Silloge dell’abbandono, di Claudia Fofi

Mare
Tutte le donne felici hanno ritrovato il loro marito.
Egli torna dal sole tanto è il calore che porta.
Ride e dice buongiorno dolcemente, prima di dare un bacio alla sua meraviglia.
(Paul Eluard)

Ho scritto queste brevi poesie durante l’abbandono da parte di mio marito. Era un bisogno di trasferire in parole un dolore inaccettabile, accecante. Non solo il dolore della perdita, legato per lo più a una dipendenza e a un bisogno che in qualche modo si può rielaborare, ma anche e soprattutto per la sconfitta, così banale, così imperante oggi, del senso dello stare insieme. Stare insieme, resistere insieme, nonostante le difficoltà, per me è un vero gesto poetico oggi, quasi rivoluzionario, in un mondo che perde ogni giorno pezzetti di valore, assumendo come dato di fatto un consumismo dei sentimenti che nulla ha a che vedere con l’amore inteso come comprensione dell’altro, compassione, accettazione. Nulla dell’amore è sostituibile, ma integralmente e radicalmente la sua Verità non a che fare con compravendite e marketing. Non posso andare al negozio, guardare una vetrina e dire a me stessa: va bene, mi sono stufata, adesso mi compro un nuovo amore. Il mio non è un assunto moraleggiante, non implica un giudizio. E’ la constatazione che il fallimento della relazione è un fallimento di dimensioni epocali che partendo da individui e storie piccole diventa un fenomeno universale, che accade e che si accetta come se niente fosse e del quale si prende atto come se fosse ineluttabile.

***

Hai sbagliato a sposare una poetessa,
una poetessa non smetterà mai d’amarti.

torna amore mio
torna nel nostro mondo imperfetto
nel nostro matrimonio difficile e umano

andando nel tuo finto paradiso
mi hai seppellito tre metri sotto terra

non respiro nel tuo mondo perfetto
nel mondo dove tu ami un’altra donna più perfetta
e con lei nuoti nei mari della perfezione
e non ti ricordi
della nostra forza inaudita
del nostro guardarci nel profondo e intendere la vita

***

Ha a che fare con l’anima antica
il nostro amore.
Quanto ho sempre amato
persino i tuoi piedi!
Ho amato e non lo sapevo
e agivo in combutta contro me stessa,
perchè nel dolore ho le radici.

Sentiti libero ora.
Libero come l’aria,
senza sensi di colpa.
Tu non mi appartieni,
non sei mio

***

Cosa fai lì, da solo?
Nel freddo delle stanze
nel tragitto
nella stretta del cuore
cosa, cosa fai da solo?
Lontano da questo calore
lontano da ogni luogo
lontano da me, cosa fai?
Come pronunci le cose
in mia assenza
come ridi e perchè e come puoi
cosa, come?
Torni alle tue ruggini
pianti i chiodi e stringi la cinghia
per non essere in due
per non dovere.
Nessuna nave da crociera
nel nostro orizzonte prossimo
nessun quadretto rosa
appeso al muro.

Cosa fai lì, da solo?

***

grazie per il tuo amore
era tanto più di quanto potessi toccare
con le parole
ero la mia peggiore nemica e non sapevo
come stare, come stare e non essere pietra

sotto le nuvole grigie
nel sole rabbioso
quando la mia mente si rompeva
in mille pezzi
tu mille pezzi raccoglievi
e componevi un nuovo giorno
e io pazientavo per piantare un fiore
e tornavo da te piena di pace

ti devo ringraziare mentre ti allontani
ringraziare mentre non sai più chi sono
mentre ti volti e non mi sorridi più

quello che ora mi spaventa
un giorno sarà polvere
la vita continua a crescere nell’universo
l’amore fiorisce da qualche altra parte

***

occhi dolci
come di notte
solo liquido nero
oggi fratello non ho colpito
nessun nuovo bersaglio
in colonna ti trovano
mentre bestemmi
pensi
penso
a occhi neri che mi trovano
che diventano più belli
quando li guardo
da vicino

***

Mi alleno per reggere il colpo
Sembra ieri giocare a divorare
Una notte dopo l’altra
Toccare il tuo viso
Entrare in quell’ombra
Penultima prima del sonno

***

All’alba ho stirato una camicia tua
azzurra, odorosa di lacrime e ossa.

Se le cose fossero così fortunate
ora conoscerei esattamente
verso dove guarda il tuo viso

***

Per quanto ancora sognerò che mi abbracci
oltre ogni ragionevole dubbio,
sognerò la tua maglia blu e i tuoi capelli da ragazzo,
e il tuo calore, le tue parole vicine.

Nel sogno indosso un vestito bianco di cotone,
e tu mi dici che sono bella.
Io volto il viso dall’altra parte per l’emozione,
tu mi racconti che ti dispiace e mi chiedi scusa e sei sincero.
Per quanto ancora ti cercherò dormendo
e troverò nelle poche ore di abbandono
la tua mano che da sveglia non mi è più vicina.

***

Cos’è una ragioniera
se non un’altra me
innamorata dello stesso
viso vuoto?

***

Chi ti ha dato una figlia?
Chi ha allattato i giorni
fino a vederli scomparire?
La ragioniera?
La ragioniera triste
non vuole neanche
conoscerla tua figlia,
il bocciolo di rose profumate
che ninnavi su una mano.
Sotto la tenda da indiani
dove ridevamo come scemi.
Nei lumi di candela
dove faticavamo a trovarci,
e poi, quando l’incastro era perfetto,
occhi negli occhi
pelle capelli denti ginocchia
io non ero più io
tu non eri più tu.
Eravamo noi.

***

Ti ricordi le lucciole nel buio?
E nostra figlia che le inseguiva?
Le prendevi e le mettevi in un bicchiere,
lei rideva e apriva di più gli occhi.

Non c’è un futuro migliore,
quando decidi di uccidere un presente
pieno d’amore.

***

Non raccontarmi che mi pensi
se il tuo pensiero non è solido
come il pugno di un marinaio
vero come un grido che taglia
la nebbia del settentrione,
non raccontarmi che mi pensi.
Non me lo dire per dire,
dimmelo quando poi le tue mani
seguiranno l’impulso di cercarmi
fino a toglierti la sete.
Non mi dire parole che poi non sogni,
non parole che poi non degni di pensieri
che poi non pensi.
Non mi dire parole.
Parlami con un corpo alto
che rinnega l’assenza
e trionfa sul vuoto,
sul rigido e il composto,
parlami col tuo corpo magro
del quale amo ogni spigolo,
parlami col tuo corpo.
Ritorna con fiori secchi e marci,
stipati nella scarpa per mesi,
dimenticati, scarsi di fogliame e
senza colori, bagnati di pioggia,
fiori che hanno il colore delle lacrime,
buttali per terra con un tonfo,
ma poi sorridimi per davvero,
e vedrò un arcobaleno nelle tue mani.
Portami parole che tornano,
che non dormono,
perchè con loro mi voglio addormentare.

***

conservo
analizzo, sventro
ogni frase, ogni risvolto
agonizzo, stramazzo
spoglio, strappo, avvento
e tu, e lei, e poi, e noi
non ci sono
non sento

il tuo sguardo è un fossile
non mi insegue, è morto
animale o foglia,
una vecchissima impronta
sul sasso aguzzo
del tuo viso

***

ODIO LE RAGIONIERE I

Odio le ragioniere
coi capelli lisci
i vestiti a fiori in bianco e nero
il sorriso all’indietro

Odio quando guidano l’auto
per andare da lui che era mio
(ma non lo fu mai)

Odio il loro profumo stantio
e so di cosa parlo
quando dico che ne basta una
per fare dell’intera categoria
uno sfregio alla popolazione
delle donne che subiscono il furto

Odio quando la ragioniera si china
sul corpo magro di mio marito
lo lusinga e lo fa sentire felice
per un solo breve giorno
poi di nuovo via, ognuno a casa sua:
con seicento kilometri di distanza di sicurezza
in mezzo
si fa presto a dire amore

***

ODIO LE RAGIONIERE II

Odio le ragioniere, credo.
Di sicuro odio le parole che sussurrano
nell’orecchio di mio marito,
le parole che furono per me
lei me le ha sottratte in una notte sola
lei che è venuta dal nulla
lei che non ha nome né faccia.

Odio le sue tette, il suo culo
le sue mani, la sua faccia insipida
la sua dolcezza finta,
lo sguardo da accalappiacani,
intensamente odio tutto ciò che lei è
e anche quello che non è e vorrebbe tanto essere,
e cioè me.

Odio me quindi, con le mie colpe
Odio il mastino che mi abita
Odio il fatto che non so fare i conti
Odio di non essere una ragioniera

***

ODIO LE RAGIONIERE III

Odio le ragioniere con gli occhi stinti
Le naftaline negli armadi,
si infilano come serpi nelle famiglie degli altri
a odorare e distruggere, a sottrarre e nascondersi.
L’aria asfittica che respirano la sento
nei sotterfugi con cui lui la protegge,
un fantasma senza neanche lo straccio di un lenzuolo.

Il suo cuore ora è in partita doppia con lei.
Con la ragioniera svelta di mano,
quella che mette veloce la benzina col sorriso nei denti,
pronta a venire nella mia casa con una falce,
tagliare l’erba, mettere il gelo nel cuore di mia figlia,
per cibarsi di un po’ di amore fedifrago,
di amore che non vale nulla, meno di zero.

Nato nero, nato nel buio di una circostanza offesa,
nato da un misterioso errore che sembra saggezza,
che ha gli occhi dietro invece che davanti,
che porta con posture da mostro il peso di una colpa incancellabile.
Altro che luce del sole amore mio!
Non la vedrete mai, non potrete mai vederla.

Cosa ragioni, ragioniera?
Cosa vuoi?

***

è san valentino e nessuno mi ama
le porte si chiudono su un giorno di merda
non vado a mangiare
non esco non flirto sto qui a meditare
è san valentino ma senza consumo
mi pare un delitto lasciare in sospeso
le cose non dette le cose importanti
di quando mi amavi, lo davo per certo
se passi qui sotto ti faccio vedere
di che pasta sono fatta io
sono capace di tutto io
non come te, che trami e poi scappi
lasciandomi a sbavare con le gambe aperte
l’amore conta fino a tre
l’amore è una scatola cinese
l’amore mi da del tu solo in rare occasioni
l’amore non ha senso dell’umorismo
l’amore indietreggia per fare largo al consumismo
(e la rima la tengo, lo dico scanso equivoci)
e sotto questo cero il peso aumenta in corsa
e l’amore non è un’arma
non è una moneta
alla fine, la tua faccia mi bastava
è san valentino
guardo nella sfera, ma c’è solo una luce accecante

certo non sono io in minigonna

***

Essere spinta dal tuo corpo
verso qualche angolo scuro della stanza
darti l’illusione di essere in trappola,
e invece intrappolarti.
giocare a urlare e a essere pazzi,
sporcarci, diventare bambini,
sentirci più antichi dei sassi.

Lo so, deliro.
Non sono io lo zucchero filato nel quale ti avvolgi.

Macchè.
Le tue parole strisciano tra le lenzuola della ragioniera.
Un sottobosco di effetti speciali,
grugniti in dialetto stretto
godimenti tutti scritti bene allineati,
l’allenamento della tributaria
si sfoggia anche negli orgasmi.

Ma io sono sicura, tesoro:
tanta nebbia e poche primavere,
questo ti aspetta.

***

Lascio che il vento lavori
su ogni imprevedibile piega.
Perchè è inevitabile che la ragioniera
a un certo punto, un punto lontano
dai tuoi occhi,
sveli il cane che l’abita.
E tu, scoprendoti a vivere con un cane,
l’adorerai ancora di più
per la fedeltà ai numeri
che è brava a fare con il culo.

***

Un sogno è pur sempre
una specie di incubo,
in cui i tuoi occhi tristi riposano,
le tue braccia scattano, e le mani
che mi accarezzavano
un attimo prima,
vagano cercando una presa immaginaria.
Un sogno è quando
mi guardi in lontananza
e io ripenso al nostro
divano rosso, dove la luce si posava piano piano.
Eri un abisso di dolcezza,
un dio ignaro
che mi faceva l’onore di
tenermi su una mano sola.

***

Se almeno un attimo
rido di niente
poi la calma di cui è fatto
si siede sulle mie ginocchia
prende possesso
alla fine di ogni verso
ritorna come una risacca
niente, dice, niente,
sono solo uno sguardo di notte,
passo subito

***

alla cieca tra i vetri della mattina
all’indietro per non assaggiare il dolce
al rovescio credendo a un nuovo dio
per traverso posando da diva
distesa su un lenzuolo tramando la morte
in piedi contro un vento freddo
nel mio corpo che invecchia
sono sempre io, con dentro tutto
una smania un piacere un sentire le cose
sembra difficile,
ma so chiudere gli occhi
quando è il momento.

***

La mia pelle non esiste
se non la tocchi

così il cielo
bello, grande e azzurro
infinito
grazie al nostro sguardo

toccami dunque
e tornerò a esistere
toccami e vedrò di nuovo il cielo

***

Oggi mi fanno male gli occhi
a furia di guardare cose che non
hanno contorni.
Sperare in ritorni di fiamma,
nel tuo impalato modo di rotolare,
mi sembra assurdo più che mai.
E’ un crimine e io l’ho commesso:
amare un palo della luce,
un microscopio,
un telefono,
una schiena troppo dritta.

***

Trovo rime e poi rimpiango
il cielo con cui mi abbraccio da sola.

***

Ora che è finita, che ci hai messo il punto,
tocca a me cucire gli orli.

***

Corpo snello, mani fredde.
Prato inseguito dalla macchina stretta.
Più ti allontani più io divento piccola,
per davvero.

***

A giudicare dalle imposte, la casa è chiusa.
Al posto del tuo viso una barba rigida,
un cancello arrugginito.
Intorno il paesaggio di gramigna,
erbe fradice, saette.
Così, lì per lì, là per là.
Un’odissea senza l’eroe,
dov’ero Penelope e tu non tornavi più.
L’albero era stata un’illusione,
il letto stava sopra una nuvola,
gli usurpatori premevano dal basso ventre.
Ora dimmi, amore inventato,
quanto latte ho versato nella tazza
del tuo sorriso, prima che tu esistessi
come poppante, come ragazzo dai capelli lunghi,
come ribelle?
Mah.
L’impresa vera è risalire questo monte piccolo,
il monte di Venere.

***

ti voglio dentro
per mangiare le tue ossa,
per respirare i tuoi battiti
e amare i tuoi gesti umani
senza più albe e tramonti

torna, in realtà cascasse il mondo
posso avventarmi su di te
e lasciarti senza barba

***

Levati dalla mia pelle, ti prego
levati di torno, fatti minuscolo
non mi ossessionare con il tuo asso di bastoni,
la tua ramazza dura con cui trafiggi
i sogni della ragioniera.
Non hai mai capito quanto, quanto ti ho desiderato.

***

Non riesco a guardarti,
per guardarti mi servirebbero
degli occhi nuovi,
occhi ripuliti dai ricordi.
I ricordi sono pietruzze,
sono ammassi di voci.
Stanno su un vassoio da portata
come cervello bollito,
ridono, i ricordi.
Vogliono per forza stanare quel calore
tra le cosce, ora più secche di un tempo,
nella pelle, ora più secca che mai,
nella bocca, che non apro più
neanche per cantare

***

La matematica non è mai stata il mio forte.
Ma se i conti non tornano a me,
pensa a una ragioniera.
A lei non tornano i conti della fantasia,
altri emisferi, altre beghe notturne.
Me l’immagino, questa faccia fatta di bocca
brava a succhiare. Contemplare un paradiso,
e non accorgersi di quant’è amaro.

***

Oggi il cielo sembra un cavallo
e se apro bene le gambe
certo potrò sentire meglio
il suo odore. Odore di ragioniera.

Respiro. Chiudo gli occhi. Vediamo.

E’ un prurito
la tua presenza nella mia vita,
ragioniera.

Io so che se sei donna mi pensi.

Un allarme sottile scatta
nella tua testa avvezza
a far risparmiare sul fisco.
Poi sospiri, ti rilassi nel palmo
della sua mano, la mano piemontese
che mi hai rubato.
La tua testolina furba
non si ferma. Continua a ronzare.
Cosa puoi fare, cosa ti rimane?
Allontanarlo da sua figlia! Geniale.
Tu non hai avuto figli
e sei troppo vecchia per averne.
Non ci pensi proprio a raggiungere
il tuo grande amore nelle campagne
dove c’è da spaccarsi la schiena
(io ne so qualcosa)
– Amore, io non posso lasciare il lavoro…
– Tesoro, io volerò da te!
– E…tua figlia? (com’è sensibile, la zoccola,
persino in ciabatte s’infradicia di
buoni sentimenti e d’altruismo)
Non sai cos’è, l’amore di una madre.
Aggrappata con le unghie senza smalto
a quest’ultima possibilità della vita,
ora metti in pratica: tutti gli anni di analisi
saranno serviti almeno
a evitare gli errori più grossolani, no?

Cos’ha lei che io non ho?
E’ la domanda più stupida che si possa fare,
a un marito che scappa.
E io l’ho fatta.

Mi lascia libero, dice lui, sbattendo la porta.

***

Prendimi ti prego
un’ultima volta
donami il dono
di essere edera
di essere moglie
compagna
nemica
qualcosa di tuo

mettimi in tasca
sbattimi per terra
fai un gesto utile
per il mio sistema nervoso
non essere tirchio
non essere meschino
slaccia i bottoni
togliti quella maschera
imbrattata di barba

con chi parlo?
non lo so più nemmeno io,
sei così lontano ormai

***

un varco lo trovi sempre
verso di me
gira la chiave
adesso
tu uomo ossuto
alto e bellissimo
entra dentro di me
fammi sussultare
sono screpolata
sali verso le mie ginocchia
la gravità mi schiaccia
la pelle rivela una luce
che prima non c’era
il mio seno si copre di chiazze
sono un fachiro
tu sei un’isola
sono un mostro
tu un mantello
sono leggera
tu sei un serpente
andiamo a passeggio
ti porto in quel posto
vicino al fiume
ninna nanna
chiudi gli occhi
respiro e non ti trovo
respiro e non ti trovo

***

Scopro il tuo odore in nostra figlia,
l’aspiro come un fa un carcerato
con l’aria fuori.

***

Il tempo passa e di notte il dolore
non accenna a scomparire.
La mattina l’incubo diventa sogno,
e tu torni.

***

Non si può dire al cuore: smetti di battere per l’uomo che non ti ama!
Il popolo parla:
lui non ti merita, non si è fatto scrupoli di abbandonarti!
E in me serpeggiano sentenze:
non ha voluto spiegare la sua crisi profonda,
ha preferito fare come fanno tutti, scorciarsi la via tra le braccia di un’altra.
Si si lo so, è tutto vero.
Ma il cuore continua a battere perchè rivuole ciò che è suo,
suo dalla notte dei tempi, nessuno sa il perchè, perchè è un mistero, l’amore.

***

Mi hai scritto, caro gemello convesso,
e io sarei stata la tua gemella concava.
Ho sospirato tra le tue braccia non so più quanto,
e mentre si avvicina un anniversario
che nessuno festeggerà, i tuoi sospiri rivolti altrove
mi stordiscono l’anima, fanno fori dappertutto.

***

Le ore liete, quelle con te,
sono come perle di una collana,
che metto al collo e porto con fierezza,
lunga, fino ai piedi, di ogni colore,
sta bene con tutto,
in ogni momento, per ogni attimo,
sereno o buio,
quando il cuore si chiude
o quando apre un breve respiro
di pausa tra un morso e l’altro,
l’indosso.

***

Ma si, era un amore come tutti gli altri!
Poteva finire, in fondo cosa vuoi che sia?
Tutti si lasciano, uno più uno meno.
Ma gli angeli non si lasciano,
è impossibile staccarli, hanno le piume piene di pece,
le loro mani si accordano come strumenti,
e i loro occhi guardano sempre dalla stessa parte

***

Il tuo amore sfila via
ora non sa più chi sono
ma io devo tenere
devo trattenere
devo amare anche il tuo non amore,
perchè amare non è un riflesso,
è un atto consapevole.

***

Non posso sedermi nel tempo che rimane
e appoggiare il mio pensiero nella pelle.
Non posso tremare e non posso cadere,
non ci sarai tu a raccogliermi.

Amore mio,
non ho le parole per dire l’immensità di questo,
come circonda l’universo e torna tra le mie
piccole pieghe,
non ci sono le parole per dire questo,
ma tu sai, tu conosci il mio cuore,
ora lontanissimo per te,
come un canto in un’isola dall’altra parte del mondo.

***

lasciare che respiri
riuscire a non volerti
slacciare un nodo
perderti e non guardare indietro
accettare che tutto cambi
amare anche che tu non mi ami
amare anche che tu ami un’altra
amo come l’abbracci
non posso farci niente
ogni cosa che tu fai
io l’amo

***

7 pensieri su “Silloge dell’abbandono, di Claudia Fofi

  1. Ho letto tutto d’un fiato.

    …resta sempre il mistero…sempre domande alle quali è difficile dare una risposta…
    Come si fa a continuare ad amare una persona che abbandona?
    Questo mi chiedo…si può perdonare ma amare, ancora…..

    Un abbraccio a Claudia
    Un ringraziamento a Fabrizio per la pubblicazione

    buone cose
    .marta

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  2. Pingback: Silloge dell’abbandono, di Claudia Fofi | andantemossa

  3. Il lutto amoroso. Parole bellissime, Claudia carissima. La voglia di vita che traspare è immensa ed è espressa con militante coraggio e con la consapevolezza di quanto sia importante e vitale, talvolta, confondere l’amore con il bisogno. Complimenti! Francesco

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  4. Pervaso. Questa è la sensazione unica che provo leggendo anch’io, tutto di un fiato. Son qui davvero per caso, a quest’ora della notte e sono pervaso dalle tue parole.
    Dall’apertura: “Hai sbagliato a sposare una poetessa..” e nello scorrere il testo, dalle tue emozionanti ed autentiche verità, verso dopo verso
    Con gratitudine per le tue parole dell’Anima, un’abbraccio sincero.
    Roberto.

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  5. inizi a leggere due parole… poi scivoli… strappato via al tuo ora dal turbinio di una corrente tumultuosa… non puoi sottrarti… non puoi salvarti… non puoi uscirne… non puoi aggrapparti…. allora capisci… rinunci… ti abbandoni…. ti fai portare, e sai che non ti fermerai fin quando non sarà stillata l’ultima goccia… Come può un cuore sgorgare tanta semplice verità? Come si fa ad essere così sinceri da non aver vergogna delle proprie viscere alla luce? Liquami umani tra le mani… ricevere il sacro dono di un’anima che nel dolore più devastante sceglie di aprirsi, anzichè arrotolarsi in se stessa…
    grazie Claudia. tutto qui.
    Solo grazie.

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