Gualtiero Jacopetti. Graffi sul mondo

Graffi sul mondo
di Stefano Loparco

Gualtiero Jacopetti «Fascista», «razzista», «sadico» e ancora, «cronista della feccia del mondo», «necroforo dell’immagine» e «manipolatore della realtà»: al di là di un lunghissimo curriculum professionale, gli strepitosi incassi dei suoi film e la popolarità raggiunta, per la critica cinematografica di mezzo mondo, Gualtiero Jacopetti è stato e resta un ‘fascista’. Punto e a capo. Difficile riscontrare nella storia del cinema un giudizio così tranchant eppure, a eccezion fatta di poche voci, quando si parla di Jacopetti il de profundis è di maniera. Se la biografia ufficiale di quest’avventuroso toscano nato a Barga, nella Garfagnana, il 4 settembre 1919, evoca i suoi trascorsi professionali a stretto contatto con Indro Montanelli, l’amicizia con Angelo Rizzoli, la direzione del settimanale “Cronache” (1954-1955), la realizzazione dei cinegiornali – da “La Settimana Incom” (1950-1955) al satirico “Europeo Ciac” (1956-1958) e “Ieri, oggi e domani” (1959-1966) – la collaborazione con Alessandro Blasetti e la carriera giornalistica in prestigiose testate della borghesia meneghina quali il “Corriere dell’informazione” e “Il Giornale”, gran parte della critica ufficiale, da Africa Addio (1966) in poi, archivia il fenomeno Jacopetti alla voce cinema reazionario, tout court. Strano destino per chi, nel 1945 a piazzale Loreto – come ha raccontato il giornalista – vide penzolare il corpo di Benito Mussolini a bordo di una camionetta americana e qualche anno dopo – dalle colonne di Cronache – darà al duce del «più povero e sprovveduto dei dittatori». Se quell’accusa, dunque, non regge alla biografia di un liberale anticomunista, apertamente schierato con la metà degli anni Settanta con la destra missina e in seguito – ma con minor adesione – berlusconiana, certamente è riuscita a ghettizzare la sua opera che ancora oggi è giudicata immorale («perché falsifica la realtà, la corregge a scopi spettacolari»: è «cinema-mensonge» , Morando Morandini), falsa («un documentario che assembla immagini ed episodi […] spacciati come reali ma il più delle volte frutto di montaggio o ricostruzione» , Paolo Mereghetti), disonesta (perché «svilisce lo spirito umano», Roger Ebert) e, per l’appunto, fascista (data l’«ottica reazionaria e [il] fazioso cinismo» degli autori, Gianni Canova). L’assenza di pietas umana e lo sguardo tangente del suo teleobbiettivo, anche quando puntato sugli orrori e le devastazioni della guerra – è il caso del controverso reportage Africa Addio –, fanno di Jacopetti, a onta dei suoi detrattori, un moderno kapò mediatico assoldato al male; il negus, ultimo pilucco della storia, è solo l’anello debole di una lunga filiera governata dai signori della morte vicino ai quali siederebbe, beffardo, Jacopetti. Uomo eccentrico ma riservato e dalla vita tutt’altro che ordinaria, Gualtiero Jacopetti è stato uno dei personaggi più suggestivi e discussi della dolce vita romana. Gli sono stati attribuiti mille amori, molti figli e anche i morti. Ammirato da Federico Fellini che lo avrebbe voluto nei suoi film , accompagnato sempre da donne bellissime e – almeno da Mondo cane in poi – ricco, con la metà degli anni Cinquanta – scrive Barbara Palombelli – «via Veneto è ai suoi piedi» . Certo, la bellezza in questo genere di cose aiuta e Gualtiero Jacopetti è stato un uomo davvero affascinante con quella faccia da attore americano alla John Wayne, mascella squadrata, sguardo intenso, occhi azzurrissimi. A ciò aggiunge un portamento deciso, un’eloquenza sciolta e modi raffinati. Negli anni farà conoscere di sé altri lati del carattere ed è un caratteraccio: testardo, fumantino, accentratore e soprattutto diffidente fino all’autoemarginazione anche per chi, tra gli amici, guarda con sospetto alla sua naturale avversione a rendersi simpatico e, più in generale, a ricercare il consenso attorno a sé. Inutile tergiversare: Gualtiero Jacopetti è stato un uomo odiato. In vita come da morto. Di quello stesso odio pervicace e duraturo che si riserva ai ‘cattivi maestri’, categoria in cui è stato relegato dagli osservatori del suo tempo. E’ stato, però, anche oggetto di ammirazione cieca, altrettanto sincera quanto il disprezzo di chi lo ha messo all’indice. E poco importa se l’immagine del dandy bohemienne, un po’ cialtrone e strafottente, è ‘sporcata’ da una sfilza d’incidenti giudiziari per meno commendevoli vicende personali: già condannato al carcere a Roma e a Hong Kong con le accuse, rispettivamente, di violenza sessuale e atti immorali, denunciato per abbandono del tetto coniugale dalla madre di sua figlia, l’immagine del bello e maledetto è drammaticamente confermata quando nel marzo del 1961, l’auto su cui viaggia, lanciata ad alta velocità su una freeway californiana, finisce in un burrone provocando la morte della sua nuova fiamma, la bellissima attrice inglese Belinda Lee, dalla quale aspetta un figlio. Seguirà un periodo segnato dall’abuso di morfina e gli scandali. Ma se dalla dipendenza riuscirà a uscirne grazie a un lungo periodo di disintossicazione, gli scandali rimarranno una costante della sua lunga parabola umana e artistica che ha raggiunto il grande successo negli anni Sessanta con una controversa produzione cinematografica. Si tratta di un’esigua filmografia in stile documentaristico, sei film in tutto, approdati nelle sale tra il 1962 e il 1975 e che abbracciano tematiche diverse: una carrellata di fatti bizzarri ripresi qua e là per il mondo (Mondo cane e Mondo cane 2), un’indagine sulle condizioni sociali della donna (La donna nel mondo), un reportage sulle travagliate vicissitudini dell’Africa post coloniale (Africa Addio), un film-inchiesta sul fenomeno della schiavitù negli Stati Uniti d’America (Addio zio Tom) e, infine, una surreale trasposizione cinematografica del Candido volteriano (Mondo candido). Sei film che intendono descrivere i molti modi in cui si dà l’esperienza umana alle varie latitudini del pianeta e ai diversi gradi dell’evoluzione sociale. Ma se l’eterogeneità dei fatti mostrati è impassibile a una trattazione comune, stesso è il modo di rappresentarli: avvenimenti bizzarri, spesso raccapriccianti quando non sadici, reinterpretati in una trasposizione realista (quando non propriamente ripresi dal vero) mai sperimentata prima di allora al cinema. Ed è questo il sigillum di Gualtiero Jacopetti, leader carismatico del progetto mondo. Se da sempre il patto che lega il cinema al pubblico sottace la mise en scene a favore di una ‘realtà’ cinematografica per definizione finta ma di cui lo spettatore ha piena coscienza, con Jacopetti il meccanismo della visione e il relativo patto vanno a carte quarantotto. L’obiettivo del cineasta lucchese è, infatti, quello di mostrare l’attualità nei suoi aspetti più sensazionalistici, scevra dagli espedienti scenici del mestiere e laddove gli è impedito, il lavorio incessante del regista è sulla ricostruzione di una realtà, la più verosimile possibile. Lo ricerca dello shock visivo, accuratamente ricercato anche attraverso la manipolazione dei fatti, è dunque il tratto distintivo dello «jacopettismo» (Folco Quilici), la cartina di tornasole di un cinema estremo che spacca il sistema cinematografico degli anni Sessanta anticipando di almeno trent’anni l’avvento dei reality-show e la deriva scandalistica che gli è connaturata. Non senza colpe il cineasta toscano ha pagato a caro prezzo il suo cinismo. Gli si è rimproverato di avere sacrificato il rispetto umano in nome del suo compiaciuto nichilismo. Così come non gli si è perdonato l’aver ‘ricostruito’ dentro la sala di montaggio un mondo a «una direzione», torvo, blasfemo e senza speranza, in cui muovono i suoi anonimi protagonisti, figure sciagurate senza riscatto né redenzione. Ma soprattutto non gli si è mai perdonata l’incursione politica di film come Africa Addio e Addio zio Tom – solo recentemente riscoperti da una critica che, a dire il vero, pare maggiormente interessata alla componente visuale dell’opera piuttosto che indagare con lealtà le questioni etiche di cui quel cinema, piaccia o meno, è stato portatore. Inutile proseguire; le singole opere saranno ampiamente trattate nel corso del libro ma un aspetto appare subito evidente; per Jacopetti, le leggi, le norme culturali e i codici morali rimarranno un riferimento di senso solo in negativo; vincoli entro cui muoversi al fine di cozzarli disinvoltamente con l’aria scanzonata di chi, in realtà, la sa lunga. Valicando di pellicola in pellicola il perimetro del rappresentabile, Jacopetti ha dato vita a un cinema acchiappa-incassi e altamente spettacolare ma di converso disturbante, sadico e certamente discutibile sotto il profilo etico, eppure capace di aprire nuovi interrogativi sui mezzi di comunicazione di massa che – come spiega Jean Baudrillard – «sono usciti da tempo dal loro spazio mediatico per investire la vita reale dall’interno, esattamente coma fa il virus aggredendo una cellula sana». Graffi sul mondo è la storia di quel cinema e del suo «protagonista assoluto» – nella celebre definizione di Sandro Zambetti: Gualtiero Jacopetti, un figlio inquieto della provincia italiana, insofferente alle regole e refrattario alle mode. Il suo sguardo dissacrante ha divertito, offeso, indignato; i suoi documentari hanno diviso critica e pubblico, nazioni e parlamenti; la sua tecnica cinematografica ha aperto la strada a un nuovo modo di fare cinema, con proseliti e schiere di fan in tutto il mondo. Poi c’è la vita dell’uomo, le sue idee, il suo mondo; come un cavaliere antico, Jacopetti è stato un uomo refrattario al compromesso, senza indulgenze né ripensamenti. Una sorta di Don Chisciotte del XX secolo. E come il cavaliere idealista di Miguel de Cervantes, il giornalista ha vissuto una vita ricca di avventure. Quasi sempre dal triste epilogo.

Stefano Loparco, Gualtiero Jacopetti. Graffi sul mondo, Ed. Il Foglio letterario p. 340, Euro 16

2 pensieri su “Gualtiero Jacopetti. Graffi sul mondo

  1. Pingback: Gualtiero Jacopetti. Graffi sul mondo | stefano loparco

  2. Caro Stefano,
    Non c’è molto da aggiungere a quello che ha scritto e raccontato di Jacopetti sia nel tuo libro, denso di avvenimenti, di fatti e di pareri senza che mai tu sia dalla sua parte completamente e neppure da quell’ altra. Io non sarei stato capace di scrivere un libro su Jacopetti come il tuo, perché mi sarei necessariamente lasciato prendere da sentimenti, da cattiverie e da slanci di bontà. Questo sarebbe stato inevitabile perché con lui ho convissuto e lavorato per tre interi anni in un’ isola scomoda, pericolosa e noiosa come poteva essere Haiti nel 68, 69 e 70. Poi gli sono stato amico per sempre e cioè per circa 40 anni di vita vissuta con amicizia affetto simpatia. Ho avuto molto da lui, ho assimilato e capito il suo modo di fare il cinema. Ho condiviso e anche rifiutato certe sue posizioni, certe sue amicizie e certi suoi modi di affrontare gli atri sia nell’ amicizia che nell’ inimicizia. Di amici ne ha avuti pochi e si contano sulle dita almeno dal 1968 fino alla sua morte. Il più grande amico e “complice” fu Gege Buzzetti, proprietario della Pepsi Cola in Liguria e proprietario di una barca magnifica dove dormiva ancorato sulla Senna scegliendo uno dei tanti pontili che offre Parigi e cambiando spesso. Bruno Ambrosi, marito di Anna Maria che visse con noi i tre anni che segnarono la creazione di Addio Zio Tom. Fu in questa circostanza che scopersi per la prima volta il suo sentimento e la sua onestà di amico. Era considerato dal mondo come un dissoluto e invece era profondamente borghese, se con questo termine si può identificare un rapporto di amicizia come quello che lui ebbe per Bruno Ambrosi. Anna Maria durante il periodo haitiano si invaghì di Antonio Climati. Fu una storia che turbò Gualtiero al punto di non parlare quasi più con Anna Maria e di odiare Climati. Il tradimento verso un suo amico come Bruno lo annientò e mai lo avrei pensato. Credevo che la moglie di un amico potesse andare a letto con chi voleva, ma per lui non era così. Sempre ad Haiti le cose si complicarono. Qualche mese più tardi comparve sul set una ragazza francese belloccia, figlia di un industriale francese importante che si trovava ospite dell’ ambasciatore di Francia a Port-au-Prince. La conoscemmo a un ricevimento e Gualtiero prese una gran simpatia per lei e fini con andarci a letto. Caterina non lo seppe o forse lo seppe molto dopo. Ma fu un rapporto breve perché Eveline (questo era il nome della francese) non si amalgamò con i modi di Gualtiero e viceversa. Il loro rapporto si spense dopo pochi giorni ma subentrò l’ interesse di Climati. Non credo che la francese gli piacesse, ma la corteggiò e ne divenne l’ amico fisso per cercare di imitare il suo mentore, colui che gli aveva dato la possibilità di diventare un grande operatore fin dai tempi di Mondo Cane. Così la ragazza veniva sempre sul set, faceva fotografie e sembrava interessarsi a quel tipo di cinema. Gualtiero finse con me e mi ostentò un falso menefreghismo. In realtà la cosa non gli era piaciuta. Dava del “Lei” a Climati e lo considerava un mero esecutore dei suoi dettami anche se lo stimava oltre misura per quel suo modo di rubare le immagini con quella macchina in mano e quel 9 millimetri che Antonio maneggiava con incredibile abilità. Il rancore esplose in un caldo pomeriggio al liceo Petion. Eravamo in pausa e faceva un caldo boia. Gualtiero si buttò nella piscina, incurante della qualità dell’ acqua e del fatto che ci si erano buttati in un modo o nell’ altro anche le comparse maschili e femminili locali. Anche i bambini a vedere quel bianco importante che chiamavano semplicemente “gros blanc” per distinguerlo da “blanc” che eravamo tutti noi, si aggiunsero e dettero inizio a una girandola di giochi acquatici, di schizzi da ogni partte, di ammiccamenti, di toccaggi di ogni genere, di abbracci e di carezze.
    L’ idea di immortalare il “razzista” che nuotava e giocava insieme ai negri e alle negre con bambini spinse Eveline a scattare una sequela di foto che avrebbero potuto smitizzare il razzista mandando a puttana per la seconda volta la reputazione di Gualtiero come era accaduto in Africa Addio. In uno di questi suoi atti di tradizionale e sconosciuta generosità non si era reso conto della rapidità con la quale la francese diretta da Climati continuava a scattare le foto. Ce ne accorgemmo Prosperi ed io. Per dovere di onestà lavorativa e di amicizia non potevamo permetterci che le dichiarazioni di Cartwright venissero compromesse e rovesciate da quell’ impetuoso rapporto collettivo ed acquatico per cui dopo aver conversato con Gualtiero andammo senza di lui a parlare con Climati e la francese, chiedendo che facessero il “beau geste” di consegnare i rullini dei negativi. Ma non fu così. Eveline aveva fatto sparire il materiale. Climati fu rimandato a Roma col primo aereo e la ragazza lo seguì. Gualtiero non lo perdonò mai ma lui non ebbe mai il coraggio di venderle a qualche giornale o rivista. Il rapporto era comunque finito e capii allora che anche Guatliero poteva non perdonare e poteva provare anche un desiderio di vendetta. Prosperi era preoccupato, ed io anche, della continuità del film. Si sospesero le riprese e Gualtiero ed io partimmo per Roma capitando proprio nel momento della bomba alla banca milanese. L’ Italia era sconvolta, ma noi eravamo assenti. Non ci parve un momento così grave e pensammo solo a cercare un bravo operatore e direttore della fotografia. La scelta cadde su Claudio Cirillo grande professionista, ma non abituato alle acrobazie climatiane. Tornammo ad Haiti anche con un elettricista, Bruno Angeletti, abituato a fare i film tradizionali,”quelli seri” come diceva Gualtiero quando era di buon umore. E così dopo un mese di pausa riprendemmo a girare. Fu il tempo delle scene del liceo Petion (l’ arrivo degli schiavi e il loro trattamento per poterli portare ai mercati.) Fu il periodo dello zoom, dei cavalletti, dell’ Elemac e fu il periodo più duro perché sempre 7 o 8 eravamo e così rimanemmo fino alla fine.
    Gualtiero soffrì molto senza Climati, ma non lo disse mai. Solo una volta commentando alcune riprese mi disse….certo….va be’ non ci pensiamo….facciamo con lo zoom. Era la scena dell’ incendio dei treni che mai è stata montata nel film, ma per la quale litigai con lui di brutto per la prima volta, buttai la Nikon che usavo per le still foto e me ne andai all’ Hotel Ibo Lele dove abitavamo per fare le valige. Due ore dopo apparve lui sulla porta della mia camera. Lunella e Caterina piangevano. Gualtiero si chiuse con me in camera e ce ne cantammo di tutti i colori. Poi alla fine, spossati, nervosi, sudati semi distrutti ci abbracciamo e facemmo la pace. Fu l’ unica volta che questo accadde sia nel film che nella vita che seguì.
    Gualtiero non era il despota che voleva apparire durante le riprese. E, cosa difficile per lui, capiva quando sbagliava ed era capace di chiedere scusa. L’ amicizia non si confondeva con l’ interesse di finire il film, altrimenti non sarebbe durata altri 40 anni. Ma 18 mesi ad Haiti furono pesanti ed ebbi modo di capire cosa era veramente nascosto in quel corpo non più tanto bello come ai tempi di Mondo Cane e anche abbastanza traballante per i problemi della gamba, ma con una testa volitiva coperta di capelli arruffati come tu hai ben scelto per la copertina del tuo libro e uno sguardo che non lasciava mai nessun dubbio. Mi sono ricordato di questi avvenimenti e li ho descritti perché si possa capire come la convivenza, il lavoro e la voglia di finire un’ impresa che chiunque avrebbe giudicato folle, contengano degli elementi che ripensati nel tempo posso offrire una immagine diversa da quella che il mondo gli ha voluto dare.
    E’ vero che per tutti era un razzista, un corruttore di minorenni un fascista. Questi sono gli aspetti e le immagini che il mondo da a certa gente a seconda dell’ aria che tira o che conviene .
    Non mi stancherò mai di ripetere che Duvalier e Pinochet furono due dittatori burrattini scelti il primo perché carismatico e il solo capace di dare un ordine non solo apparente a quel casino infernale che era ed è Haiti e il secondo per impedire che la rivoluzione cubana dilagasse nel resto dell’ America Latina. Se la morte di un individuo equivale a quella di un milione allora Duvalier e Pinochet sono criminali come Hitler (6 milioni di vite saponificate nei lager) o come Stalin (30 milioni di morti per costruire l’ impero sovietico) o come Pol-Pot (4 milioni di morti, un terzo della popolazione cambogiana con bambini appena nati e uccisi perché portatori del virus del capitalismo) di cui però non si parla quasi mai e pochi ne sono al corrente. Per la gente comune Pinochet e Duvalier sono dittatori mostruosi, sanguinari mentre nessuno, o quasi ricorda o parla mai di Pol-Pot o del più grande di tutti, Joseph Stalin il cui cognome è inventato e significa volontà d’ acciaio che deve cambiare il mondo.
    Altri episodi che aiutino a capire il personaggio Jacopetti, li scriverò quando la scatola della memoria me lo consentirà ancora. Per il momento un caro saluto.
    Giampaolo

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