Cominciamo bene (Parlare di politica? 0.3)

di
Roberto Plevano

Cominciamo bene. Nuovo governo, stessi disegni. Se qualcuno avesse avuto mai dubbi (visto che chi davvero ha speranze e attese in questo governo non ha mica tanti dubbi…).

Sì, è il caso di dirlo, cominciamo bene, da parte di chi dovrebbe saper usare una qualche elementare argomentazione, se non altro per competenze specialistiche, e non ricorrere a slogan senza senso.

Stefania Giannini è da sabato 22 febbraio ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, non si capisce se in qualità di segretario di ciò che rimane di Scelta Civica, oppure perché fino al 2013 rettore dell’Università per stranieri di Perugia.

Passano poche ore dal giuramento e rilascia una breve intervista a la Repubblica: il fantasiosissimo lessico d’elezione – soldi, investimenti, capitale umano, bilanci, valutazione, gestire, scegliere, e via menagerialando – definisce la comunità linguistica di appartenenza e, presumibilmente, le sue convinzioni.

Tra le mosse subito esibite non può mancare la sviolinata alle scuole paritarie (così colpite dalla crisi…):
«I soldi [pubblici, si capisce ndr] sono necessari per la scuola pubblica e quella paritetica, che non lascerò indietro»
e curiosamente null’altro si dice a proposito, per esempio sulle modalità di “investimenti in capitale umano” da farsi anche in quelle scuole, per non “lasciarle indietro”: è ben noto il fatto che i docenti delle paritarie vengano assunti in modo abitrario dalle direzioni, salvo fatto, e non sempre, il requisito dell’abilitazione.

Il ministro si impegna a «studiare, come una secchiona», e intende studiare la macchina ministeriale e amministrativa, perché sul futuro dell’istruzione secondaria non ci sono dubbi (e quindi necessità di approfondimenti): il liceo in quattro anni si farà:
«Sì ai licei in quattro anni, è un modello internazionale. La consultazione sulla scuola, invece, mi lascia scettica

E ci risiamo. Variante sciatta dell’“Europa ce lo chiede”, impugnato per evitare anche la possibilità di una discussione. Come se i diversi sistemi scolastici fossero totalmente omogenei. Non lo sono, perché le società sono diverse, come anche le lingue (il ministro ha scritto qualche testo sulla materia, dovrebbe saperlo).

Idea perlomeno singolare, in un paese in cui la percentuale dei diplomati nella popolazione è inferiore alla media OCSE. Ci portassero una qualche ragione, un discorso, un argomento, una giustificazione. No. Il modello internazionale, e tanto basti. Chissà come mai, modifiche e cambiamenti annunciati sono quelli che i diretti interessati non hanno chiesto. Né insegnanti né studenti né genitori (questi ultimi due sono gli “utenti del sistema”, in idioma menagerialese) hanno mai ventilato richieste in questo senso.

Anche il lavoro infantile è un “modello internazionale”, mi pare, piuttosto diffuso nei paesi in via di sviluppo, ma anche in Europa e negli Stati Uniti (qui alcune statistiche dal sito UNICEF, lavoro infantile), ma non lo si invoca per abbassare il limite di età per il lavoro salariato.

Andiamo allora a vedere questo “modello internazionale” di cui parla il ministro. Rimanendo in Europa, a dirla in termini semplici, questo “modello” non esiste. A coprire il percorso di formazione obbligatoria a partire dall’alfabetizzazione (scuola primaria e secondaria obbligatoria, nella sigla International Standard Classification of Education ISCED 1 e ISCED 2), nei paesi europei sono attive strutture educative differenziate:

  • un primo modello, quello dei paesi scandinavi, vede una fondamentale continuità dall’inizio al termine dell’istruzione obbligatoria, senza transizioni dalla scuola primaria alla secondaria inferiore.
  • un secondo modello, in vigore nei paesi di lingua tedesca e in Olanda, prevede un nucleo formativo comune a tutta scuola secondaria dell’obbligo.
  • un terzo modello, a grandi linee adottato dai rimanenti paesi, differenzia gli indirizzi della scuola secondaria dell’obbligo.

All’impianto fondamentale della scuola dell’obbligo si deve aggiungere, in tutti i paesi, un ulteriore percorso di scolarizzazione (secondaria superiore) che dà accesso a studi universitari o di specializzazione (ISCED 3).

Così, esemplificando, in Danimarca (primo modello) è prevista una scuola unitaria (Grundskole) primaria e secondaria inferiore della durata di undici anni (dai sei ai 17 anni di età). Al sedicesimo anno di età, dopo quindi dieci anni di Grundskole si può accedere al Liceo o a una scuola tecnica, per altri tre anni di formazione, e soltanto allora si può passare all’Università o a una scuola di specializzazione.
Similmente Finlandia e Norvegia hanno 13 anni di istruzione primaria e secondaria, mentre l’Islanda prevede addirittura un anno di liceo in più, portando il numero di anni di scuola a 14.

La Germania (secondo modello) ha quattro anni di scuola primaria (Grundschule), sei anni di scuola secondaria inferiore, divisa in quattro indirizzi, e tre anni di istruzione secondaria superiore, che consente al termine l’accesso all’Università (13 anni in totale).

Tra i sistemi scolastici più vicini all’Italia, in Francia la scuola primaria dura cinque anni, mentre la secondaria inferiore (Collège) dura quattro anni e termina l’istruzione obbligatoria. Il Liceo (secondaria superiore) ha una durata di tre anni, portando così il totale degli anni di istruzione a 12. La Spagna adotta un sistema che prevede sei anni di scuola primaria, quattro di secondaria inferiore e due di superiore.

Il Regno Unito fa iniziare la scuola primaria a cinque anni, per una durata di sei anni. La Secondary School prevede cinque anni, divisi tra Stage 3 (tre anni) e Stage 4 (GCSE, General Certificate of Secondary Education, due anni), che comprende l’assegnazione di un certificato di diploma secondario. Altri due anni di corsi di livello avanzato introducono al General Certificate of Education e all’Università (in totale 13 anni di studi).

(Dati tratti da The structure of the European education systems 2013/14: schematic diagrams, a cura della Commissione Europea. Questo e altri documenti, incluso un raffronto tra gli stipendi di insegnanti e dirigenti didattici in Europa, scaricabili qui.)

Da quanto sommariamente visto, i “modelli internazionali” non sembrano prediligere univocamente i cosiddetti “licei in quattro anni”. La scelta semmai è tra un’istruzione primaria e secondaria modulata in dodici oppure tredici anni di durata, e dà conto evidentemente dalla grande differenza delle condizioni e delle società in cui l’istruzione ha luogo, di necessità ed esigenze del sistema educativo, di scelte del legislatore.

È ragionevole (e necessario) discutere e valutare prevedibili conseguenze, prima di introdurre alterazioni nel percorso educativo in una nazione. E sapere che le spese per l’educazione e la formazione in un paese sono sempre, davvero sempre, da conteggiare tra gli investimenti. Parrebbe una cosa ovvia, ma in Italia nulla è scontato.

Nessuno ha capito quali esigenze e richieste pedagogiche fossero all’origine della sperimentazione del liceo di quattro anni autorizzata dal ministro Carrozza in alcune scuole paritarie. Cè stato, con tutta evidenza, un calcolo di bottega in previsione di tagliare in un colpo solo circa il 7% dei costi di un percorso di istruzione che passa da 13 a 12 anni, per non parlare della riduzione degli spazi immobiliari, con meno aule. Un beneficio per la spesa pubblica? Non pare che il conseguente e ovvio abbassamento della qualità complessiva dell’offerta formativa sia stato percepito come un problema.

E invece questo è il problema più grosso, perché un paese ha il compito e il dovere di formare cittadini capaci, o, a dirla in menagerialese (idioma in cui non è mai difficile ridire ovvi luoghi comuni, o assortite idiozie), capaci di intraprendere con i mezzi e i metodi dell’impresa, che oggi sono competitività attraverso ricerca e innovazione, e questa capacità può venire dal sistema educativo complessivo, oppure non viene affatto.

Le rilevazioni OCSE PISA 2013 (che vanno presi come rilevazione statistica, certamente non sono indicazioni assolute) accertano un forte divario tra competenze e conoscenze degli studenti delle regioni meridionali e delle regioni del nord. Su questa emergenza (tale è infatti) il ministro in carica non spende una sola parola, e davvero è difficile trovare una qualche coerenza tra il liceo ridotto di un anno e il quadro che le rilevazioni offrono, pur prendendole con le cautele del caso.

Il ministro aggiunge:
«… il modello scatti d’anzianità va rivisitato con coraggio. Premi a chi si impegna, chi si aggiorna, chi studia. Tutti i mestieri che si rispettino prevedono premi. Valutazione e autonomia delle scuole, sul serio. Le scuole devono diventare università: gestire, scegliere.»
Qui ci vorrebbe una nota a pié pagina e citare l’esordio della Gelmini in TV davanti alla lavagnetta, a scrivere numeri con tre zeri che sarebbero stati gli aumenti di stipendio agli insegnanti… piuttosto, mi chiedo, adesso gli insegnanti non si impegnano? Non studiano? Non si aggiornano? Non è che il cliché dell’insegnante fannullone sia duro a morire? Hanno, abbiamo, bisogno di “premi” per fare questo lavoro? Della carotina (magra, eh…)? Ma che cosa passa per la testa al ministro quando parla degli insegnanti? Impegnarsi, aggiornarsi, studiare, è il lavoro dell’insegnante, assieme a molte altre cose. Lo saprà che il contratto nazionale della scuola è bloccato dal 2006 e che gli stipendi degli insegnati italiani sono tra i più bassi d’Europa? Il peggior repertorio dei luoghi comuni della destra becera che ha governato questo disgraziato paese. Data l’originalità delle idee del ministro, attendiamo di nuovo le sprezzanti accuse di Monti a proposito di “privilegi corporativi” e “indisponibilità” degli insegnanti a “liberare risorse per fare più seriamente politiche didattiche” (perché, è cosa risaputa, gli insegnanti non insegnano seriamente, fanno solo finta).

Ora si dirà: è un processo alle intenzioni dell’appena nominato. No, sono le cose venute in mente alla prima uscita del ministro, che sarà presa, come si dice, con beneficio d’inventario. Oppure: si difende una categoria. Sì, la difendo la categoria, è vero, perché il sistema dell’istruzione in Italia non è un disastro, anzi, continua ostinatamente a istruire meglio che altrove, pur con alcune criticità. Viste le condizioni in cui lavora il personale, considerando il resto del sistema paese, questo quotidiano miracolo avviene grazie soprattutto a chi nella scuola ci vive e lavora, non a chi lo ha governato. Dobbiamo parlare invece della fiscalità? Dei tempi del sistema giudiziario? Di amministrazione pubblica? Dipende dal sistema scolastico quel fenomeno che ci allontana dal “modello internazionale” delle nazioni europee con cui amiamo confrontarci, che è la corruzione? E la collega Guidi allo Sviluppo, che ne pensa (dell’assenza) di un legge sul conflitto di interessi, delle (inesistenti) politiche industriali?

Quali altre possibilità di istruzione e crescita hanno i bambini e i ragazzi, tutti, non soltanto i privilegiati, al di fuori della scuola?

Passano gli anni, passano le persone, rimane il medesimo disprezzo per chi lavora nell’istruzione pubblica, che ricorda un po’ il disprezzo per chi paga le tasse, per chi lavora onestamente, per le comunità nei luoghi dove una cosiddetta grande opera è in progetto, per la cultura che non dà pane, per le bellezze che resistono alla grossolana monetizzazione, i beni comuni, per le cose piccole e fragili, per ciò che richiede tempo, pazienza e dedizione, per il decoro e la decenza.

Altre considerazioni, a cura di Francesca Coin e Alessandro Ferretti, si trovano qui. Una profetica (non che fosse difficile…) Marina Boscaino qui.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.