Il potere della nebbia, di Elisabetta Bordieri

nebbia
Avrebbe dovuto capirlo allora, quando ancora ogni cosa era avvolta da una candida nebbia che come velo lambiva la sua pelle, quando ancora la polizia brancolava nel buio più nero, quando ancora correre era solo un piacere, quando ancora lei era la donna che era.

Signora ha una visita.
La voce del secondino sembrava garbata.
Grazie, fu tutto quello che disse.
Si alzò e lo seguì nella sala delle visite, si sedette e la vide al di là del vetro.
Marion, ma cosa hai combinato?
Nulla.
Come nulla? Come stai?
Come mi vedi.
Sei accusata di un crimine efferato, lo sai?
Non sono accusata, sono sospettata e poi non esistono crimini efferati.
Oh sì che esistono!
Non è questo il caso, comunque.
Te lo devo chiedere, lo hai ucciso tu?
Me lo hai già chiesto in un’altra circostanza, se ben ricordi, e comunque no, direi di no.
Direi di no? Cosa significa direi di no?
Signora abbassi il tono della voce.
Cosa significa direi di no?
Significa direi di no.
Dicono che sei stata una pessima killer, che ti sei fatta beccare subito.
Dicono così?
No, ma è il senso delle loro parole.
Loro chi?
I giornalisti, gli avvocati, la gente, ti basta?
E tu?
Io cosa?
E tu cosa dici?
Io sono qui a cercare di sapere la verità.
Dio, la verità.
Dio la verità cosa?
La verità la conosci bene.
Stai vaneggiando, non sai cosa dici.
La mia peculiarità è di conoscere ogni mossa del mio cervello, difficilmente vaneggio.
Lo so, sei una persona speciale.
Già, e il fatto che te ne accorga va da sé che non lo sei tu.
Io non so niente di cosa sia successo.
Sai abbastanza.
Signora, il tempo a disposizione è terminato, oggi le visite hanno un durata più breve, normative interne.
Ora devo andare.
Sì.
Tornerò.
A fare?
Vuoi morire qui dentro? Hai una vaga idea di dove ti trovi? In un penitenziario della Virginia, dove vige la pena capitale.
Guarda caso dove abiti tu.
Hai presente cosa accade agli assassini?
Io non sono un’assassina.
Signora deve andare.
Ciao Marion.
Ciao Lucille.

Central Park e i suoi viali erano una meraviglia in autunno e correre con ai lati un pubblico di freddi cespugli era rigenerante. Sentiva ogni singolo neurotrasmettitore cerebrale veicolare le sue cellule sospese come a sedimentare le passioni. Le sembrava di sentire la dopamina prodursi e riprodursi passo dopo passo e ghermire ogni alito del suo ansimare fino a rendere vivo lo stremo delle sue forze. La corsa era un derivato, un’appendice della sua entità. E la nebbia. Correre nella nebbia. Un connubio perfetto. E quella di New York era grigia come non sapeva esserlo quella di nessun altro luogo. Grigia e densa come freddi frammenti di metamorfica ardesia.

Ciao.
Ah tu, ciao.
Cosa vuoi fare?
Essere lasciata in pace.
Vorrei tirarti fuori da questo posto ma tu non mi aiuti.
C’è un avvocato per questo.
Un avvocato? Un avvocato d’ufficio non è un avvocato.
Ah no?
No, non è il tuo!
Ah no?
Smettila, hai capito cosa intendo, possibile che non capisci?!
Esci da qui Lucille. Ora.
Non è finito il tempo del colloquio.
Esci da qui.
Come vuoi.
Tornerò.
Sì.
Ciao.
Ciao.
Se torna quella signora per favore non mi chiami.
E’ quello che desidera?
Sì, ma lasci stare.

Non correva quasi mai in estate, anche se correre nella calura della City prendeva la forma di una ebbra bramosia scortata da un impalpabile sentore di fresco, ma lo spettacolo degli skaters a Central Park era una calamita da cui era impossibile sottrarsi. Li osservava sempre da lontano ballare euforici, depredando attimi con qualche sguardo veloce mentre rallentava la corsa. E tra quegli sguardi veloci non le era sfuggito quello di lui. E a lui quello di lei. Sempre solo sbirciate fugaci di entrambi, ma quel pomeriggio non avrebbe dovuto fermarsi. Una delizia feroce il ricordo di quelle poche ore, di quella mano che vide protrarsi fuori dalla protezione di legno per prendere la sua e condurla nel vortice della danza. E fu lì che lei diventò nebbia nella nebbia inesistente.

Signora, ha una visita.
Dica che sono evasa.
Signora per favore, non complichi la situazione.
Ciao Marion.
Ciao Lucille.
Ci sono novità?
Nessuna.
Cosa pensi di fare?
Mi fai sempre le stesse domande.
E tu non mi dai mai risposte.
Perché vieni?
Perché sono tua amica.
Amica?
Sì, amica, ne parleremo quando uscirai di qui, ma per uscire devi collaborare, Marion.
Cosa significa collaborare? Confessare forse? E se confessassi pensi che uscirei?
Tu lo sai.
Vattene Lucille, vattene.
Marion, io…
Vattene.

Si radunavano lì cumuli di persone di ogni razza e colore che brandivano le proprie anime e i propri corpi volteggiando sui pattini. Ballavano in ogni direzione e in ogni modo coinvolgendo le menti dei turisti che si fermavano ad ammirarli. Ma quel pomeriggio Khenan le prese la mano e la invitò a oltrepassare la barricata offrendole un sorriso e un paio di pattini e, senza dire una parola ma solo seguendo il flusso della musica, iniziarono a ballare. Pelle contro pelle roteando vorticosamente. Cos’altro? Nulla. Nulla più. Se non due occhi incauti che li spiavano da nemmeno troppo lontano.

Non so più che fare per te, Marion.
Potresti non venire più.
Perché fai così? Sono tua amica.
No, non lo sei.
Ti prego.
No ti prego io, per favore Lucille, lasciami stare.
Non posso, non posso nemmeno immaginare di non vederti più.
Già mi vedi sulla sedia elettrica? Lo sapevi che la Virginia è il secondo Stato per numero di condanne a morte eseguite nel Paese, alle spalle del Texas, e uno degli otto Stati che ancora prevedono l’uso della sedia elettrica? L’iniezione letale è quasi archiviata, sta diventando sempre più difficile ottenere le sostanze letali. Chissà cosa fa più male. Ma sì, tu abiti qui ne sarai al corrente di sicuro.
Come fai a essere così sarcastica maledizione!
Io non ho ucciso nessuno.
Allora perché sei qui dentro?
Dimmelo tu Lucille.
Dirtelo io cosa?
Dimmelo tu come ha fatto la polizia a trovare me.
Cosa c’entro io?
Esci di qui.
No, non esco.
E allora dimmelo.
Ma cosa, dirti cosa?
Quello che hai detto alla polizia, Lucille.
Di cosa parli? Di cosa stai parlando Marion?
Rispondi.
Che posso dirti?
Rispondi ora.
La tua calma è sconvolgente. Non urli, non imprechi.
Rispondi.
Non ho detto niente.
Rispondi, Lucille.
Ho solo detto che…che…frequentavi quel tipo. La verità.
Non è la verità.
Sì che lo è.
Io non frequentavo Khenan e tu lo sapevi.
Sì che lo frequentavi, lo hai frequentato, poco, ma lo hai fatto, l’estate scorsa.
Io ho visto Khenan un pomeriggio di quasi un anno fa, appunto,
e una sera, quella a casa tua, l’altro giorno.
Non era l’altro giorno ma almeno un mese fa.
Vai via Lucille, ti prego vattene.
Marion io voglio tirarti fuori di qui.
Qui dentro mi ci hai messo tu.
Io ho solo detto la verità.
Vattene e che sia ora.
Me ne vado, sì.

Poteva carezzare la sua schiena nuda e le sue braccia mentre volteggiavano. Il tocco di quella pelle liscia come seta le dava ebbrezza, scura come il mogano, profumata come la vita. I capelli rasta lunghi raccolti dietro si confondevano con i suoi, sembravano nuvole di fili intrecciati nel vento. In un tempo sospeso si lasciò trasportare via da lui. Pattini come ali di raro cormorano nero sul mare. Musica come essenza di linfa grezza nei rami di ibisco. Danzare come correre a piedi nudi sulla sabbia immersi in una immaginaria nebbia giamaicana. E la nebbia evanescente di quel pomeriggio non nascose ai suoi quegli occhi asfissianti che li guardavano di nascosto.

Non finiranno mai queste visite, Lucille?
Incolpi me quando io ho solo detto la verità.
Tu hai detto la tua verità, ma ci sarà un processo e verrà fuori anche la mia.
Non esistono due verità.
Perché mi hai invitato quella sera, Lucille?
Perché sei mia amica. Doveva essere una festa. Una festa che peraltro mi hai suggerito tu poco tempo fa.
Io non ti ho suggerito nulla, ho solo detto che mi avrebbe fatto piacere presentartelo.
Ma non lo hai fatto a casa tua a New York, hai detto che avresti preferito a Richmond, a casa mia.
Casa tua è più grande, sai bene che vivo in un buco, e comunque non ho mai parlato di una festa.
Lo hai fatto, hai detto che ti sarebbe piaciuto presentarlo a tutti.
Non significa suggerire di fare una festa, e comunque avrebbe dovuto avere la parvenza di una festa ma eravamo solo io e te. Io, te e Khenan.
Era uno scherzo infatti. Anche questo in realtà mi hai suggerito tu, non capivo cosa desiderassi, prima la festa, poi solo io e te e allora mi è venuta l’idea dello scherzo per cercare di farti contenta.
Di che scherzo doveva trattarsi Lucille? Uno scherzo di 500 chilometri? New York-Richmond, quasi 500 km in un giorno.
Esatto.
Esatto cosa? Mi hai detto di portare qualcuno, hai insistito perché portassi qualcuno.
Non potevo sapere chi avresti portato, volevo solo rendere lo scherzo più verosimile.
Allora sapevi che avrei portato lui. Lo sapevi.
Lo speravo.
Hai detto prima che non sapevi chi avrei portato e ora dici che lo speravi. Lo sapevi vero? Non è così? Lo sapevi?
Cosa vuoi Marion? Cosa vuoi da me?
Che tu me lo dica.
Non lo sapevo ti ho detto, l’ho solo intuito, è la verità.
Falla finita con questa verità. C’è qualcosa che non mi stai dicendo, vero Lucille?
Beh…vi ho visto quel pomeriggio di un anno fa.
Mi hai seguita, mi hai seguita quel pomeriggio, ecco!
Sì è così, mi hai parlato così tanto degli skaters e di lui, volevo solo vedere.
Perché proprio quel pomeriggio?
Perché mi hai detto che avresti osato conoscerlo, che avresti cercato un occasione proprio quel giorno e non sapevi come.
E quando ti ho raccontato tu già sapevi tutto.
Sì.
Perché non ti sei fatta vedere?
Per non disturbarti.
Ah certo, per non disturbarmi. Maledetta.
Non dire così. Io sono tua amica.
Tanto da rovinare la mia vita.
Io avevo rimosso quel pomeriggio, per me era finita lì, sei tu che hai ritirato fuori l’argomento un mese fa, a distanza di un anno, con la storia della festa e della voglia di ricontattarlo…e poi sei uscita un attimo per fumare, mi hai detto, e che saresti rientrata subito e poi hai chiesto a lui di seguirti e poi non rientravate e poi sono uscita per chiamarvi e poi quando sono rientrata tu eri già in casa e poi ti ho chiesto di lui e poi tu mi hai detto che non sapevi dove fosse e poi siamo uscite e poi lui era lì per terra pieno di sangue e poi mi hai detto che non eri stata tu e poi…
Lo hai ucciso tu.
Cosa stai dicendo? Ucciderlo io? Cosa dici Marion? Cosa stai dicendo?
Quello che ho detto, Lucille.
Dio Marion, secondino, secondino!
Sì Lucille scappa, ma ti ho inchiodato e non scapperai più.
Cosa signifca Marion, cosa dici?
Si calmi, cosa c’è signora?
Voglio andare via!
Certo, prego, mi segua.
Ciao Lucille, la prossima volta ti farò visita io. E non sarà a casa tua.

Danzarono fino a perdersi e lei lo sapeva che non sarebbe dovuta arrivare fin lì perché il perdersi è insidioso, infido, sleale. Come la nebbia, come essere nebbia, come sapeva esserlo lei stessa. Non avrebbe dovuto farlo, non avrebbe dovuto scrivere il suo numero di telefono e il suo nome sul dorso della mano di lei. Non avrebbe dovuto comportarsi come tutti gli altri uomini inciampando nella mediocrità più becera. Non avrebbe dovuto rovinare tutto. Non le lasciava scelta. Doveva andare via, sparire e concludere. Concludere per ricominciare. A qualsiasi costo e prezzo. Fosse stato anche il più folle. Uno sguardo bieco e un ringraziamento a quegli occhi che la spiavano da ore incapaci di guardare oltre, ignari delle sue prossime mosse, e riprese a correre invisibile come nebbia, sapendo cosa doveva fare.

Sei tornata vedo. Problemi di coscienza?
Tu sei malata. Sono tornata per dirtelo.
Ma tu guarda, sono finite le prediche da amica a quanto pare.
Non riesco a crederci, Marion.
Nemmeno io, Lucille.
Ti volevo bene.
Ma dai? Io no.
Sei cattiva.
Sono consapevole.
Consapevole di cosa?
Di cosa sei, o meglio, di cosa non sei mai stata capace di essere.
Parla più chiaramente.
Ho parlato a sufficienza.
Cosa vuoi dire?
Via, fuori di qui.
Ascolta, io…
Basta Lucille, e ora vattene e non farti vedere mai più e smettila di piagnucolare, mi fai pena, e tira fuori la tua personalità una volta tanto. Ma la tua Lucille, la tua. Hai sempre vissuto a ridosso della mia. Secondino, la signora se ne va.

Attendere quasi un anno e un nuovo autunno per ritrovare la nebbia e quel nome e quel numero di telefono. Non aveva dimenticato. Aveva solo aspettato. Semplice rivoltare l’anima delle persone, poi quella di coloro che pensavano di averne una ma senza conoscerla a fondo, per lei era un gioco. Pregustava e sorrideva di eventi banali camuffati da originali occorsi a gente prevedibile come il sorgere del sole. Articolava l’assenza di idee e carattere della gente al godimento dei propri raggiri fino a prevenire le loro mosse. Un peccato che Lucille rappresentasse tutto questo. Una fortuna aver trovato l’occasione attesa grazie alla sua misera pochezza. Avrebbe voluto salvare almeno lei dandole la possibilità di provare a recuperare la loro amicizia sollecitandola quasi fino a pressarla a non essere un suo clone nei pensieri e nei fatti. Ma nulla. E allora la Virginia era l’unico posto vicino dove poter agire. A casa sua. Lo Stato di New York sapeva perdonare. Lei no. Qualche giorno di prigione non previsto fu solo una disattenzione ma anche una carica di adrenalina, quasi un gioco. Del resto era in un impossibile intellettuale che cercava aria da consumare, mentre trovava sempre e solo chimere che mordevano un possibile sempre più borghese. E Khenan si era liquefatto per questo. Lei lo aveva liquefatto per questo. Non aveva saputo preservare e custodire uno scambio di pelle. E Lucille non aveva saputo sguainare e denudare il midollo di se stessa. Aveva assistito inerme al deteriorarsi in poche ore di un incontro casuale, da meraviglia in consuetudine. E in pochi anni al putrefarsi di un’amicizia, da simpatia in ossessione. Avevano deciso loro il proprio destino. Ognuno il suo. Lei aveva solo il compito di ripulire. Non aveva fatto altro che correre e agire sotto il transeunte potere della nebbia.

9 pensieri su “Il potere della nebbia, di Elisabetta Bordieri

  1. Bello, si legge d’un fiato. Coinvolgente e attuale. La codardia di una e la forza e il coraggio dell’altra. E’ una storia figlia dei nostri tempi.
    Mi piace come scrivi. Brava.
    un bacio

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  2. Sì….ma quando muore Lucille? Nn ci puoi lasciare così adesso!!!! E soprattutto x Marion è La prima volta? O è già una serial killer? Chi l’ha rovinata da piccola? Quale ispettore arriverà a scoprirla e a salvarla? Daje rispondici….!!!!!!

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  3. gioco sottile. fredda come la nebbia, scaltra con una mente lucida di chi ha calcolato bene i suoi passi….un sentimento che s’infrange , un cadavere e quelle “verità ” che bruciano sulla pelle.
    un’ accattivante miscela di sensazioni……wow!

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  4. Non mi incontrerei mai con te in presenza di terze persone. Non ti spierei mai. Non ti metterei mai a parte di miei progetti. E, se tu dovessi finire in galera, non verrei mai a trovarti.
    Bravissima.

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  5. oddio !!! come sempre per me è troppo corto perchè lo leggo tutto di un fiato e finisce subito….brava brava brava !!! ognuno può immaginare il seguito a suo piacimento come succede in quasi tutti i tuoi racconti, baci a presto!!!!

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  6. Uno stile magnetico, come se ne trovano pochi, anche in autori “di grido”. Brava, Elisabetta, continua così.

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  7. si tratta di una situazione meno comune e quindi meno “verosimile” di quelle descritte da te in altri scritti….ma vista la brevità del racconto ho trovato “piacevolmente spiazzante” la conversione a U del finale….da una situazione…da un fatto…da un accadimento che ha causato le sue conseguenze…un omicidio…un’indagine…un arresto…tutto all’inizio conduce verso il…”chi sarà l’assassino?….perché l’ha ucciso?….ma l’ha ucciso davvero lei?”…insomma si parte dallo schema classico di una qualsiasi trama gialla…. e si finisce nelle ultime 20 righe in un groviglio tutto mentale ed emozionale allo stesso tempo tutto interiore tutto soggettivo e personale…Marion e la sua vita e il suo relazionarsi con l’esterno con le altre persone con il mondo che la circonda….quasi sul “suo senso della vita”…

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