“Sulla scrittura di Max Ponte” di Lucia Dell’Aia

testi

Pubblico questa nota inviatami da Lucia Dell’Aia sulla mia scrittura. Il lavoro è ancora molto da fare e tanti i limiti da infrangere. Accolgo queste parole come una manifestazione di fiducia, la fiducia che fonda il patto fra chi scrive e chi legge e che muove a nuove creazioni. M.P.

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A partire dalla copertina e dal titolo della sua prima raccolta di poesie, si potrebbe senz’altro ricondurre la scrittura di Max Ponte alla radice fondamentale di ogni operazione letteraria: la finzione, il trucco, la creazione consapevole della menzogna. Sulla copertina di Eyeliner, infatti, edito da Bastogi nel 2009, campeggiano una serie di strumenti per il maquillage, dai rossetti agli ombretti all’eyeliner. Che un libro di poesie possa essere scambiato per un catalogo pubblicitario di trucchi non deve, però, essere considerato solo un gioco che, con un termine assai abusato e spesso privo di alcuna connotazione precisa e concreta, si definirebbe postmoderno. Si tratta di una boutade dal forte impatto visivo, ma che essa rimandi al carattere finzionale dell’arte è considerazione che può farsi se ci si propone una più approfondita lettura della scrittura di Ponte.

La sua scelta stilistica, infatti, pur rimandando ai giochi sonori e visivi di memoria neoavanguardistica, è tutta rivolta a rendere evidente la potenzialità proteiforme della lingua, la sua capacità di trasformare la materia, l’oggetto, così come un corpo può trasformarsi grazie all’uso del maquillage. Di grande suggestione poetica è, da questo punto di vista, il racconto Androgyne, pubblicato nel 2012 nel Dicò Erotique per Lite Editions, in cui il trucco diventa lo strumento per la femminilizzazione del corpo maschile, al fine di creare quell’essere androgino mitico originario, che Zeus ha colpevolmente scisso, mandando poi Eros sulla terra per ricongiungere le due parti dello stesso essere.

Le “feste alfabetiche” di Max Ponte, nella felice formula di Alice Krieg, che introduce la raccolta Eyeliner, rimandano ad una tradizione giocosa e ironica dell’uso del verso poetico, sempre rivolto ad aggredire il dato di realtà efficacemente grazie allo straniamento. Se, infatti, volete sapere qualcosa dell’autore, «spaziate con le spezie, fate sfilare le stelle filanti» e «scottatevi per la bellezza del fuoco sulla pelle, per l’insito dolore e l’eleganza termodinamica».

La poesia di Max Ponte è attraversata da un movimento («la mia conformazione / corporea è aerodinamica / contro / il fato / e la sua resistenza») che si traduce nella ricerca di suoni che fanno continuamente slittare i significati stabili («Piango lacrime di svarionati colori / le cose attorno mi paiono ripiene / di questo liquido salm/astro»).

La metamorfosi continua della materia, sotto l’effetto dei “trucchi” del poeta (l’arte retorica), restituisce, quindi, una realtà in incessante movimento che solo la parola poetica, in quanto canto, può afferrare grazie alla suggestione vaga e indefinita del suono: «Un canto che s’udia per li sentieri /lontanando morire a poco a poco, / già similmente mi stringeva il core»…

Lucia Dell’Aia. Biografia
Lucia Dell’Aia si è laureata in Teoria della letteratura presso l’Università degli Studi di Bari, dove ha conseguito un Dottorato di ricerca in Italianistica e ha portato a termine un progetto finanziato da un assegno di ricerca. Attualmente è docente a contratto presso la stessa università. Ha partecipato a Convegni e Seminari e ha collaborato con diverse riviste letterarie, occupandosi prevalentemente di Elsa Morante (cui ha dedicato numerosi saggi e la monografia La sfera del puer. Il tempo dei ragazzini di Elsa Morante, Aracne, Roma 2013), del tragico in Moravia, di Carmelo Bene, di problematiche critiche ed estetiche relative al romanzo contemporaneo e di Giorgio Agamben, curando un volume di studi a lui dedicato (Studi su Agamben, Ledizioni, Milano 2012). Di recente ha pubblicato un saggio su Ariosto.

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