Alto sulla sabbia

di Antonio Sparzani
I.
Alto sulla sabbia camminava, malinconico, un ufficiale dell’esercito druso. Molto cammino ancora mancava per raggiungere il primo avamposto disperso nel deserto. Il sole era vicino al tramonto: i colori che suscitava dalla sabbia, Shar li aveva visti solo nelle stanze arabescate della residenza estiva del suo diretto superiore, il colonnello Darezi, dove i soffitti e le pareti danzavano perennemente sotto gli occhi del visitatore e proponevano continue vertiginose lontananze.

L’ufficiale si chiedeva, con una certa indifferenza mentale, se sarebbe stato in grado di arrivare prima della notte del deserto, quella che arriva improvvisa e minacciosa, col freddo e con gli scorpioni. Nella palude dolciastra della sua non molto vigile coscienza s’affacciavano ora l’immagine conosciuta del primo avamposto, ora i visi di alcuni sfocati commilitoni, ora profili lontani di volti un tempo amati e poi lentamente impalliditi.

La sua guarnigione era di stanza a Ebila, i suoi lontani parenti venivano dalla lontana Arabia. La vita dell’ufficiale era stata, fino ad allora, un non molto lungo fiume tranquillo, anche se con alcune anse e alcune rapide che tuttavia non disturbano la direzione dello scorrere.

Shar inciampò in una sporgenza del terreno, si fermò qualche istante, il corso dei suoi pensieri improvvisamente mutò; il sole era tagliato a metà dalla linea dell’orizzonte. Si acuì l’ansia per il cammino. Sarebbe stato costretto a una notte nel deserto, in compagnia delle sue paure e senza l’ombrello tranquillante della cameratesca solidarietà.

Da bambino, – quando abitava con i nonni in un’agiata casa del Libano settentrionale e l’adolescenza ormai imminente cominciava a rendere la parola amico una parola speciale, confusamente intima – s’era allontanato una sera, con i suoi due amici preferiti del momento, dai familiari dintorni che conosceva fin nei particolari, al di là delle già inquietanti casette della periferia, su quei prati mal messi e presto sabbiosi, che aveva sempre solo visti di lontano e vagamente desiderati. Anche allora era l’imbrunire. La lotta sempre incerta tra l’avventura e la sicurezza non li aveva subito spinti al ritorno e presto si era trovato, con gli altri due, a dover strizzare gli occhi per poter distinguere – nel buio che sopraggiungeva – le luci gialle che aveva alle spalle e quelle rosse dei falò che si perdevano lontani sulla sabbia. Nessun pericolo reale era allora venuto a minacciarli, ma la crescente esperienza di irrealtà che li morse per un paio d’ore, fu poi molto difficile da dimenticare. I suoi amici, non i soliti figli di colleghi dei genitori, ma due ganzanelli conosciuti un anno prima per la strada – avevano condiviso il suo groviglio di sensazioni, e la loro amicizia era uscita da quell’esperienza – pur così limitata e senza storie da raccontare — percettibilmente rafforzata.

La sporgenza del terreno era un coltello dalla lama ancora lustra, rimasto nella sabbia chissà da quando: Shar l’osservò senza interesse, finché non notò, sul manico leggermente intarsiato, tre iniziali che lo stupirono: K. J. D. Allora lo raccolse, e, assorto nei suoi pensieri, si rimise in cammino. Kalìa Jasmina l’aveva conosciuta qualche anno prima; attratto dalla sua brusca allegria, aveva attaccato discorso ad una delle rare feste a casa del colonnello cui aveva partecipato, ed aveva appreso della sua passione per la fabbricazione di coltelli. “Pensa che una donna non dovrebbe occuparsi di coltelli?” gli aveva quasi subito chiesto Kalìa, e al suo imbarazzato schermirsi, ella aveva aggiunto di avere ereditato quella passione dalla madre persiana, che era stata una delle migliori forgiatrici di coltelli della sua terra. Shar ricordava poco della successiva conversazione con lei, ma arrivava a confessarsi che quel volto gli appariva ancora talvolta e l’aroma di utopia che penetrava le sue parole era di quelli che possono riempire la memoria come il fumo può invadere un’intera stanza.
Shar s’accorse di non poter rimandare di accamparsi per la notte; montata in pochi minuti la tenda contenuta nello zaino, e osservato un’ultima volta l’orizzonte sottile e appena sfumato, vi si coricò dentro e lasciò correre le immagini che si presentavano alla sua mente con quella libertà che solo una situazione di fondamentale solitudine può consentire. A quale mercante o amico Kalìa aveva affidato quel coltello così inconfondibilmente suo, Shar non poteva certo saperlo, ma si ripromise vagamente di ripensarci ancora l’indomani, con la mente più limpida.
I fruscii e i piccoli rumori secchi della notte del deserto lo preoccupavano, ma anche lo cullavano e lo accarezzavano; Shar si addormentò con una diminuita malinconia e con una piccola gioia, che non localizzava ancora con chiarezza, ma che si nascondeva da qualche parte dentro di lui.

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