Fil rouge, il romanzo epistolare di Alessando Seri

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(di Enrico De Lea)

“Fil rouge – Le lettere segrete di Yvette Mirabeau”, di Alessandro Seri (Vydia editore, 2013, disponibile anche in formato e-book), rappresenta il segno, per l’autore (oltre che narratore, assai intenso poeta e critico, nonché efficace organizzatore di cultura nelle Marche), di una scommessa creativa vinta, quella di un genere letterario – il romanzo epistolare – oggi all’apparenza inconsueto, eppure favorevolmente inattuale, per la storia narrata attraverso un epistolario e per il fascio di valori, emozioni, temperie storica che attraversa.
L’occasione del romanzo, la sua porta d’ingresso, è l’antico artificio letterario del ritrovamento, appunto, di un gruppo di lettere della protagonista, Yvette Mirabeau, in una soffitta di Parigi, nelle quali si cela e si rivela la storia personale di una giovane donna francese dentro la grande storia che attraversa la Francia degli Impressionisti, di Baudelaire e della rivoluzione della Comune di Parigi del 1871.
La storia, ripresa dopo alcuni anni da Alessandro, che ha come deuteragonista Arthur de Saëns, il giovane uomo presente in vario modo nella vita di Yvette, si presta ad una duplice lettura ed offre una rappresentazione di ciò che Rimbaud intendeva per “changer la Vie”, nell’indistinguibile nesso tra vicenda privata e destini collettivi.
“Fil rouge” è un romanzo che si legge, come esplicita induzione dello stesso genere felicemente scelto da Seri, come un romanzo di formazione, sia riguardo alla protagonista-voce narrante, che in relazione al destinatario-deuteragonista, e, al contempo, come la rappresentazione di un’epoca rivoluzionaria, in cui l’assalto al cielo, sia privato/individuale che pubblico/collettivo, attraversa le fasi della speranza e della delusione, dell’impulso e della normalizzazione, eppure resta come un tentativo che meritava d’essere fatto, un seme gettato forse non invano.
Una scrittura assai mimetica quella di Seri, ed un impianto assai documentato sotto il profilo storico quello di questa storia.
Dall’inattualità, cui si accennava sopra, del genere scelto, quello epistolare all’inattualità di affrontare la Storia, la Rivoluzione, in un’epoca post-ideologica, di apparente fine della Storia e trionfo delle merci.
L’autore riesce a parlare con la voce di “quell’altro da sé” che è la voce di una giovane donna, ardente di speranze inizialmente, colta, innamorata, idealista, con un epilogo di disillusione e adattamento alla realtà borghese.
Ma non c’è nessuna retorica della differenza femminile, c’è al contrario una grande capacità di ascolto delle voci femminili e una grande forza immaginativa che esalta e riconduce ad un’unità la differenza di questa voce.
La scelta di rappresentare un percorso umano, individuale e pubblico, con le parole di una donna comunque denota un’attenzione verso il femminile in sé, memore anche di quell’esigenza di goethiana memoria.
La capacità mimetica della voce che rappresenta un’epoca ed epistolarmente si autorappresenta insiste su una costante ricerca dell’altro e dell’altrove, nel trascendere la realtà presente dentro una possibile, costante utopia.
La scelta di narrare/costruire una storia attraverso la parte femminile di un carteggio in fondo premia la maggior coerenza della donna protagonista rispetto ai limiti, inizialmente dettati dalle regole correnti, del suo amante/confidente/sodàle.
Ma non v’è una rigidità nei ruoli assegnati, v’è quell’aderenza alla naturale contraddittorietà della vita, al suo fluire come un corso alterno e mai uniforme, sicché la caduta dell’utopia vede un rovesciamento di ruoli, con la protagonista che cede tragicamente alla propria sconfitta personale, dopo essere rientrata nella routine di commessa in Inghilterra (lei dapprima incerta ragazzina, figlia di un mercante di Versailles, poi aspirante studiosa alla Sorbonne e rivoluzionaria, nonchè amante, amica, amata, disamata), mentre il destinatario delle sue missive (l’originariamente brillante poeta e intellettuale, poi superficiale e conformista Arthur) muore gloriosamente in una delle battaglie della Comune di Parigi (significatimente, per il richiamo alla realtà, presso la tomba di Balzac, al Père Lachaise).
Tuttavia, ogni sconfitta personale e pubblica, che segna l’epilogo della storia, è sempre lì a rammentarci che, malgrado tutto, in quell’altrove cercato, nell’utopia accarezzata ed esaltata, risiede l’autenticità, il nucleo più vero, benché talora inespresso, della vita.
Citando la voce di Yvette, “in un mondo dove gli innocenti vengono uccisi in nome di mezze verità e delle frammentarie, discordanti visioni dei potenti ci rimane l’artista che, solo, si erge cavalcando il paradosso”, con delle spendide citazioni di poeti (fra i quali Baudelaire), in un mondo, dove “c’è l‘ansia, in un susseguirsi di vette e abissi; spero di saziare l’anima , ma la sofferenza non si placa mai. L’individuo difetta sempre di qualcosa. Si vive in un’apparenza di libertà mentre il tempo ci priva continuamente di noi stessi “.
E, forse, un possibile azzardo nella risposta alla ricerca della protagonista (e in fondo, anche di Arthur) resta pur sempre la voce dell’arte, questa “domenica della vita” come la definì Baudelaire, quel costante e utopico non-luogo che salva la vita e riporta ad unità il disordine del mondo.

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