Tennis, di Roberto Saporito

tennis 2014
La vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi
scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi.

(David Foster Wallace, Infinite Jest)

Lancio la pallina e la colpisco con un piccolo ritardo nella discesa. Una mia battuta tipica, un mio tratto distintivo.
Jim la colpisce come può e la rimanda, alta, nella mia parte di campo.
La colpisco, forte, di dritto, e la infilo, in un passante lungolinea, dove Jim non riesce ad arrivare.
Punto.
Trenta a quindici.
Il pubblico applaude, benevolo.
Batto, e viene fuori un “ace”, involontario, non mi era sembrato di averla colpita tanto forte la pallina.
Jim, tentando invano di prenderla, cade a terra.
Punto.
Quaranta a quindici.
Il pubblico esulta, adesso.
Batto. Jim risponde molto forte e profondo a effetto.
Ribatto con altrettanta forza angolandola.
Jim la prende e la rimanda indietro molto alta.
Schiaccio e la pallina si fionda nella parte di campo dove Jim può solo osservarla, costernato, battuto.
Gioco.
Applausi ancora più rumorosi e lunghi da parte del pubblico che a questo punto ormai mi idolatra, mi ama, senza riserve.
Jim batte.
La manco in pieno, la mia racchetta raccoglie solo aria.
Cazzo.
Jim batte. “Ace”. Molto violento e veloce. Non la vedo neanche la palla.
Cazzo.
Il pubblico applaude e urla, ma questa volta a beneficio di Jim.
Jim batte e io colpisco la palla quasi in anticipo e la spedisco in un profondo passante incrociato inarrivabile.
Jim trenta, io quindici.
Jim, con la sua faccia, nera, da gangsta rapper, barbetta e corti capelli ricci, batte molto forte.
Colpisco la pallina altrettanto forte e la seguo a rete. Jim ribatte come può, io la tocco appena, un “drop-shot” che lo sorprende. Punto.
Trenta pari.
Mi piace molto il tennis. Mi piace perché io sono l’unico responsabile del gioco, se sbaglio è unicamente colpa mia, se faccio punto è solo merito mio. Mai piaciuti i giochi di squadra, l’affiatamento tra compagni che hanno il medesimo scopo, una sola missione, non fa per me, io sono un orso, un lupo solitario, un individuo al limite della sociopatia. Mai fatto squadra io, nello sport, ma anche nella vita. Soprattutto nella vita.
Jim batte.
Io rispondo molto profondo imprimendo una rotazione in avanti. Jim fa altrettanto. Io cambio, anticipando il colpo, il gioco. Jim corre ma arriva tardi alzando un gran polverone.
Trenta a quaranta.
Il pubblico, tutto in piedi, mi applaude e sorride complice: mi amano senza riserve.
La cosa bella dell’idolatria del pubblico è che non ci può essere reciprocità: loro mi amano, io, non necessariamente. Non è prevista proprio la reciprocità e a loro va benissimo così. E a me anche, naturalmente.
Jim batte.
Ribatto corto.
Jim attacca sotto rete.
Io lo passo con un colpo parallelo alla linea del fuori, alla sua destra, ma lunghissimo, inarrivabile.
Il pubblico esplode, non si contiene più ora.
Ho vinto, come al solito. Sono molto bravo, quasi imbattibile. Quasi. Ma mi alleno anche molto.
Il tennis è il mio sport. Non ci sono dubbi.
Appare il punteggio sul tabellone, con un’allegra musichetta.
Sorrido, poso quella che dovrebbe essere una racchetta e spengo la Wii.
Poi spengo la televisione: una cosa enorme, nera, dai pollici incalcolabili.
Risistemo il divano, raddrizzo il tavolino antico di noce chiaro, mi sposto alla mia scrivania, anche lei antica ma di mogano, e accendo il computer.
L’idea è quella di scrivere un racconto su un tipo che gioca a tennis con la Wii.

Un pensiero su “Tennis, di Roberto Saporito

  1. Da ultraquarantennale appassionato e giocatore di tennis a livello N.C., scrissi qualche anno fa un testo, poi rappresentato, dal titolo “Il tennis e i poeti”, in cui concludevo che l’unico vero poeta del tennis è stato (anzi, è) Gianni Clerici, che lo ha cantato in tutte le salse nelle sue cronache sportive e in molti libri storici e non. Leggendo il suo magnifico “Cinquecento anni di tennis” sembra – incredibilmente – che sia stato William Shakespeare a usare ,in un suo dramma, per la prima volta , in modo letterario , la parola tennis, anzi , per essere precisi, a parlare proprio di “palle da tennis”. Se non ci credete, basta che sfogliate le pagine del primo atto dell’Enrico V per verificarlo, quando arrivano gli ambasciatori francesi e portano al re un gran tesoro, rinchiuso in un barile. Un tesoro che – secondo gli ambasciatori francesi – dovrebbe annullare il credito che il re di Inghilterra vanta nei confronti del cugino, il Delfino di Francia. Di che si tratta?, chiede il re al duca di Exter, suo zio.Di palle da tennis, sire. E il re, Siamo lieti che il delfino sia tanto carino con noi. Vi ringrazio del suo dono e per il disturbo che vi siete presi. Quando avremo assuefatte le nostre racchette a queste palle, giocheremo in Francia, per grazie di Dio, un set che farà volare la corona di suo padre.

    Forse l’etimo è nato probabilmente dalla corruzione della parola “tenez”, che era il grido lanciato dal giocatore che iniziava il gioco per avvertire l’avversario dell’arrivo della palla, o forse – ipotizza Clerici – dalla corruzione di un termine che usò un cronista toscano , Donato Velluti, che scrive di una partita a palla tra cavalieri francesi, tutti nobiluomini e baroni pieni di soldi, e tale Tommaso Lippaccio, fiorentino, che durò per giorni e giorni. Si giocava a “tenes” – dice Venuti nel lontano 1325, un gioco che si pratica qui da noi”, ma che i francesi hanno così ribattezzato. Insomma, alla fine , pare che la nonna del tennis, ammesso che la Francia ne sia la mamma, e l’Inghilterra la zia, sia proprio la nostra beneamata Italia, anche se ora come ora non rendiamo troppo onore alla nostra progenitrice , e siamo precipitati giù fino ai limiti della serie C del tennis mondiale , ma ora per fortuna sembra che ci stiamo riassestando ( nel settore maschile) con Fognini , mentre continuiamo ad eccellere in quello femminile con le fantastiche 4 ragazze: prima Schiavone e Pennetta, ora Errani e Vinci, domani magari la Giorgi e la Burnett.

    Ma proprio su questo blog sono state postate partite di tennis “poetiche”, magari anche erotiche , come quella di Emanuele Kraushaar , in un’atmosfera di passatempo di persone ricche e annoiate, sempre un po’ infelici. Anche l’emozione è come “sottovetro”. La noia non s’infrange, nè nella battuta della pallina, nè nella “caduta” finale. “Quel rovescio micidiale,/scure di luce che colpisce/la linea bianca e schizza/come sasso di ghiaia/nel parcheggio è un rasoio/che taglia e fa dolce il suo sangue,/ è un dito che piega l’osso/e consola il suo dolore,/è lo strappo che del sale/l’odore prende sulla pelle.

    Ma c’è stato anche Eugenio Montale che ha parlato di scritto di tennis . Lo testimonia una prosa che ha per titolo proprio “ Dov’era il tennis” scritta negli anni ’40 . Di Montale “tennista” parla anche Gianni Brera. Racconta che un giorno si era recato a casa del poeta e l’aveva ammirato come eccellente baritono . Si sa che Montale aveva iniziato la sua carriera proprio come cantante lirico, che rimase l’unica sua vera passione ,al di là della poesia e della letteratura . Interpretare Jago , con il fez piumato , o Scarpia con il monocolo e la tabacchiera, era stato da sempre suo sogno. “Ma la morte del mio maestro di canto – aveva ironizzato il poeta – pose fine alla mia vagheggiata carriera…”
    Di sport non so nulla, è un argomento che non conosco. Ma poi disse che potendo vivere una seconda vita come sportivo, avrebbe privilegiato sicuramente il tennis, perché ha quel fascino , quell’eleganza , quelle movenze tipiche della danza. Credo che il tennis sia uno sport particolare , per spiriti superiori. In effetti è uno dei pochissimi sport in cui non sempre vince chi fa più punti, ma chi fa quelli che contano davvero. Se vogliamo , disse, è uno sport antidemocratico , allergico alla demagogia populista.
    Montale probabilmente non impugnò mai, in vita sua , una racchetta da tennis, né forse conosceva bene le regole del gioco, ma amava guardare – direi sbirciare con occhio da poeta – chi praticava questo sport, soprattutto quand’erano fanciulle, come nel caso di una sua prosa del 1943, in cui rievoca una partita di tennis nella “grande villa, color zabaglione” , sulle rive del mar ligure , presumibilmente a Monterosso, nelle Cinque Terre, dove la famiglia Montale trascorreva l’estate:“Dov’era una volta il tennis , nel piccolo rettangolo difeso dalla massicciata su cui dominano i pini selvatici, cresce ora la gramigna e raspano i conigli nelle ore di libera uscita. Qui vennero un giorno a giocare due sorelle, due bianche farfalle, nelle prime ore del pomeriggio”.
    E’ chiaro che il Tennis che ricordava il Montale era il “Lawn Tennis Club” dei primissimi anni del novecento e non doveva offrire ai gentlemen ed alle ladies molto di più che un modo di far passare amenamente il tempo ,tra qualche colpo di racchetta e l’immancabile thé delle cinque, o ancora , più romanticamente quello che aveva intravisto dalle reti di recinzione di una villa ,giocato da due ragazze-farfalle, cioè molto più simile ad un balletto , ad un sogno lieve, che ad uno sport, in cui c’è la gioia fisica , ma anche tensione, fatica e sudore. E tuttavia il tennis doveva esercitare in lui un certo irresistibile fascino, se è vero come è vero che tornerà più volte, nella sua poesia , come metafora della vita…Insomma , la vita in una voleè, che può essere simile ad un ricamo, o in un lob, liftato , simile ad una magica parabola, o in un passante alle intersezioni delle righe , in una partita dal solito tran tran , piuttosto monotona e noiosa.
    Possiamo dire – naturalmente dilatando e forzando un po’ i concetti della sua poetica – che Montale è stato profetico anche per quanto riguarda le sorti del nostro tennis . Infatti là “dov’era il tennis “, inteso come luogo della poesia , con le fanciulle che sono due farfalle , ovvero il nulla che si fa carne , che volteggiano liete e colorate , ora non c’è più..nulla ..nulla E la verità cos’è, dov’è? Può essere anche in una partita di tennis? Come vediamo la sua ironia e il suo pessimismo , come sempre , colgono nel segno . Forse la verità non ha alcuna lettera maiuscola e non è certamente “la logorrea schifa dei dialettici, / ma la sedimentazione, il ristagno, una tela di ragno che può durare…(perciò ), / non distruggetela con la scopa”… né con la racchetta.

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