Vivalascuola. Riluce la grande sala. Appello per il Classico

“Nella scuola attuale si verifica un processo di progressiva degenerazione: le scuole di tipo professionale, cioè preoccupate di soddisfare interessi pratici immediati, prendono il sopravvento sulla scuola formativa, immediatamente disinteressata… questo nuovo tipo di scuola appare e viene predicata come democratica, mentre invece essa non solo è destinata a perpetuare le differenze sociali, ma a cristallizzarle in forme cinesi”. (Antonio Gramsci)

Il 6 maggio cominciano i test Invalsi, momento centrale di un sistema di valutazione della scuola italiana che dovrebbe portare a valutare non solo gli insegnamenti, ma anche le scuole e gli insegnanti, con l’obiettivo di premiare e punire. Per i giorni delle prove Cobas e Unicobas hanno indetto uno sciopero. Su vivalascuola abbiamo già presentato interviste pro e contro le prove Invalsi, un dossier valutazione, una analisi del Regolamento sulla valutazione. Il nostro contributo quest’anno è un appello perché non sia smantellato il liceo classico, esempio di una scuola che non si riduca ai quiz ma sia votata all’approfondimento del sapere e all’educazione allo spirito critico.

Indice
(clicca sul titolo per andare subito all’articolo)

.Rossella Sannino, Mentre in Italia le mura della vera Pompei si sbriciolano. Sulla funzione formativa dell’istruzione classica
Maria Mantello, Il delitto perfetto del sapere critico: eliminare la Filosofia
Alvaro Belardinelli, La “crisi” del liceo classico. Chi ne vuole la morte e perché
Materiali
Le notizie della settimana scolastica
Risorse in rete

Mentre in Italia le mura della vera Pompei si sbriciolano. Sulla funzione formativa della cultura classica
di Rossella Sannino

Mentre in Italia le mura della vera Pompei si sbriciolano, il British Museum organizza a Londra una mostra virtuale sulla città vesuviana, e richiama là visitatori di tutto il mondo.

Riluce la grande sala
Marmàirei de mega domos, riluce la grande salaI versi di Alceo risuonano nell’aria, i ragazzi in straordinario ascolto, per un attimo il fiato pare sospeso. Suggestiona quella sequenza sillabica, pare quasi un’onomatopea; sposta la mente fuori dall’aula, lontano, verso lo scintillio del mare di Lesbo…: un viaggio nel tempo, nello spazio.

Ora di letteratura greca, in un liceo classico. Qui il percorso di studi comporta, tra le altre materie, la conoscenza del latino e del greco antico: non sono lingue che servono a comunicare con i vicini; la strada che esse aprono è un dialogo diverso, con se stessi, e con gli antichi; qui ci si sofferma a ragionare sul modo con cui gli avi degli avi hanno dato forma all’attività del pensiero e della parola. E’ una formazione, quella umanistico-classica, che all’estero ammirano e invidiano

Eppure, negli ultimi due anni, in coincidenza con la crisi economica mondiale di cui soffre anche l’Italia, le iscrizioni di alunni al liceo classico hanno subito un drastico ridimensionamento: in numerosi istituti scolastici questo indirizzo di studi è stato chiuso e il numero totale degli iscritti al classico è tornato alle percentuali di un tempo, circa il 4%, dopo una parentesi di espansione determinata da altre riforme scolastiche che in passato avevano fatto paventare la dequalifica dell’istruzione superiore.

In realtà, l’attuale sfiducia nella formazione umanistica è stata avallata da una campagna mediatica che, sostenuta da dichiarazioni ministeriali, ha puntato sulla inutilità di un percorso scolastico che dedica diverse ore a studiare “lingue che non servono“, e che coltiva interessi elitari; ad esso si è contrapposta la facile spendibilità di una formazione scolastica che orienti soprattutto verso “il fare, con la diffusione dell’elogio dei percorsi formativi tecnico-scientifici e dello studio delle lingue straniere contemporanee.

Lo smantellamento del liceo classico
All’origine di questo sbilanciamento in favore della formazione tecnico-scientifica ci sono state motivazioni economiche (tagli agli investimenti “non produttivi“) e i richiami da Bruxelles perché si correggessero le apparenti storture di un sistema scolastico che non consente di sfornare in tempi rapidi un numero di diplomati adeguato al mercato del lavoro.

In effetti, la necessità di adeguarsi agli standard europei venne assunta sin dal 2000 dal ministro Berlinguer, ripresa poi con abrogazioni e modifiche dal ministro Moratti nel 2003, quindi si è definitivamente realizzata nel 2009 con la riforma Gelmini: ma si è operato, in quest’ultimo caso, con un intervento di facciata, volto soprattutto ad operare tagli alla spesa pubblica.

L’ordinamento liceale ne ha pagato vistose conseguenze.

Nel 2010 la riorganizzazione scolastica superiore venne accompagnata dalle “Indicazioni Nazionali per costruire i Nuovi Licei“: ma, per quanto fosse operazione attesa e necessaria, al motto di “più scienza e meno letteratura“, nei licei viene fatta una redistribuzione del totale di ore destinate agli insegnamenti di area scientifica e allo studio delle lingue straniere, associata ad una riduzione aritmetica – priva cioè di una motivazione sensata e di attenzione verso il reale impatto educativo e culturale dell’iniziativa – del numero di ore destinate allo studio della lingua italiana, della storia e geografia, del latino.

Anche l’orario di servizio degli insegnanti di scuola superiore è stato modificato e portato a 18 ore di lavoro in classe per tutti, ma questa operazione ha fatto saltare, sul piano amministrativo, l’esiguo margine di ore a disposizione per gestire le supplenze brevi, mentre sul piano didattico ha creato un impossibile equilibrio nel sistema che in precedenza regolava l’insegnamento di materie affini e per tale ragione affidate ad un unico docente su unica classe: ne hanno fatto le spese, nel liceo classico, le cattedre di materie umanistiche, spezzettate fra più docenti per un’unica classe di alunni, e nel liceo scientifico gli insegnamenti di matematica e fisica, assegnati a docenti diversi su unica classe. E a causa delle ore di docenza così disposte diventa difficile anche garantire la progettazione del consiglio di classe e la continuità didattica.

A proposito della problematica gestione dell’orario di lavoro e dell’assegnazione dei docenti alle classi e agli insegnamenti, si è fatto promotore di un’iniziativa di protesta un gruppo di docenti del liceo Classico Berchet di Milano, con l’appoggio anche di colleghi di altre scuole, con un appello al ministro della passata legislatura Maria Grazia Carrozza. In esso si chiedeva l’avvio di una valutazione degli effetti didattici della riforma del 2009, anche alla luce dei guasti pedagogici derivati da un’insensata distribuzione degli orari interni agli insegnamenti. Ovviamente, dal Ministro non ci fu alcuna risposta.

E’ però interessante la notizia che il Tar del Lazio, con la sentenza 3527/2013, ha annullato i provvedimenti presi nel 2010 dagli ex ministri dell’Istruzione e dell’Economia circa l’organizzazine oraria degli istituti tecnici, il cui monte ore era stato decurtato del 20%: nella sentenza il giudice sottolinea il “danno degli alunni traditi nel loro diritto alla continuità educativa e costretti a patire la provvisorietà e la precarietà di provvedimenti che appaiono estranei alla funzione istituzionale della scuola ed alle attese della società civile e del mercato del lavoro“.

Di recente, il furor dei tagli e dell’adeguamento dei nostri standard al resto d’Europa ha introdotto nella discussione anche l’idea di una possibile riduzione della durata degli studi liceali, da cinque anni a quattro; e non si può non ascrivere al medesimo pensiero (“tagliare ciò che non rende subito“) l’idea della settimana scolastica ridotta per tutti a cinque giorni (si risparmierebbe sui costi del riscaldamento, si favorirebbero i weekend di svago, ne trarrebbe giovamento l’economia nazionale, etc etc).

Insomma, l’idea che si può cogliere da questa somma di operazioni, è che la scuola italiana venga considerata un peso dai nostri governanti, e non una risorsa, quale invece essa è.

Il liceo classico, in particolare, sta facendo le spese di una dissennata confusione attorno all’idea di “utile“: ma utile per che cosa?

La funzione formativa dell’istruzione classica
Studiare il mondo antico vuol dire affrontare il tema della comunicazione sin dai suoi albori: il racconto delle storie e dei miti; l’invenzione della comunicazione poetica e di quella persuasiva; il modo in cui si organizza la memoria di un popolo e di come questa si modella nelle generazioni a seguire.

Il latino e il greco antico non sono lingue che servono a comunicare, bensì offrono dei saperi tecnici per poter “abitare” le culture di cui sono espressione: è uno studio linguistico che offre la possibilità di interrogare interlocutori silenziosi che continuano a dialogare con noi attraverso i testi, i monumenti, i modelli culturali che ci hanno lasciato.

E’ un esercizio di investigazione sulle possibilità comunicative che un determinato testo, collocato in una determinata situazione, rapportato a determinati parametri di contesto, poteva significare; lo studio delle lingue classiche abitua ad uno studio “riflessivo“, fondato cioè sull’attitudine al pensare prima di agire e sulla valutazione preventiva delle cause e degli effetti.

Questo tipo di studi, che abitua a comprendere il funzionamento delle cose attraverso la riflessione sul funzionamento della lingua e dei suoi prodotti – le letterature e i pensieri – predispone a diventare esploratori del pensiero e dell’espressione umana.

Accontentarsi di far leggere i testi in traduzione italiana, ignorando la lingua originale, vuol dire rinunciare all’esercizio di ascolto, analisi, decodifica, risemantizzazione di un documento; vuol dire ridurre la possibilità di educare al confronto con il diverso e con il lontano da sé; che è poi educare alla coscienza critica.

Diversamente dal metodo di studio usato per le lingue contemporanee, quello usato per le lingue antiche consente di osservare da vicino il meccanismo di formazione e funzionamento del sistema linguistico e del pensiero di cui esso è espressione e, poiché nel passaggio dai significanti ai significati si combinano tra loro dati certi, dati ipotetici e dati ignoti, l’attività di studio delle lingue antiche richiede e sviluppa procedure di tipo scientifico e di tipo strategico (analizzo i dati e li organizzo in virtù di una meta da raggiungere, ovvero la traduzione e la comprensione del testo, alla luce di un contesto di riferimento).

In altre parole, la meta di studio di queste lingue non consiste in scopi pratici e immediati, ma nell’acquisizione di strumenti che consentono di fare “esperienza” del vissuto delle parole e dei loro referenti, è un’esperienza dentro al laboratorio delle connessioni tra segni e significanti; è un’esperienza del lavoro che può compiere, nel tempo, la nostra – umana – capacità creativa. Quindi, lingue moderne e lingue antiche assolvono a compiti formativi diversi e il porle in antagonismo non risponde a una corretta ratio educativa.

Il latino e il greco, poiché richiedono un metodo di studio scientifico e lavorano su contenuti letterari, offrono una formazione ricca, complessa e versatile. Per questa ragione la formazione data dalle humanae litterae può offrire la miglior cassetta degli attrezzi a un futuro dalle professioni incerte e… ancora da inventare, ma soprattutto per quelle professioni che abbiano come interlocutori gli esseri umani nella loro interezza e nella loro condizione di essere abitanti del mondo, il quale è un sistema complesso; per quelle professioni che, occupandosi di individui che stanno nel mondo, debbano muoversi lungo il labile confine che separa tra loro la conoscenza della macchina dalla conoscenza di chi ne sarà il fruitore.

Argomenti che premono al cuore adolescente
Vi è poi, nella formazione classica, un aspetto squisitamente pedagogico: la possibilità di comprendere i testi della tradizione letteraria antica sin nel loro codice espressivo, consente di affrontarne con singolare consapevolezza i contenuti e le grandi questioni esistenziali che essi pongono; e sono proprio questi gli argomenti che premono al cuore adolescente.

Mito, Verità, Giustizia, Amore…: sono grandi temi che chiedono, prima ancora di risposte, la possibilità di essere scandagliati ed esplorati nella ricchezza delle loro sfumature. Nei nostri ragazzi, invece, ciò che sempre è più debole e fragile, è la conoscenza delle parole, del loro significato e della loro ricchezza semantica; dobbiamo invece consentire loro il possesso delle parole (conoscerle, percepirne il peso), perché con esso si fornisce l’accesso ai meandri della vita e al loro racconto…

Poter dare un nome alle emozioni, alle “cose” che si conoscono, è anche una medicina per tempi difficili, in cui l’incapacità di descrivere e di spiegare – figlia della povertà del sapere – si traduce in gesti irruenti e aggressivi: senza la conoscenza delle parole (per numero, per spessore di significato) si comunica solo con la forza dell’urlo e del gesto prevaricante.

Voglio soffermarmi su un altro aspetto della formazione liceale, la durata e la qualità del “tempo scuola“: il tempo della formazione e della crescita non possono coincidere con quello del tempo lavoro: mentre quest’ultimo è calibrato sulla necessità di produrre un qualcosa di finito, riproducibile, usabile, spendibile, il tempo destinato alla formazione serve a creare e coltivare cultura.

Nella formazione liceale, il “laboratorio” è costituito dal tempo che si dedica alla comprensione degli oggetti di studio: ovvero, si fa laboratorio sì, ma non per realizzare un prodotto finito, bensì per addestrare la mente a compiere ragionamenti astratti e per farli assumere come filtro per interpretare il mondo: ovvero, per modificare in modo “colto” il proprio stare al mondo. E la cultura, proprio come avviene nell’operazione di semina e crescita di una pianta, richiede cura, nutrimento, tempo, attenzione.

Dovrebbero essere questi i cardini su cui innestare i principi della formazione scolastica di qualità. Diversamente, si fa in-formazione, o meglio, formattazione: si addestra al come fare e non al capire e a ragionare in autonomia di giudizio, come pur richiesto dalle ministeriali “competenze di cittadinanza“.

Quindi l’idea di ridurre il tempo scuola a tempi che sono di pura sintonia con interessi produttivi e non educativi è antipedagogica e favorisce solo la conservazione del potere di quei pochi che già lo detengono.

Un patrimonio culturale per il riscatto civile e sociale
Merita di essere segnalata l’interessante esperienza narrata da Augustin d’Humières in I figli dell’ultimo banco (PiemmeVoci, 2011).

L’autore, in qualità di insegnante di greco antico in una scuola della banlieu parigina, si adopera, con alterne vicende, per motivare classi di studenti immigrati allo studio di una lingua che potrà riscattarli dalla loro condizione di subalterni ed emarginati. La scuola, che sorge in un contesto urbano e sociale di grande deprivazione, per far fronte all’alto tasso di abbandono scolastico e alla diffusa demotivazione, ricorre a strategie compiacenti: prima con l’alleggerimento dei criteri per la promozione, poi con il riorientare gli studenti verso indirizzi di studio più facili, i cosiddetti corsi tecnologici, attivati all’interno dello stesso istituto.

Nel fare i conti con un sistema di istruzione che misura i risultati dal numero degli iscritti – si aumentano le iscrizioni con l’attivazione di corsi più facili – e in base al numero di promossi – basta non far svolgere compiti difficili – il giovane professore francese si ingegna e si spende personalmente nella difesa di un patrimonio culturale unico e che offre potenzialità di riscatto civile e sociale. Il racconto autobiografico si conclude con una bella intervista a Jaqueline de Romilly, prima donna ad ottenere la cattedra di letteratura greca nel Collège de France.

Sia ben chiaro: se sostengo con forza il valore della formazione umanistica, non nego la necessità di affinarne la componente scientifica. Anzi, ben venga più matematica, ma non meno italiano!

Credo che ragazze e ragazzi dotati di sensibilità intellettiva, di curiosità, di propensione al ragionamento vadano premiati e meritino ancora di essere indirizzati a una formazione classico-umanistica.

Spesso invece i genitori, nella scelta di studi per i propri figli, sono spaventati dall’idea della sofferenza che possa derivare ai propri figli da studi difficili. Credo che siano paure nate dal timore di dover far fronte al fatto che un figlio possa non capire, possa faticare “inutilmente.

Ma la difficoltà dello studio del latino e greco consiste nel confrontarsi con modalità di lavoro non banali, non scontate; se qualche insegnante ha provocato disamore, il problema non è della “trama“, ma del “cattivo attore.

Al Governo c’è da chiedere diversa attenzione alla scuola e alla formazione degli insegnanti: non c’è argomento troppo difficile da non poter essere trasmesso, se un insegnante è sostenuto, formato, riconosciuto e motivato.

Concludo con alcune indicazioni, disponibili sul web, di interventi in difesa della cultura umanistica e del valore della formazione impartita dal liceo classico: vedi alla sezione “Materiali“. [torna su]

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Il delitto perfetto del sapere critico: eliminare la Filosofia
di Maria Mantello

La sindrome di Erostrato dei ministri dell’istruzione
Erostrato era un pastore di Efeso che voleva diventare famoso.

Avrebbe potuto organizzare qualche movimento per l’emancipazione dalla schiavitù ed essere ricordato come una sorta di Spartaco greco, ma non aveva la stoffa del rivoluzionario. Non voleva cambiare il mondo, ma solo che il mondo si ricordasse per sempre di lui.

Pensa e ripensa, giunse alla conclusione che distruggere era più facile di costruire. Così il 21 luglio del 356 incendiò una delle sette meraviglie del mondo: il tempio della dea Artemide.

Gli Efesini lo condannarono a morte e decretarono che mai nessuno pronunciasse più il suo nome. Ma Erostrato la sua fetta di immortalità se l’era ormai conquistata.

Tant’è che ha ispirato famosi racconti di Sartre e Pessoa, e ha dato il nome a quella sintomatologia distruttiva da delirio di grandezza che si chiama «sindrome di Erostrato».

Una sindrome che sembrerebbe essere divenuta virale nei ministri dell’Istruzione del secondo millennio, contraddistintisi in una sorta di staffetta per lo smantellamento della scuola statale: dal “sistema paritario integrato” – regalo di Luigi Berlinguer alle private –, alle successive politiche perseguite con rigore maniacale nell’era berlusconiana con i ministri Moratti e Gelmini, poi continuate con Profumo, Carrozza… fino alla attuale Giannini che le scuole private le vorrebbe del tutto “paritetiche” alle pubbliche.

Insomma, una vera escalation di impegno militante ai danni della scuola statale, nonostante essa sia un organo costituzionale. Così, anziché costituire l’oggetto di cura particolare per chi è ministro, ovvero servitore dello Stato, si è fatto a gara per salire sul treno in corsa verso la privatizzazione della scuola statale, in una sequela di scambi simoniaci e confindustriali senza precedenti.

La coppia di fatto tra capitalismo e confessionalismo è infatti più che salda, e non ingannino le frasi di maniera che arrivano dai più o meno “sacri” palazzi.

L’alleanza trono-altare è stata sempre un baluardo per tenere il popolo tranquillo. E il mercatismo imperante ha bisogno dei narcotici di massa che dilazionano eguaglianza e giustizia sociale in consolatori cieli.

Il delitto perfetto del sapere critico: eliminare la Filosofia
Questa logica mercatista, favorita dalla polverizzazione strumentale e sistematica della sinistra, adesso sta lavorando alla riduzione del corso di studi della scuola secondaria, colpendo in particolare la cultura umanistica: troppo libera, troppo critica….

In un paese dove la crisi economica è ancor prima crisi culturale, il delitto perfetto della scuola dello Stato si sta cercando di compierlo esautorando la materia che di questo sapere critico è maestra: la filosofia che – guarda caso – è l’unico insegnamento che si vorrebbe contrarre in soli due anni.

Così, dopo le sperimentazioni eccellenti che l’avevano introdotta negli istituti tecnici e professionali, anticipata nel biennio liceale, inserita con straordinari risultati finanche nella scuola elementare… assistiamo adesso all’operazione di ridurla ad appendice.

Per opporci con forza a tutto questo, noi qui vogliamo allora spiegare perché lo studio serio e rigoroso della filosofia è fondamentale per la stessa democrazia, che ha bisogno di individui liberi e autonomi.

La filosofia è scomoda per chi vuole menti docili
La filosofia è educazione alla ricerca aperta, metodo per trasformare le capacità analitico-critiche, che tutti possiedono, in competenze di elaborazione di giudizio fondato.

Giudizio consapevole, argomentato, dimostrato per scoprire come stanno davvero le cose.
La filosofia attraversa allora tutti i saperi. È scienza interdisciplinare per eccellenza, in quanto fornisce i fondamenti per la correttezza della conduzione dell’autonomo pensare e agire.
Quando il giudizio è giusto? Quando l’azione è giusta?

La risposta non è in un pacchetto di nozioni date una volta per tutte e spacciate per verità eterne, ma è nelle premesse che garantiscono la verità di un pensiero e la moralità di un’azione.

La filosofia la verità non la cerca in entità supposte e rivelate, ma nell’autonomia della ragione e nella sua autosufficienza. E già qui si capisce perché è scomoda per chi vuole menti docili.

La filosofia è scoperta: alétheia (ἀλήθεια), disvelamento. Quindi è risultato della ricerca rigorosa: conquista del vero, oltre le favole, le apparenze.

Come aveva ben capito per primo Parmenide, la filosofia ci pone davanti al senso del nulla, ovvero alla fallacia dell’apparenza e della credenza.

La filosofia si impone contro la creduloneria, perché inchioda al rigore della conduzione del nostro pensare e agire. Questo fondamento i greci, che la filosofia hanno inventato, lo chiamavano epistéme (επιστήμη) che significa “ciò che si impone” per garantire validità delle modalità e ambiti della ricerca razionalmente condotta.

Ricerca alla scoperta (alétheia – ἀλήθεια) del vero, che impone l’onestà intellettuale di ogni ragionamento e scelta.

Sono queste premesse che fanno della filosofia la “scienza delle scienze”. Perché educa la mente a essere duttile, a creare collegamenti straordinari padroneggiando strutture e modalità di analisi e sintesi nei più svariati ambiti.

Educa allo sforzo mentale di capire come stanno le cose, in un processo di tensione continua a superare lo scarto tra pensiero e pensato, tra idea e realtà nella formulazione di idee che sono il risultato, la configurazione concettuale di un pensiero analitico-critico.

Filosofia e democrazia
Noi ragioniamo per idee, “vediamo” con le idee. Atto fisico di intellezione.

Ricordate l’Odissea, quando Ulisse torna ad Itaca ed è riconosciuto dal suo cane Argo? Il verbo greco che Omero usa è noeìn (Odissea, XVII, 301) ed esprime l’azione dell’intellezione.

Argo non è ingannato come tutti gli altri dal travestimento di Ulisse. Argo connette intelligentemente la realtà fisica col pensiero e nella sua mente si configura l’idea di come stanno effettivamente le cose. L’idea che ne scaturisce è risultato del nesso tra realtà e rappresentazione mentale di ciò che è.

La radice di noeìn è id da cui viene idea, e veicola ancora nel nostro odorare. E l’azione del noeìn (comprendere, pensare, giudicare) non permane nei nostri annusare e sniffare? La mente è fisica, corporale. I greci lo avevano chiarissimo, le neuroscienze oggi lo hanno dimostrato.

Ogni bravo professore di filosofia sa quanto siano importanti queste riflessioni sulle parole con i ragazzi.

Ma sarà possibile nel liceo contratto? Tutto l’approccio diretto ai testi dovrà essere necessariamente sacrificato! Così, ci si accontenterà di surrogati filtrati da interpretazioni standardizzate, col risultato che il nozionismo avrà la meglio, schiacciando il sapere critico, la conoscenza analitico critica: quel rendersi conto di come stanno le cose attraverso l’abitudine ad operare correlazioni causali.

Conoscere per cause nel rigore argomentativo della verifica delle connessioni e nelle ricostruzioni dei nessi causali è proprio della filosofia, che insegna a padroneggiare le modalità di connessione tra realtà e idee. Quindi tutto il contrario di quell’automatismo che dà per scontata un’idea e, assolutizzatela, ad essa forza ogni realtà. È la modalità del dogmatico che rinserrato nei suoi pregiudizi, fa dei suoi stereotipi, delle sue supposte idee, il modello per discriminare e perseguitare chi al suo piccolo mondo non si conforma e quindi non può certo amare il pensare libero e disinteressato della filosofia.

È allora un caso che i greci, a cui dobbiamo la nascita della filosofia, sono anche gli stessi che hanno inventato la democrazia?

E noi possiamo rinunciare, proprio di fronte al prepotente ritorno dei demagoghi della pulsionalità egoista violenta arrogante razzista, a quella scuola di democrazia che è la filosofia?

La filosofia non ha padroni
La filosofia non serve nessuno e nessuna cosa, proprio perché è tensione dubitativa, curiositas di una mente che si affaccia sul mondo senza fini precostituiti. La sua forza si chiama dubbio e scelta. Radici solide che ci vengono dall’antica Grecia. Radici che si è cercato e si cerca di sradicare, ma che come un fiume carsico riaffiorano e prorompono. Radici salde e forti, che ci hanno dato il coraggio di smascherare millantatori e propagatori di favole. Radici di riscatto contro dittature e tiranni.

Ecco, la filosofia la dobbiamo immaginare come il grande cannocchiale della mente, che guarda ovunque e scopre l’inusuale.

La filosofia non è serva e non ha padroni perché è inquieta e vagabonda. Si mette sempre di traverso, è dubbio (il demone socratico) e proprio per questo contrasta il bieco utilitarismo che vuole servi consenzienti.

La filosofia è un grande apriscatole della mente. Diciamolo pure, è una rompiscatole, perché ci ricorda che abbiamo la capacità di intraprendere altre strade, anche quando sembra impossibile che ve ne siano.

La filosofia è scomoda perché è esigente nel rivendicare il nostro diritto-dovere di essere gli unici proprietari delle nostre uniche e irripetibili vite. E quindi ci “impone” la libertà e responsabilità della nostra autonoma gestione.
La filosofia è dunque intransigente perché pretende che ogni individuo non sia mezzo, strumento. E in questo è educazione alla promozione della dignità individuale nel principio dell’etica laica, basilare per la civile convivenza democratica del non poter imporre agli altri quello che piace a noi, perché potrebbero avere gusti diversi.

Ecco allora che la filosofia – come diceva Giordano Bruno – ci costringe a vivere da fastiditi. Allora si scopre il turbamento di quel pensiero che è agitazione, turbinio di idee, contrasto, contraddizione. Pensiero che diverge. Pensiero eretico.

Il coraggio della filosofia
La filosofia è meravigliosa e tremenda, perché ci impone il peso e la leggerezza di avere il coraggio di uscire dai labirinti rassicuranti che ci tengono nell’eterna minorità mentale, invischiati e narcotizzati nella massa acquiescente. La filosofia è la tromba del coraggio che ci insegna a dire: “No. Non è così!”; “No. Voglio un’altra cosa!”.

Ora et labora, si diceva all’uomo del Medioevo, così non contraddiceva il precetto e non peccava.

Produci e compra, si dice all’uomo del sistema del capitalismo dove tutto è merce nel meccanismo denaro-potere-denaro, che vuole pensieri dove la dimensione umana è mercificata finanche in perverse affermazioni divenute ormai uso comune: “capitale umano”, “investire in sentimenti”, “bilancio esistenziale”, “economia del discorso”…

Non vorremmo allora pensare che proprio per evitare disturbo a questo pensiero conformista, si cerchi di eliminare dalla scuola repubblicana la formazione filosofica, affinché la ragione divenga, come già denunciavano Horkeimer e Adorno «un semplice accessorio dell’apparato economico onnicomprensivo». [torna su]

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Il principe dei Licei sotto processo. La “crisi” del liceo classico
Chi ne vuole la morte e perché
di Alvaro Belardinelli

Il Liceo Classico sta al neoliberismo come un eretico alla Controriforma. Per questo qualcuno vorrebbe bruciarlo come Giordano Bruno. È oramai un coro quello dei sedicenti “esperti” che pontificano sulla “crisi” del Classico. Tutti costoro, più o meno ipocritamente, sottolineano l’importanza delle materie umanistiche per la formazione dell’individuo; salvo poi indicare (con soddisfazione) nel calo delle iscrizioni (dimezzate in sette anni) la dimostrazione che ormai il Liceo avrebbe fatto il suo tempo. I più decisi detrattori militano (guarda caso) nelle fila di Confindustria.

Processo iniziato, rogo già pronto
Vediamo un rapido elenco delle accuse che si possono ascoltare nei convegni e leggere sui giornali. Il Liceo Classico sarebbe una scuola “vecchia”, “chiusa all’alternanza scuola-lavoro”, “estranea alla realtà lavorativa”, “lontana dalla realtà”; praticherebbe una “grammaticità fine a se stessa”, perché “privo di laboratori linguistici”; produrrebbe il “retoricismo” che affligge la burocrazia italiana; sarebbe “anacronistico” nella sua divisione in Ginnasio e Liceo; insegnerebbe “a leggere ma non a scrivere”, non avendo “laboratori letterari”.

Ma c’è di più: “promette, senza dare risultati concreti”; “non fa studiare le connessioni tra fatti storici”; è “utile solo per fare citazioni in latino e non studiare matematica”; “non fa più il lavoro che svolgeva mezzo secolo fa, quando aiutava a mettere in relazione i testi con il mondo circostante, costituendo un ponte tra umanesimo e scienza”.

E poi ancora: “negli ultimi test OCSE-PISA gli studenti del Classico sono risultati quelli meno capaci di risolvere problemi e persino quelli meno dotati di competenze letterarie”; “non prepara in economia e in matematica”; impartisce “insegnamenti passatisti ed aristocratici”; “sancisce le disuguaglianze”; “sterilizza la creatività individuale mediante una didattica trasmissiva e nozionistica, soffocandola attraverso un filologismo ed un cognitivismo privi di metodo scientifico”.

La superiorità del Classico sarebbe dunque soltanto presunta: perfino il dato incontestabile, secondo cui gli studenti universitari più bravi provengono dal Classico, sarebbe dovuto al fatto che “al Classico si iscrivono i figli delle classi dirigenti”: non, quindi, ad un valore aggiunto dal Classico stesso.

Accuse discordanti, ma concordi nella brama di condannare.

Le soluzioni proposte?Togliere il latino”! Istituire un “Liceo Classico applicato”! Oppure un Liceo “Scientifico-Classico” (magari con il greco opzionale)! Del resto, il Liceo Classico insegnerebbe contenuti “belli sì, ma inutili”! Mentre, oltre all’“inutile”, esiste anche l’“utile”! E quale sarebbe l’“utile”, se non il (dio) Profitto? Quale, se non il (dio) Mercato?

Insomma, il Liceo Classico non deve più esistere perché “non serve”. O meglio, “non serve” alla “realtà”. Intendendo, per “realtà”, il “Mercato” e l’“Utile”.

Dogmi spacciati per argomentazioni
Opinioni rispettabili. Ma pur sempre opinioni. Ammantate di (preteso) rigore scientifico, ma in realtà fondate su dogmi. Dogmi molto simili a quelli di qualsiasi religione.

Non è forse un dogma, infatti, quello secondo il quale il calo delle iscrizioni dimostrerebbe che il Liceo è superato? È vero che gli iscritti al Liceo sono oggi ridotti a 30.000 in tutta Italia (circa il 6% del totale degli iscritti alle Superiori), ma questo dimostra che il Liceo è fuori moda; non che sia “inattuale” o “inutile.

Stupisce la protervia con cui si abusa delle circostanze per attaccare un’istituzione gloriosa, che continua a fornire alle Università italiane (e straniere) gli studenti migliori. Infatti, i laureati con voti superiori ai 105/110 (quelli che trovano più facilmente lavoro) provengono per lo più dal Liceo Classico: e sono laureati in Agraria, Ingegneria, Economia, Architettura, Medicina ed altre facoltà scientifiche. Come si fa, allora, a sostenere con tanto granitica certezza che il Classico è “inutile”, “avulso dalla realtà lavorativa”, “non al passo coi tempi”?

«Ma» dicono alcuni, «i diplomati con maturità classica sono più bravi già in entrata, perché provengono da famiglie “bene”». Altro pregiudizio, facilmente smontabile. Lo dimostra il fatto che, soprattutto negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, il Liceo ha sfornato migliaia e migliaia di diplomati di estrazione proletaria e piccolo-borghese (tra cui il sottoscritto) privi delle basi culturali familiari di cui disponevano gli studenti che si iscrivevano al Liceo negli anni Trenta (figli di avvocati, medici, magistrati, notai e diplomatici). La loro promozione sociale, opera di un Liceo Classico che degli ascensori sociali è tuttora il principe, è un fatto indiscutibile.

Le calunnie di chi ignora
L’accusa di essere una scuola finalizzata alla “grammaticità” (e che non insegna “competenze”) non sta in piedi.

Per verificarlo basterebbe che alcuni tronfi soloni mettessero piede, almeno una volta, in un’aula scolastica (cosa che evidentemente non fanno dal lontano giorno del proprio diploma). C’è ignoranza o malafede in questo tentativo di disinformare l’opinione pubblica? Insegnare come 60 anni fa, oggi non sarebbe possibile, perché gli allievi sono troppo diversi, distratti, privi di requisiti culturali minimi; il che toglierebbe a chiunque (anche al più attardato ed autolesionista degli insegnanti) la fantasia di dedicarsi al “cognitivismo”, al “filologismo”, al “nozionismo” ed al “trasmissivismo”.

Tutti i Docenti sono consapevoli (se non altro perché “di necessità virtù”) che le nozioni sono strumenti e non finalità; che i contenuti sono utili per sviluppare capacità, non per imporre erudizione; che finalità della Scuola è insegnare a ricercare autonomamente, non versare nozioni nelle teste dei discenti come benzina in un serbatoio.

Come si potrebbe, d’altronde, perseguire ancora il nozionismo, in una Scuola ridotta come la nostra, con classi-pollaio di 32 alunni, in edifici fatiscenti e malsicuri, con cattedre frantumate dall’accorpamento di materie e classi di concorso, con il “risparmio” come unico criterio guida? L’accusa di nozionismo può venire solo da chi non conosca la realtà attuale della Scuola (o finga di non conoscerla).

Diffamazioni grottesche
Che poi il Classico non insegni le connessioni tra fatti storici e culture è semplicemente ridicolo. Se c’è un tipo di Scuola in cui si va in profondità nello spiegare i fatti storici, quella Scuola è il Liceo, che lo fa persino linguisticamente. Nessuno come un bravo studente del Classico può fare della comparazione linguistica uno strumento di conoscenza storica, filosofica, antropologica. Nessuno può capire la storia greca e romana meglio di uno studente del Liceo Classico, che penetra concetti come “democrazia”, “politica”, “oligarchia”, “tirannide”, “isonomia”, “parresia”, “civitas”, “ius”, “humanitas”. E nessuno può capire la storia contemporanea meglio di chi ha compreso quella greca e quella romana.

Falso anche che il Liceo non prepari i giovani al metodo scientifico. Come attestano i Docenti universitari delle facoltà scientifiche, solo i migliori diplomati del Classico posseggono una mentalità scientifica vera: solo loro sanno osservare con rigore e attenzione i dettagli, estrapolarne induzioni, discernere costanti e variabili, individuare soluzioni. Solo loro sanno utilizzare questo procedimento per la risoluzione di qualsiasi problema, dopo aver acquisito le conoscenze tecniche specifiche. Tutto ciò è frutto del lavoro di traduzione dei classici e degli studi storico-filosofici. Altro che nozionismo. Altro che quiz (sull’Invalsi e i suoi quiz vedi qui e qui).

Chi è fuori dalla realtà?
Singolare, peraltro, che si attribuisca al Classico la colpa della scarsa conoscenza della realtà da parte dei suoi studenti. I detrattori del Liceo dimenticano che nel 2008 la cosiddetta “riforma” Gelmini ha tolto alla geografia metà del suo monte ore nel Ginnasio, portandola da due ore settimanali a una, ed accorpandola alla storia (in un monstrum epistemologico che i collaborazionisti ribattezzano “geostoria”). Ora i Docenti devono insegnare (in tre ore settimanali) storia e geografia insieme, valutando gli allievi con un voto unico, e scegliendo se sacrificare un quarto del programma di storia o metà del programma di geografia. È colpa del Liceo se le cose non funzionano più come prima?

E, già che ci siamo, vediamo un po’ di ricordare gli altri bastoni messi fra le ruote del Liceo dalla stessa Gelmini, inventrice del “tunnel dei neutrini” nonché prestanome dell’ex Ministro dell’Economia Tremonti, il quale con un sol colpo di rasoio amputò alla Scuola italiana ben otto miliardi di euro (con la legge 6 agosto 2008, n. 133).

Per tagliare questi otto miliardi, tutti gli ordini di Scuola subirono riduzioni di ore e di insegnamenti. Però, per dare l’impressione che dietro i tagli ci fosse un impianto culturale, le ore settimanali assegnate alle materie tecnico-scientifiche (disegno tecnico, astronomia, biologia, matematica, scienze naturali, fisica) furono aumentate in alcuni indirizzi, ma diminuite in altre, secondo le norme del gioco delle tre carte (sempre efficace nel Paese di Acchiappacitrulli per rimescolare le acque ed ingannare i semplici).

L’insegnamento delle scienze naturali, prima impartito nel Classico solo al triennio, venne esteso al biennio ginnasiale: vale a dire imposto a scolari di quattordici-quindici anni, sprovvisti della preparazione chimica, matematica e fisica necessaria per capire le scienze naturali stesse. Ben lo sanno i Docenti di questa materie, che dal settembre 2010 (data di entrata in vigore della rovinosa “riforma”) faticano molto per ottenere dagli alunni partecipazione e risultati. Così, però, il Governo di allora poté orgogliosamente vantarsi di aver reso il Liceo più “moderno”.

Sotto i colpi di Gelminator
Eppure la “gelminizzazione” ha inferto danni ancor più gravi. Paradossalmente nel Ginnasio sono state colpite proprio le cattedre della classe di concorso A052 (“Italiano, latino, greco, storia, geografia nel Liceo Classico”). All’italiano è stata scippata un’ora a settimana: un’ora su cinque significa il venti per cento in meno. Riduzione radicale, che certo non facilita il completamento dei programmi. Per di più il MIUR ha pensato bene di riformulare i programmi stessi: accrescendone i contenuti! Perciò ora i Docenti di quinta ginnasiale devono, oltre ad ultimare il programma ordinario, insegnare ai quindicenni anche la poesia italiana delle origini (precedentemente insegnata in prima liceale).

In realtà questi tagli orari sono serviti a licenziare un bel po’ di Docenti (per ora solo precari). Infatti il taglio delle ore di italiano e di geografia ha provocato la riduzione delle cattedre A052 (“Materie letterarie, latino e greco nel Liceo Classico”) a 16 ore settimanali (dalle 18 precedenti), consentendo l’espulsione di un precario ogni nove.

Per di più la riduzione a 16 ore delle cattedre di lettere nel Ginnasio, unita all’obbligo per i Docenti di effettuare 18 ore settimanali di insegnamento in classe (senza ore a disposizione della scuola per sostituire i colleghi assenti) ha comportato lo spezzatino delle cattedre e la fine della continuità didattica (nonché l’impossibilità di sostituire gli assenti per malattie brevi).

Oggi nel biennio ginnasiale, dove un tempo le materie letterarie erano insegnate da un solo Professore (o al massimo da due) i quattordicenni si ritrovano tre insegnanti, a volte quattro (uno d’italiano, uno di latino, uno di greco, uno di “geostoria”), che cambiano classe quasi ogni anno, in barba all’esigenza di continuità didattica.

Insegnare il greco con un metodo diverso rispetto al latino è pura follia. Sono discipline diverse, ma assolutamente complementari, e servono a generare quella conoscenza omogenea del mondo classico che è base imprescindibile per capire il mondo contemporaneo.

Alla luce di tutto ciò, ci si meraviglia ancora che gli studenti del Classico siano meno bravi e che le iscrizioni siano calate?

Demolizione controllata
Ma non è ancora tutto. Un altro espediente è stato escogitato per minare le fondamenta del Liceo. Infatti i Professori della classe di concorso A052 (“Materie letterarie, latino e greco nel Liceo Classico”) sono sempre più costretti all’insegnamento del solo greco, oppure relegati a insegnare non più il greco, ma le altre materie letterarie, fuori dal Classico. Sì, perché ad insegnare le altre discipline letterarie nel Ginnasio, dal 2011, vengono autorizzati anche i Docenti di Lettere non abilitati all’insegnamento del greco; ossia quelli della classe A051 (“Materie letterarie e latino nei Licei e nell’Istituto Magistrale”), pesantemente falcidiata dai tagli spacciati per “riforma” della Scuola pubblica.

Per risolvere il problema dei tanti soprannumerari della A051 (moltiplicati dalla feroce diminuzione di ore per materie fondamentali come italiano e latino negli altri Licei), il MIUR ha elaborato la solita operazione aritmetica, semplicemente spalmando sul Ginnasio gli Insegnanti non abilitati per il Ginnasio, in competizione con quelli della A052: i quali posseggono invece il titolo di studio e l’abilitazione previsti. Alla faccia della neologistica “premialità” e della “meritocrazia tanto care ai nostri Governi!

I sindacati “maggiormente rappresentativi” (che per restare tali firmano qualsiasi tipo di contratto con la controparte governativa) non hanno protestato. Solo il sindacato Unicobas Scuola ha sostenuto le proteste dei Docenti A052, riconoscendo in esse non solo la difesa di diritti acquisiti in base alla legge, ma anche la tutela della qualità stessa della Scuola. Ci sono stati ricorsi al TAR (uno dei quali vittorioso), diffide, sit-in, incontri con i dirigenti del MIUR. Tutto inutile. Ogni anno lo scempio si ripete nella definizione degli organici e nell’assegnazione delle cattedre (vedi qui e qui).

Studiare meno, licenziare tutti
Ultima perla (nera): il Liceo a quattro anni. Per risparmiare licenziando i Prof. Quando sarebbe necessario, semmai, estendere l’obbligo scolastico a diciotto anni. Basti pensare che il presidente degli Stati Uniti Obama ha appena avviato il progetto inverso a quello di Renzi, Giannini & Co.: la Scuola Superiore a sei anni (vedi qui). Superfluo qualsiasi ulteriore commento.

Delitto preterintenzionale o premeditato? Goebbels docet
È casuale tutto ciò? Domanda retorica. Si mira in realtà a dismettere il Liceo Classico così come a smantellare e privatizzare la Scuola Statale. Il Liceo “non serve” all’alta finanza, che ormai controlla lo Stato e ne condiziona le scelte. “Non serve” perché non è servo delle necessità di quel ristretto giro di straricchi che domina il Paese, l’Europa, il mondo. Il Classico produce menti capaci di pensiero critico; capaci, cioè, di valutare la realtà; di scegliere secondo scale valoriali etiche, e non solo economicistiche e mercatistiche. Di menti simili il grande capitale non ha bisogno, se non per il ridotto numero dei suoi adepti e dei suoi servi: per allevare i quali non serve” un Classico di massa.

Al grande capitale non torna utile l’esistenza di una Scuola che funga da ascensore sociale per un gran numero di diplomati. Anzi, se questo numero crescesse troppo, aumenterebbe il conflitto tra capitale e lavoro. Meglio, per il grande capitale, se i diplomati hanno un basso livello di spirito critico; se sono bravi ad eseguire perfettamente un ristretto elenco di operazioni esecutive che facciano funzionare la macchina dell’economia asservita al capitale stesso.

I cittadini non devono conoscere troppo bene la storia; li renderebbe capaci di decifrare le decisioni dei Governi e di metterle in discussione, senza credere facilmente alla propaganda oggi imperante: fatta di poche idee, continuamente ripetute per diventare verità nella mente delle persone. Come la propaganda di Joseph Goebbels.

I cittadini di domani devono rassegnarsi ad un futuro di precarietà, di incertezza, di assenza di diritti. Devono rassegnarsi a lavorare per molte ore in modo ripetitivo, senza creatività, in cambio di pochi soldi. Come i lavoratori cinesi, che sono tecnicamente preparati, resistenti alla fatica, di poche pretese. Come schiavi.

Perché, allora, renderli troppo colti e capaci di leggere, di scrivere, di ragionare e di astrarre? Cui prodest? Perché renderli capaci di padroneggiare a fondo la propria lingua attraverso lo studio delle lingue antiche? Servirebbe solo a renderli capaci di non farsi imbrogliare da nessun padrone e da nessun politicante. Perché educare in loro il pensiero divergente, se è di conformismo e rassegnazione che devono nutrirsi? Non gioverebbe certo a chi ha in mente il progressivo dominio della propria élite sulla società. Perché educarli a saper riconoscere (ed a creare) il bello? Li renderebbe capaci di disdegnare il consumismo ed i suoi prodotti di infima qualità, massificanti, spersonalizzanti; li renderebbe capaci di valorizzare la creatività del genio artistico, la solidarietà, la dignità umana. Tutto ciò, insomma, che il neoliberismo imperante giudica “inutile” perché non genera profitto.

Quei poveri ricchi
In fondo c’è da capirli, Lorsignori. Hanno investito i propri miliardi nella trasformazione della società a propria immagine e somiglianza; specialmente dagli anni Settanta, quando fu decisa ed organizzata la svolta neoliberistica globale. Hanno dilagato, dopo la fine della guerra fredda, giovandosi in Italia del ventennio berlusconiano e della sua deregulation economica, mediatica, culturale, sociale, politica, morale, criminologica. Hanno saputo approfittare della crisi per rimodellare la società secondo modelli postdemocratici e postcostituzionali (quando non decisamente reazionari, fascistoidi e delinquenziali).

Sono a un passo dal completare l’opera, mettendo le mani sulla Scuola Statale, ultimo baluardo di pensiero libero, non allineato con il potere e con i suoi chierici. E della Scuola Statale, della sua libertà culturale, il Liceo resta ancora il fiore all’occhiello, la punta più avanzata, nonostante i sabotaggi e la politica di denigrazione continua da parte dei Governi degli ultimi vent’anni.

I signori che tengono in pugno il Paese (e il pianeta intero) tentano di consolidare il proprio predominio per i secoli dei secoli.

L’umanità non deve quindi conoscere il passato: non deve sapere che sono esistiti altri modelli di società, altre mentalità, religioni diverse da quella del dio Denaro; non deve capire che l’attuale modello economico non è eterno, ma transeunte come ogni altro modello della civiltà umana; non dev’esser consapevole che lo si può cambiare, che lo si può abbattere. Deve convincersi che questo sia il migliore dei mondi possibili, e che la storia sia ormai finita, perché il mondo resterà sempre quello che è.

Un film già visto
Nella storia è accaduto già. Ad esempio durante il feudalesimo, quando nobiltà e clero si spartivano il potere convincendo i popoli che quell’ordine sociale era voluto da Dio. Ci volle un millennio per sbarazzarsi di quell’armamentario ideologico. Ci volle un Rinascimento. Fu necessaria la riscoperta dei grandi scrittori, dei filosofi, degli artisti, degli scienziati e architetti greci e romani, perché l’umanità sapesse scrollarsi di dosso le catene dell’ignoranza e della soggezione, diventando maggiorenne e padrona di se stessa; compiendo, cioè, lo stesso cammino che compie lo studente del Liceo Classico, imparando a camminare con le proprie gambe, a lasciarsi guidare dalla propria intelligenza dopo averla coltivata ed educata alla luce di una sapienza antica ed intramontabile, fuori dal tempo.

È già accaduto che l’Italia abbia perso la libertà di pensiero e di creazione artistica: per esempio alla fine del Cinquecento, quando il clero, alleato con gli stranieri, soffocò la libertà italiana anche col controllare la filosofia e la letteratura. Intanto però la libertà di pensiero, che noi avevamo insegnato al mondo, continuava a fruttificare: e giunse il secolo dei Lumi, e poi la Rivoluzione francese, che buttò definitivamente a mare l’antico regime e le sue sovrastrutture ideologiche. Il nostro Risorgimento, nutrito anche dei valori rivoluzionari della libertà e dell’uguaglianza, generò uno stato liberale con molti difetti, ma ispirato comunque dal desiderio di alfabetizzare un numero sempre crescente di cittadini.

In questo contesto nacque, fin dal 1859, il Classico. Giovanni Gentile lo trasformò, suscitando all’inizio gli entusiasmi mussoliniani: era una scuola di classe, che preparava i ceti dirigenti allo spirito critico e all’uso consapevole della cultura. Li preparava anche troppo: il Duce se ne accorse dopo i Patti Lateranensi.

Secondo il dittatore (in cerca del consenso clericale) il Ginnasio Liceo diffondeva insegnamenti fin troppo laici e borghesi: la filosofia profumava troppo di libero pensiero. Inoltre il Liceo generava troppi laureati. Di qui i molti ritocchi governativi per correggere gli “errori”. Fino alla riforma Bottai del 1940, che istituiva la Scuola Media, eliminando i primi tre anni ginnasiali: quella che sarebbe poi diventata (in seguito alla Legge 31 dicembre 1962 n. 1859) la Scuola Media Unificata.

Citano Gramsci (ma l’hanno letto?)
Dopo il fascismo, il Liceo si è sempre più aperto a quanti volevano elevarsi culturalmente e socialmente. Dagli anni ‘60 i suoi detrattori (quelli di una certa sinistra “operaiolatra”) ne criticarono l’elitarismo culturale, accusando il greco ed il latino di essere materie “classiste” perché “morte” e “troppo difficili”.

Non avevano evidentemente letto Gramsci, che nei Quaderni del carcere considera le lingue classiche strumento di crescita mentale e culturale imprescindibile. Secondo il fondatore del PCI il confronto col latino significa

«la distinzione e l’identificazione delle parole e dei concetti, tutta la logica formale, con la contraddizione degli opposti e l’analisi dei distinti, col movimento storico dell’insieme linguistico, che si modifica nel tempo, che ha un divenire e non è solo una staticità. (…)

Da tutto questo complesso organico è determinata l’educazione del giovinetto, dal fatto che anche solo materialmente ha percorso tutto quell’itinerario, con quelle tappe, ecc. Si è tuffato nella storia, ha acquistato una intuizione storicistica del mondo e della vita, che diventa una seconda natura, quasi una spontaneità, perché non pedantescamente inculcata per “volontà” estrinsecamente educativa».

No, non avevano letto Gramsci: pur citandolo spesso (perché era chic citarlo, a quell’epoca). Gran parte dei “compagni” degli anni Settanta sono, del resto, gli ultraliberisti di oggi. Continuano a criticare il Liceo Classico, ma da pulpiti opposti a quelli da cui lanciavano le loro omelie tanti anni fa.

Non possumus
Ebbene, noi non possiamo permettere che solo pochi fortunati imparino ad usare la ragione attraverso la traduzione di autori latini e greci. Tradurre un testo greco non è come tradurre un testo tecnico inglese. Infatti la traduzione da una lingua moderna ha il suo fine in se stessa: si traduce dal francese o dal tedesco per conoscere il pensiero di un contemporaneo. Invece tradurre Lucrezio o Sofocle implica il confronto con una diversità culturale e linguistica a volte estrema; ove lingua e cultura sono indissolubilmente intrecciate, perché l’una rimane incomprensibile senza l’altra. Ed è un confronto che arricchisce e rende umani.

Tutto è perduto (fuorché l’onore)?
Al momento la situazione sembra però disperata: le sorti del Liceo sembrano segnate. Lo strapotere mediatico dell’oligarchia dominante è totale. I Docenti delle Scuole paiono afoni e rassegnati al proprio destino. Gli studenti non appaiono intenzionati a difendere un modello di scuola che richiede impegno, concentrazione, ore di studio. I genitori cercano per i propri figli una preparazione che li avvii a trovare rapidamente lavoro; specie in un Paese come il nostro, i cui ministri affermano che “la cultura non si mangia” e lasciano morire scuole, musei, biblioteche e monumenti per mancanza di finanziamenti.

Il cerchio sembra ormai stringersi inesorabilmente intorno al Classico, alla cultura, alla libertà di questa sciagurata e smemorata Italia. Eppure tutto può cambiare quando meno ce lo si aspetta. Tante volte è successo nella storia: chi ha studiato nel Liceo lo sa molto bene.

C’est la lutte finale
Occorre spostare il terreno dello scontro. Bisogna ribaltare le accuse pretestuose, svergognare chi le muove, mettere in luce i suoi secondi fini. È necessario che i Docenti delle Scuole non siano lasciati soli in questa battaglia. Devono mobilitarsi i Docenti universitari, gli intellettuali del mondo accademico, della cultura, delle arti. Solo così possiamo sperare in un capovolgimento degli attuali rapporti di forza (vedi qui).

La battaglia per difendere la Scuola Statale e il Liceo Classico non è una battaglia di retroguardia; non è la difesa corporativa di uno status quo; non è la nostalgia del bel tempo antico. Difendere la Scuola Statale significa difendere un organo costituzionale che contribuisce a rimuovere “gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (articolo 3 della Costituzione).

Quando gli Italiani saranno consapevoli di questo, il cielo tornerà a colorarsi di rosa, e la notte sarà finalmente passata. [torna su]

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Materiali
Hanno scritto bene sul tema e con ricchezza di argomentazioni:

Luciano Canfora, sul tema della traduzione: qui.

Maurizio Bettini e Luca Serianni, con due interventi pubblicati qui.

Adolfo Scotto di Liuzio, in un’intervista rilascia a radio 24 sul rapporto fra scuola di massa e costruzione dell’identità collettiva, ricorda di tempi in cui il liceo classico era occasione di riscatto e merito, indipendentemente dai privilegi di nascita: qui.

Un’efficace sintesi delle questioni legate alla crisi degli studi umanistici si trova infine negli articoli di Mauro Reali sulla rivista La ricerca: qui e di Ludovico Guerrini sul sito di Orizzonte Scuola: qui.

Vari materiali sulla funzione di una cultura e di un sapere non esclusivamente tecnico si possono trovare nella puntata di vivalascuola Asini e Carrozze. [torna su]

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Le notizie della settimana scolastica

La scuola dopo gli annunci: tra il dire e il fare

Messa in ordine e promesse. Nei primi due mesi di incarico ministeriale la ministra non è stata avara di interviste, commenti, promesse. Ha spaziato su tutte le principali questioni sul tappeto, dalla scuola all’università: riassorbire il precariato, valorizzare il merito degli insegnanti e valutare le performance delle scuole, dare più spazio all’inglese fin dalla scuola elementare, avviare una nuova sessione dei Tfa, provvedere a mettere in sicurezza gli edifici scolastici a rischio. Le realizzazioni non sono molte.

La ministra nel resoconto del suo operato afferma che in due mesi si è occupata della messa in ordine dei problemi e del lavoro in prospettiva e rilancia con nuove promesse: nuovo concorso a cattedra per il 2015, l’avvio in tempi brevissimi di un secondo ciclo di TFA, di cui ha anticipato la possibilità della pubblicazione del Decreto per lunedì 5 maggio, 63.000 immissioni in ruolo in 3 anni – ma i posti liberi secondo l’Anief sono 125.000.

Ad esempio, l’edilizia: solo spot? Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi nella sua prima uscita pubblica aveva annunciato un grande piano per la messa in sicurezza delle scuole italiane, assicurando a questo fine un finanziamento di 3,5 miliardi di euro, oltre alla cabina di regia per la gestione degli interventi.

Dopo due mesi, l’unico provvedimento sull’edilizia scolastica è contenuto nel decreto Irpef e prevede in concreto solamente 244 milioni di euro per il biennio 2014-2015. Ben poca cosa rispetto ai miliardi annunciati e rispetto alle necessità: 4.500 scuole hanno già chiesto di aprire i cantieri. Ne ricostruisce la vicenda Roberto Ciccarelli, che commenta:

Poco meno del 10% rispetto alle mera­vi­glie pro­messe dal pre­si­dente del con­si­glio sul rilan­cio dell’edilizia sco­la­stica più sgan­ghe­rata e peri­co­losa al mondo.

Poi… Renzi ha can­cel­lato le visite set­ti­ma­nali lasciando alla mini­stra dell’Istruzione Gian­nini il com­pito di spie­gare per­ché le sue pro­messe non diven­tano realtà.

Così come nulla si sa né del Piano preannunciato da Renzi e Giannini né della “cabina di regia” che che sarebbe dovuta partire già nelle settimane scorse.

80 euro: bonus o fregatura? Nella giornata del 28 aprile è stata diramata dalle Agenzia delle Entrate la circolare che dovrebbe consentire di accreditare gli 80 euro di “bonus fiscale” decisi dal Governo Renzi per la busta paga dei lavoratori dipendenti che guadagnano fino a 25.000 euro: disposizione prevista per ora solo per l’anno 2014, in attesa che nella legge di stabilità per il 2015 si individuino le risorse per trasformare la misura da provvisoria a strutturale.

Anche se Matteo Renzi non smette di esaltare la misura, gli italiani continuano a interrogarsi se il provvedimento sia da considerare un regalo o una fregatura. Le risorse necessarie infatti saranno tra l’altro prese dai contributi previdenziali dei lavoratori.

E, se il 60% dei docenti resterà escluso dal bonus, non resterà escluso, invece, da quella tassa da 755 milioni che si abbatterà sui conti correnti, conti di deposito, libretti postali e certificati di deposito che servirà per finanziare parte del bonus.

In ogni caso, nel fine settimana arriva la notizia che i tecnici del Senato hanno esaminato una ad una le diverse disposizioni de decreto legge 66 e sono arrivati alla conclusione che le coperture finanziarie sono dubbie.

La sperimentazione dei 4 x 5 è impugnabile. La sperimentazione della riduzione di un anno del corso di scuola superiore si estenderà ad altri istituti e precisamente al liceo “Orazio Flacco” di Bari, al “Garibaldi” di Napoli e al “Telesi@” di Telese Terme (tutti e tre statali). L’autorizzazione ministeriale riguarda anche due istituti paritari, l’”Esedra” di Lucca e il “Visconti” di Roma.

Le motivazioni? Portare la scuola superiore a 4 anni significherebbe ridurre del 20% l’organico complessivo della secondaria di secondo grado: in pratica 40.000 cattedre in meno, con una minore spesa di più di un miliardo di euro.

Le sperimentazioni comunque sono legalmente impugnabili in quanto svolte senza il parere del CNPI (Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione), organo consultivo collegiali a livello centrale, che ha tra le sue funzioni quella di formulare pareri (facoltativi o obbligatori) sulle scelte di politica scolastica, il cui mancato rinnovo è stato oggetto di scontro politico, di interrogazioni parlamentari e di interventi da parte dei tribunali.

Sull’educazione alla differenza: c’è comunicazione tra la ministra e il suo sottogretetario? Non si ferma l’offensiva della destra contro le iniziative di educazione alla differenza e di prevenzione dell’omofobia e della discriminazione sessuale, che ha già ottenuto il blocco di una azione già programmata dal precedente ministero.

Adesso la lettura di un brano di un romanzo della scrittrice contemporanea, Melania Mazzucco, Sei come sei ha scatenato un’ondata di polemiche e ha portato alla denuncia per corruzione di minori dei professori che lo hanno proposto ai ragazzi del liceo “Giulio Cesare” di Roma. Il romanzo tratta della storia d’amore tra due uomini e della loro figlia, nata da un’inseminazione artificiale di un utero in affitto.

Micaela Ricciardi, dirigente scolastico del liceo classico romano, parla di “un’azione strumentale di gruppi di estrema destra“. Anche il commento di Mario Rusconi, il vice presidente dell’Associazione nazionale presidi, rileva che: “Gli adolescenti sono molto più edotti di quanto non dica lo stesso libro della Mazzucco“.

Per Alessandra Cattoi, assessore al Comune di Roma

Quanto accaduto al liceo Giulio Cesare costituisce un inaccettabile atto di minaccia e di censura omofoba. E testimonia di quanto ancora dobbiamo lavorare per contrastare gli stereotipi e gli atteggiamenti aggressivi che possono sfociare in episodi di violenza“.

Tanto più che anche i genitori del Giulio Cesare scrivono che

È giusto che i nostri figli parlino di omosessualità“.

Dopo la relazione della dirigente, per il Miur “il caso è chiuso“, non così per il Nuovo Centro Destra, che con Giovanardi chiederà un’ispezione.

Mila Spicola, dirigente del PD siciliano, ha scritto sul suo blog un post intitolato “Genitori denunciateci tutti“, richiamando il rapporto tra educazione a scuola e libertà educativa delle famiglie, richiamando al principio della libertà di insegnamento. C’è da domandarsi, con Marina Boscaino:

Come mai queste due signore, tanto giustamente indignate per l’attentato alla letteratura, sono state così acquiescenti nei confronti della soppressione del progetto Unar e di qualsiasi valido intervento contro la lotta all’omofobia?

Nella funzione di ministro dell’Istruzione e di dirigente del partito di maggioranza, invece, la prima ha plaudito e autorizzato la censura del materiale antiomofobico. L’altra ha più o meno taciuto.

C’è da segnalare comunque che, mentre la ministra Giannini aveva difeso i professori degli attacchi dicendo che “il problema dell’omofobia al Giulio Cesare è stato affrontato in modo corretto“, il suo sottosegretario, il ciellino Gabriele Toccafondi, attacca i due insegnanti in base all’assunto che “È diritto-dovere di genitori istruire ed educare i figli“.

Ricordiamo che lo stesso Gabriele Toccafondi è stato incaricato di occuparsi della questione delle scuole paritarie per le quali si è già speso molto.

I test Invalsi e la valutazione: c’è comunicazione tra Giannini e Ajello? Accompagnati dall’annuncio di progetti di allargamento ad altre materie (Inglese, Scienze) e di estensione all’esame di Stato conclusivo della scuola secondaria superiore, i test Invalsi cominceranno il 6 maggio alla scuola primaria e il 13 maggio alla scuola superiore e per quei giorni Cobas e Unicobas hanno indetto uno sciopero.

Ma sul Corriere della Sera del 30 aprile Anna Maia Ajello, neo-presidente dell’Invalsi, in un’intervista di Antonella De Gregorio assicura:

Stiamo preparando una lettera aperta, rivolta ai docenti, che pubblicheremo la prossima settimana sul sito Invalsi per chiarire che la valutazione non è “della” scuola, ma per la scuola e che non facciamo che garantire un servizio“.

Non è proprio un buon debutto per Ajello” secondo Vincenzo Pascuzzi, che rileva come una lettera che sarà pubblicata il giorno prima delle prove non potrà avere un “effetto sicuro, rapidissimo, fulminante” e come la nuova presidente dell’Invalsi nulla abbia fatto per confrontarsi con il mondo della scuola.

Nella stessa intervista Anna Maria Ajello annuncia che da settembre (come recita il Documento di Economia e Finanza) dovrebbe partire il Sistema nazionale di valutazione basato sull’azione di Invalsi (attivo dal 2007 e coordinato dal Miur), Indire (l’Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa) e ispettori scolastici.

Secondo Ajello “sarà una valutazione complessiva, non soltanto degli apprendimenti, ma delle scuole“. Dagli elementi raccolti partirà il “piano di miglioramento“. Una valutazione che finalmente, sostiene Ajello, consentirà di superare la classificazione gerarchica “migliori-peggiori“. Ricordiamo che diversa è la finalità che la ministra Giannini assegna alla valutazione: distinguere migliori e peggiori tra i docenti e distribuire premi e punizioni.

Una delle quali è l’imposizione a docenti e Dirigenti di corsi di aggiornamento, una formazione obbligatoria per i docenti i cui studenti non raggiungano la sufficienza nelle prove Invalsi. Dal punto di vista pratico, per raggiungere tale obiettivo sarebbe comunque necessaria una assegnazione straordinaria di risorse, oltreché un accordo con i sindacati in sede contrattuale. Ma in quale considerazione tenga i sindacati, il premier Renzi ce lo ricorda anche questa settimana. Gli fa eco la ministra, che detta i compiti al sindacato:

Il sindacato deve cambiare strutturalmente e funzionalmente“.

Quanto denigratorie siano tali proposte e come siano in continuità con una svalutazione e delegittimazione della scuola pubblica e degli insegnanti lo argomenta Marina Boscaino in un prezioso excursus sulle politiche scolastiche dal 2006 a oggi. [torna su]

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Segnalazione

Concorso Nazionale Poetico Edu-CARE – Alda Merini

Sabato 10 maggio dalle ore 9.30 alle 12.30 premiazione del 1° Concorso di poesia “Alda Merini indetto dall’Istituto Comprensivo via Pareto di Milano in collaborazione con l’Associazione CIBOOK, che si terrà allo Spazio Oberdan in Porta Venezia (Sala Alda Merini).

Il Concorso Nazionale Poetico Edu-CARE dedicato ad Alda Merini nasce dall’incontro tra l’Istituto Comprensivo via Pareto di Milano e l’Associazione Culturale CIBOOK. L’obiettivo del Concorso trova nel progetto Poetica-Mente dell’Associazione CIBOOK il manifesto che esprime i propri principi e le proprie finalità: costruire un laboratorio dove la Poesia è conoscere ma anche e principalmente fare esperienza: una Poesia che è Valore in quanto opportunità pedagogica e formativa ma soprattutto stimolo di quel sensus capace di leggere oltre le parole.

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Risorse in rete

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Per il nuovo anno scolastico
Un fascicolo della Flc Cgil su organici, dimensionamento, nuovo codice di comportamento e altre materie.

Indicazioni utili di Orizzonte Scuola su contratti, assunzioni, calendari.

Su ForumScuole una pagina dedicata al DL n. 104/2013 L’istruzione riparte.

Da TuttoScuola Sei idee per rilanciare la scuola qui.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Comitato Scuola Pubblica.

Finestre sulla scuola e sull’educazione: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Edscuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola, TuttoScuola, Gli Asini

Spazi in rete sulla scuola qui. [torna su]

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

2 pensieri su “Vivalascuola. Riluce la grande sala. Appello per il Classico

  1. Dopo averlo postato su twitter e facebook, con gli account del collettivo di scrittura Lou Palanca, del quale faccio parte, mi piacerebbe relinkare il post sul mio blog…si può!!????

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  2. Certo che si può, Fabio! Anzi, sono io che ti ringrazio di cuore per l’aiuto alla diffusione di questo appello. C’è da augurarsi che possa girare il più possibile tutto ciò che è a difesa di una scuola di qualità per tutti.

    Ancora grazie!

    "Mi piace"

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