Alto sulla sabbia – II

di Antonio Sparzani
II
Fu svegliato, alle prime luci, dai rumori variopinti e dissonanti di una carovana che si avvicinava: era un avvenimento ormai piuttosto insolito da quelle parti, ma evidentemente ancora qualche famiglia di mercanti si affidava a quell’antico modo di andare e trasportare e vivere. Shar fu presto in piedi, mentre la fila di cammelli e di persone, di colori e di odori, gli passava a lato. Su uno dei cammelli meglio bardati, intravide le insegne di una famiglia a lui nota e un tempo amica, così che si avvicinò per offrire un gesto di comunanza e di ricordi, ma non ebbe se non un formale cenno del capo. L’uniforme degli ufficiali delle guarnigioni non era molto amata dalla popolazione; chi la indossava era per lo più tollerato, quasi un indifferente elemento del paesaggio.
Shar riprese il cammino lungo la traccia che conosceva, verso l’avamposto. La carovana si allontanava ormai in tutt’altra direzione e il sole cominciava ad alzarsi sull’orizzonte. Il coltello di Kalìa Jasmina era in tasca, e ogni tanto Shar lo sentiva sulla pelle. Sulla ruvida pelle del suo volto aveva anche sentito, incredulo, le dita di Kalìa, quando l’aveva rivista, la sera seguente a quella in cui l’aveva conosciuta; Kalìa l’aveva alla fine salutato con una carezza trattenuta ma sicura. Avevano scambiato parole e sguardi in un ristorante greco nel quale si erano reincontrati, e non avevano saputo forse ben dirsi quel qualcosa che aleggiava confusamente nel loro guardarsi, ma di cui era difficile non prender coscienza. Più che altro si erano abbandonati a un pensiero, l’uno dell’altro, ancora troppo vago perché quasi nulla l’uno dell’altro sapevano, ma dentro il quale era facile immaginare invitanti futuri. Kalìa parlava a piccoli scatti sussurrati e si perdeva a volte in racconti e ricordi che Shar faticava a ri-immaginare e ricostruire, ma in questo tentativo avvolgeva la ragazza in una ragnatela di presentimenti e di possibilità che un po’ alla volta catturava anche lui.
Gli obblighi militari di Shar l’avevano poi costretto ad allontanarsi dalla città e molti mesi erano ormai passati da quel fuggevole ma non futile incontro. Nella mente di Shar anche quel ricordo si stava affievolendo, e ora quel coltello l’aveva così bruscamente risvegliato. Vi fu una punta di dolore nella riflessione interiore di Shar, per quel seme gettato e non germinato, e un senso di inquietudine e di insofferenza gli diede qualche brivido.
L’avamposto doveva ormai essere prossimo e Shar si affrettò leggermente: voleva arrivare prima del sole del mezzogiorno. Presto vide di lontano i profili delle fortificazioni, ma fu subito ripreso da una leggera sensazione di irrealtà, non appena si accorse che in quei profili qualcosa era mutato; fu dapprima una sensazione impercettibile e respinta come insensata, ma si impose poi ben più chiaramente, quando Shar si avvide del fumo e del disordine. Pochi passi ancora gli bastarono per accorgersi che l’avamposto era stato completamente distrutto.

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