“LE BELLE STAGIONI”, DI FRANZ KRAUSPENHAAR

di Giovanni Agnoloni

Franz Krauspenhaar, Le belle stagioni, Marco Saya Edizioni

Le belle stagioniIl nuovo libro di poesie di Franz Krauspenhaar non è semplicemente una “raccolta poetica”. È, in realtà, la continuazione di un discorso intimo che già affondava le sue radici nei romanzi dell’autore (penso in particolare a Era mio padre, ed. Fazi, e Le monetine del Raphaël, ed. Gaffi), ma nelle sue opere in versi (Effekappa, ed. Zona, e Biscotti selvaggi, ed. Marco Saya) trovava un’espressione ancor più pregnante, addensandosi e infittendosi.

Il legame più diretto è con l’ultima pubblicazione poetica in ordine di tempo, i Biscotti. Come in quel caso, anche qui ci troviamo davanti a una “poesia prosastica” (o, volendo, a una “prosa poetica”), che si sviluppa come un articolato flusso di coscienza in cui si alternano immagini di vita milanese, incubi televisivi e invettive dirette contro tipi umani odiosi, che mi viene da accostare ai Mostri di cinematografica memoria.

Solo che, in questa nuova opera – che fin dalla copertina presenta una veste più “classica” – lo spirito lacerante e corrosivo dell’autore pare sciogliersi in un discorso più intonato a certe venature armoniche di stampo lirico già presenti nel precedente (e riuscitissimo) esperimento poetico.

Filo conduttore, che emerge a tratti, facendo da leit motiv di tutto il libro, il rapporto, distaccato e ironico, ma fondamentalmente di grande affetto, con il lontano antenato Franz Kroeshaar, esule/viaggiatore o “qualcosa del genere”, che conobbe molti mondi, galleggiando nell’Europa centrale come un sughero sbattuto dalle onde e imbevendosi di una diversità di gusti del vivere che, in fondo, F.K. anela, dal cul de sac di una Milano spesso percepita come asfittica, e sia pur capace di regalare inattese epifanie.

Da questa estremità della filiera genealogica, F.K. appare, per certi versi, più rassegnato ai mali del mondo, all’ἀνάγκη di una società appagata dai (o magari arresa ai) suoi modelli privi di senso. E la sua risposta è un canto post-industriale e post-terziario, in cui trova voce la sua (sia pur da lui stesso percepita come vana) ribellione contro l’omologazione – diciamo pure: il modello “impiegatizio della mente” – imperante.

Ecco perché questa è vera poesia, e F.K. si connota come vero artista: perché non ha secondi fini e sa già che, nel denunciare una società in gran parte “paracula”, le speranze di un cambiamento sono minime. Eppure non ci rinuncia, come grandi scrittori del passato (su tutti, penso a Roberto Bolaño). E anche questa è una vittoria.

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