DOPO IL DILUVIO: la borghesia italiana secondo Moravia

Dopo il diluvio. Sommario dell'Italia contemporaneadi Massimo Maugeri

Tra gli interventi più lucidi ed efficaci di “Dopo il diluvio. Sommario dell’Italia contemporanea” (ri-edito da Sellerio, grazie alla cura di Salvatore Silvano Nigro), spicca senz’altro quello di Alberto Moravia dedicato a “La borghesia”. Si tratta, del resto, di uno degli interventi che è stato maggiormente elogiato dalla critica dell’epoca e da quella odierna.
Questo saggio, oltre che per l’acume del suo autore, spicca per l’aura di attualità da cui è avvolto. In molti passaggi del testo, in effetti, c’è la possibilità di riscontare un’attinenza impressionante con le problematiche che interessano la borghesia dei nostri giorni. La capacità dialettica e di analisi di Moravia, sono peraltro supportati dalla natura atemporale del saggio medesimo. Lo scrittore romano imbastisce la sua analisi slegandola da vincoli cronologici intesi in senso stretto, estendendola in una visione più ampia e spingendola, inevitabilmente, ad abbracciare anche questo nostro tempo; sicché siamo portati, anche psicologicamente, una volta ammesse l’efficacia a la congruità dell’analisi esposta, a ritenerla valida ancora oggi.
Moravia comincia con il sottolineare che una borghesia italiana, in verità, non esiste. Le borghesie dei principali paesi di cultura occidentale, per l’autore de “Gli indifferenti”, sono dotate di caratteri e tradizioni (morali, politiche, religiose, culturali, artistiche) fondate su una consapevolezza che permette loro di rinnovarsi, arricchirsi e proiettarsi nell’avvenire; ma, soprattutto, “la borghesia di quei paesi ha saputo costituirsi in società, ha saputo darsi un’unità”.Se guardo all’Italia”, sostiene Moravia, “trovo che questa borghesia esisteva da noi certamente nel Due e Trecento e poi su fino almeno alla fine del Settecento”. Il Decamerone viene presentato come un libro fondamentale per comprendere quel tipo di borghesia.
Per Moravia il gusto, la cultura, il pensiero, la morale, la religione in Italia dell’immediato dopoguerra (così come quarant’anni prima) non sono il patrimonio di una classe, ma il frutto di individui sparsi privi di caratteri sociali. Un altro passaggio importante è il seguente: “In Italia le professioni prevalgono sulla società. (…) In altre parole la borghesia italiana oggi non costituisce una società bensì soltanto una classe economica. Per dirla alla maniera dei marxisti è una borghesia senza sovrastrutture nella quale da tempo le cifre del reddito non si convertono più in valori universali”.
Tali concetti vengono poi ulteriormente ribaditi: “la borghesia italiana non è una società, cioè non ha unità. E ogni volta che in Italia ci si imbatte in qualche cosa che abbia valore, si può star sicuri che questa cosa è un prodotto puramente individuale. La borghesia italiana è un fatto soltanto economico. Che è come dire che la borghesia italiana in quanto classe è disunita, anarchica e sterile”.
Quale potrà essere il futuro – si potrebbe dire, anche, il destino – della borghesia italiana?
Moravia immagina due strade. La prima – considerata più difficile e amara – è quella della libertà. “Non parlo qui della libertà politica, parlo di quella libertà della mente e dell’animo senza la quale non si dà una vita decente e civile. (…) Questa libertà fa difetto nel complesso alla borghesia italiana che manca in maniera notevole di quel brio, di quell’autocritica, di quella vivacità, di quel disprezzo delle convenzioni, di quel coraggio, di quella generosità che così negli individui come nelle classi e nelle nazioni rivelano la presenza di un impulso profondo e irrefrenabile verso un mondo e una vita libera”.
L’altra strada immaginata è quella del fascismo. Moravia sottolinea che fascismo “non è necessariamente dittatura, statolatria (…). Fascismo è soprattutto quello spirito di conservazione gretto, ingeneroso e nemico di ogni idealità”. Al fascismo sono sopravvissuti, aggiunge lo scrittore, “l’indifferentismo, lo spirito machiavellico, il lazzaronismo politico, il gusto per il compromesso e l’intrigo, lo scetticismo, il materialismo (…). La nostra borghesia sarà fascista anche se professerà il più manchesteriano dei liberalismi, ove non sappia liberarsi una volta per tutte di queste tare. Come dire che la riforma dei costumi dovrebbe in ogni modo precedere la riforma sociale e politica”.
Nella sua recensione “a caldo” del 1947 (che il nuovo curatore dell’opera, Salvatore Silvano Nigro, ha inserito in coda ai trentuno saggi), il critico letterario Raffaello Ramat (che, in generale, accoglie molto favorevolmente questo saggio sulla borghesia) stigmatizza l’ultima considerazione di Moravia. “Conclusione per me assurda”, sostiene Ramat, “perché i costumi non esistono fuori d’una condizione sociale e politica, tanto che le riforme sono sociali e politiche, nonché riforme, solo quando modificano il costume.”
La verità, probabilmente, sta in mezzo: riforma dei costumi e riforma sociale e politica interagiscono e si influenzano reciprocamente. Una cosa è certa: l’immobilismo e la disunità della borghesia (oggi potremmo dire del “ceto medio”) non favoriscono né l’una né le altre.

[A integrazione della lettura del saggio qui presentato, si consiglia altresì la lettura del “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani” di Giacomo Leopardi]

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