Robert Louis Stevenson, Una vecchia canzone.

stevenson COPERTINA
di Guido Michelone

Le fiorentine Edizioni Clichy propongono per la prima volta in Italia un inedito del grande letterato scozzese Robert Louis Stevenson (1850-1894) dal titolo Una vecchia canzone: si tratta di un racconto lungo o romanzo breve che esce a puntate nel 1877 sulla rivista ‘London’ alla maniera dei feuilletons allora di moda; i pezzi non vengono firmati e solo un casuale ritrovamento di una pagina autografa nel 1982 fa sì che l’attribuzione al testo allo scrittore di Edimburgo possa ritenersi certa e definitiva. Del resto la lettura in maniera approfondita del testo rivela molti aspetti formali e contenustici che verranno poi ripresi dall’autore medesimo nei fondamentali romanzi successivi; infatti nella storia del vecchio militare Falconer che a Grangehead si prende cura di due giovani cugini, John e Malcolm, le cui esistenze subiranno sviluppi fra loro antitetici, si possono già subito notare forti analogie ad esempio via via con Il ragazzo rapito (1886) per il problema sull’eredità da assegnare; con Dottor Jekyll e Mister Hyde (1886) circa la natura umana ambigua sul crinale tra bene e male; con Il riflusso della marea (1894) in base alle nefaste conseguenze degli atteggiamenti testardi; con Il signore di Ballantrae (1888) a causa del cinismo della società nell’accentuare le differenze tra ricchi e poveri; persino con il capolavoro L’isola del tesoro (1883) per un grosso mistero e per un personaggio errabondo. Dunque Una vecchia canzone – difficile spiegare il titolo, se non giudicandolo una ‘frase fatta’ del tipo ‘la solita solfa’, visto che nel testo non ci sono riferimenti alla musica – è il primo, in ordine di tempo, di una lunga serie di opere che, sei anni dopo, lungo un quindicennio scarso dal 1882 al 1897, approderà a ben tredici romanzi e a un’infinità di racconti, poesie, saggi, reportage di viaggio. Ma è con quest’ottantina di pagine che Stevenson pone le radici del moderno romanzo di immediato consumo (senza nulla togliere alle qualità artistiche), con una prosa accattivante, una comunicativa diretta, una narrazione lineare, una problematica riflessiva, un congegno ben oliato di colpi di scena, che molti presunti scrittori odierni faticano a raggiungere. Ottime, infine, la traduzione e la curatela di Fabrizio Bagatti per un libro da consigliare a tutti.

Cfr: Robert Louis Stevenson, Una vecchia canzone, Ed. Clichy, Firenze 2014, pagine 95, euro 7,00.

Un pensiero su “Robert Louis Stevenson, Una vecchia canzone.

  1. Stevenson :un mancato costruttore di fari.

    Il piccolo Robert L. Stevenson vive tutta la sua infanzia , e gran parte dell’ adolescenza , in preda a malesseri di vario genere, stati febbrili e tossi indomabili . Praticamente inesistenti i suoi contatti con il mondo esterno. Solo a partire dai quattordici anni, Robert esce di casa e passa quasi tutte l’estati nella parrocchia del nonno materno , che è un pastore anglicano. La zona si trova in campagna , alle pendici dei monti Pentland , un mondo completamente diverso da quello della città . Robert ha modo di frequentare altri giovani, impara a cavalcare e a familiarizzare con la cultura folkloristica scozzese. E comincia a fantasticare sulle proprie origini e le gesta di famiglia, fino ad immaginarla venuta in Scozia coi Vichinghi, o discendente dai Picti, guerrieri scozzesi che combattevano nudi.
    Ma la figura che lo affascina più di tutti è quella del nonno paterno , un grande costruttore di fari. Ne aveva edificati trentatre nei desolati mari del Nord, in regioni inaccessibili. Il nonno era un genio delle’ingegneria , aveva disegnato ponti, scavato porti e canali, inventato una nuova forma di binari, immaginato strade sul mare, esplorato le coste più sconosciute e selvagge. Anche il padre di Robert era un ingegnere dei fari e fanali, ne costruì ben ventisette, ma non aveva la statura grandiosa e austera del nonno. Era un uomo frustrato , perché avrebbe voluto fare lo scrittore e non l’ingegnere, ma suo padre lo aveva costretto a lasciar perdere la letteratura , una cosa assolutamente inutile e noiosa. Così se ne stava a guardare per ore e ore le onde degli oceani per misurarne l’intensità, la forza, il ritmo e studiarne con minuziosa attenzione il momento in cui si spezzavano sulla riva in modi sempre diversi. In quelle onde spezzate vedeva un po’ il senso della sua esistenza . “Anche tu costruirai fari, porti, dighe e segnali marittimi “, disse al figlioletto. Ma il giovane Robert, pieno di fantasie e di talento immaginativo , sempre malaticcio, in preda a raffreddori che degeneravano in affezioni polmonari , disordini gastrici , asccessi improvvisi e inesplicabili di febbre e tutte le varietà possibili e immaginarie di malattie infantili , la pensava assai diversamente. E tuttavia per molti anni non ebbe il coraggio di dirglielo, ma nell’aprile del 1871, quando aveva ormai ventuno anni , alla fine di una passeggiata sulle rive del Firth of Forth , dove avevano conversato amabilmente sulla possibilità che i cani avessero l’anima ( e pare che fossero entrambi d’accordo , sì, convenivano , i cani avevano l’anima) , con voce tremante , disse al padre : “ Signore , io non voglio fare l’ingegnere” Thomas ci rimase di sasso. Lui aveva sacrificato tutto per obbedire al padre , ora era lecito sperare che suo figlio facesse altrettanto, ripetesse il sacrificio e diventasse così suo successore, in modo che la dinastia dei Stevenson legasse il proprio nome all’impresa eroica e austera di costruttori di fari nei mari del nord. Invece… non gli disse nulla, se non: “E allora che cosa vuoi fare, Robert?” . Il figlio disse che avrebbe fatto l’avvocato, ma non era certamente quello che desiderava : “Io vorrei tanto viaggiare per il mondo, signore” , disse. Il padre si ritirò nella propria stanza e pianse amaramente : “ E’ la sventura più pesante che mi sia mai capitata”, disse alla moglie. E qualche tempo dopo fece una scenata violenta nei confronti del figlio, che , a differenza di lui , era un credente piuttosto tiepido : “ Tu, orribile ateo, hai fatto della mia vita un fallimento…Non mi resta più niente , avrei mille volte preferito vederti in una tomba….”
    La vita in casa Stevenson fu un inferno. E Robert si sentiva colpevole di aver procurato l’infelicità alle sole due persone che amava, il padre e la madre. Annotò sul suo diario: “ Perfino la calma della vita quotidiana è fragile come il vetro: una specie di tremito anima tutte le cose, viviamo in un universo di una segreta amarezza”. E più tardi scrisse: “ Mi hanno sempre accusato di essere leggero, e senza cuore. Ma ciò è una cosa eccellente: se non avessi il cuore leggero, morirei”. La salvezza per lui era la fuga, cercava di stare in casa il meno possibile, ma poi trovò un altro sistema per evadere: la scrittura…

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