Armando Pajalich, Rondini, a un’altra primavera

Rondini, a un’altra primavera

14 marzo 2011

Inatteso stridente pigolìo.
Kerkyra. Tramonto. Eccovi qua.
Poche in volo. Tu, di fronte a me,
nella grondaia tua dell’anno scorso,
solfeggi una nota bassa senza posa.

Hanno rifatto la facciata al tuo palazzo.
Avran buttato il vecchio nido. Stridi!
E ti lanci in trilli di stizza.
Di fango e cose secche in giro ce n’è a iosa:
rametti, foglie e tutto il ben di Dio.
Canta, sorella: primavera arriverà.

Stanche? Taglia il cuore l’emigrare.
Dopo i deserti dell’Africa, avari,
e mari di sovraccarichi barconi,
anche loro in fuga verso nord,
siete riapprodate, qui, a fine inverno.
Pantelleria? Malta? Lampedusa?
O Creta e poi il Peloponneso?
Sta esplodendo, pare, l’Africa del nord.
Avrete visto rivolte e relitti
nel raggiungere quest’isola ospitale.

Stanotte per voi non c’è riposo.
Stridete anche alla luna. A non sentire,
lei si rimbocca nubi sino alla fronte.

15 marzo

Piroette in gran concerto,
per voi migranti, musicanti, amiche mie.

Sincroniche oggi vi librate in coro
in onore al sole:
all’aurora
— quando emerge a destra del balcone —
e al crepuscolo, oro o arancione,
— quando cola, a sinistra, in mare —
nel suo ineluttabile percorso
da levante a ponente sempre intorno
a questa terra scricchiolante.

16 marzo

Piccioni appollaiati su tetti non più loro
riflettono perplessi, spennacchiati, sonnacchiosi.
mentre voi vi riprendete vie che sono vostre,
cornicioni, comignoli, celle di campane
a dominare e avvistare lente prede.
O intrecciate nidi dove poi covare
e generare batufoli esitanti.

Planate e cinguettate aliando:
come si fa a cantare divorando
masse di insetti che fuggono impauriti?

Perché canto sopravviva
c’è bisogno di tanti sacrifici.

17 marzo

Frettolose sempre, e nere.
Ma se slittate in minuti archi verticali,
puntando un’ala a terra e l’altra al cielo,
rivelate il becco aguzzo della freccia
e, vulnerabilmente bianco, il petto.

“Quando arriveranno finalmente le zanzare?”
immagino voi a protestare.
Le aspetto anch’io: mi offrirò al balcone
in esca a petto nudo alle monotone balorde
di cui impazzerete sfrecciando a grandi frotte.

Raramente in formazione, ora, preferite
traiettorie nuove sempre differenti,
senza urti, intralci o vane gare.

Piccoli poeti voi sfidate il cielo:
sarebbe muta questa via senza di voi.

18 marzo

A caccia con la gioia dentro il petto
vi somigliate in volo, ma ciascuna
ha un a solo fiero tutto suo
pregustando il moscerino in becco.

Poi, d’improvviso, tutte convolate
in nuvolo rotante sotto nubi fisse:
una qualche messa, e voi le commensali?
O strillate a quanto conosciuto giorni fa
dall’alto, sopra il mare, lì penando?
Anche se saettate a pochi metri,
tenete sempre scettico distacco
violato solo dal canto
che raggiunge noi alle finestre
o per le vie, pugni in tasche di impotenza.

Poi un po’ di pioggia infreddolita
vi spinge tutte sotto i tetti,
nascoste, mute, assenti.

Non avete nulla voi da raccontare
che volaste sopra l’Africa del nord?

Tu, di rimpetto al mio balcone,
mi guardi e taci. Parla la tivù:

“L’hanno visto che partiva
ma nessuno l’ha visto sbarcare.
Ha quattordici anni, Alì.
Questa è la cameretta, tutta per lui.
Quello, il motorino, gliel’ho preso apposta…
Andava a scuola, guardava la tivù.
Eccola: comprata, pure questa,
perché restasse. Ma Alì
aveva sta matta ossessione per l’Italia!
L’hanno visto partire
ma nessuno l’ha visto arrivare.
Questa…: una sua maglietta. I jeans…
È stato suo cugino a dargli i soldi.
E adesso di lui non so più niente.
Il suo barcone è lì, a Lampedusa,
ma lui, il mio Alì, lui dov’è?
C’è il motorino che lo aspetta…
Ha quattordici anni solamente.
Deve andare ancora a scuola
qui, nella mia, sua, Tunisia.
Alì…, dove sei, piccolo mio?” *
Per Alì, per l’Africa, non ci sono ali.

In un’isola, retta in pena su pilastri
di saggezza, ci sarà Penelope
a lavargli i piedi bruni adolescenti
e ad asciugar l’azzurro degli occhi di Alì?
O sono i pesci a dare il benvenuto
all’egoismo da squalo degli umani?

In quindici anni 15.000 i morti in mare
nella fuga per raggiungere l’Europa.
Undici migliaia gli annegati di cui sette
scomparsi fra le onde.
Gli altri: morti di fame, sete o malattie. **

“… umili… deboli… timidi…
infimi… colpevoli… sudditi…
piccoli…
essi che vissero come banditi in fondo al mare, essi che vissero come
pazzi in mezzo al cielo.”
***

La rondine riprende il pigolare.
Il mare è lungo e fondo, lei lo sa.
Non sempre hai il vento per amico.
Mi fissa dentro gli occhi, inquisitoria.
Impettìsce bianca. Apre le ali.
Spicca il volo. Stride. Lama su vetro
graffia il cielo. Lo incide. Lamentando.

19 marzo

Annunciano: “luna gigante stasera.” ****
Già. Buona per guerre notturne:
Bengàsi bombardata è sotto assedio.
I Francesi han già distrutto dei blindati.
Basi logistiche in Italia sono pronte.
Saranno altri i voli, questa notte.

Le rondini tremano in nidi improvvisati.
La cagna gialla, nella Theotòki pedonale,
sbraita insonne. Poi guaisce.

E quindi… sì, la vedo quella luna
quasi perpendicolare sopra la mia testa:
veloci dita sottilissime di nubi
le carezzano il mento perentorio
di sdegno e di rimbrotto.

20 marzo

Il cielo è grigio, quasi compatto.
Voi oggi vi librate alte
senza schiamazzo alcuno.

Tu, di fronte, ti lasci contemplare,
immobile, sull’orlo alla grondaia,
poco diversa da un banale passerotto.
Ritrai la coda sotto il petto
come fossi poco in vena di cantare.

Sotto stesso cielo, poco distanti,
brillano linee di fuoco sulla testa del tiranno.

Nella mia stanza non c’è musica né canto
ma il riaggiornarsi della CNN da Atlanta.

Voglio vederla meglio quella luna. Scendo
sui lucidi pietroni della Via Theotòki
incastonati a brillantini dalla pioggia.
È deserta e buia, come è pure la Spianada
spazzata dal freddo grecale.

Alla marmorea terrazza sul mare
il vento tace e infastidito si sottrae.
È una carta assorbente, il cielo,
variamente imbevuta di china
in varianti di blu più o meno pesto
tranne per la luna, lì, gigante…, a osservare.

Poi, lungo il resto della notte,
piove, sottilmente, a lutto.

21 marzo

Il calendario è rispettato:
un anno nuovo (si fa per dire…) è cominciato.
Primavera tarda e bastarda, è questa.
Sole e nubi, pioggia e rosso fuoco
si alternano, insicuri, ingarbugliati.
Le guerre vanno avanti:
tiranni, ieri osannati, vanno chiedendosi
— come colombi in pose pidocchiose —
perché baciamano e inchini son finiti.

Di chi bacia è colpa, ma più grave è quella
di chi, noi e voi, rondine o colombo, chiude gli occhi
e tace per comodità alla grande farsa.

Il calendario è rispettato:
prima notte, questa, di altra primavera.
E s’inargenta a nuovo il mare
per la luna che da sempre sa la pena
del partorire vite e primavere
anche di sangue e ribellioni.

Pure splendendo, lei altro non può
che di pietà, gigante, lucciolare.


* Video-intervista del TG3 a una madre tunisina, trasmessa a metà marzo 2011 e trascritta qui a memoria il più fedelmente possibile.
** Dati aggiornati al marzo 2011. Da allora, ovviamente sono cresciuti e continuano ad aumentare.
*** Pier Paolo Pasolini, “Profezia”, da Alì dagli Occhi Azzurri (1965).
**** Raro fenomeno astronomico annunciato con grande insistenza dai media.

—————————————————————

Testo tratto da Quattro Stagioni a Kerkyra, alla Luna, Supernova Edizioni, 2013.

Armando Pajalich, veneziano, già Ordinario a Ca’ Foscari, si è occupato di letterature e culture post-coloniali anglofone. I suoi primi volumi di versi risalgono al 1975. Vive attualmente a Venezia e Kerkyra (Corfù).

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