Guido Michelone intervista Gianni Biondillo

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Quest’anno Gianni Biondillo festeggia un decennio esatto di attività letteraria; lo scrittore milanese quarantottenne, già noto come studioso di architettura (con numerose pubblicazioni specialistiche), esordisce nella narrativa nel 2004 con Per cosa si uccide, facendo via via seguire i sei romanzi Con la morte nel cuore, Per sempre giovane, Il giovane sbirro, Nel nome del padre, I materiali del killer, oltre antologie di racconti e saggistica di varia natura. Nel 2013 invece, quasi ad anticpare il decennale, escono ben tre libri: il racconto per l’infanzia Il mio amico Asdrubale, il racconto lungo Nelle mani di Dio e soprattutto il nuovo romanzo Cronaca di un suicidio, di cui è l’Autore stesso a parlare durante e dopo un incontro in libreria (per i quali si ringraziano i giovani scrittori Alessandro Barbaglia e Gianluca Mercadante).

Gianni, in pochi mesi hai fatto uscire il noir Cronaca di un suicidio, Il mio amico Asdrubale per bambini e ora Nelle mani di Dio un racconto lungo, tre libri molto diversi tra loro.
Quando uscì il mio primo romanzo, c’era un libraio burbero che vendeva come i biscotti caldi il mio libro; sono quindi andato a conoscerlo: “Buongiorno, io sono Gianni Biondillo” gli faccio. “Ah, lei è Gianni Biondillo – mi dice – lei non si permetta di far cambiare il quartiere al suo personaggio, lei deve scrivere sempre lo stesso libro per tutta la vita!”.

E tu hai seguito il ‘consiglio’?
Da quel giorno ho fatto l’esatto contrario di ciò che diceva lui, ho scritto noir, fiabe, saggi, reportage di viaggio – nel frattempo è uscito questo microgiallo che è Nelle mani di Dio – sono finito persino tra gli scaffali dei libri di puericultura perché ho fatto una presa in giro delle mamme contemporanee. Voglio essere ovunque in libreria.

Eri uno studioso di architettura e poi d’improvviso sei diventato un narratore affermato. Giusto?
Dieci anni fa esatti è uscito Per cosa si uccide scritto più per caso che per volontà implicita dell’autore; non sapevo neanche che volevo scrivere un giallo. Per me quell’epoca era un periodo molto nero, sono architetto di formazione, lavoravo, anzi non lavoravo come architetto, dunque vivevo un momento abbastanza complicato, non riuscivo come sfangare la giornata.

E cosa ti è successo?
A un certo punto un amico che a Roma faceva lo sceneggiatore, mi disse che stavano cercando nuovi autori per una serie tv, e mi fa: “ Scrivimi un raccontino che poi lo faccio leggere ai diretti interessati”. Io declino l’offerta ma lui insiste:”Perché non mi scrivi un racconto giallo? Mi serve per domani domattina!”. Era il giugno 2002 e quella sera accade quella cosa misteriosa, il ‘personaggio in cerca d’autore’, venne da me l’ispettore Michele Ferraro e l’afferrai.

Da allora fino a oggi ha pubblicato ben sei romanzi con l’ispettore Ferraro.
Quella notte avevo trovato la chiave d’accesso, la toppa ero io, Ferraro la chiave, ovvero raccontare Milano, la trasformazione della società italiana, come metafora perfetta per narrare come il Paese stava cambiando; e Ferraro è uno sfigato, ma rappresenta il correlativo oggettivo del paesaggio urbano, ragion per cui grazie a Ferraro posso muovermi nel territorio: all’epoca io abitavo a Quarto Oggiaro, ora sto a via Padova la strada più multietnica di Milano. Conoscendo la vita in strada, ho scritto Per cosa si uccide, con una fortuna insperata, come anche gli stessi libri che appartengono alla serie dell’ispettore Ferraro.

Per cosa si uccide, Con la morte nel cuore, Il giovane sbirro, I materiali del killer, Cronaca di un suicidio, Nelle mani di Dio: quali preferisci?
Sono tutti libri a loro volta diversi fra loro, primo perché invecchiano i personaggio, ad esempio la figlia da piccola è ora un’adolescente, secondo vogliono essere scritte con tecniche e composizioni differenti tra loro. Per me l’idea di dare sempre la stessa minestra è un imbroglio, o mangiare tutti i giorni l’hamburger da McDonald è negativo, perché dopo un po’ diventa indigesto; io invece tenti di dare, dopo il primo, un altro piatto con un nuovo sapore.

Raccontami del nuovo libro; da cosa nasce l’idea? Mi sembra avvertire qualcosa di autobiografico?
Sono uno scrittore sincero e, quando mi è arrivata la cartella di Equitalia, come tutte le persone oneste, ho sentito come un macigno che mi cade sulla testa, e non so perché sono colpevole; quando ho vissuto questi stati di scoramento e desolazione – perché io? – come tutti provo un senso di sbandamento. E come una sorta di esorcismo, ho buttato fuori tutto questo dolore, e come scrittore ho cercato di esternarlo in libro, quasi una sorta di autoanalisi gratis, ovviamente trasfigurandolo!

Quindi la tua storia è diventata quella di Giovanni Tolusso?
In parte sì, lui nel libro è forse più importante di Ferraro; Giovanni Tolusso è un signore figlio di immigrato in Svizzera con il padre muratore, con un’etica del lavoro che hanno insegnato anche a me; questo ascensore sociale oggi si è rotto e Giovanni Tolusso, che, pur benestante, non è diventato ricco o famoso, quindi si trova a disagio perché in Italia se non sei così, se non hai raggiunto uno status, non sei nessuno: ora egli comunque ha un lavoro, ha un mutuo, alla fine è un uomo realizzato, a cui succede che una mattina…

Non svelare troppi particolari! Piuttosto, non trovi di aver scritto un noir anomalo?
Cronaca di un suicidio da un punto di vista tecnico è un giallo sbagliato, perché nella prima pagina racconto che c’è un morto e che c’è un assassino. Questo non è un giallo, ma un noir, perché Giovanni Tolusso decide di smettere di esistere di fronte alla perdita della sua dignità, dei valori impartiti dai genitori.

Quest’ultimo mi sembra uno dei grandi temi del libro.
Lo è, intendendo anche un discorso sull’amicizia e sul tradimento, cosa che Giovanni Tolusso non può accettare. L’altro elemento che regge il libro è che c’è l’ispettore Ferraro in vacanza, assieme alla figlia adolescente, che si trova casualmente a scoprire un indizio.

Nel libro, direttamente citato, aleggia il fantasma di Cesare Pavese.
Pavese mi è tornato tutto insieme – ero un suo lettore accanito da adolescente – mentre stavo iniziando a scrivere il libro, perché lui ha ragionato per anni su queste cose (suicidio, eccetera) fino a giungere alle estreme conseguenze. Ferraro non vuole fare quest’indagine, ma l’indagine gli precipita addosso un’altra volta e da Milano è costretto a un lavoro in questo frangente su un caso cupo, come un suicidio, come in un’ottica pavesiana.

C’è poi, nel libro (come in molti altri tuoi) una componente femminile a mio avviso molto forte.
Io avverto molto la parte femminile che c’è in me, così come una donna credo che avverta la sua maschile, è un fatto fisiologico che appartiene a tutti. Il rapporto di solidarietà istantanea tra una ragazzina (la figlia di Ferraro) e la moglie quarantenne dell’ucciso è una cosa molto tecnicamente femminile, perché è culturale che le donne siano tra loro solidali, perché da sempre le donne hanno avuto a che fare con la cura delle persone.

Questa della solidarietà femminile mi pare un altro messaggio ‘robusto’ nel libro.
Ed è da qui che bisogna ripartire, con la speranza, perché è da vent’anni che ci hanno tolto la rete di solidarietà che ci ha sempre retti come società, dicendo che bisogna essere cinici, cattivi o fregare gli altri. Quindi, nel libro, da un lato l’anima nera quasi senza speranza, dall’altro il bisogno di essere solidali, altrimenti ci perdiamo tutti.

Allora forse Cronaca di un suicidio non è solo un giallo sbagliato?
Non è un romanzo sociale o un instant book, ma un lavoro su problemi che hanno a che fare con l’etica personale ed Equitalia è solo un espediente per raccontare l’effetto domino su una persona, con una serie di eventi che portano a una scelta estrema.

Anche con il recentissimo Nelle mani di Dio c’è un insegnamento morale?
Un grandissimo insegnamento mi arriva da mia figlia quando era alla materna: una lezione di vita; un giorno torno a casa e mia figlia dice che la sua compagna d’asilo Michela l’ha fatta arrabbiare per questa e quella ragione. Michela chi? Le chiedo. “Quella coi capelli ricci e che porta quegli occhiali fatti così”, mi dice, ma non mi veniva in mente chi era questa Michela; mia figlia non sa più cosa dirmi, ma aggiunge: “Poi è quella che ha la pelle un po’ marrone”. L’elemento ‘più caratterizzante (il colore della pelle) è quello che meno importava a mia figlia; la negritudine per noi adulti è un discrimine che ai bambini non interessa affatto.

Alla fine come ti definiresti?
Io sono uno scrittore ‘stupido’ e non riesco a raccontare cose che non ho visto con i miei occhi.

Cfr:
Bondillo Gianni, Cronaca di un suicidio, Ugo Guanda Editore, Parma 2013.
Bondillo Gianni, Il mio amico Asdrubale, Ugo Guanda Editore, Parma 2013.
Bondillo Gianni, Nelle mani di Dio, Ugo Guanda Editore, Parma 2014.

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