto rilievo la notevole attività di traduttore dall’inglese, dal francese e dal russo, in ambito  saggistico, portata avanti negli anni dall’autore, come possiamo leggere anche nell’intervista che mi ha gentilmente concesso.

Intervista a Roberto Vigevani:

1) La sua scrittura può opportunamente inserirsi nella grande tradizione europea, nel solco di autori del calibro, tra gli altri, dei polacchi Bruno Schulz e Witold Gombrowicz. In che misura si sente “figlio” di questi e altri simili modelli?

Roberto VIgevani in una foto scattata a Tel Aviv nel 2013 da sua moglie Stefania.

Roberto Vigevani in una foto scattata a Tel Aviv nel 2013 da sua moglie Stefania.

Ringrazio per questo troppo generoso accostamento a due grandi scrittori tra i più amati, dei quali non potrei essere “figlio”, forse soltanto “pronipote adottivo”. Il fatto è che li ho letti successivamente alla pubblicazione del mio primo libro.
Gli amici Luciano Foà e Federico Codignola mi hanno talvolta attribuito una parentela con Robert Walser, altro grande a me particolarmente caro, che, come i primi due, ho letto dopo la pubblicazione dell’Orso.
Se vi è qualcosa che colloca i miei scritti in un ambito europeo, un po’ marginale rispetto alla letteratura italiana, è dovuto al modo nel quale sono stato iniziato alla lettura da un ramo della famiglia materna, che leggeva autori classici e moderni, inglesi, francesi e tedeschi, ancor più che italiani, e che, ancora adolescente, mi convinse a seguire quella direzione. Fu così che imparai l’inglese ascoltando alla radio le lezioni della BBC con le letture della Woolf, e che in seguito lessi autori di altre lingue.
Oltre a ciò, aggiungo che il mondo che mi si presentò nell’infanzia, con la presenza dei soldati tedeschi, dei profughi dal centro-Europa (alcuni dei quali entrati a far parte della mia famiglia) e di altri eserciti, mi apparve allora, nella sua tragicità, come un unico territorio senza confini definiti.
Sulla parola “confini” ho scritto anche un racconto nell’Orso, dove questa assume un altro significato.

2) I suoi scritti (mi riferisco in particolare ai racconti di Dalla pancia di un orso bianco), sospesi tra la narrativa e il saggio intellettuale, sono caratterizzati da un sottile, e spesso amaro, senso dell’ironia. È un suo modo di guardare alla vita, una difesa dai mali del mondo o una chiave di lettura della realtà, usando i registri del paradosso?

La mia scrittura, in particolare quella dell’Orso, nasce dalla necessità di raccontare l’esperienza delle persecuzioni nazifasciste e delle loro conseguenze su un sopravvissuto, che era a quel tempo un bambino. Non potevo e non volevo inserirmi nel filone della memorialistica, delle narrazioni di coloro che avevano conosciuto da adulti quelle vicende, che avevano combattuto o che erano sopravvissuti al lager.
Ho sentito la necessità di raccontare le mie esperienze di bambino sfuggito alla cattura delle SS con la consapevolezza ancora giovanile di altre persecuzioni, di altre violenze, affermando in qualche modo che la società non aveva fatto i conti con il passato. Di qui la necessità di toni paradossali e talvolta ironici, per descrivere quegli eventi assurdi e le loro contraddizioni.

Roberto Vigevani 63) Lei non è uno di quegli scrittori che “rincorrono” le pubblicazioni. Le sue opere, anzi, sono distanziate nel tempo. Perché?

Ho scritto non molti libri, distanziati nel tempo perché ho avuto una vita piena di impegni e difficoltà e perché non ho fatto dello scrivere una professione. Ho sempre atteso il momento in cui avrei avuto qualcosa di necessario (almeno per me) da dire.

4) Com’è nata in lei la passione per la scrittura, e quali sono state le tappe fondamentali del suo percorso letterario?

Forse l’espressione “passione per la scrittura” non mi si addice. La scrittura per me è una modalità creativa molto bella che qualche volta si rende necessaria. Certamente potrei parlare di passione per la cultura e per la letteratura (quindi anche per le opere dei miei scrittori favoriti) e per l’uso della parola.
Sui venti anni ho iniziato con una traduzione dal russo di alcune lettere di Gogol alla madre, che fu pubblicata sulla rivista “Il Ponte”. Continuai con qualche breve scritto su temi letterari e qualche recensione.
Roberto Vigevani 3Avvicinandomi ai trenta, scrissi alcuni racconti, che inviai a Giorgio Manganelli presso la Einaudi; la sua lusinghiera risposta fu passata assieme ai racconti dall’amico Federico Codignola a Roberto Calasso. Di qui l’immediata pubblicazione di Dalla pancia di un orso bianco presso Adelphi. Sia Calasso che Foà mi accolsero con grande amicizia e stima. Nacque così un rapporto durato molti anni. Con loro ho pubblicato quattro libri e l’Orso ha avuto anche una seconda edizione accresciuta, che ha in copertina la mia xilografia Il viandante. Successivamente ho pubblicato presso Bollati Boringhieri un piccolo libro, Orion, che reca in copertina il mio acquerello L’assassinio di Rabin.
Aggiungo che nel corso di quegli anni ho tradotto moltissimi libri di saggistica principalmente dall’inglese (alcuni anche dal francese) per Sansoni, La Nuova Italia, Il Saggiatore ed Einaudi. Questo lavoro mi ha aiutato a scrivere obbligandomi ad approfondire e a soppesare il significato e il suono delle parole. Nello stesso tempo ho lavorato come sociologo presso le istituzioni psichiatriche, e questa esperienza è entrata spesso nei miei racconti.

5) Nel suo racconto Lo studio dell’ebraico e l’arte della manutenzione della vecchiaia (prefato da Raoul Bruni nell’edizione Nicomp), lei svolge una riflessione sulla piacevolezza e l’utilità dell’apprendimento linguistico. Pensa che scrivere, in fondo, sia un “tradurre” costantemente da una lingua interiore, pre-letteraria?

Roberto Vigevani 4Il racconto Lo studio dell’ebraico è inteso in primo luogo come una resa di conti ironica tra me e la lingua e la cultura ebraica, e in particolare quella israeliana. Il mio rapporto con Israele era entrato più volte nei miei libri, e il discorso aperto con questo racconto non è ancora chiuso; dai suoi sviluppi potrebbero emergere altri miei scritti.
Quanto alla domanda se scrivere significhi “tradurre” da una lingua pre-letteraria, posso solo dire che per me scrivere è un atto non mediato, generalmente un’espressione diretta, che include ovviamente le esperienze e le emozioni che essa contiene e rappresenta. In qualche caso la scrittura può avvenire anche attraverso una lingua pre-letteraria.

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