Gli ‘evoluti’ e gli ‘abbandonati’ di Telmo Pievani

Pievani Telmo
di Guido Michelone

Il nuovo testo del filosofo Telmo Pievani, Evoluti e abbandonati, richiede una lettura impegnativa, senza distrazioni e forse con un minimo di conoscenze storiche, biologiche, scientifiche, antropologiche, benché, fin dalla bella copertina di Tullio Pericoli (e dall’inserimento nella collana ‘Passaggi’ di Einaudi), venga spacciato come libro di divulgazione: e in effetti opera didattica lo è, ma ad altissimi, serissimi, profondissimi livelli sia per l’indiscussa competenza dell’Autore – professore di Filosofia delle Scienze Biologiche all’Università di Padova – sia per l’argomento trattato – il darwinismo ‘ieri’ e soprattutto ‘oggi’ – con un linguaggio e un’argomentazione che richiedono, a loro volta, uno sforzo di dialettica e di ragionamento, del resto voluto e inseguito da Darwin medesimo.

Evoluti e abbandonati vuole insomma che il cervello del lettore, magari lontano dalla scienza e impegnato solo con i giochetti della fiction, compia darwinianamente un passo ulteriore per comprendere e interpretare la realtà di un pensiero ancor oggi complesso, attuale, vivace, persino nei confronti della realtà contemporanea. La questione, più che nel titolo (solo una metà fa riferimento all’Evoluzionismo) è nella seconda parte del sottotitolo: Sesso, politica, morale: Darwin spiega proprio tutto?, dove la questione è proprio Darwin , ovvero il lascito culturale di Charles Darwin (1809-1882) sulla costruzione di un’identità umana: lo studioso, in parole povere, è quello che a metà Ottocento sostiene che l’uomo discende dalle scimmie, provandolo con la ricerca empirica, ma suscitando ire e sospetti fra tradizionalisti, scettici, dubbiosi, conformisti, reazionari. Ora Telmo Pievani fa capire che proprio il sistema e il pensiero di Darwin vanno riletti, dopo un secolo e mezzo di ricerca incrociata, per riaffermarne l’attualità contro ogni forma di uso ideologistico: “Sostenere – afferma lo stesso Telmo Pievani in un’intervista del febbaio 2014 – che la teoria darwiniana sarebbe diventata un’ideologia è una totale imbecillità. Chi lo sostiene non conosce minimamente la letteratura di riferimento, scientifica e storiografica. L’evoluzione è un fatto e il programma di ricerca che lo spiega è a tutt’oggi ancora neodarwiniano, con tutte le revisioni, i dibattiti e gli aggiornamenti che un pensiero antidogmatico come la scienza prevede sempre”. Ed è altrettanto falso e stupido relazionare il darwinismo alla giustificazione di atroci infamie, dal razzismo all’eugenetica nazista: “Qualsiasi persona di buon senso – continua ancora Telmo Pievani – sa che bisogna distinguere tra i contenuti empirici di una teoria corroborata (il fatto dell’evoluzione e le sue spiegazioni attuali), i convincimenti personali dello scienziato (Darwin, per la cronaca, era un vittoriano, progressista moderato, filantropo e antischiavista; aveva idee politiche sue, come ognuno di noi) e poi invece le interpretazioni ideologiche che alcuni, assumendosene tutta la responsabilità, hanno tratto dalla teoria evoluzionistica. Come ha mostrato lo storico delle idee Antonello La Vergata, ci sono stati tanti darwinismi sociali quanti presunti esegeti di Darwin. Ciascuno ha pensato di trovare in Darwin ispirazione per i propri preconcetti sociali, ma tutto ciò non ha nulla a che vedere con la teoria in sé. Ma vedo che ormai la tesi del darwinismo come ideologia è sostenuta soltanto da qualche frangia di estremisti, dai fondamentalisti religiosi e da qualche poveraccio isolato in cerca di visibilità sul web”.

Cfr: Telmo Pievani, Evoluti e abbandonati. Sesso, politica, morale: Darwin spiega proprio tutto?, Einaudi, Torino 2014.

Un pensiero su “Gli ‘evoluti’ e gli ‘abbandonati’ di Telmo Pievani

  1. L’attuale speculazione negazionista sul darwinismo si avvale spesso di argomentazioni insufficienti. E’ bene cmnq sottolineare che la grande intuizione di Darwin mai messa in discussione, e forse perfino rafforzata dalla partizione scientifica moderna, riguarda il valore della relazione ambientale e con essa quella di una realtà che poggia sul concetto, confermato in molte discipline, di relazionismo biologico. Poi però questo principio
    ( relazionismo ) viene contraddetto in seno allo stesso darwinismo proprio dal disegno concettuale di evoluzione ‘lenta’ che impone l’idea meccanicista (e perciò settecentesca) di una architettura genetica modificabile solo attraverso rallentati procedimenti generazionali.
    Il dna, elemento che sappiamo alla base della costruzione creativa della Vita, sarebbe altresì molto più sensibile alla variazioni ambientali di quanto teorizzava Darwin. L’antropologia che va alla ricerca dell’anello mancante fra uomo e scimmia ricalca le medesime debolezze della teorizzazione evoluzionistica classica, che attraverso l’idea di un dna costituito come un muro (il mattoncino della Vita), caldeggia l’ipotesi della sua mutabilità lenta. Ma ciò significa anche negare la forza delle sue attitudini cangianti, le quali avverrebbero iin tanti casi (come dimostrato) in maniera rapida e incontrollabile.
    Il principio di condizionabilità ambientale su cui si regge l’evoluzionismo di Darwin impone perciò una miglior analisi sulla cosiddetta variabile tempo, ovvero sull’intervallo temporale entro cui si produrrebbe un ciclo mutante. .Sotto questo profilo il vecchio Charles non ha fornito in fin dei conti postulati assoluti. se ne può parlare cmnq.

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