Vivalascuola. La congiura contro i giovani

Fotogramma per fotogramma, al rallentatore, con la crudeltà che serve, la congiura ci appare più evidente. Conformismo, cinismo, disincanto, narcisismo, esibizionismo, consumismo, alcolismo… qualunque sia la forma di rinuncia alla sfida di una vita autentica di cui sono stati tacciati i giovani non è che un ultimo fotogramma di una storia già scritta e non diretta da loro. (Stefano Laffi, La congiura contro i giovani. Crisi degli adulti e riscatto delle nuove generazioni, Feltrinelli 2014)

.Indice
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.La congiura contro i giovani
I ragazzi ci sono: conversazione con Stefano Laffi
A scuola: una visita guidata (un brano del libro)
Nicola Villa, Dalla culla ai trent’anni: una regia già decisa
Piergiorgio Giacché, La scuola e l’utopia fallita
Anna Angelucci, Io studio” o io spendo?
Gerontocrazia italiana
Le notizie della settimana scolastica
Segnalazione: La protesta di Walter Binni
Segnalazione: Capaci e meritevoli?
Risorse in rete

La congiura contro i giovani

La congiura contro i giovani. Crisi degli adulti e riscatto delle nuove generazioni di Stefano Laffi è, come dice Nicola Villa, un libro radicale e importante, scritto, avverte la Nota dell’autore, “in perfetta solitudine. Come fosse un incubo vissuto, di cui lui avesse l’unica testimonianza possibile“. Vi troviamo unite l’attenzione sociologica e l’urgenza umana e intellettuale di comunicare quanto scoperto, e, poiché le questioni affrontate sono svariate e riguardano aspetti fondamentali del nostro presente, lo leggiamo con la tensione con cui leggeremmo un romanzo che ci coinvolga personalmente e con l’ansia di scoprire come va a finire.

Effettuando un’opera di distanziamento Stefano Laffi ci mostra cosa siamo diventati: un mondo capovolto, dove si parla senza rivelare nulla di vero e significativo che ci implichi nel profondo, un mondo dove si agisce senza assumersi la responsabilità di quanto la nostra azione produce e dove si vive senza fare esperienza, un mondo dove non c’è vissuto che costituisca una storia che meriti di essere raccontata.

E’ storia dei nostri giorni: nonostante tutti i politici parlino di politiche in favore dei giovani, in realtà tutto è teso a escluderli. Si accusano i giovani di essere senza valori quando sono gli adulti ad aver creato un deserto negando a bambini, ragazzi, giovani tempo e relazioni per offrire, a compensazione, cose, merci e realtà virtuali e così riducendoli al ruolo di destinatari di un marketing su cui far prosperare profitti.

Eppure, come dice Nicola Villa, “è proprio da un’analisi così radicale che possono nascere alcune prefigurazioni“. E nel rivelarci gli ingredienti di questa “congiura contro i giovani“, l’autore ritiene che ci siano ancora i margini per stabilire relazioni positive con i ragazzi e le ragazze in classe e indica qualche direzione di lavoro. [torna su]

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I ragazzi ci sono“: conversazione con Stefano Laffi

(Abbiamo incontrato Stefano Laffi e gli abbiamo rivolto alcune domande)

Che cosa ti ha mosso a scrivere questo libro lo dici nella efficace nota iniziale. Mi piacerebbe se potessi approfondirlo ed esplicitarlo. Mi piacerebbe in particolare domandarti: quanto ti senti implicato in questo mondo così come è diventato? Quanto ti senti personalmente responsabile? Come riesci a non esserne totalmente coinvolto nella tua vita e nella tua famiglia?

Ho impiegato tre anni a scrivere il libro: non facendo di mestiere lo scrittore ma il ricercatore in una cooperativa di ricerca sociale, Codici, questo ha significato farlo di sera o in alcuni week end che mia moglie mi ha regalato come tempo di scrittura portando con sé i bambini, perché abbiamo figli piccoli, il libro è stato scritto nel corso dei loro primi 5-10 anni di crescita.

Il libro risente molto dell’età dei miei figli – nel senso che è soprattutto una congiura contro l’infanzia quella di cui si parla – e inevitabilmente del senso di solitudine provato nel non trovare risonanza nei miei pari delle sensazioni e delle conclusioni cui arrivavo a proposito del mondo attorno a loro, a noi. In breve, ciò che faceva scandalo a me non lo faceva ad altri, scrivere è stato anche dire quel che non sentivo mai nominare, fra mille discorsi intorno alla condizione dei ragazzi, della scuola, ecc.

Non ho voluto però scrivere un libro sul genere in voga “Lettera a mio figlio” di qualche tipo, perché non mi piace usare la mia condizione di genitore come fosse un caso esemplare e pensare che valga per altri, anzi, nel libro sono elencati una serie di errori ed orrori in cui io sono caduto per primo, da genitore e da adulto. Ma il problema non è schivarli in uno slalom da genitori perfetti, bensì riconoscerli, rinunciare alla finzione di una qualche superiorità morale in quanto adulti.

Fai un quadro drammatico e veritiero del condizionamento che chi nasce oggi subisce sin dalla culla a diventare spettatore e consumatore. Quando il bambino arriva a scuola, tutto pare già deciso: il bambino è ormai un cliente – non a caso nei documenti politici e governativi si parla di “utenti” e non più di scolari o studenti – ed è programmato per trovare qualsiasi altro luogo di consumo molto più attraente della scuola. A questo punto la partita è già persa? Come la scuola potrebbe – dovrebbe – intervenire?

La scuola non deve seguire il mercato, non deve addestrare consumatori, non deve riempirsi di merci… Insisto su questo perché serpeggia fra i genitori spesso un’errata valutazione: un figlio che non frequenti a scuola gli stessi oggetti e consumi che ci sono fuori resta un isolato. Il mercato non ha certo bisogno della scuola – anche se ci è già entrato a scuola – perché ha già invaso la stanza del figlio, i suoi desideri, il suo immaginario. La scuola deve semplicemente formare ad un esercizio critico, creare conoscenze e consapevolezze, e questo vale anche rispetto al consumo.

Un bambino non è mai perso, ha risorse infinite se gli si dedica tempo e attenzioni e il tempo che passa a scuola è più che sufficiente a costruire con lui tutto l’apparato critico per farne un cittadino, a patto però che l’insegnante si dia questo come compito e non sia a sua volta rassegnato a vivere in prima persona solo come consumatore. La differenza è molto semplice: tutte le volte che uso quanto è già predisposto da altri sto “consumando, il mio apprendimento è debole e così pure la mia consapevolezza, quando invece smonto, guardo dentro, creo, ricompongo, cambio, faccio errori, costruisco domande, cerco risposte ecc. sto sviluppando conoscenza e senso critico.

Giustamente indichi come primo approccio alla scuola lo spazio: è rivelatore di un’identità, la premessa di un’appartenenza, la condizione di un sistema di relazioni. Eppure lo spazio scolastico è brutto, rigido, in condizioni di degrado che mettono a rischio la stessa sicurezza fisica. E le nuove costruzioni scolastiche sono ancora più brutte, anonime e precarie. Com’è possibile, in un Paese di grande cultura architettonica e urbanistica? E, come tu domandi, “Perché il luogo eletto a quell’esperimento (la trasmissione culturale) deve essere così opaco e anonimo, trascurato e chiuso? E in un posto così, quando è la tua ora, come può venire voglia di andarci?“.

Non ho una risposta, l’interrogativo del testo è autentico. Forse c’è chi ha la chiave per spiegare come mai sia andata così, ma il delitto è che un bambino o un ragazzo che ci entra e ci vive non se ne fa niente di un’interpretazione sociologica o storica che è il gioco degli adulti, lo spazio lo subisci prima di tutto. Ma c’è un aggravante nella scuola, rispetto alla quale gli insegnanti hanno una certa responsabilità: lo spazio consente margini di riscatto, il film Diario di un maestro cui faccio riferimento nel libro parte proprio dalla trasformazione di un’aula scolastica mentre non mi pare che sia pratica comune questa forma di resistenza.

Da abitante constati e ti chiedi, in modo fenomenologico come suggerisco nel libro, perché tutto questo, come mai un negozio è più curato, che senso ha il discorso sulla storia dell’arte e della cultura del paese che sento recitare dagli insegnanti…Il problema è che a questo ordine di riflessioni arrivi dopo, da bambino e ragazzo non hai consapevolezza del cortocircuito, semplicemente “ti viene” da non credere a quel discorso e hai un’induzione a dare il peggio di te: i luoghi brutti corrompono, ci sono ricerche che dimostrano che un luogo sporco o decadente induce pari comportamenti.

Pensi che per spezzare la rigidità attuale potrebbe servire rompere o almeno attenuare lo schema fisso della classe, in favore della formazione di gruppi che si compongano, si sciolgano e si ricompongano secondo gli interessi e le attività? Oppure che l’anonimità potrebbe essere superata da scuole più piccole sul modello finlandese, che accolgano massimo 300 studenti anziché un migliaio come le nostre, e da classi di 20 studenti anziché gli attuali 30, che favoriscano una maggiore conoscenza e interazione?

Da non docente non posso dare lezioni a nessuno, a me è capitato di tenere seminari bellissimi a ragazzi seduti si un prato, dietro banchi in classe, in affollatissime aule universitarie, ovvero in “setting” molto diversi. Ma è banale osservare che lo spazio è “protesico”, cioè muove o inibisce l’attenzione in una data direzione. Quindi a ogni lezione la sua disposizione, e certo l’affollamento e la rigidità degli arredi sono zavorre. Certo, se il mondo ci sta dicendo a gran voce che il presente e il futuro sono nella collaborazione – difficile oggi che ci sia l’inventore isolato, l’imprenditore solitario, ecc. tutti i nobel si assegnano a coppie o gruppi di ricerca … – non ha senso che il luogo deputato all’apprendimento ti costringa sempre a guardare la nuca degli altri.

Tu metti in evidenza la dimensione personale e relazionale dell’insegnamento. “Quanto delle nostre vite dipende da un incontro?” domandi. Ricordi anche quanto diceva don Milani: “Non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare per fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter fare scuola“. E tra le qualità personali dell’insegnante indichi la passione per il lavoro e per ciò che si insegna. Questo comporta qualche difficoltà: come si fa a garantire che l’insegnante abbia la passione? I concorsi verificano solo le conoscenze. Il tirocinio mette alla prova ma non seleziona. Le lezioni simulate sono solo una simulazione che prescinde dalle situazioni reali. Il test psicoattitudinale potrebbe avere senso nel momento iniziale iniziale, ma bisognerebbe provvedere al problema dell’usura del lavoro degli insegnanti, che a logora anche la passione, come mostrano gli studi di Vittorio Lodolo D’Oria.

Hai ragione, sii appassionato” sarebbe un’ingiunzione paradossale come quella che segnalava Watzlawick, non funziona. La passione nasce da un legame vivo con la disciplina, da una tensione costante alla ricerca e alla scoperta, dal piacere nella trasmissione delle conoscenze. E questa scintilla io l’ho vista accendersi o per qualche alchimia biografica – nel mio caso c’entra un nonno orologiaio a tempo perso che mi incantava aprendo la cassa dei cronometri e mi mostrava la meraviglia degli ingranaggi, qualcosa di simile a Hugo Cabret per intenderci, per me la ricerca è scoprire, smontare e rimontare – o perché appunto hai avuto un insegnante che l’aveva a sua volta.

Quindi mi viene naturale pensare che la formula impossibile della passione preveda quattro ingredienti: la tua vicenda biografica (se stai male, sei stanco o depresso, non funziona l’insegnamento, puoi fare altro ma non l’insegnante), il tuo rapporto con la disciplina (quindi la tua preparazione a monte e una sorta di a priori morale che ti deve guidare, la convinzione che quello che sai non ti può bastare, perché devi sempre studiare, costruire materiali, sperimentare), esempi o modelli (credo che il modo migliore per imparare a insegnare sia stare in classe con qualcuno bravo, affiancare, assistere e poi a poco a poco mettersi alla prova), e infine il tuo rapporto con i ragazzi (non puoi insegnare se disprezzi, se consideri “sdraiati” i ragazzi, se non ne vedi lo straordinario potenziale che hanno tutti).

Oltre alla passione, per un insegnamento che tenga conto di relazioni e differenze, si pone il problema della libertà dell’insegnamento, messa a dura prova continuamente. E visto anche, di conseguenza, il poco coraggio della politica italiana, che è spesso un’attività rivolta più al vantaggio personale che al bene pubblico, incline alla conservazione e al compromesso, i cui programmi per la scuola vanno in direzione del disimpegno (vedi sostegno alle scuole private e smantellamento della scuola pubblica) e del controllo, del sorvegliare e punire (vedi l’insistenza su valutazione e “merito“).

È vero quel che dici, e ammiro chi conduce le varie battaglie, contro la follia della standardizzazione dell’Invalsi o laddove dall’alto si ricevano indicazioni o prescrizioni palesemente sbagliate. Nella mia esperienza spesso le cose migliori si fanno “nonostante” o “di nascosto a” o persino “contro l’istituzione di riferimento. Però va detto che quel che succede in classe dipende molto più dall’insegnante che dal ministero, fossi un insegnante credo avrei più problemi con gli adulti intorno – i genitori, gli altri insegnanti, ecc. – che col ministero, mentre mi sembra che ci siano ancora i margini per stabilire relazioni positive con i ragazzi e le ragazze in classe.

Tanti tuoi interventi, e anche alcuni passi di questo libro, indicano nell’uso delle nuove tecnologie uno degli ambiti in cui si esercita la specificità – libertà, creatività – dei ragazzi di oggi, “nativi digitali” le cui competenze in esse hanno superato quelle degli adulti. Però tra i compiti della scuola indichi “Abilitare i corpi e i sensi ben oltre le sollecitazioni digitali apprese a domicilio”. Così come denunci il fatto che oggi “si indebolisce il rapporto con la parola scritta, l’idea di una mediazione riflessiva come premessa all’agire”. Ricordo anche che oggi in Italia si comincia a parlare di “demenza digitale”, come si fa da anni in altri Paesi. Quindi le TIC possono avere un effetto ambivalente? Secondo te è da salvaguardare uno spazio di riflessione con i suoi tempi lenti? E’ da ridimensionare l’enfasi messa dalle politiche scolastiche italiane sul rinnovamento della didattica affidato alle nuove tecnologie?

Mi sembra che sulle nuove tecnologie ci sia una “bolla speculativa”, proprio nel senso di un eccesso di dibattito e preoccupazione. Il dato storico è evidente, è avvenuta una rivoluzione dei supporti che incide su tantissime cose della vita quotidiana e così pure sugli stili di apprendimento, dobbiamo capire cosa farcene. Usiamo le tecnologie per quel che ci sono utili, per esempio in chiave compensativa sui DSA mi pare siano preziosissime. Ma fare una ricerca non è stampare una delle prime 10 ricorrenze di Google con quella parola chiave.

Cerchiamo anche di capire quali sono le competenze che servono, quelle nuove da apprendere e quelle da conservare: vedo per esempio nei miei figli che l’abitudine ai motori di ricerca inibisce loro di memorizzare la sequenza delle lettere dell’alfabeto, per cui fanno un’enorme fatica a usare un dizionario. È quasi certo che i dizionari cartacei abbiano gli anni contati, ma la sequenza alfabetica per me resta fondamentale, quindi io insisto.

Sono assolutamente d’accordo sul fatto che la scuola non deve inseguire il mercato, ma anzi, porsi in modo provocatorio e critico rispetto alla contemporaneità e quotidianità. Per altro sono convinto che la domanda dei ragazzi non sia avere più tecnologia a scuola, ma tutto ciò che serve per studiare e soprattutto relazioni umane significative (nessuno rimpiangerà o si ricorderà della sua scuola per la bellezza della LIM, ma per chi ha incontrato).

Il problema è che il digitale ha un po’ smascherato la tendenza di molti insegnanti a isolarsi dal mondo, a non frequentare l’innovazione, a credersi al sicuro dal cambiamento, mettendoli in crisi quando scoprivano che oggi c’erano altri modi per fare le stesse cose e alcuni di questi “bypassavano” l’insegnamento a favore dell’autoapprendimento, dello scambio fra pari, ecc. Ma se il problema non è più trovare la definizione, la spiegazione, la citazione ecc., perché non cogliere questa opportunità spostando la frontiera, ovvero mettendosi allora a costruire il sapere, a ricombinare fonti oggi così accessibile, a editare i propri libri e i propri giornali, ecc. ?

Riporto una domanda che traggo dall’articolo che Nicola Villa ha dedicato al libro: “Come è possibile che il paese della Montessori e di Lettera a una professoressa, che ha visto le esperienze pedagogiche di Mario Lodi e Bruno Ciari, che ha visto la nascita di una nuova esperienza educativa negli anni cinquanta grazie all’Mce che ha introdotto il pensiero di John Dewey e Célestin Freinet, viva oggi il fallimento della scuola?“.

Quella è stata appunto una stagione forte di cambiamento della scuola, in cui ci si interrogava sul senso di quel che si andava a fare, in cui si sperimentava tantissimo. Ho la sensazione che molti degli adulti che abitano oggi la scuola – insegnanti, genitori, presidi, personale educativo vario – non abbiano nessuna di quelle urgenze di cambiamento, di senso, di sperimentazione.

I nostri centri di interesse sono cambiati, 30 anni di benessere materiale ci hanno mutato, antropologicamente, hanno sedato quella tensione evolutiva, che non serve più se il compito storico è godersi le cose. Non è un caso che le ultime rivoluzioni le abbiano fatte le merci e a noi tocchi aspettare meravigliati cosa si potrà fare col nuovo modello di questo o di quello, avendo delegato completamente la fatica di provare, cambiare, innovare.

Succede anche a scuola, sono le LIM a costringere gli adulti ad adattarsi, mentre sono i giovani a difendere la scuola manifestando in piazza. Non vale sempre e ovunque, è chiaro che la scuola è fatta di formidabili isole di impegno vero e relazioni positive, ma assieme alle analisi più tecniche suggerisco di vedere la difficoltà della scuola come l’impasse degli adulti nel loro ruolo di adulti, cioè di guida e di responsabilità. Oggi, con la crisi e non più il benessere, tutto questo ha un’evidenza bruciante, ma come suggerisco nel libro è anche la splendida occasione di una ricostruzione, alla pari, da fare insieme, unendo le generazioni.

Nel libro denunci il venir meno dell’esperienza, e quindi del fare storia e del prendere la parola. Eppure, se si dà loro lo spazio per raccontarsi o per lo svolgimento di un progetto, i ragazzi si raccontano, si espongono, si coinvolgono. Ritorna forse il tema della responsabilità dell’insegnante, della formazione, della considerazione e della libertà di cui necessita. Il tema di credere, ancora, nella funzione di una scuola.

C’è un credito di fiducia nella scuola da parte dei ragazzi che a volte mi sorprende, e certo va trattato come fosse oro. I ragazzi ci sono”, mi viene da dire sinteticamente, tutti. È davvero una questione di opportunità, di occasioni, di chiavi d’ingresso giuste. I ragazzi hanno fame d’esperienza, hanno oggi ancora di più bisogno di scoprire cosa sanno fare, di vedersi capaci, di riconoscere abilità. Hanno bisogno di “prove di realtà, non di simulazioni che hanno in quantità a casa sul proprio pc, e in questo la scuola avrebbe un enorme vantaggio rispetto all’antagonista naturale – il consumo, il divertimento, che mette alla prova spesso su cose fittizie e senza alcuna posta in palio.

Ma la scuola ha anche un problema nei suoi dispositivi, perché lavagne e fogli sono a due dimensioni, mentre la realtà è, come si direbbe oggi, a 3D. Detto semplicemente, credo che l’insegnamento abbia senso tutte le volte che consente di provare ciò di cui parla, di vedere, toccare e agire, insomma di fare esperienza: se studi le migrazioni degli uccelli le puoi andare a vedere, se giochi ad angry birds puoi solo guardarlo e riguardarlo sullo schermo.

Tu hai mai insegnato nella scuola secondaria? Ti piacerebbe insegnare? Quali sono le prime cose che faresti entrando in una classe? Quali le cose che faresti convinto che cambierebbero radicalmente la vita scolastica?

Ho un’esperienza didattica singolare, che si limita a qualche anno di docenza universitaria, in diverse facoltà, a molti corsi in scuole di formazione professionale per educatori o operatori del sociale, ad alcuni laboratori nelle scuole medie quindi con ragazzi e ragazze in preadolescenza, a molti corsi per adulti, a infiniti convegni e seminari per chi c’era. Quindi la risposta è no, purtroppo.

Mi piacerebbe moltissimo insegnare, purtroppo l’ho capito tardi, per il banale motivo che amo i giovani e trovo quel mestiere uno dei pochi che abbia senso. Sarà perché non ho insegnato abbastanza da bruciare la motivazione, sarà perché non sono cresciuto dentro la fatica della scuola, ma certo l’insegnamento mi appassiona. Se ci lavorassi, avvertirei una sola esigenza, data la mia formazione: aumentare nella didattica il dosaggio di realtà, di campi di esperienza, di esplorazioni fuori dall’aula, in una parola di ricerca. Alla scuola potrei portare l’avventura della ricerca, non la tecnica pedagogica o la maestria didattica… [torna su]

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A scuola: una visita guidata

(Proponiamo, per gentile concessione dell’editore, che ringraziamo, un brano del libro)

Le scuole non si vedono. Non sono quasi mai segnate nelle mappe di una città. Non sono luoghi di interesse turistico, di rado sono incluse nel patrimonio artistico e culturale di una città, e di solito non sono nemmeno edifici moderni o contemporanei meritevoli di una visita. In una città media o grande è certo che neppure i residenti sappiano dove siano, e di quale tipo siano. Si salvano forse le antiche università e a volte i conservatori, per il resto sono destinate all’anonimato. D’altra parte sono spesso edifici brutti, giganteschi, tenuti male, raramente hanno una segnaletica che li riguardi, quasi mai è scritto fuori qualcosa che li valorizzi, perché lì si è formato qualcuno di noto, è successo qualcosa di significativo o sono custodite strumentazioni preziose. Ed è paradossalmente più facile che si investano cifre enormi per far fare un ponte dall’architetto di fama mondiale che per costruire una scuola, perché un luogo di transito di automobili (ma a elevata visibilità) conta più del luogo (seminascosto) della sosta pluriennale di migliaia di bambini e ragazzi.

Quegli edifici sono sempre chiusi, non vi succede mai nulla che riguardi il quartiere e la città, puoi non varcarli tutta la vita anche se ci abiti accanto, sono gli edifici pubblici spesso più misteriosi per i residenti. Eppure hanno spazi enormi, e in tanti – gruppi, associazioni, singoli – chiedono un posto dove stare, per svolgere attività di interesse pubblico, ma la scuola è inaccessibile, così che l’idea di trasmissione culturale si abbina al vuoto, all’assenza di forme di vita e di scambio con il mondo, al museo dei banchi e delle lavagne, al rifiuto della quotidianità. Perché il luogo eletto a quell’esperimento deve essere così opaco e anonimo, trascurato e chiuso? E in un posto così, quando è la tua ora, come può venire voglia di andarci?

Viene quell’ora, e ci entri. Nella scuola dell’infanzia c’era qualcuno che ti aspettava, ti chiamava per nome, ti guardava e parlava. Ora ti hanno dato appuntamento alla scuola primaria, ma è evidente che l’hanno dato ad altre centinaia di bambini e ragazzi alla stessa ora. Da adesso in poi sarà la calca, nessuno ti riconosce e ti guarda quando entri, se per caso ci tenevi e ti eri abituato a essere qualcuno in quanto bambino, d’ora in poi riparti da zero, ti devi far largo con i voti, perdi il nome e diventi un cognome, l’anonimato e l’opacità dell’edificio ti colano addosso. Qualcuno lo patisce e piange il primo giorno di scuola, perché sente che quel luogo è anaffettivo: non è tanto che “gli manca la mamma” come si dice tacciandolo di infantilismo, è che gli manca una parte di sé che lì non è prevista, poiché quell’ambiente non sembra predisposto per prendersi cura degli stati d’animo. E tutto lo conferma: i colori, l’acustica che costringe a parlare forte, l’incuria ovunque, l’esclusione della natura, le volumetrie gigantesche che ti fanno sentire ancora più piccolo di quello che sei, ancora più solo e impotente… L’esperimento è pensato in assenza di emozioni, questo è il sospetto.

Ti muovi fra i corridoi, e tutto è indistinto e replicato identico in ogni stanza che qui chiamano aule. Non ci sono indicazioni, dato che è chiaramente un luogo in cui non sono previste visite, devi sapere già tutto, e quando il portone viene chiuso alle tue spalle, monta un certo senso di angoscia. Arrivi finalmente in classe, il luogo dell’appuntamento, quello scelto per l’incontro fra le generazioni, studiato per il passaggio di testimone. Nessuno ti viene incontro, sei tu che devi andare incontro e non a qualcuno ma a qualcosa, il tuo banco e la tua sedia, sempre che la classe non sia più numerosa del previsto e manchino posti. Scopri subito che dovrai stare seduto tutto il tempo, perché l’esperimento è pensato anche in assenza di movimento, sarà puro flusso visivo e verbale, ed è strano, perché fino a quel momento hai imparato con tutti e cinque i sensi, muovendoti, mentre qui tutto è stato impacchettato per essere somministrato in quel modo.

Costretto a un immobilismo che non ti appartiene, ti guardi per forza attorno, in aula: non ci sono libri, che pure avresti detto lo strumento ideale per quel tipo di somministrazione, ma non ci sono nemmeno mappamondi, microscopi o telescopi che immaginavi in un laboratorio del genere, né strumenti musicali o qualcosa che alluda alla formazione artistica. Ci sono nude pareti, spesso non impeccabili, una cartina malconcia, tende dal colore indefinibile. Strano per un appuntamento, perché quest’aspetto punitivo, perché ti hanno invitato proprio lì?

Tutto sembra smentire il senso di quel luogo: se è così importante, perché qualunque negozio è più curato? Se lì avviene la “testimonianza della cultura” per la sua continuità, perché non ce n’è alcuna traccia visibile? Se ti dicono che “l’uomo e la natura sono capaci di grandi opere”, dove sono, come crederci in un ambiente così mortificato? Se è un incontro, perché nessuno ti viene incontro, perché nessuno vuole conoscerti appena arrivi? Se è un appuntamento, perché tutto è così inospitale, perché nulla in quel luogo somiglia a una casa, perché curare tutti i dettagli – colori, formati, spazi… – in modo da renderli anonimi? Se è il posto in cui devi stare per anni e a nessun altro è concesso entrare, perché renderlo impermeabile alla tua presenza, perché impedire sistematicamente che tu possa riconoscerti anche solo con un’immagine appesa?

Quando ti siedi ti accorgi di questa cosa singolare: tutti i banchi sono disposti per guardare la cattedra, nessuno può vedere in faccia nessun altro. Ecco un’altra istruzione colta indirettamente, non meno dolorosa delle precedenti: l’esperimento avviene in assenza del contatto con gli altri, tocca stare vicini ma nel modo in cui sia massimizzato l’isolamento. La geometria dell’aula ha qualcosa di diabolico: non c’è solo la necessità di supportare il principio di autorità dell’insegnante garantendogli la posizione di vertice di tutti gli sguardi, collocandolo sulla pedana sopraelevata quando c’era e dietro a una cattedra grande il doppio del banco, ma la posizione coatta dei discenti non prevede che lo scambio fra pari generi apprendimento, che un discente abbia a sua volta da insegnare agli altri, che il fare insieme sia un modo di imparare, perché gli altri – che sono poi i tuoi amici, i tuoi compagni di gioco – qui, nel codice della scuola, sono distrazione o minaccia, o elemento di confronto nei momenti di valutazione. Per guardarsi tocca quindi sbirciare di nascosto. La curiosità visiva è bandita per tenerla in ostaggio della lavagna, perché tanto alle pareti nulla è appeso, e in aula nulla si muove, non ci sono piante da curare o animali da accudire. Ecco un’altra sorpresa, non è previsto alcun contatto: dopo aver appreso prevalentemente con le mani – come d’altra parte insegnava la Montessori –, dopo aver provato tutto per scoprire il mondo alla scuola dell’infanzia, l’esperimento elimina il contatto, esilia la natura fuori dall’aula, imprigiona le mani nella sola scrittura. Quando persino i film al cinema sono sempre più in 3d, per somigliare all’esperienza di vita fuori dalla sala, in classe tutto è irreale perché costretto alle due dimensioni, sul foglio o alla lavagna.

L’esperimento non bandisce invece il tempo, ma lo traduce esclusivamente in orologio: la scansione oraria, che ha così poco significato per te a sei anni, diventa la regola, perché a scuola tutto dura un’ora o cinquantacinque minuti o quel che è, ogni ora o due si cambia, e non conta l’interesse vivo delle persone, la partecipazione suscitata da un tema, la stanchezza, la voglia di capire o raccontare, l’esperimento è una terapia a dosi controllate e preformate, va somministrato a quella cadenza, come se in platea ci fossero dei pazienti. Ma appunto, è una terapia, non uno scambio, non un incontro, non è affatto previsto che i pazienti possano contribuire a quel giacimento di saperi, in quanto tutto è già scritto, codificato, inerte. E il flusso è unidirezionale: disposizione spaziale, studio per blocchi di pagine, interrogazione come feedback principale, dicono che lì al massimo si può imparare ad ascoltare e ripetere.

Quando suona la campanella dell’intervallo, perché a scuola il tempo suona come in fabbrica, si può uscire, se solo ci fosse un fuori: perché spesso c’è solo il corridoio, le aree esterne non sono previste, sono inagibili o inaccessibili, la claustrofobia dell’aula non è riscattabile, all’intervallo tocca correre e azzuffarsi nei corridoi, vendicarsi sui muri dei bagni. Ecco, l’esperimento prevede anche questo: il gioco, che è stato fino a quel momento il tuo principale strumento di relazione con gli altri e con l’ambiente, improvvisamente è bandito. L’apprendimento scolastico infatti lo emargina nell’educazione fisica, costruisce la contrapposizione fra studio e gioco, lo salva come “sport” ma non lo fa quasi mai praticare e lo declassa altrimenti a distrazione, evasione, corruzione, come se invece non fosse scuola di apprendimento di regole, di conoscenze, di modalità di collaborazione, di misurazione psicologica con la sconfitta personale.

La contrapposizione è più radicalmente quella fra mente e corpo, e la nostra scuola vieta a quest’ultimo di essere presente, di partecipare ai processi di conoscenza. “Stai seduto, stai composto, non ti muovere...”: nel luogo dove dovresti imparare anche a respirare e a usare la voce, a muoverti seguendo un tempo, ad avere la sensibilità dei gesti necessaria per suonare un violino o curare una pianta, a sperimentare le possibilità e i limiti del tuo corpo, questo viene trattato come una bestia da domare, perché l’esperimento avviene anche nella cattività dei corpi.

In carcere i detenuti fanno culturismo, a scuola gli adolescenti si baciano in bagno, stanno forse consumando la stessa vendetta, stanno forse vivendo una pena simile. Anzi, per Mario Lodi quella della scuola era peggiore:

Il prigioniero in cella è lasciato solo con i suoi pensieri e in un certo senso gode della “libertà” di pensare ai fatti suoi, nelle aule c’è un maestro che né i bambini né le famiglie hanno scelto, il quale si prende i ragazzi e li abitua a ripetere ciò che egli dice, premiando quelli che meglio si adeguano. Ai bambini comandano tutti e quindi lui si sente a posto: i genitori a casa, il prete in chiesa, il maestro a scuola, poi comanderà il dirigente al partito o al sindacato, il sergente al soldato e infine il padrone in fabbrica. Cresciuto uomo così, si rifarà comandando alla moglie e ai figli e allungherà la catena, che nessuno osa spezzare perché ognuno di noi tende a diventare secondino. (1)

(19) Mario Lodi, Il paese sbagliato. Diario di un’esperienza didattica, Einaudi, Torino 1970, p. 16.

(da Stefano Laffi, La congiura contro i giovani. Crisi degli adulti e riscatto delle nuove generazioni, pp. 105-110) [torna su]

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Materiali: sul libro

Dalla culla ai trent’anni: una regia già decisa
di Nicola Villa

Quello di Laffi è un libro radicale per l’estrema consapevolezza, più antropologica che sociologica, su quanto le regole del mercato abbiano mutato il nostro rapporto con le cose e con i consumi. La congiura contro i giovani, è vero, è un libro che capovolge – l’autore direbbe smaschera – il ritornello dei media, degli esperti e dei genitori sulla crisi dei giovani. La crisi è del mondo e della società degli adulti, il rifiuto dell’esperienza, delle menzogne e delle aspettative di questo mondo è una difesa legittima da parte dei giovani.

Per arrivare a demistificare quello che è definito l’ultimo “fotogramma” di una rinuncia a una vita autentica giovanile, Laffi ripercorre tutto il film già visto, dalla culla ai trent’anni, per scoprire che c’è una regia già decisa, una sceneggiatura già scritta che i giovani sono costretti a seguire. Il titolo di questo film potrebbe essere quello del prologo, “nascere in una società assurda“, perché già da una nascita sempre più medicalizzata, in realtà anche prima nelle gravidanze dipendenti dalle macchine, il neonato è pedinato da pediatri e medici, è controllato da concetti arbitrari quali norma, media e percentile, è segnato dalla provenienza sociale. Nel nostro paese infatti, tra i più diseguali e con meno mobilità sociale d’Europa, statistiche Istat alla mano, è praticamente impossibile che il figlio di un operaio possa diventare medico o magistrato. L'”ossessivo regime di confronto” in cui è calato il bambino è con la norma, e la norma è il mercato. I primi tre capitoli del libro sono un approfondimento della pervasività del mercato nella nostra società, dedicati rispettivamente alle “cose“, al “target” e al “corpo“.

A partire da Le cose di Georges Perec, romanzo che ha l’età dell’autore, Laffi ci descrive la nascita di una “fenomenologia del desiderio nella civiltà dei consumi” per la quale la catena infinita delle merci ha intrappolato gli individui nei poli lavoro-consumo, lavoro-divertimento. L’elenco delle cose desiderate dai protagonisti di Perec potrebbe allungarsi ai giorni nostri e proseguire all’infinito, perché ormai siamo arrivati al livello di saturazione:

Il mondo è pieno e sempre più denso, ma i primi abitanti, per numero e forza, non siamo noi, sono proprio le cose che vi abbiamo seminato, prolificate all’infinito“.

Le cose che abbiamo costruito per sopravvivere a una natura matrigna (nel vuoto moriremmo) hanno preso il controllo del mondo.

Il vero cittadino della città non è più il passante ma la macchina, come già ricordava Illich. In una società del consumo come la nostra siamo noi a servire le macchine, ricaricando le batterie dei computer, riempiendole di carburante, aggiornando i software, non il contrario. In un mondo così definito, saturo, se il marketing è diventato un modo di essere delle persone stesse, la pubblicità è diventata il racconto che dà anima alle nostre cose, “il Mito che illumina la relazione fra noi e l’assurdo che ci circonda“.

Immaginandosi il bambino che nasce in una stanza, per forza di cose, piena di oggetti che devono essere esplorati, significati e raccontati, Laffi riflette immedesimandosi:

la nostra cultura materiale non è muta e fascinosamente misteriosa, è al contrario assordante (…) e quando mi sveglio in quella stanza non solo è stracolma di cose, ma c’è un rumore tremendo, e io non posso fantasticare alcun Mito perché il racconto è continuamente in onda e non mi lasciano in pace“.

Le merci hanno una vis pedagogica come diceva Pasolini, hanno un linguaggio autoritario che non ascolta, si impone e reprime. Per questo, simbolicamente, la presenza del tasto “play” nei giocattoli tecnologici dei bambini rivela il passaggio dall’eliminazione della fatica dell’apprendimento al consumo come spettatori individuali di un giocattolo che gioca da solo in automatismo quando azionato.

Nel mondo del marketing, che non è uno dei migliori possibili che va verso la perfezione ma, al contrario, muove verso la sofisticazione, il bambino è diventato il re: è lui che può influenzare gli adulti nei consumi e già a due anni è una “spugna” imbevibile di tutti gli stimoli, il target perfetto per costruire narrazioni di merci. Il marketing, nelle pagine più angoscianti del libro, nate da esperienze dirette, è una democrazia sofisticata che semplifica la complessità e fa rientrare tutti i tipi possibili di consumatori sotto gli insiemi dei target. In questo mondo, tra l’altro, non esiste la repressione o la censura, perché la contestazione è un target previsto:

pensarla diversamente è semplicemente collocarsi nel target previsto di quelli che la pensano diversamente, perché il dissenso è solo una linea di prodotti nella logica del marketing”.

L’autore, constatando che anche il suo libro è “previsto” dalle logiche del marketing, non può che fare il tifo per tutti quei tipi minoritari non classificabili e per tutti i comportamenti fuori dagli schemi: gli adolescenti indolenti, la follia artistica di alcuni ragazzi, la mutevolezza decisionale di alcuni giovani e l’imprevedibilità di alcuni bambini. (da Gli asini n. 19, gennaio-febbraio 2014) (continua qui) [torna su]

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La scuola e l’utopia fallita
di Piergiorgio Giacché

Un libro come quello di Laffi davvero si legge da soli: non per dire ciascuno la propria ma per ascoltare in silenzio la sua, e fare i conti “in coscienza” con la densità di un ragionamento e la precisione di un’analisi che non dà scampo. A volte e per molte pagine ci si sente d’accordo al duecento per cento, come quando conoscenze già acquisite ci appaiono finalmente chiare e tangibili. Altre volte e altre pagine aprono argomenti nuovi che non allargano il campo ma ne scavano le miniere, con rigorosa e perfino fastidiosa crudeltà: soprattutto quando il libro riattraversa ambiti e problemi che davamo per archiviati o che volevamo dimenticare…

Così avviene, ad esempio, nella parte dedicata a L’incontro dei ragazzi e degli adulti nella scuola, il luogo della possibilità tradita e dell’utopia troppe volte fallita. In quel luogo e capitolo – se si è stati studenti e poi insegnanti – ci si ritrova lettori sdoppiati che ricordano e recitano insieme i due ruoli. Quelle della scuola sono pagine e pareti che conosciamo tutti fin troppo bene, e ci si sente rimescolare insieme da nostalgia e rimorso. In effetti, il mancato cambiamento della scuola è la prova del vero fallimento dei giovani di ieri e degli insegnanti di oggi, ma è anche vero che Stefano Laffi pare compiacersi nell’arretrare fra i vecchi banchi e nel resuscitare antichi maestri – magari per denunciare le tante “novità di facciata” con cui la fanteria leggera degli insegnanti d’assalto ha confuso o nascosto le rare e disobbedienti “innovazioni di sostanza”, pure possibili.

Avverto solo un disaccordo per così dire musicale sulla scuola – ed è l’unica critica che mi sento di fare – a proposito delle sue opportunità e perfino delle sue responsabilità. Infine proprio la lettura dell’intero libro di Laffi, fa pensare a una mala educazione che ha radici profonde e rami troppo alti perché una scuola qualunque o una scuola comunque ci arrivi. Semmai qualche maestro che fa scuola da fuori classe, o qualche professoressa che ha davvero letto e capito la “lettera” famosa, ma certo non si può immaginare che la scuola di massa o la massa di scuole si faccia carico di qualcosa di più dell’intrattenimento o qualcosa di meglio del corrente imbonimento.

Povera cara estinta, si può piangere o ridere sulle riforme fatte ma non più chiedere o credere alle riforme da fare. Renzi, per citare l’ultimo (e non il primo) che ahimè vuol mettere la scuola al centro del suo governo, comincerà con la “messa in sicurezza” di quelle aule che Laffi detesta, ma la paura è che si spinga più in là, dentro il metodo e il programma, come da anni fanno tutti i ministri e le minestre che si sono succedute. Meglio le “scuole chiuse” come i casini di una volta – mi viene da bestemmiare – che fermino il libero mercato della donazione di organi e di corpi giovani o almeno lo rendano legale e statale, prima che arrivino gli Amici di Maria o il loro Grande Fratello, che solo quest’anno ha selezionato 35mila candidati! Quasi lo stesso numero dei grillini in rete…

Tornando seri, torna anche l’accordo con il libro di Stefano Laffi che appunto è più serio e non scende nella volgarità di questi esempi, perché infine non è la denuncia quella che gli interessa ma la complessità e l’assurdità di un reato, che si compie ai danni dei giovani ma che riguarda l’educazione di tutti, e infine, senza esagerare, l’ecologia della mente. Bene, anzi male: su tutte le istituzioni e le situazioni incombe un effetto ovvero un corollario della mutazione, che prevede non ci sia più educazione al pensiero, all’azione, alla parola.

Nessun bambino e poi ragazzo e poi giovane viene più allenato al respiro del pensiero, al ciclo dell’azione, al parto e alla circolazione della parola. Un pensare in vita e in autonomia, che rispetti i due tempi di inspirazione meditata ed espirazione profonda, saprebbe opporsi all’acquisto e al consumo delle opinioni; un’azione che si completi e dunque ci completi diventerebbe esperienza invece di fermarsi a un’espressione, spesso senza intenzione; una parola che ci faccia nascere – “altrimenti”, avverte Laffi, “si è esclusi dalla comunità” – e poi si moltiplichi e ci renda ricchi e capaci di volare oralmente nei suoni di molte lingue, ma anche – aggiunge Laffi – di planare nei segni di una scrittura che delle parole raddoppia l’efficacia e ammette la responsabilità…

Tutto questo e forse solo questo manca all’educazione, sia dei giovani mutanti che degli adulti mutati: e non si dica stavolta che “mancano le basi”, perché pensiero, esperienza e comunicazione (anzi comunione della parola) sono i vertici verso cui ogni percorso educativo dovrebbe educarsi, pardon elevarsi (un antico smarrito sinonimo). (da Lo straniero, Aprile, n. 166) (continua qui) [torna su]

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Materiali: anche il Miur promuove il business sui giovani

“Io studio” o io spendo?
di Anna Angelucci

Da quest’anno, la carta dello studente “Io Studio”, consegnata dal MIUR attraverso le scuole a tutti gli studenti del primo anno degli istituti superiori, non è più una semplice tessera per avere sconti negli esercizi convenzionati bensì una vera e propria carta di credito, valida per 5 anni.

Si chiama “Io Studio Postepay” ed è una carta prepagata ricaricabile nominativa, che si può utilizzare per acquisti fino a 2500 euro annui e prelievi fino a 1000 euro annui.

Come si legge dal foglio illustrativo personale allegato alla carta, oltre a fornire “agevolazioni e sconti per la tua vita da studente e per l’accesso al mondo della cultura in Italia e all’estero” e ad aprire “il mondo delle offerte e dei servizi dedicati esclusivamente agli studenti“, permette di entrare anche “nel programma sconti bancoposta che ti consente di avere sconti accreditati direttamente sulla tua Io Studio Postepay in oltre 27.000 esercenti in tutta Italia” nonché di “pagare in tutti i negozi e siti nel mondo che accettano carte VISA” e di “prelevare presso gli sportelli automatici Postamat e gli uffici postali in Italia e presso gli sportelli automatici VISA in tutto il mondo“.

Una vera e propria carta di credito, dunque, con il logo del MIUR in alto a destra, che viene ufficialmente distribuita dal MIUR attraverso le scuole a studenti di 13-14 anni.

Inoltre, come si legge nei comunicati dei siti di alcuni istituti superiori, “in considerazione delle innovative implementazioni, dal prossimo anno scolastico, tutte le carte attualmente in uso dagli studenti verranno sostituite con le nuove carte Io Studio Postepay. Di conseguenza a partire dal mese di Settembre p.v. , gli alunni delle rimanenti classi riceveranno le nuove carte“.

Parliamo di circa 3 milioni di studenti, quasi esclusivamente minorenni.

Pur comprendendo che la scelta ultima è affidata alle famiglie, libere di far usare o meno questo strumento ai propri figli, purtuttavia da insegnante, madre, cittadina, io mi pongo alcune domande:

  • è, questa iniziativa del Ministero dell’Istruzione, giuridicamente legittima?
  • le autorità preposte alla tutela dell’ìnfanzia e dell’adolescenza, le associazioni dei genitori e delle famiglie accreditate presso il MIUR, gli eventuali organi collegiali competenti sono stati preventivamente interpellati e hanno espresso parere favorevole?
  • ove giuridicamente lecito, è eticamente accettabile che lo Stato, responsabile di tagli draconiani che stanno mettendo in seria discussione la sopravvivenza stessa della scuola pubblica, utilizzi proprie risorse umane ed economiche per fornire agli studenti una carta di credito finalizzata esclusivamente al consumo di beni e servizi privati a pagamento?
  • è eticamente accettabile che lo Stato, come fosse una qualunque banca privata, fornisca allo studente minorenne una carta di credito, invitandolo a spendere con facilitazioni, convenzioni e sconti, e considerandolo, di fatto, come un ‘cliente-consumatore‘? E’ questo il mandato che la Costituzione italiana assegna alla scuola?

Personalmente, ritengo questa iniziativa assolutamente non condivisibile sotto ogni profilo e chiedo alle istituzioni competenti, prima fra tutte il Parlamento, una verifica della sua liceità. [torna su]

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Materiali: gerontocrazia italiana

Gerontocrazia italiana

I politici italiani sono i più vecchi di Europa

L’Italia è un Paese per vecchi. La nostra classe dirigente è infatti la più vecchia d’Europa: 59 anni l’età media. In cima alla classifica i manager delle banche, a pari merito coi vescovi e i rappresentanti del governo: rispettivamente con 67 e 64 anni. Subito dopo i professori universitari (63 anni) e i dirigenti delle aziende quotate in Borsa (53). (vedi qui)

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Manager troppo vecchi in Italia
di Marilena Passaretti

L’italia è un paese di di vecchi manager ma proprio nel senso letterale dell’espressione. Secondo uno studio di Unioncamere su dati Istat sono sempre più rari i dirigenti al di sotto dei 30 anni nelle stanze dei bottoni delle aziende italiane. Nel 2012 i giovani al di sotto dei trent’anni con posizioni di rilievo erano appena il 2,3% (poco più di 35mila) in calo tra l’altro rispetto al 2009 (2,5%).

I nostri ragazzi sono demotivati, infatti dallo studio emerge che solo l’1% degli occupati è in cerca di un lavoro migliore. Rispetto alla media, una presenza leggermente più alta di giovani “capi” si rileva nelle aziende del Nord (2,6%). All’opposto il Centro, che fa registrare il valore più basso (1,9% sul totale dei manager), quota inferiore a quella del Mezzogiorno (2,1%).

Questi dati sono l’espressione di un disagio sociale che vivono i giovani italiani. Solo lo 0,4% sul totale nel 2012, che sale all’1% tra gli under 30, si sente motivato a cercare un lavoro più qualificante. ”Una percentuale molto bassa che probabilmente è lo specchio di una sorta di rassegnazione rispetto a uno scenario sociale di ridottissima mobilità ascensionale e che la crisi economica peggiora ulteriormente (nel 2009 i giovani alla ricerca di un lavoro più appagante erano l’1,4%)” sottolinea lo studio. Ma in fondo non poteva essere altrimenti in un paese dove il lavoro viene considerato una fortuna più che un diritto.

Neanche lo studio paga. In generale la percentuale di soddisfazione per il lavoro che si ha dovrebbe crescere con il titolo di studio. E’ l’inverso per i giovani fino ai 24 anni. Infatti, tra gli under 24 i più soddisfatti sono quelli in possesso di licenza media (72,7%), seguiti dai diplomati (69,1%) infine i laureati (68,7%) secondo i quali per i quali “è verosimile ritenere che la minore soddisfazione sia riconducibile al fatto che spesso il primo lavoro è quello della cosiddetta gavetta”. (vedi qui)

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Sempre più vecchi i docenti italiani

Quasi un docente su due ha più di 50 anni. La percentuale di docenti di età superiore al mezzo secolo ha raggiunto infatti in questo anno scolastico quasi il 45%. Solo sei anni fa i docenti ultracinquantenni erano circa il 27% del totale, cioè poco più di un docente ogni quattro.

E’ quanto emerge dai dati del ministero dell’Istruzione sulla scuola statale italiana per il 2003-2004. Quali le cause di questo progressivo invecchiamento?

Un lento turn over, dopo che nella seconda metà degli anni ’90 le varie “finestre” per i pensionamenti anticipati si sono definitivamente chiuse, fissando anche per i docenti il limite minimo di 57 anni di età (e 35 di servizio) per le dimissioni dal servizio; e soprattutto le assunzioni a singhiozzo, con un debole ricambio delle nuove leve che, dopo anni e anni di precariato, entrano nella scuola già cariche di servizio e di età.

L’età media di un insegnante di ruolo è oggi di 48 anni e mezzo. Sei anni fa era di circa tre anni inferiore. I docenti più anziani sono quelli di scuola secondaria di I grado (ex-scuola media) che hanno mediamente un’età di circa 50 anni e 8 mesi; i più “giovani” sono quelli della scuola primaria con un’età media di 46 anni e 9 mesi.

E il processo di invecchiamento della classe docente italiana non si ferma qui. La previsione per i prossimi anni è di probabile ulteriore innalzamento dell’età media. (vedi qui)

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L’università italiana sempre più vecchia
di Gian Antonio Stella

Ultimissimi. Nessuno, tra tutti i Paesi europei, ha così pochi docenti universitari sotto i quarant’anni. Nessuno. Ne abbiamo, compresi i «giovani» ricercatori, meno di uno ogni otto. Un dato umiliante. La Francia, rispetto a noi, di docenti sotto la quarantina ne ha oltre il doppio. La Gran Bretagna quasi il triplo. La Germania il quadruplo. Uno spreco assurdo di energie, intelligenza, creatività. Che pesa sulla ricerca, sull’innovazione, sul futuro del Paese.

Il nostro è un Paese per vecchi. Con tutto il rispetto per il loro lavoro: possibile che i ricercatori dell’Enea abbiano mediamente 49 anni e che il 43% di chi in Italia frequenta i laboratori e gli istituti di R&S abbia più di 45 anni e cioè un’età media nettamente più alta di quella degli altri Paesi europei?

Tuttavia, i numeri che fanno più impressione sono quelli sull’invecchiamento della nostra classe dirigente universitaria. Un problema, scusate la battuta, vecchio. Già nel gennaio 2007 una indagine del ministero dell’Università della ricerca sulla base dei codici fiscali accertò che su 18.651 docenti di ruolo nei nostri atenei, quelli con meno di 35 anni erano 9: lo zero virgola zero cinque per cento. Al contrario, quelli con più di 65 anni erano 5.647: quasi un terzo.

Sette anni dopo, i numeri dell’Annuario Scienza Tecnologia e Società 2014 dicono che su 28 Paesi dell’Unione Europea i docenti che hanno meno di quarant’anni (ricercatori compresi e questo dovrebbe abbassare la media) sono quasi la metà (49,2%) in Germania, il 43,4 nei Paesi Bassi, il 40,5 in Polonia, il 35,8 in Portogallo, il 29,5 nel Regno Unito, il 28 in Austria, Svezia e Finlandia, il 27,4 in Spagna, il 25,9 in Francia e giù giù, staccata di oltre sei punti dalla Slovenia che è penultima, c’è l’Italia. Con quel 12,1% di professori e ricercatori insieme che hanno meno del doppio dell’età che aveva Bill Gates quando fondò la Microsoft. (vedi qui) [torna su]

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Le notizie della settimana scolastica

L’apertura e l’incontro: le parole e i fatti

Amo la scuola perché è sinonimo di apertura alla realtà, almeno così dovrebbe essere. Andare a scuola significa aprire la mente e il cuore alla realtà, in tutti i suoi aspetti“.

Almeno così dovrebbe essere.

Così Francesco I all’evento “Il Papa incontra la scuola“. Peccato che tale affermazione contrasti con l’azione di tanti clericali che negli ultimi mesi si sono scatenati contro l’educazione alla differenza nelle scuole.

Apertura che Francesco I invoca anche per gli insegnanti:

E gli insegnanti sono i primi che devono rimanere aperti alla realtà, con la mente sempre aperta ad imparare, altrimenti non sono buoni insegnanti e non sono interessanti“.

E l’apertura alla realtà non può che implicare l’incontro:

La scuola è un luogo di incontro... Noi abbiamo bisogno della cultura dell’incontro, proprio nell’età della crescita, come un complemento alla famiglia“.

A chiudere il discorso però ci pensa il cardinale Bagnasco, che invece che sull’apertura alla realtà preferisce puntare sulla “libertà dei genitori verso i propri figli, di educare secondo i propri valori“. Quella in nome della quale dei docenti sono stati denunciati per la loro azione proprio in favore della diversità e dell’incontro.

La ministra in Vaticano

Anche la ministra dell’Istruzione Stefania Giannini era in piazza con il Papa. A che titolo? Come osserva Vincenzo Pascuzzi:

La sua partecipazione al raduno sembra impropria e anomala. Non ha senso come ministro italiano in carica (cosa va a fare?), né a titolo individuale (non ha “il dono della fede”, così ha detto). Allora forse la ragione vera va cercata nella sua carica di segretario politico di Scelta Civica e nella candidatura alle Europee nella lista “Scelta Europea con Guy Verhofstadt”.

La ministra Giannini comunque prende l’occasione dell’adunata per ripetere che

insegnare deve tornare ad essere bello ed appassionante“.

Sempre dal Vaticano – da Radio Vaticana – la ministra annuncia che presenterà in Consiglio dei Ministri una proposta per la valutazione dei docenti.

Il ministero non è un feudo della ministra

Ancora una iniziativa improntata a una gestione personalistica del ministero, evidente in molte dichiarazioni della ministra: ad esempio, in una intervista a L’Espresso, dove annuncia l’intenzione di cambiare il sistema di abilitazione scientifica e di assunzione delle università, ricorrono espressioni che rivelano una concezione patrimonialistica della cosa pubblica, come:

Cambierò tutto… taglierò i soldi…

Si annunciano decisioni, quindi, senza che norme riguardanti condizioni di lavoro e retribuzioni dei lavoratori siano oggetto di contrattazione sindacale. Il primo sindacato a prendere posizione è l’Anief per voce del suo presidente Pacifico:

Non sarebbe corretto nei confronti di un milione di lavoratori per i quali le norme comunitarie prevedono il diritto alla consultazione e all’informazione anche su questi temi così rilevanti per i lavoratori e la loro vita“.

Già il 7 maggio durante l’incontro tra MIUR e sindacati per discutere di Graduatorie di Istituto e TFA i sindacati hanno abbandonato il tavolo. Dopodiché, i decreti per l’aggiornamento delle graduatorie e per l’avvio del secondo ciclo del TFA sono stati firmati comunque dalla ministra, suscitando le proteste dei sindacati.

Una tassa sulla disoccupazione

La Flc Cgil, che aveva presentato una proposta per il reclutamento che rifuggisse da provvedimenti improvvisati ed evitasse di creare nuovo precariato, parla di metodo “lesivo delle normali regole del confronto” e minaccia iniziative di mobilitazione e legali.

Diffida anche dalla Cisl scuola, che rivendica un approfondito confronto di merito prima della pubblicazione di un provvedimento che diversamente non potrà che essere impugnato in ogni sede.

Anche la Uil scuola ha detto no all’avvio di un secondo ciclo TFA, mentre l’Anief rileva che i due decreti sono stati firmati senza il parere del CNPI (Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione).

I decreti ministeriali prevedono punteggi differenziati per i titoli di abilitazione conseguiti negli ultimi anni attraverso percorsi di laurea specifici e tirocini di formazione particolarmente selettivi come i TFA. I docenti che si stanno abilitando con i PAS (Percorso Speciale Abilitante) rischiano invece di non poter essere inseriti in tempo utile graduatorie.

I decreti della ministra rischiano però di provocare ricorsi e conseguente blocco delle graduatorie perché, come spiega Francesco Scrima,

Per attribuire punteggi a chi è in graduatoria, bisogna seguire la tabella dei titoli, che è a sua volta disciplinata da un regolamento, che è sottoposto all’approvazione di Camera e Senato e ha l’avallo del Consiglio di Stato: la tabella dei titoli non può essere modificata per decreto, come ha fatto il ministro. Così appena c’è il primo ricorso al Tar, le graduatorie vengono bloccate e rischiamo di non avere la lista dei supplenti per settembre“.

Anche la Gilda ritiene che le tabelle di valutazione delle Graduatorie saranno un vero e proprio focolaio di contenzioso, mentre l’Anief ha già avviato le adesioni ai ricorsi attraverso una nuova piattaforma telematica. Occorre aderire entro il 17 maggio 2014.

Per quanto riguarda il secondo ciclo di TFA, il bando è atteso per il 12 maggio, la domanda dovrà essere presentata on line entro il 10 giugno, la preselezione avverrà a luglio, i corsi si svolgeranno a novembre. Duro con la decisione di avviare un secondo ciclo di TFA il segretario generale della Uil cuola Massimo Di Menna:

E’ una tassa sulla disoccupazione.

Il pagamento delle tasse di iscrizione al TFA consentirà il passaggio di circa 60 milioni di euro dalle casse delle famiglie a quelle delle università

Un problema endemico come quello del reclutamento in Italia ha bisogno di una soluzione diversa dalla creazione di nuove sacche di abilitati senza un posto”.

Il prossimo incontro tra la ministra e i sindacati della scuola è fissato per il 14 maggio. Si discuterà del rinnovo contrattuale e dei temi connessi di merito, anzianità e valutazione.

I sindacati sono concordi sul fatto che la valorizzazione della professione docente debba avvenire in aggiunta e non in sostituzione all’anzianità, mentre differenze anche sostanziali riguardano il mondo di intendere la valutazione e la carriera degli insegnanti. Qui Eleonora Fortunato sintetizza le posizioni dei sindacati.

Collegare valutazione, merito e stipendio

Per ridare dignità agli insegnanti la ministra ha però la sua ricetta: la valutazione:

Io credo che si debba lavorare affinché lo strumento di valutazione diventi la chiave di soluzione e di cambiamento radicale della figura dell’insegnante e della sua valorizzazione e possibilità di premiare chi lavora di più, sia a livello economico che funzionale, e di non premiare chi lavora di meno, perché le due cose hanno una complementarietà inscindibile“.

Lo strumento principe della valutazione per la ministra sono le prove Invalsi, quest’anno svoltesi il 6 e il 7 maggio alla scuola primaria e che il 13 maggio si svolgeranno alla scuola secondaria, con l’opposizione (e gli scioperi) di Cobas, Unicobs, Anief.

La presidente dell’Invalsi Ajello ha scritto una lettera ai docenti per vincere la loro contrarietà alle prove, mentre anche l’Unione degli Studenti scrive ai docenti per esprimere il rifiuto di questo sistema di valutazione:

Non capiamo quali siano gli obiettivi di questa scuola pubblica, mettere noi studenti al centro del processo di apprendimento, darci gli strumenti critici per interpretare la realtà, formare le nostre personalità, o contenitori vuoti da riempire di nozioni che un test a crocette dovrebbe valutare?“.

Per la ministra invece:

La valutazione è una parola d’ordine a cui non posso e non devo rinunciare. Invalsi è uno strumento importante, sicuramente come tutte le cose può essere migliorato ma prima di tutto va messo a sistema“.

Anche in una videochat la ministra ha ripetuto che collegare valutazione, merito e stipendio è possibile e

si fa, ad esempio, con le prove Invalsi con cui si arriva a misurare i livelli di apprendimento degli alunni“.

Come avviene in genere per gli argomenti controversi, l’ambiguità però regna sovrana.

In una intervista rilasciata al quotidiano “Italia Oggi“, il sottosegretario all’Istruzione Reggi ha invece voluto tranquillizzare i docenti sul ruolo delle prove Invalsi nella loro futura valutazione:

I docenti stiano tranquilli, non c’è nessuna intenzione di utilizzare i dati per valutare i prof…

… sostenere che lo strumento per valutare i docenti siano le prove Invalsi. Questa tesi, portata avanti in passato, non ci appartiene e non ha fondamento scientifico“.

Anche la nuova presidente dell’Invalsi Anna Maria Ajello non è d’accordo con l’uso che spesso politici e ministri tornano ad attribuire alle prove Invalsi. In un’intervista a Elena Fortunato ha infatti dichiarato che

a queste valutazioni esterne e ai test non vanno assegnate altre funzioni se non quelle di evidenziare le caratteristiche del funzionamento di quella scuola e gli esiti dell’apprendimento degli studenti“.

I test sotto accusa dappertutto

La critica ai test affonda le radici anche in valutazioni pedagogiche come quelle che svolge Benedetto Vertecchi:

Chiunque abbia una qualche consuetudine con la ricerca educativa (non con l’assunzione di interpretazioni prese a prestito da altri settori della vita sociale, per esempio la gestione aziendale) sa bene che la conoscenza dei processi nei quali sono coinvolti bambini e ragazzi non tollera semplificazioni“.

Né si manca di evidenziare i rischi dell’insegnamento finalizzato esclusivamente alla buona riuscita nei test a risposta multipla.

Anche la presidente dell’Invalsi Ajello ammette che i test così come sono non vanno:

alcune formulazioni sono troppo complicate. Ho provato a leggere le domande del test di seconda elementare, in alcuni casi ho dovuto leggerle due volte prima di capire la domanda. Non è ammissibile

Non si possono effettuare le prove sulla base di tranelli o furbizie. Non vanno resi più difficili i test ricorrendo a queste complicazioni“.

E per chiudere sugli Invalsi, rilanciamo la domanda che pone Marina Boscaino a conclusione di una “indagine sull’Invalsi“:

Sono migliorati gli apprendimenti da quando questa “invalsizzazione” della loro esistenza è diventata un fenomeno progressivamente più consistente?“.

La ministra comunque insiste e, come sopra ricordato, annuncia che porterà in Consiglio dei ministri una proposta sulla valutazione già il prossimo mese, “anche arrivando a condividere la proposta in Consiglio dei ministri“. Ma ancora prescindendo dal confronto con i sindacati.

La critica ai test coinvolge anche i test Pisa. Più di cento educatori e studiosi appartenenti a diverse istituzioni educative di tutto il mondo hanno criticato i test Pisa (Programme for International Student Assessment), per “le conseguenze negative” delle sue classifiche.

I firmatari sostengono che l’OECD ha plasmato le politiche educative in tutto il mondo, utilizzando testnotoriamente imperfetti” e incoraggiando i governi a cercare “soluzioni a breve termine solo per scalare la propria classifica.

Il sistema PISA aumenterebbe quindi notevolmente il ricorso amisure quantitative” per classificare e etichettare alunni, insegnanti e dirigenti. I test otterrebbero l’obiettivo di ridurre l’autonomia degli insegnanti e di aumentare i livelli di stress nelle scuole, peraltro già alti.

Un’altra critica mossa all’OECD riguarda la sua stessa legittimità: si tratta infatti di una organizzazione che non ha nessun mandato democratico in ambito educativo come invece ce l’ha l’Unicef o l’Unesco.

E poi si vedono i risultati

The Economist Intelligence Unit” ha realizzato una comparazione tra i diversi sistemi scolastici prendendo quali parametri i test OCSE-PISA, i TIMSS e i PIAAC e una sessantina di altri parametri, che vanno dagli investimenti governativi, agli stipendi dei docenti, al rapporto alunni-docenti etc.

Da questa classifica sono risultati ai vertici i paesi asiatici, con la Finlandia al sesto posto. L’Italia si colloca al 25° posto su 40. Certo, gli investimenti nell’istruzione sono alla base dei risultati: la Corea del Sud il spende il 15% del Pil, l’Italia il 4/5%. Per quanto riguarda gli stipendi, quelli dei docenti italiani sono tra i più bassi d’Europa, nonostante lavorino di più.

Il tallone d’Achille della scuola italiana è l’idea che si ha del ruolo dell’insegnante, una professione spesso vista come ripiego. Come spiega Roberto Gulli, presidente di Pearson italiana:

Quando il ruolo dei professori è riconosciuto, la scuola funziona meglio. Non si tratta solo della retribuzione: per avere buoni insegnanti bisogna offrire una formazione continua“.

Ma anche l’investimento sul sistema scolastico non può mancare. Come afferma Roberto Gulli,

Investire sull’istruzione vuol dire aumentare il Pil, l’educazione non è solo un diritto acquisito ma un bene da far crescere“.

Forse, anziché avallare i soliti luoghi comuni (“lavorate 18 ore la settimana e godete 3 mesi di vacanza“), la ministra potrebbe cominciare a prendere atto ad esempio di una ricerca commissionata dalla giunta provinciale dell’Alto Adige, la quale ha dimostrato che i docenti, in realtà, lavorano circa 1643 ore annue, circa 36 ore a settimana per 45 settimane. [torna su]

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Segnalazione: La protesta di Walter Binni

Critica letteraria e passione civile: la protesta di Walter Binni

Giornata di studio promossa dall’ Università del Piemonte Orientale in collaborazione con l’ Associazione culturale e professionale Scuola e Società di Torino, Mercoledì 14 maggio 2014 dalle ore 10 alle ore 12.30, presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’università del Piemonte orientale, Via Galileo Ferraris, 116, Vercelli.

Intervengono: Lanfranco Binni (saggista e traduttore, responsabile del Fondo Walter Binni), Giovanni Tesio (Università del Piemonte Orientale). Coordina Giovanna Lo Presti (Associazione culturale e professionale Scuola e Società).

Walter Binni non è stato soltanto un grande critico letterario, che ha dato una svolta decisiva agli studi su alcuni periodi della storia della letteratura italiana (l’Arcadia, il Neoclassicismo, il cruciale passaggio dal Sette all’Ottocento) e sulla poetica di alcuni dei nostri maggiori autori (da Alfieri a Leopardi, da Carducci ad Ariosto). È stato soprattutto un uomo in cui il rigore degli studi non è andato mai disgiunto dalla passione civile e dal desiderio di lottare per una società più giusta.

L’impegno politico ha costituito una costante della sua lunga vita, a partire dagli anni della Normale e dalla presenza nell’Assemblea Costituente. Ancora di più serve ricordarlo oggi, in anni in cui alla cosiddetta “caduta delle ideologie” si è sostituita la confusione di un pensiero che non ammette contraddittorio. Tra le occasioni per questa giornata, la pubblicazione del volume La protesta di Walter Binni (ed. Il Ponte) di cui è autore Lanfranco Binni, figlio dello studioso. [torna su]

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Segnalazione: Capaci e meritevoli?

Corso di formazione per tutto il personale della scuola

Capaci e meritevoli? Valutazione, meritocrazia, gerarchia e diseguaglianza sociale

Venerdì 16 maggio 2014, h. 9,00 – 13,00, Politecnico, Corso Duca degli Abruzzi 24, Torino

Viviamo tempi in cui alcune parole, svuotate del loro significato originario, sono usate come formule magiche in grado di portare a facile soluzione problemi complessi.

Con questa iniziativa di formazione si vuole riflettere sul valore e sul significato di concetti quali “valutazione”, “merito”, “meritocrazia” e sul ruolo che giocano nel giustificare l’immobilità sociale e la crescente diseguaglianza che caratterizzano il nostro Paese.

RELATORI:
Giovanna Lo Presti (Insegnante – Scuola e Società, Torino)
Massimo Zucchetti (Docente, Politecnico di Torino)
Cosimo Scarinzi (CUB Scuola Università Ricerca – Coordinatore Nazionale)
Alessandro Ferretti (Ricercatore, Università di Torino)
Stefano Vannicelli (RSU CUB-SUR – Università di Torino)

COORDINA:
Natale Alfonso (Insegnante – Scuola e Società, Torino)

Il presente corso di aggiornamento prevede l’esonero dal servizio per il personale dirigente, docente e non docente con diritto alla sostituzione (art. 64 del CCNL 29/11/2007, CCDR 19/06/2003, Circ. MIUR prot. 406 del 21/02/2006).

L’iscrizione è gratuita. Ai partecipanti saranno consegnati attestato di frequenza e materiale informativo.

Per prenotare la partecipazione e richiedere documentazione: tel. 011655897, e-mail: scuola_e_societa@libero.it. [torna su]

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Risorse in rete

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Per il nuovo anno scolastico
Un fascicolo della Flc Cgil su organici, dimensionamento, nuovo codice di comportamento e altre materie.

Indicazioni utili di Orizzonte Scuola su contratti, assunzioni, calendari.

Su ForumScuole una pagina dedicata al DL n. 104/2013 L’istruzione riparte.

Da TuttoScuola Sei idee per rilanciare la scuola qui.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Comitato Scuola Pubblica.

Finestre sulla scuola e sull’educazione: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Edscuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola, TuttoScuola, Gli Asini

Spazi in rete sulla scuola qui. [torna su]

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

Un pensiero su “Vivalascuola. La congiura contro i giovani

  1. Pingback: La "congiura contro i giovani" - Tecnica della Scuola

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