Daniele Pietrini, Zalongo

Thelma e Louise
Ci succede – ogni tanto – di incontrare poesie fisicamente insopportabili come queste, poesie che fanno smettere di respirare perché hanno la facoltà di immergerci in un lago di senso che sovverte le leggi di natura. La storia delle 57 donne del villaggio greco di Souli che, unite tra loro per le mani e ai loro bambini in un gravissimo girotondo, si gettarono danzando – a una a una a ogni giro del cerchio, sempre più stretto fino alla intatta solitudine dei morti – dal monte Zalongos per non venire umiliate nell’anima e nel corpo dai soldati turchi di Ali Pascià è di per sé corpo poetico, materia già di musiche e pitture e danze popolari.
Cosa dovettero vedere i soldati che le osservavano gettare nel vuoto i propri figli e gettare se stesse dietro i corpi che avevano partorito? Cosa impedì a quegli uomini di arrestare quel lunghissimo parto rovesciato? Perché non intervennero a fermarle, loro che erano certo più robusti e maggiori di numero e soprattutto armati? Cosa rese intangibili quelle donne di fronte alla soldataglia che già ne aveva massacrati gli uomini? Perché non le gettarono a terra per abusarle come era uso mentre si sbattezzavano con il sangue dei figli e li guardarono invece morire tutti, una per uno, con determinazione e con lentezza? Perché privarono se stessi del piacere di uccidere il nemico? Forse lo sguardo di un poeta di 200 anni più tardo che ancora guarda nell’ordine innaturale di quei corpi, fermi e danzanti, intuisce quale senso li allaccia ma li slega:
Pietrini immagina un unico grande corpo femminile singolare e indemoniato e sovraumano al punto da arrivare a pronunciare anche il carnefice è orma dell’amore. Quei soldati videro un unico corpo già trasumanato che esprimeva soltanto il suo noli me tangere. La Zalongo di Pietrini non è insidiata da tristezza o terrore ma brucia piano di una dolce e matura sapienza: le sue dieci parti si snodano tutte su questo superamento dell’io e dell’io come ruolo muliebre e del corpo, in una sublimazione della vita nella morte quale destino che si ha l’ardire di scegliere prima che malamente ci avvenga. La brutalità della guerra venne dunque usata come Occasione da quel manipolo di greche per formare un corpo sociale invincibile e per spingere quel nuovissimo e incoercibile Corpus – nel suo senso più Neutro – oltre la convenzionale costumanza del sopravvivere, nella morte. Cinquantasette Thelma & Louise senza cabrio azzurrocielo – il motore cronenberghiano che un poco aiuta quando si sta a mezz’aria nell’intramondo! – e senza quegli sfrontati cappellacci da mandriane.
Cosa rende allora e sempre intangibile e sovraumano un corpo se non il suo avere sconfitto la paura della morte prima che la morte? Il Cristo non poteva essere toccato dalla Maddalena perché i suoi passi di risorto già camminavano nell’aria oltre la morte, le donne di Zalongo non poterono essere toccate dai soldati perché usarono il gesto del volo (quanti altri modi meno carichi di senso simbolico avrebbero avuto per dare e darsi la morte!), traversarono l’aria in successione come streghe sante scavalcando con l’ultimo passo della loro vita la roccia nera e densa della morte – e non con la umanissima e pure giusta disperazione di chi minaccia di buttarsi dal cornicione perché ha perduto la sua compagna o il lavoro, ma con la grazia di chi è al grado zero del suo io, è nel suo pieno e raggiunto disinteresse.

ZALONGO 1803

A Zalongo in Grecia, nel 1803, cinquantasette donne morirono danzando davanti ai soldati “nemici”.

1.
L’ultima cosa che di me vedrete
sarà uguale alla prima, identici
schiena e petto, tra testa e piedi
lo stesso peso. Muoio danzando
per non restare indietro, parziale,
come chi vive in due luoghi diversi.
Nessuno qui passando mi ricordi,
prenda a imitarmi e smarrisca se stesso.
Davvero pensate che i proiettili
mi penetrino, cavino il mio guscio?
Guardate come già tutto da me esce:
questo verde, il blu cinereo. Pure
non è possibile aggiungere nulla.
Anche la morte voglio usare
per aumentare il mio essere.

2.
Nella mia danza non c’è un prima,
un dopo, passi in successione.
Mai ho danzato di fronte a un pubblico,
ma loro sono i miei assassini.
Non gente che entra ed esce: uomini
legati a me per l’eternità.
La porta che ora aprono, a lungo
ancora sbatterà, da noi e da loro.
Innanzi a questa gente intensa, ferma
dentro un mirino, spoglio la mente,
cedo tutte le cure disattente
e m’abbandono alle sensazioni.
Sono piena di cielo.

3.
In questa paura prendo rifugio.
Non mi faccio mancare alcunché:
tengo nell’occhio, e offerti nei palmi
come un tesoro, il fiato spezzato,
il corpo armato e i denti bellicosi.
Questo sono, questo condivido:
e già osservando, comincio a mutare.
Tu che hai interrotto la tua danza,
mi hai abbracciata: il limite e la paura
sono solo miei o tuoi;
il silenzio e la pienezza, di entrambi.

4.
A volte è utile questo:
quando l’ansia mi offusca, cieca –
contraddirmi, essere musicale.
Mettere a contrappeso una danza
lenta, d’una donna che non sono io.
Quasi immobile lasciarmi colmare,
un’energia più vasta di me.
Ieri in queste occasioni sbandavo,
il passo era più lungo della gamba.
Ora le mie sorelle mi ancorano,
una per mano tirano da me
la nota opportuna. E solo adesso
posso dare questo grande accordo,
perché non sono ordinaria, lenta:
ora tesa, in tumulto, sostenuta;
ora strumento di un’orchestra.

5.
L’erba e non altro detta la mia danza,
mi trasferisco alla pianta dei piedi,
è come accolgo il vento nella mente
a determinare i nuovi passi.
Sapete che nella danza la musica
è solo un suggerimento: il vero
dispiegarsi si fa in silenzio
– prima trovo me stessa, poi accetto
proposte. Increduli ci guardate,
“Fuori di senno, indemoniate”,
pure anche voi, ignari, state danzando.

6.
Tutta la vita è una preparazione
alla morte? Una preparazione
al momento successivo, piuttosto.
Non mi faccio mancare alcunché:
ferme nella mente le sensazioni
degli abiti sulla pelle, blocco
un pensiero e l’avvolgo all’indietro,
in ogni cosa estrema lentezza.
Allungata in questa contemplazione
anche il carnefice è orma dell’amore,
dato naturale che m’attraversa,
registrato e subito tramutato
in soffio di dolcezza.

7.
Sono piena dei respiri degli altri.
Volevano una moglie, una madre:
tutto ho accettato. Nel ruolo prefisso
sono entrata muta. Pure nessuno
può dire: “Il sole sulla tua pelle
è un mio dono, viene da me
l’espansione che vivi”. Mia e solo mia
è l’anima aumentata dal sole,
il fuoriuscire in passi di danza,
l’essere che sale a ogni commozione.
Di fatto, io sono un desco imbandito,
chi s’avvicina potrebbe sfamarsi,
ma tutto ciò che mi hanno chiesto
è stato un ruolo sociale, rassicurare
della loro scelta altre mogli e madri.

8.
Quando fuori tutto si muove appena,
ma dentro sono porte che si aprono,
soffi, espansione di pareti
che nemmeno conoscevo; o quando
nulla è interiormente e l’esplosione
avviene all’esterno, nessun occhio
trattiene la danza: di entrambi
i momenti ho bisogno, caricarmi
e poi svuotarmi, lasciar andare
l’aquilone ma tenerlo a una corda.
Continuamente muto di segno,
due ali, inspiro ed espiro.
Che oggi si possa morire non cambia:
è un momento come tutti gli altri,
sforzo, abbandono, contemplazione
– nulla.

9.
Uno sfondo epico. Il cielo nero,
tuoni, noi con il cuore lucido.
Come non avvertire gratitudine?
Sotto l’acqua, davanti ai soldati
io danzo. Non c’è bisogno d’altro
che della sensazione della pioggia,
esser presenti. Sono uno strumento
musicale, l’odore di bagnato
estrae da me suoni di muta estasi.
Nessun merito in particolare
o azione volta a un fine, eppure
tesori su tesori, inondazioni.
Non so perché.

10.
Alla fine d’un giorno di lavoro
il corpo è pronto: ha l’energia
per danzare. Nel tempio o in piazza,
il culmine della giornata. Fiotti
nuovi d’energia, come se il lavoro
fosse stato un modo di caricarsi.
Da dentro una forza spinge, tira,
dolcezza inesauribile. Celebro
la stanchezza, il corpo vigile e teso
come una corda di violino.
Alla fine d’una vita in presenza
l’anima è pronta: ha l’energia
per guardare, iniziare la sua danza.

Daniele Pietrini, Zalongo
a cura di Maria Grazia Calandrone
su “Poesia” n. 245 – gennaio 2010

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