LA CORONA DEI GIORNI SPLENDIDI. Piccola scelta di poeti lucani dal Risorgimento al 1970

di Carla Saracino

Ai poeti della Basilicata s’addice l’estate.
Conforme a ogni loro verso è il crepaccio assolato che morde la roccia nei giorni splendidi della calura.
Ai poeti della Basilicata spetta un solo calendario: vi è iscritto il tempo di una liturgia inconfessabile che solo la natura detta nei suoi antri meravigliosi e nascosti.
Chi ha camminato per i paesi della Lucania all’ora “sesta”, dentro il silenzio di un pomeriggio estivo, sa di cosa stiamo parlando. Tra il dire del paesaggio lucano e il fare dei suoi poeti c’è una fortissima partecipazione, fino quasi all’identificazione.
Questa intima fusione nella quale s’incontrano gli spaventi e le gioie di un sogno lirico è la scena dentro cui dobbiamo presentare, dal Risorgimento agli anni settanta del Novecento, una parte degli autori più simbolici della Lucania, alcuni dei quali completamente dimenticati o della cui vita non si sa praticamente nulla.
Un pathos comune li lega; una sensibilità vigile per gli elementi della natura e un’attenzione speciale verso gli eventi esterni sempre declinati nelle espressioni di un “panismo del cuore” dove dolore, scoramento, tristezza, rimpianto, rassegnazione diventano i modi di essere di una terra in cui l’umano e le altre categorie viventi comunicano, sono in relazione, sanno presentirsi.
Compaiono figure eroiche, immerse nella Storia: Nicola Sole, amico fraterno di Giuseppe Verdi, iscritto alla Giovane Italia, detenuto nelle carceri borboniche e nato a Senise (Potenza) nel 1821; il suo coetaneo Giacinto Albini, di Montemurro, cospiratore mazziniano, organizzatore tra il 1848 e il 1860 della <<Setta dell’Unità d’Italia>> che permise a Garibaldi di penetrare a Napoli senza “colpo ferire”. E figure più silenti: Emilia de Cesare, del ’30, collaboratrice appassionata del Secolo XIX; Pasquale Albani, di Genzano di Lucania, autore di “Canti tristi”, spentosi precocemente a soli 22 anni; Vincenzo Plastino di cui si ignora la vita né mai pervenne la data di morte; Michele Rigillo di cui è nota solo <<L’ode alla Fonte>>. E poi ancora: Francesco Cappiello, Alfredo Viviani, Luigi Emanuele Gianturco, Federico Gavioli, Emilio Gallicchio, Antonio Rinaldi, Alfonso Errichelli, Felice Scardaccione (tralasciando i più noti Sinisgalli, Pierro, Scotellaro) fino a Michele Parrella, Beatrice Viggiano, Giuliana Brescia. La corona dei nomi si espanderebbe (e ci proponiamo in futuro di approfondirla), a voler seguire l’ancora utile –seppure remota– “L’Antologia dei poeti lucani dal Risorgimento ad oggi” a cura di Gerardo Capoluongo (La Fucagna editrice, Potenza 1972) e molto ci sarebbe da sorprendersi individuando in altri nomi sconosciuti la testimonianza di una potenza poetica notevole e ricca per il territorio. Ma in questa sede dovremo adottare una scelta e allora proporremo una piccolissima selezione di poesie che ci paiono più cariche di forza, quelle dove presumibilmente la voce del poeta si è anteposta e post-posta: come chi, stando ai confini di se stesso, debba portare a galla solo il centro della sua parola affinché esploda e incendi.
Un fatto sembra singolare: in tutti questi autori un alito di morte scorre dalle serrature di una porta che chiameremo “passato”. In nessuno di loro agisce l’inciso di un presente; è invece sempre il vocalismo di un passato a intrappolare, come una condanna o la prosecuzione di un patimento iniziato molti secoli fa.
Esiste la possibilità che il tempo, il tempo per sé solo, perduri nella strenua fatica di mostrarsi immobile? Può essere lecita una domanda così insensata? Tra i poeti sì. Anzi, ai poeti spetta il privilegio dell’insensatezza, anche quando guardano al mondo con occhi colmi di lucidità.
Alfonso Guida, poeta di San Mauro Forte, oggi uno degli autori più rappresentativi della voce lucana (assieme all’indimenticabile Assunta Finiguerra, di San Fele), dice bene quando osserva che <<è nel corredo genetico dei poeti lucani la dittatura della parola; non puoi sottrarti ai paesaggi e al loro destino che piomba come una mannaia sugli scrittori della Basilicata. La madre terra raccoglie una ferita che scoppia eternamente tutte le volte in cui un nuovo poeta lucano nasce>>.
Mettiamoci alla foce e stiamo ad ascoltare, allora, solo alcuni di questi nomi in attesa di essere riletti, studiati, abbracciati come il profumo dei glicini alle soglie dei palazzi gentilizi. Stiamo a vedere dove portano e perché c’è, tra le trame dei loro testi, la vocazione a un dolore atavico, sovra vivente, che già non è più dolore, ma forse grumo di un dono mal tolto o baratto ingiusto, principio di un ricatto sulla soglia saccheggiata.
Sentiamoli e affidiamoci a quel che scrisse una volta Michele Parrella in una poesia dedicata alla madre: i poeti vanno molto lontano / ma c’è di che digiunare.

***
(da <<Al mare Jonio>>)

Sepolcro eterno, o mia Lucania, è questo
ampio mar, che veleggio, a le tue prische
marittime città. Come sei bella,
terra dei forti, or che distende il cielo
un manto azzurro su le tue montagne,
e nel suo riso la recente luna
i tuoi boschi inargenta! A me la diletta
ride ogni itala zolla: eppur le tue
aure bevvi vagendo, e nel tuo seno
dormono i padri miei. Tutto a te diede
clemente il cielo; le montagne e i mari,
i vulcani e le nevi, il fosco abete
e l’aureo pomo oriental, franati
brulli dirupi ed ondulati piani
ricchi d’alberi, d’acque e di verzura,
e pampinosi poggi, e lauri, e tutto!

(Nicola Sole)

***

NON CHIEDERE

Non chiedermi chi io sia, né se la sorte
sul mio capo diffuse i suoi tesori,
ovvero se di lacrime e sudori
bagnommi della vita il sentier forte:

Non chiedere perché nelle mie smorte
pupille languon della fe’ i bagliori
né perché a tutti ricca di fulgori
chiuse a me sol la speme le sue porte.

Ma pensa che se il core a me nel petto
palpita ancora e si dibatte e freme,
è sol perché su lui splende il tuo affetto;

e se cadrò, vinto da quel che preme
crudel fato su me, dal negro letto
a te verran le mie parole estreme.

(Pasquale Albani)

***

(da <<Le stelle>>)

… Serene sere d’estate
passate al chiaro di luna
sdraiati sull’aia,
e a gara contare le stelle
pel cielo stellato;
beati fanciulli,
che ancora non sanno
che le stelle son tante
e non si fanno contare!

(Federico Gavioli)

***

Voglio restare qui tra questi monti
bianchi d’inverno,
coperti di ginestre a primavera;
voglio restare qui in mezzo ai bimbi,
delle scuole sperdute tra i pendii,
o nelle valli,
corrose dai torrenti tumultuosi.
Voglio sentire ancora le cicale,
impazzire d’estate tra le siepi;
voglio ascoltare a sera i mietitori,
cantar sull’aia con la luna piena.
e voglio essere presente in questa lotta,
da anni combattuta duramente
per la nostra gente,
cui manca il pane,
ma anche l’alfabeto rilucente.

(Emilio Gallicchio)

***

MORTE

Tutto ho bruciato per trovarti
ma non ti sento arrivare.
Sono lenti i tuoi passi
per lo stupore.

Quando nella casa si fa il silenzio
io spengo gli occhi sul pavimento,
ma non bussi alla porta
non varchi l’ampie scale.

Sopraggiunta alle spalle,
dinnanzi ai fogli bianchi m’ammazzi.

(Antonio Rinaldi)

***

PAPAVERI

Non andate, non andate,
verso il gelo di stelle.
Sia fermo il sopore e agreste luce
greve rosso
singulto profondo.
Grido alto
non placarti.
Bene, fermati
nelle mie mani
che non saranno, consunte.
Rimanete nel giallo grano
lungo i meriggi.
Bene, non cadere o forse tu devi
perché sia tessuto ogni giorno
la trama
in cui s’illude e piange
questa che vive di apparse cose
e ignora
non ignorata
le Parole represse
intorno a noi.

(Alfonso Errichelli)

***

AGOSTO

Agosto è tra le mandrie
sulle aie nelle vigne
con le spiagge.
Le fatiche dell’anno
sciolgono dentro il sole,
fumigate froge di cavalle
indovinano labbra voluttuose
tra papaveri rossi,
è caldo è caldo.

Si accendono mille stelle
nella notte,
sui pinnacoli del cielo
antico spazzacamino
spolvera l’ultima
estate.

(Felice Scardaccione)

***

LUCANIA PERSA

Respirano i nostri morti
nelle pietre dei conventi.

Oh le ginestre umiliate,
terra mia gettata sopra il letto delle serve,
la serva battuta e persa.
Oh la chitarra spezzata alla ringhiera
i poeti non ti possono alzare,
sono semenze gettate nella ruota
che macina i pezzenti.

Lucania teatro perso
le marionette si aggrappano a noi,
non ce la facciamo più
a cucire gli arlecchini
appesi alle monete.

Solo i fanciulli restano a te
i tuoi figli carcerati e persi,
madre mia coi capezzoli rotti
la tua voce è dilaniata e persa.

(Michele Parrella)

***

SOLA

Le porte che ho chiuse dentro di me
si sono spalancate
come in un immenso castello di sale allineate.
Ho voltato i miei passi
e con le mani protese
(cercavo i doni d’una volta
lasciati nel passato)
ho camminato sola nella mia vita.
Muri di solitudine
vestiti di colori senza voci;
odore come di cose morte;
uno stanco sentore
di passioni senza ricordo.
E non ho ritrovato
fra mille voci
quella che mi dicesse: – ascolta!
e mi lasciasse
fra le mani un fiore con radici di terra.
Tonfi di porte chiuse…
e ritrovarsi
sull’orlo di un abisso.

(Giuliana Brescia)

***

SETTEMBRE

Settembre con gli occhi di sole
che tieni lontano l’inverno
per scaldarmi il cuore.
Settembre dai castagni gialli
le donne già sono remote
ai vicoli neri
nei grandi scialli
Settembre che sciupi l’estate
come un bambino che gioca
con un fiore,
hanno già freddo i ragazzi dei prati
che attendono le ombre
per fare all’amore.

(Beatrice Viggiano)

 

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