40. Un’altra prospettiva

da qui

La mia vita, ultimamente, è un paradosso. E cos’è, in definitiva, un paradosso? Secondo il dizionario, una proposizione che apparentemente, per forma o contenuto si oppone all’opinione comune o all’esperienza quotidiana. Apparentemente? Gli aspetti inconciliabili sono quanto mai evidenti, quando li si vive. Come si spiega, allora, la presenza dell’avverbio? In modo che pare, ma non è, recita ancora il dizionario.
La risposta, forse, sta nel verbo “essere”. Mi aiuta un richiamo, letto non so dove, sul pensiero dei mistici. Vi sono due movimenti, nelle dinamiche della persona: uno che va verso l’esterno – ovvero i sensi -, disperso in miriadi di sensazioni e sentimenti; e l’altro che va verso l’interno, nel profondo, dove si tocca con mano l’unità, entrando in contatto con l’essenza stessa dell’essere. Al termine di questo dinamismo, si approda al natale dell’anima, all’incontro col Signore.
La risposta mi sembra convincente. C’è qualcosa di stabile, al di là del flusso degli eventi e della molteplicità di relazioni. Mi ha sempre impressionato la frase di Pindaro: diventa ciò che sei. La vita è un cammino che porta alla scoperta della vera identità, con uno scavo archeologico paziente.
Come applicarlo al quotidiano? Mentre scrivo, ricordo una fase del discernimento col mio direttore spirituale: prima di aderire al Progetto, mi disse di ascoltare il cuore, perché è il luogo in cui Dio parla. Tutto mi fu chiaro in un istante, anche se temevo per ciò che percepivo. Lui mi confortò: Dio si fida di te, è la paura che provi il suo timore.
Paura e fiducia, ancora una volta, si rivelavano le chiavi del cammino. Il sacerdote cominciava a pensare che non fossi più in grado di procedere. Diceva che ero esperta in vie di fuga, che agivo senza mai sentir ragioni. Sono ribelle di natura, è vero, e la mia volontà è propensa a imporsi: abbandonarmi era difficile, anzi, impossibile per il mio carattere. Ma don Mario aveva scritto, nel suo Atto di Fede: da solo non riesco a fare nulla, con Te tutto è possibile.
Signore, fammi guardare la vita coi Tuoi occhi, pregavo tra me e me. Era qui la soluzione. Dovevo attuare ciò che m’aveva consigliato il confessore. Solo da questa prospettiva si arrivava a conciliare sentimenti profondi con altri meno nobili, ma certamente umani.

10 pensieri su “40. Un’altra prospettiva

  1. Nel cuore umano

    Non ammirare, se in un cuor non basso,
    cui tu rivolga a prova, un pungiglione
    senti improvviso: c’ è sott ‘ogni sasso
    lo scorpione.

    Non ammirare, se in un cuor concesso
    al male, senti a quando a quando un grido
    buono, un palpito santo: ogni cipresso
    porta il suo nido.

    G. Pascoli

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  2. Se sapessimo guardare la vita con gli occhi di Dio, vedremmo che nulla è profano nel mondo, ma che, al contrario, tutto ha parte nella costruzione del suo Regno.

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  3. “La vita è un cammino che porta alla scoperta della vera identità”
    e si, perché tante volte nella vita siamo rimasti sorpresi di noi stessi, delle nostre possibilità, del nostro comportamento, del nostro reagire.

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  4. Paura e fiducia, fiducia e paura, si mischiano tra se stessi, combattono, fanno alzare e abbassare la nostra pressione. Una volta vince la paura con disperazione e via di fuga, un’altra volta vince la fiducia a Dio. E la fiducia che stabilisce nostro respiro tranquillo, polso normale, la pressione perfetta, sorriso sulla faccia. E che male mi si può succedere se mi fido di Dio e lo so che mi protegga?! Con Lui sono pronta attraversare mari e monti. Mi fido e sono tranquilla.

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  5. “Impariamo da Gesù a pregare, a perdonare, a seminare pace, ad essere vicini a chi è nel bisogno”
    Papa Francesco

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  6. Tutto quello che vi è in questa pagina è solo apparentemente difficile ed eccezionale perchè “tutto ciò che i mistici provano nella loro esperienza con Dio, ogni credente lo possiede nel cuore, semplicemente non ne ha coscienza”. (Ruybroeck)
    Malgrado le difficoltà sulla via di Dio, perchè il peccato ha sviato la naturale tendenza al divino, l’uomo può risalire e farsi interiore e percepire “l’irruzione di Dio nel proprio cuore”, esperienza di “qualcosa di amato più che pensato, di gustato più che capito”.

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  7. Chi sono?

    Chi sono? Spesso mi dice questo o quello
    che dalla cella in cui son tenuto
    esco disteso, lieto e risoluto
    com’esce un signor dal suo castello.
    Chi sono? Spesso mi dicono
    che parlo a chi mi sorveglia
    con liberta’, affabilita’ e chiarezza
    come spettasse a me di comandare.
    Chi sono? Anche mi dicono
    che sopporto i giorni infelici
    imperturbabile, sorridente e fiero
    come chi e’ avvezzo alla vittoria.
    Sono io veramente cio’ che gli altri dicono di me?
    O sono soltanto cio’ che io stesso conosco di me?
    Inquieto, pieno di nostalgia, malato come uccello in gabbia,
    bramoso di aria come mi strangolassero alla gola,
    affamato di colori, di fiori, di voci d’uccelli,
    assetato di parole buone, di umana compagnia,
    tremante di collera davanti all’arbitrio e all’offesa piu’ meschina,
    agitato per l’attesa di grandi cose,
    preoccupato e impotente per gli amici infinitamente lontani,
    stanco e vuoto nel pregare, nel pensare, nel creare,
    spossato e pronto a prendere congedo da ogni cosa?
    Chi sono? Questo sono o sono quello?
    Sono oggi uno, domani un altro?
    Sono io l’un l’altro insieme? Davanti agli uomini un simulatore
    e davanti a me uno spregevole, querulo vigliacco?
    O cio’ che ancora io sono somiglia all’esercito sconfitto
    Che si ritrae in disordine davanti alla vittoria gia’ conquistata?
    Chi sono? Porre domande cosi’ da soli e’ a scherno mio.
    Chiunque io sia, tu mi conosci, tuo io sono, o Dio!

    Dietrich Bonhoeffer
    (giugno 1944, Resistenza e resa, Trad. A. Gallas)

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  8. “Un’altra prospettiva”, il titolo di questo post. Forse perché in questo momento sto leggendo un libro così tanto suggerito, Le città invisibili , mi viene in mente un capitolo di quest’ultimo in cui Marco Polo racconta al Kan i particolari di Despina, una delle città visitate nel suo viaggio, vista da due prospettive: dal deserto e dal mare.
    “Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone; e così il cammelliere e il marinaio vedono Despina, città di confine tra i due deserti”.

    Insomma tutto conduce lì, chiesa gremita della domenica mattina, città-cuore-incontro, luogo in cui gli occhi si confrontano, sfuggono, si abbassano, si cercano per un cenno di perdono, una ricerca di verità; cuore della Parola per cammellieri e marinai, che comunicano e ascoltano, tutti la stessa energia – mentre scorrono i sottotitoli delle coscienze-; incontro con l’Amore, mano nella mano, cena , benedizione. E poi. Diventa ciò che sei.

    “In due modi si raggiunge Despina: per nave o per cammello. La città si presenta differente a chi viene da terra e a chi dal mare”.

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