Niente bagagli, siamo gabbiani

Gabbiani
di Augusto Benemeglio

Bisogna farsi gabbiani

Leggendo l’ultimo romanzo di Fabrizio Centofanti, Diventare se stessi, Effatà editrice,2013, ho scoperto ,nel 52° capitolo , Habemus papam, che tutto in noi dipende da una sola alternativa, e non è quella di essere o non essere rock, come diceva Celentano, ma essere o non essere gabbiani. E papa Francesco – fa intendere chiaramente Fabrizio – è certamente Gabbiano, un gabbiano di oggi, capace di volare in alto, ma anche di sporcarsi le ali nei bidoni della spazzatura, dove vanno a rovistare milioni di affamati, un gabbiano che non vuole starsene nei comignoli del Vaticano, ma volare presso di noi, ciascuno di noi, fare “un cammino di fratellanza, d’amore, di fiducia fra noi”.
Del resto da sempre , – mi dice il fanalista d’Otranto – i gabbiani sono i migliori amici dei fari, simboli di una luce divina per i marinai. Ed io penso ai milioni di gabbiani che ho visto nei mille cieli del mondo ,d a quelli piccoli e neri di Uithenage , sperduto villaggio sudafricano, a quelli “corsi” , dal becco rosso, dell’Isola di Sant’Andrea , dove crescono i giunchi e il papiro egiziano, i crocus , i giaggioli , l’iris , la centaura cenerina, l’aringo e il finocchio di mare , l’asfodelo, la malva , l’anemone , la scilla , l’aglio cigliato, l’agave e tutta la (rara) microflora mediterranea. Quell’isola dei gabbiani è una sorta di Mobydick bruna e mutevole, un isolotto brullo , sopravvissuto agli uomini, una zattera in mezzo al mare, dice Piero Toma . Ma penso anche ai gabbiani di Nino Della Notte, piccole folgori di giallo che incidono le notti, tagliano la pelle come sogni senza via d’uscita , o ai gabbiani di Anteri , fazzoletti di carta , anime rarefatte , vortici rapsodici , geometrie di sorrisi deviati allo specchio , e penso ai fari del basso Salento, la Palascia, Santa Maria di Leuca, Torre San Giovanni di Ugento e quello di Sant’Andrea , piccole cattedrali marine, templi mediterranei ,rifugi di poeti invisibili , dimore di anime smarrite, anime-gabbiani, come gli innamorati della Torre di San Giovanni di Luigi Sansò . Io so, -dice il poeta, – che bisogna avere un cuore leggero per poter vivere nel nostro mondo d’angoscia, io so che per vivere questa nostra esistenza splendida e disperata , dove l’uomo non è che una malattia e polvere cosmica, bisogna avere il sorriso d’aria , bisogna, insomma, farsi gabbiani. Ma è proprio così?.

Robert Louis Stevenson

Aveva il nonno e il padre entrambi costruttori di fari , e anche per lui era stato programmato un avvenire di nuovo costruttore di fari, di dighe, porti e di segnali marittimi. E quando, a diciotto anni, disse al padre, con voce incerta e tremante , che non avrebbe fatto l’ingegnere, il colpo per il genitore fu terribile , Tu hai fatto di tutta la mia vita un fallimento…Non mi resta più niente, avrei preferito vederti nella tomba…Ma quei fari costruiti nei desolanti mari del Nord, quelle torri che sfidavano il mare e il vento, quelle luci che illuminavano la tenebra colpirono per sempre la sua immaginazione . E i suoi romanzi sarebbero stati appunto come fari, costruiti sfruttando le forze della notte (cfr. L’isola del Tesoro, Il Dottor Jekill e Mr. Hide, etc.) .Fari che avrebbero illuminato anche le nostre notti , a partire dall’adolescenza , stagione che Stevenson non abbandonò mai del tutto, fino al termine della sua non lunghissima vita ( morì a 44 anni per un’emorragia cerebrale) . Fin da ragazzo, si metteva a contare le onde, notava il minimo cambiamento del loro ritmo, e il momento in cui si spezzavano sulla riva in modi sempre diversi, percepiva la fralezza , la disperazione e il senso tragico dell’esistenza celato in ogni piccola cosa, Perfino la calma della vita quotidiana è fragile come vetro, una specie di tremito anima tutte le cose, viviamo in un universo di una segreta amarezza… Se non avessi il cuore leggero, come quello dei gabbiani, morirei.
La salvezza, per lui , era il volo della fantasia, il tesoro profondo dell’immaginazione, la fuga. Lui era come un gabbiano isolato, una specie di Jonathan Livingstone ,un nomade , Niente bagaglio, ripeteva , ecco il segreto dell’esistenza. E volare, alzarsi sulle miserie umane, come un gabbiano, e infatti morì nelle isole di Samoa, su un isolotto che era poco più di uno scoglio, che si chiamava Upolu e aveva a che fare coi gabbiani, che gli fecero una specie di corteo funebre, come a formare una luminosa e misteriosa croce bianca, quella che ho visto qualche volta sulla riviera Bartolomeo Diaz di Gallipoli, sopra i campanili del Crocifisso e del Rosario , davanti all’isola di Sant’Andrea , che elevavano canti, o gridi al loro misterioso dio

Da Baudelaire a Hitchocock

Penso alle millanta poesie che mi sono pervenute sull’argomento in ventisette anni di concorso L’uomo e il mare, quasi tutte destinate al rogo della memoria, penso al grandissimo , immenso Charles Baudelaire , che parla di Albatros ( una sorta di gabbiano gigante) come simbolo stesso del poeta e dunque della poesia, che è bella quando vola, ma quando sta a terra è ridicola, goffa, una cosa che tutti si divertono a prendere a calci nel sedere, e giustamente, se è vero come è vero che anche il buon Eugenio Montale dirà, alla fine della sua gloriosa carriera, che la poesia è pura deiezione.
Penso ai gabbiani che stavano accoccolati, d’inverno, nei giorni di libeccio, sul vecchio molo della Capitaneria di Porto, prima della colmata, quando d’estate diventava un piccolo stabilimento balneare, con un vecchietto, mesciu Gaspare, che rifaceva immancabilmente , a regola d’arte, i pontiletti in legno, dove i bagnanti potevano sostare, o tuffarsi, e il nostromo ormeggiare il suo vecchio Boston dalla chiglia piatta , battellino da perlustrazione, più che da soccorso, una specie di cigno trombettiere che spaventava i pesci. (Ci fosse stato il vecchio Renoir, ne avrebbe fatto un quadro niente male).
I gabbiani allora si radunavano su quello spiazzo e facevano una sorta di barriera grigia al vento, s i confondevano con la calce la sabbia gli scogli la cenere, i segni simbolici del mare d’inverno ( era incredibile come sparisse quasi del tutto il resto della livrea , il bianco del petto e il giallo dei becchi, si vedeva solo un’incredibile profusione di grigio che comunicava il senso di freddo intenso che attraversava i loro corpi affusolati e assolutamente refrattari alle basse temperature) , e comunicavano qualcosa di triste, malinconico, frusto, oserei dire banale, squallido, quotidiano , anche un po’ kitsch. Rimanevano quasi immobili sotto la spinta del libeccio, non s’alzavano in volo, non seguivano i pescherecci e le navi , le tracce fosforiche delle loro scie, né scrutavano le onde nei loro eterni mutamenti, le onde altissime delle tempeste, o quelle che si trasformano l’una nell’altra, le correnti, il ristagno , la quiete, i frangenti sopra la riva . Non erano per nulla i romantici simboli della libertà, metafore dell’eleganza , leggerezza, bellezza , della purezza dell’esistenza. Erano poveri gabbiani infreddoliti, un po’ goffi, ridicoli, proletari , affamati, che anticipavano quelli che oggi – dicono le cronache – si son fatti molto più aggressivi e attaccano gli atri uccelli più piccoli, i piccioni in particolare, ma anche i gatti e i cani di piccola taglia e – odi odi – perfino l’uomo . Guai a contendergli un buon rifiuto nei cassonetti della monnezza, c’è da rischiare la pelle! E mi tornano per un attimo alla mente i gabbiani che Hitchocok aveva profetizzato, più di quarant’anni fa, nel suo film Gli Uccelli, roba da incubi, sogni che tagliano la pelle e che incidono le notti .Questa triste mutazione del selvaggio uccello ridotto a contendere pane e spazzature ai colombi, sgradevole, iroso, goffo e cattivo, ci dovrebbe far riflettere, – mi dice Paola Renzetti da Venezia. La colpa è dell’uomo che ha modificato l’ambiente. Ohè, ma vi rendete conto che questi qui beccano in testa alle persone che si recano al cimitero e non hanno riguardo neppure dei morti. Nei cimiteri fanno l’amore , nidificano , e con veloci beccate arraffano il cibo nei sacchi di plastica , come se non fossero figli a uccelli che dal mare s’alzavano dominatori con il pesce nel becco. Conferma il lombardo Giovanni Freni: “Li ho visti a Brescia, nella montagna degli scarti, in nuvole piene di grida. Si strappavano l’un l’altro il pezzo di quella nefandezza esposta in un mare di odori putrescenti. Era tragico, vederli risalire dagli avamposti sul mare fino a quei monti fasulli di rifiuti. Tristissimo, sembravano persino mutati nella livrea, non c’era più nulla di bianco , sembravano tutti grigi anche loro come il cielo”.

Il Gabbiano di Cechov.

Penso, da ultimo, anche al Gabbiano di Cechov che ho messo in scena diciassette anni fa al teatro Italia di Gallipoli , e venne niente male, anche grazie all’ ottima scenografia di Franco Mosco , e alla bravura degli attori, ultradilettanti , giovani e meno giovani , che avevo allevato nella parrocchia di San Gerardo Maiella . Quel gabbiano, che è metafora della vita della protagonista , Nina, – che dice di sè, più volte, Io sono come un gabbiano, non posso vivere prigioniera, ho bisogno di grandi spazi, di cielo, di mare… è più realisticamente quello che ha ammazzato Kostia , e che ora getta ai piedi di Nina, Che senso ha uccidere un gabbiano?, non serve a niente e a nessuno. Perchè, Kostia? …perchè?. Non lo so… Ho voluto dimostrare la mia bassezza… Forse vuole farla finita con i sogni e le utopie, i voli della fantasia ,etc, vuole, o vorrebbe cominciare ad essere concreto, realista, con i piedi ben piantati in terra, avere una donna, una famiglia, ma non ci riuscirà e allora farà la stessa fine, preannunciata , di quel gabbiano: con un colpo di rivoltella porrà fine alla propria esistenza. Sipario e strimpellata al pianoforte di Brahms, quello meno cerebrale, quello una volta tanto più istintivo e passionale, vicino all’odiato Ciajkowsky. Amici, Il Gabbiano l’ho rivisto a Milano, teatro Litta, qualche anno fa, senza scene, senza costumi, teli neri dove incerte figure in felpa e jeans vagano come fantasmi danzanti , si cercano senza trovarsi, si parlano senza comunicare , il vuoto, lo smarrimento dell’essere, nessuna atmosfera cechoviana; il gabbiano ucciso da Kostja non è più un uccello, ma una donna ,una nuotatrice anni trenta con la cuffia e il costume da bagno. Dice alla fine lo speaker, Signore e Signori, il Gabbiano è il cuore che è sbattuto da una parte all’altra dell’esistenza , in mezzo alle buriane, alle tempeste, ma anche alle bonacce, ai momenti di calma piatta che abbassano la pressione in modo pericoloso, fino al collasso. A volte il mare è quel luogo infinito che sta dentro di noi e che ci rivela il volto oscuro di Dio.

Woody Allen e la questione escatologica

Dice, ma la vita, l’universo mondo, lo scopo della nostra esistenza , la solitudine infinita, il mistero infinito, il male e il bene, la torre che riposava negli occhi di Kant come una musica lontana, l’Adamo ed Eva e il Serpente di Aldino De Vittorio, un orizzonte dopo l’altro e le rive dell’infinito , Einstein e i buchi neri, Aldebaran e Star Trek, qual è lo scopo di tutto questo eterno dibattersi della natura, etc?
Cose come le altre, direbbe Woody Allen, la bolletta del gas metano da mille euro, il bambino che ha fatto la cacca e va cambiato, la strisciata alla macchina nuova fatta con un chiodo da un teppistello di passaggio, le casse di acqua minerale che ti sconquassano la schiena e la cervicale, la rata del mutuo e la vita che aumenta in modo preoccupante, qui va a finire che si campa centoquindici anni et ultra; e come facciamo con le scadenze , le assicurazioni , i mutui, e i gabbiani ormai mutanti? Dice, ma il Gabbiano Jonathan non è quel vivido piccolo fuoco che arde in tutti noi, che vive solo per quei momenti in cui raggiungiamo la perfezione? Certamente; infatti ciò accade rarissimamente in sogno, praticamente mai.

Il papa-gabbiano

Ma riecco il papa-gabbiano in Fabrizio che alla fine diventa se stesso: “Adesso vorrei dare la benedizione, ma prima vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo chiedo che voi […] preghiate il Signore perché mi benedica […]. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me. S’inchina , il capo piegato di chi sa di ricevere qualcosa prima di dare, come Gesù chiede alla donna, venuta ad attingere al pozzo di Giacobbe, di dargli da bere, perché ha sete […]. Deve trovare le ultime parole. Fratelli e sorelle, vi lascio, grazie dell’accoglienza. Pregate per me, a presto, ci vediamo presto; domani voglio andare a pregare la Madonna, perché custodisca tutta Roma. Buonanotte e buon riposo”. […]Hai deciso: l’ultima sigaretta te la giochi adesso. Fumata bianca, come il gabbiano che ha fatto il suo dovere

Roma, 23 febbraio 2014

5 pensieri su “Niente bagagli, siamo gabbiani

  1. Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
    ove trovino pace.
    Io son come loro,
    in perpetuo volo.
    La vita la sfioro
    com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.
    E come forse anch’essi amo la quiete,
    la gran quiete marina,
    ma il mio destino è vivere
    balenando in burrasca.

    V. Cardarelli

    Grazie ad Augusto e al “Don Fabrizio-Gabbiano ” per averci sempre fatto volare alto.

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  2. Se impari a indossare le ali, fai fatica a dismetterle se per caso si spezzano, magari con un vento forte che non ti aspetti. Diventa difficile rialzarsi e ricucirle: si può provare solo con la bellezza del cielo.
    Grazie ad Augusto per questo bel post e a don Fabrizio per i suoi spunti di libertà che non perde occasione di trametterci

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  3. Cara Ema, i versi di Cardarelli mi riportano indietro di mille anni. E’ un poeta che ho amato intensamente nella prima età dell’innamoramento. E quella poesia che tu hai postato era uno dei miei cavalli di battaglia, insieme a “Bocca di sorgiva” ( Pure qualcuno ti disfiorerà bocca di sorgiva:..Su te, vergine adolescente,/sta come un’ombra sacra….Se ti veggo passare/ a tanta regale distanza/ con la chioma sciolta/ e tutta la persona astata/ la vertigine mi si porta via”
    Erano versi che spesso copiavo sulle cartoline che mandavo alle ragazze di cui m’innamoravo, praticamente quasi tutti i giorni, in quel gioco di sogni, di incantesimi e di misteri che è l’età dei primi suoni e canti d’amore. E pure lui , cogli anni e le disillusioni, era divenuto un misogino incallito. Qualcuno che io ho conosciuto molti anni dopo ,e faceva a quel tempo il cameriere, lo ricorda ormai vecchio e malato , senza un lavoro , senza una pensione, una casa, una famiglia , seduto per parecchie ore del giorno ad un tavolo all’aperto del Bar Strega di via Veneto, dove Fellini cercava l’ispirazione per la sua “Dolce vita” , ridotto ormai a larva umana (“Ora la mia giornata non è più | che uno sterile avvicendarsi | di rovinose abitudini | e vorrei evadere dal nero cerchio… | E sogno partenze assurde, | liberazioni impossibili… | Io annego nel tempo»). Cardarelli era ridotto a macchietta di caffè, col suo cappottone scuro liso e la sua sciarpa grigia ormai consunta , che indossava sempre – anche d’estate – , appartato, coll’aria disdegnosa e burbera , con la voce ormai ingarbugliata dalla paralisi , deriso e sbeffeggiato dai camerieri e dai garzoni , dai passanti , spesso irriso dai giovani cronisti a caccia di indiscrezioni e impertinenze , che speravano di estorcergli ancora qualche battuta sferzante , qualche sentenza fulminante , per cui andava famoso . Morì poco dopo , a Roma , quando io avevo sedici anni, nel 1959 . Ci fu un trafiletto sui giornali e nulla più. Uno dei più importanti scrittori e poeti della prima metà del novecento, che era stato una specie di “guru” della nuova letteratura , della prosa d’arte negli anni venti-trenta , se ne andò praticamente dimenticato da tutti. . Mi diceva il mio amico che I barman e i camerieri l’avevano sfottuto fino all’ultimo giorno della sua vita , chiamandolo per burla “ professore” , non sapendo – ignari!! – che era stato uno dei pochi veri autentici “maestri” della nostra non eccelsa letteratura di quell’epoca .
    Polemista mordace , severo, uomo di risentita passione , senza amici , fragile e impassibile , la sua esistenza non poteva che essere difficile , problematica , sofferta, piena di disillusioni e umiliazioni , fino al punto di dover quasi mendicare per vivere (in una lettera del 1946 – quando il suo nome era ancora fulgido negli arenghi e nei consessi letterari ( aveva vinto il premio Bagutta , due anni dopo , nel 1948, vincerà lo Strega) – scrisse al giovane poeta Bigiaretti : “ …Languo e soffro in una cameretta esposta a tramontana …e tremo , perché non dirlo?, pensando alla morte che s’avvicina…Le mie condizioni non mi permettono di lavorare . Che fare dato che non ho il coraggio di uccidermi? Spero che (lei) possa dirmi una parola rassicurante” ( Bigiaretti fece la colletta con i letterati del tempo e gli mandò qualche soldo) .Ma lui lo sapeva , fin dall’inizio, dagli esordi , che quella vita vagabonda e solitaria che si era scelto , di austera e scontrosa dignità , quella vita da “ enfant de fortune” ( “Sono figlio dei tempi…mi sento come un grillo nell’uragano , come la cicala sorpresa dai primi freddi dell’autunno“) , in cui aveva tentato tutti i mestieri( fattorino , commesso di un negozio di orologi, giovane di studio presso un avvocato, sindacalista, impiegato di cantiere, e compilatore (lui che aveva fatto appena le elemetari!) di tesi universitarie, infine cronista dell’ Avanti!) sarebbe stata “tutta da mortificare e da reprimere in vista dell’opera che ne dovrà scaturire “, sarebbe stata “una perpetua attesa e una costante vigilia”. E c’erano giorni in cui quasi si smaterializzava, teso sul letto, sospeso e quasi inesistente, oscillava come un ago calamitato , o si sentiva come un animale ferito , una preda difficile da riavere , un essere malizioso , sempre in pericolo di sospensione e allora se ne usciva con quelle sentenze fulminanti, quelle battute sferzanti per cui andava famoso e spesso erano autoironiche: “ io la vita l’ho castigata vivendola”

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  4. Dei gabbiani, sicuramente quelli che vedo quando sono a Roma, mi colpisce il volo, aereo ma “robusto”. Ne ricordo uno veramente magnifico e socievole sul terrazzo dell’Altare della Patria, in un pomeriggio di sole di gennaio dell’anno scorso. Bianco e grigio, becco arancione, accanto alle amiche e a me in una foto ricordo, era un incanto osservare come si accompagnasse a noi, come un amico, come si lasciasse avvicinare, spostandosi solo appena un po’ in là quando ho allungato la mano per cercare di accarezzarlo. Per un attimo mi sembrò un messaggero buono, quasi una creatura soprannaturale. Quando, pochi mesi dopo, all’ elezione di Papa Francesco, inquadrarono un gabbiano sul comignolo di San Pietro, ci siamo chieste se quel gabbiano così speciale fosse lo stesso.

    Molto emozionante, come sempre nelle tue pagine, Augusto, anche in questo post che plana in ogni zona, ogni spazio aperto e ogni anfratto dell’animo umano, e nella missione pastorale e poetica di Don Fabrizio. Grazie!

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  5. grazie a te, Augusto che sai sempre come aiutarci a leggere nel modo giusto un bel libro.
    Grazie a Fabrizio Centofanti che ci aiuta a volare in alto, anche in questi momenti così bui.

    ernestina.

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