Guido Michelone intervista Gianluca Mercadante

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di Guido Michelone

Gianluca, in tre righe cos’è il tuo recente libello “Caro scrittore in erba”?
Una sorta di lunga lettera indirizzata innanzitutto a me stesso, nel tentativo di tirare due righe di conti dopo aver trascorso una decina d’anni a contatto col mondo editoriale.

Quali sono per te le finalità di questo libro?
Le ho scoperte strada facendo: da scrittore, e da giornalista, mi sono avventurato lungo un percorso, quello editoriale, disseminato di trappole, disillusioni, figure grottesche e situazioni paradossali. Descrivendo tutto ciò nel mio libro, ho finito con l’analizzare senza filtri, e semmai con un pizzico d’ironia, uno dei possibili destini di un possibile scrittore, privo dell’armatura necessaria a parare i colpi, che non mancheranno di certo e arriveranno, anzi, in abbondanza.

Ma chi ce la fa?
Uno su mille ce la fa, ma i restanti novecentonovantanove che non ce la fanno equivalgono a novecentonovantanove voci spente, novecentonovantanove esperienze taciute. Ne restano ben novecentonovantotto ancora da ascoltare, ora. Che, se munite di armatura, forse sopravvivranno.

E poi, così, a bruciapelo chi è Gianluca Mercadante?
Uno che scrive. E anche uno che non molla.

Mi racconti ora il primo ricordo che hai della letteratura?
Un numero di “Braccio di ferro”, che avevo letteralmente imparato a memoria dopo essermelo sentito leggere all’infinità da mia madre. Non sapevo ancora leggere in modo autonomo. Non era letteratura, certo, ma se non ci fosse stato quel numero di “Braccio di ferro”, e la smania d’imparare a riconoscere da solo le parole che ripetevo a pappagallo, sono convinto che non ci sarebbe stato neppure Dostoevskij. E sarebbe stato un gran peccato.

Quali sono i motivi che ti hanno spinto a diventare uno scrittore?
Sebastiano Vassalli, uno dei formatori che ho avuto ai corsi di scrittura che frequentavo più di quindici anni fa, disse che ogni scrittore ha una sua motivazione profonda, ma non sempre sa quale sia. A volte ci vogliono anni, per arrivarci, a volte non ci si arriva mai. Lui, Vassalli, c’era arrivato da poco – e aveva all’epoca una cinquantina d’anni, se ben ricordo. Io ne ho ancora 37. E tantissima pazienza.

Ti trovi più a tuo agio a parlare di libri altrui (come critico) o a scrivere i tuoi?
Sono due situazioni, e due linguaggi, completamente diversi. La libertà di scrivere le pagine di un libro, che con la loro magica progressione, pari-dispari, sembrano non avere fine, rispetto alla doverosa ma non per questo meno sofferta esiguità di uno spazio conteggiato in battute, dove quello che devi dire puoi dirlo finché non finiscono le righe a disposizione, sono realtà del tutto imparagonabili.

Ma che cosa significa per te scrivere?
Condivido l’opinione che ne aveva Pasolini: è una pura e semplice modalità espressiva, senza alcun particolare senso – il che non significa necessariamente che scrivere non abbia poi un fine, sia questo morale, estetico, politico, sociologico. Ma quanto a scrivere per scrivere, non significa niente. Da bambino attaccavo figurine ai muri, anziché negli appositi album. Se la mia modalità espressiva fosse rimasta quella, a quest’ora abiterei dentro un’opera pop.

Quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associ alla tua scrittura?
L’atto dello scrivere rappresenta l’azione di un singolo che prende posizione nei confronti della società. Questo è quanto mi è stato insegnato, questo è quanto da lettore ho percepito, questo è quanto da critico ho sempre puntualizzato, questo è quanto da scrittore cerco di fare. Il resto è mestiere, pratica giornaliera, ore piccole passate davanti allo schermo del computer, perché di scrittura purtroppo non si campa e tocca aspettare che faccia notte, volendo anche vivere. A quel punto non c’è più molto tempo per ragionare su idee, concetti e sentimenti. A quel punto te li sei già digeriti, uno dopo l’altro, e attacchi la tastiera, scrivi per fame.

Tra i libri che hai scritto ce ne è uno a cui sei particolarmente affezionato?
Li considero figli e mi sento loro madre. Li ho portati in grembo e li ho messi al mondo. È un modo di vederla. È un modo per dire che non posso amarne uno più dell’altro. ’E figlie so’ piezz’e core.

E tra i libri che hai letto quale porteresti sull’isola deserta? (non più di dieci)
È difficile rispondere, i libri si ricordano per le emozioni che ti lasciano dentro, e quelle te le porti dietro sempre. Credo vorrei soltanto la Bibbia, con me. Non che io sia particolarmente religioso, o spirituale, ma in una situazione del genere non mi verrebbe in mente di voler leggere nient’altro. Anzi: se in una situazione del genere dovessi proprio leggere qualcosa, credo lo farei per sentirmi meno solo – e, in questo caso, non ci sarebbe libro migliore.

Quali sono stati i tuoi maestri nella letteratura?
Calvino e Buzzati, Cechov e Bulgakov, Bukowski e Miller, Pasolini e Tondelli; arrivando ai più recenti, Moresco, Palahniuk, Lansdale.

E nella vita?
Maestri di vita? Considero tali i miei genitori, che hanno cercato di trasmettermi la sottile arte dello stare al mondo attraverso la pazienza e la perseveranza. Virtù imprescindibili, per uno scrittore.

E i romanzieri che ti hanno maggiormente influenzato?
Gli stessi che ritengo i miei maestri. Con un’eccezione: Céline. Quando lo leggi, capisci che in quel modo lì poteva scrivere soltanto lui.

Come vedi la situazione della narrativa in Italia?
La situazione letteraria non è delle più semplici: la nostra lingua è poco letta già di suo e di sicuro non si presta facilmente alle traduzioni. In compenso, ingloba molto bene ciò che arriva dall’estero e ciò giustifica gli ingiustificabili meccanismi editoriali e di marketing, che portano in libreria volumi in cui personaggi più o meno noti della nostra Storia parlano come gli attori dei serial tv made in U.S.A. Ma il discorso è troppo complesso, non a caso ci ho scritto un intero libro, nel quale racconterò senz’altro la mia personale esperienza, ma non senza lanciare sguardi anche in questa direzione.

E più in generale della cultura in Italia?
La cultura in Italia in fin dei conti è un business che non ha generato interessi abbastanza elevati. D’altro canto, un Paese che perde le sue industrie, nonché la dignità della classe dirigente incapace di offrire risposte in questo senso, come può, a livello istituzionale, provare interesse per la bellezza?

Cosa stai progettando a livello letterario per l’immediato futuro?
Tornerò a scrivere per il teatro, per una nuova produzione dei Banda Putiferio, con cui, un paio d’anni fa, portammo in scena un recital musicale intitolato “Children Solution”.

Ed è appena uscito un altro tuo libro ‘particolare’.
Sì, per conto dei tipi di Effedì Edizioni, è “Noi aspettiamo fuori”, un volume di interviste a gente comune, un libro assolutamente divertente e folle, che tenta di tratteggiare, attraverso un’esilarante carrellata di personaggi grotteschi, la società di questi ultimi, disperati anni. Lo illustra un vercellese di altissimo profilo, di cui sentirete sempre più spesso parlare, e che risponde al nome di Matteo Bertone.

Cfr: Gianluca Mercadante, Caro scrittore in erba, Las Vegas, Torino 2014, pagine 136, euro 10,00.

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