L’avventura di Napoleone in Russia, o della follia umana

 

di: Guido Tedoldi

Qualche riflessione intorno a «Marcia Fatale, 1812 Napoleone in Russia», saggio di Adam Zamoyski, Utet, 2013, pp. 486, € 20,00 (1ª edizione Usa, 2004).

I libri di storia possono essere concepiti come cronache delle imprese dei governanti. La Campagna di Russia di Napoleone del 1812, vista in tale ottica, è stata raccontata come una baruffa tra Napoleone imperatore dei francesi e Alessandro zar di tutte le Russie. Il loro scopo: spartirsi l’Europa, oppure prendersela tutta soggiogando militarmente l’avversario.
Lo storico statunitense di origine polacca Adam Zamoyski ha provato a guardare in un’altra direzione, compiendo una imponente ricerca d’archivio nei diari personali e nei resoconti pubblicati da centinaia di persone che a quella baruffa parteciparono a vario titolo e con vari ruoli, e che ebbero la sorte di sopravvivere per poterla raccontare.
Il risultato del suo lavoro è parecchio lontano dal solito resoconto ammirato di manovre militari impersonali e quasi artistiche. Perché in quella guerra morirono circa 1 milione di persone. Un milione di vite umane sacrificate praticamente per niente.

Zamoyski inizia il libro descrivendo la situazione politica dell’Europa nei primi mesi del 1812. Nei territori intorno alla Francia le persone di estrazione popolare si erano ribellate alla casta nobiliare (con la rivoluzione del 1789) e vivevano in condizioni di povertà economica ma perlomeno di libertà giuridica. In altri Stati europei i poveri non solo vivevano in povertà economica: erano anche in stato di schiavitù giuridica – in particolare nelle regioni sottoposte all’impero russo dove era in vigore la servitù della gleba. Il 90% dei russi erano considerati beni mobili, di cui i loro proprietari (nobiltà, Chiesa ortodossa, Stato) potevano disporre a piacimento, ovvero farli lavorare, venderli, vincerli e perderli al gioco, bastonarli, ucciderli e così via. In pratica i poveri non erano considerati persone bensì oggetti.
Negli ultimi anni del ’700 e nei primi anni dell’800 la Francia aveva tentato di esportare il proprio sistema, e per farlo si era affidata principalmente a due strumenti: i libri degli intellettuali illuministi e le armi del generale Napoleone Bonaparte. Costui, a furia di guerre, aveva ridisegnato i confini politici dell’Europa occidentale – in particolare in Italia, Germania, Spagna e Polonia. Nelle condizioni di vita della maggior parte della popolazione, però, non era successo quasi niente: i regimi erano rimasti gli stessi, monarchie assolute in cui la casta nobiliare continuava ad avere influenza come prima. Napoleone aveva semplicemente sostituito se stesso e i propri parenti alle famiglie regnanti precedenti e, dove non aveva sostituito, si era imparentato – per esempio sposando una figlia degli Asburgo austriaci.
Negli stessi anni la monarchia russa aveva seguito una strategia di espansione territoriale simile, annettendo tutto quello che poteva tra il Caucaso, il Mar Nero, la Polonia, mezzo Mar Baltico e l’intera Finlandia.

All’inizio del 1812 lo zar Alessandro accumulò al confine polacco una quantità spropositata di soldati – i resoconti dell’epoca parlano di 500˙000 uomini. Napoleone accumulò a sua volta una Grande Armata, formata da francesi e abitanti di mezza Europa inglesi esclusi. Anche nel suo caso si parlava di mezzo milione di soldati.
Mentre gli eserciti si ammassavano, lo zar faceva vita di corte a Vilnius, appena al di là del confine, e Napoleone a Dresda, appena al di qua. A maggio i francesi attraversarono il fiume Nemunas, in Lituania… e i russi non ingaggiarono battaglia perché si scoprirono impreparati, e quindi arretrarono. Insegui di qua, scappa di là, dopo alcune settimane si combatté una battaglia, a Borodino.
In poche ore restano uccisi circa 70˙000 soldati di entrambe le parti. Secondo le statistiche militari, è il più grande massacro della storia fino ad allora, perlomeno in occidente. Per migliorare il record occorrerà aspettare più di 1 secolo, con le battaglie di trincea della I guerra mondiale.

Nel settembre 1812 i francesi arrivarono a Mosca. Nella mente dello stratega Napoleone significava che avevano vinto, perché erano arrivati alla capitale nemica.
Invece no. La capitale dello zar era a San Pietroburgo, parecchie centinaia di chilometri più a nord.
E non era una vittoria anche per un altro motivo: la Grande Armata aveva perso circa 1/3 degli effettivi nelle settimane precedenti di manovre. Era estate, c’erano state malattie, c’era stata la fame perché il territorio di quella parte d’Europa era quasi disabitato (perlomeno per i canoni dell’Europa occidentale) e quindi quasi non coltivato, e non produceva generi alimentari per nutrire un numero così elevato di persone. E di animali, va aggiunto, perché la mobilitazione di un esercito ottocentesco prevedeva cavalli in numero quasi paragonabile a quello degli uomini. In più c’erano state diserzioni, il tempo atmosferico era stato inclemente, ecc.
Tutti questi problemi li avevano avuti anche i russi, probabilmente con una perdita equivalente di soldati. C’erano state poche battaglie, ma il bilancio dei morti era già tremendo.

A ottobre sia Napoleone sia lo zar cominciarono i preparativi per l’inverno. Entrambi sapevano che sarebbe arrivato, e che da quelle parti d’Europa era particolarmente tremendo. Ma a quanto racconta Zamoyski l’atteggiamento generale era particolarmente rilassato. Nessuno sembrava preoccuparsene troppo.
Napoleone pensava di lasciare una guarnigione a Mosca, come base per una continuazione dell’invasione da effettuarsi nella primavera dell’anno successivo 1813. Ma i russi bruciarono la città. Così decise di far arretrare i suoi un po’ più vicino a casa. Ma dov’era «casa»? La steppa lituana? La Polonia? La Germania? La Francia?
Non era chiaro. Intanto, la Grande Armata si mise in marcia. E l’esercito russo si mise a inseguirla. Arrivò il freddo, arrivò la neve, arrivò il ghiaccio. La marcia d’andata si era svolta con temperature superiori ai 30 °C, il ritorno si fece con temperature che scendevano di notte oltre il punto di solidificazione del mercurio contenuto nei termometri, cioè al di sotto dei -39 °C. Trentanove gradi sotto zero.
Tutti quanti spersi in un territorio con pochissime abitazioni, perlopiù in legno e che magari si preferiva bruciare per scaldarsi invece di usarle come ripari. E se il territorio non offriva riserve alimentari in estate, figurarsi in inverno. Le persone, da una parte e dell’altra, morivano. Nelle prime settimane del 1813, raggiunto il confine polacco, i russi smisero di inseguire. Anche perché avrebbero dovuto invadere, cosa che non erano pronti militarmente a fare. E in più il loro esercito era decimato – nel senso proprio che ne era rimasto 1/10: 50˙000 soldati attivi, secondo calcoli effettuati dagli storici.
Stessa cosa successe ai francesi. Erano partiti in mezzo milione, tornarono entro i confini francesi in 50˙000, circa. Agli alleati occidentali andò anche peggio. Un reparto di piemontesi era partito forte di 380 tra soldati e ufficiali. Tornarono a casa in 8. Otto.

Nelle fonti raccolte da Zamoyski, il racconto di quel massacro è terribile. Ci sono episodi con le peggiori bassezze morali cui l’essere umano può arrivare. Atti di cannibalismo, sopraffazione dell’uomo sull’uomo, omicidi, rapine, saccheggi. Morti per ferite, per il freddo, per la fame, per la mancanza di volontà.
La giustificazione di quasi tutti era la mancanza di risorse, unita alla necessità di sopravvivere. Il tentativo di alcuni era di rimanere al di sopra della soglia della civiltà, e di non scendere al di sotto della soglia del crimine. Molti (e lo raccontarono) al di sotto del crimine riscoprirono i territori amorali della bestialità.
Quasi tutti rinunciarono a qualche parte di dignità per venderla al miglior ufficiale che trovavano. Servire in un reparto militare residualmente organizzato poteva fare la differenza tra vivere e morire; se moriva l’ufficiale in comando, e il reparto si sfaldava, le possibilità di tornare a casa diminuivano drasticamente.

Ricapitolando: alcuni aristocratici ambiziosi portarono in giro per l’Europa un milione di persone. Dopo alcuni mesi quegli aristocratici medesimi si ritrovarono nelle stesse condizioni in cui si trovavano prima. Ma il milione di persone non c’era più. Erano quasi tutti morti.
Un genocidio.
Che non provocò, in pratica, reazioni.
Nell’Europa occidentale, Napoleone fece e disfece ancora per alcuni anni, dopodiché il congresso di Vienna ridisegnò i confini tra gli imperi, i reami, i principati, i ducati e compagnia bella – senza mettere minimamente in discussione che ci dovessero essere imperi, regni e compagnia bella. Il tutto come se Napoleone non ci fosse mai stato, sebbene una pletora di suoi parenti partecipasse alla redistribuzione. Nell’Europa orientale il regime di servitù della gleba continuò ancora per più di un secolo, prima che i poveri pensassero di averne avuto abbastanza.

Visto con gli occhi di oggi, tutto ciò è quasi folle. Uno sterminio senza senso, che le vittime hanno fatto poco o niente per evitare prima che si verificasse, o per impedire una volta resisi conto di ciò che avveniva.

Zamoyski ha scritto, più che un libro di storia, un trattato sulla mancanza di coscienza di sé di tantissimi esseri umani. Forse di quasi tutti gli esseri umani, soprattutto in certe epoche.

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