Femminicidio: un tentativo (maschile) di riscatto

 

 

di: Guido Tedoldi

 

Qualche pensiero su «Rose Madder», romanzo di Stephen King, Sperling & Kupfer, 1996, pp. 511, L. 32˙900 – Usa, 1995, idem

 

In un tempo come il nostro in cui il femminicidio è uno dei crimini più tragicamente praticati, questo romanzo ha quasi il sapore di un instant book. Invece Stephen King lo ha pubblicato quasi due decenni fa, nel 1995. Il centro del suo discorso è la bestialità umana, e il pregiudizio negativo di alcune parti dell’umanità nei confronti di altre parti: alcuni uomini contro le donne, alcune donne contro gli uomini, alcune persone di buona volontà contro i metodi di alcuni poliziotti moralmente deviati.

Nello svolgersi della vicenda, però, King mostra anche l’opposto. Uomini che amano le donne, donne che amano gli uomini, poliziotti che fanno il loro mestiere per proteggere e non per violentare legalmente.

La complessità della realtà, insomma. Sebbene poi la vicenda narrata sembri una lunga digressione onirica, quando non una cavalcata selvaggia nei territori del fantastico – con riferimenti nemmeno troppo velati al corpus mitologico della Torre Nera, lavoro iniziato da King nel 1982 e ancora in produzione.

Il romanzo di Rose Madder è comunque autoconclusivo, per quanto leggibile a più livelli già a partire dal titolo. In inglese, infatti, rose madder è il nome di un fiore, la rosa robbia o rubia in italiano, da cui i pittori anglosassoni traevano un pigmento di colore caratteristico. Ma, sempre in inglese, la radice «mad» significa «insano», e quindi una persona «madder» è capace di portare alla follia chi le stia troppo nei paraggi. E Rose Madder può essere il nome di una persona, naturalmente. Forse una pittrice, anche se nessuno ne ha mai sentito parlare; o forse la donna ritratta in un quadro, anche se lei chiamerebbe se stessa in altri modi e potrebbe non essere d’accordo sul definirsi «donna».

 

La protagonista del romanzo, però, è un’altra: Rosie McClendon. Nel 1980, diciottenne diplomata di fresco, ha sposato il poliziotto Norman Daniels. E per lei è cominciato l’infermo. Cioè, qualsiasi lettore con un po’ di senno sa che la sua vita matrimoniale era un inferno; lei, non avendo termini di paragone, pensava di vivere in maniera normale – e che tutti i mariti, magari a causa di tensioni sul lavoro, tornano a casa e picchiano le mogli.

Nel 1985 le botte sono state così forti da procurare a Rosie un aborto e due ricoveri in ospedale, uno a causa della rottura di una costola con perforazione di un polmone, e l’altro dopo essere stata sodomizzata con una racchetta da tennis. Negli anni successivi Rosie ha pensato di essere stata meglio, perché Norman non è più arrivato a certi livelli di violenza. Lui ha imparato a picchiarla non in faccia, che poi capiscono tutti cosa sia successo, bensì sulle reni. E lei ha imparato che il fatto di non riuscire mai a raddrizzare completamente la schiena, e di avere dolori dopo appena pochi minuti di lavori domestici, fossero i primi sintomi della vecchiaia.

Una mattina del 1994, a 32 anni d’età, Rosie rifà il letto e nota sul lenzuolo una goccia di sangue. E le viene da pensare che qualcosa non va. Non è possibile sanguinare anche quando il marito non l’ha picchiata. La situazione è andata troppo al di là. Stavolta se ne rende conto anche lei.

Così se ne va di casa.

 

Il suo viaggio termina in una città a 800 km di distanza, nella casa delle F&S, cioè le Figlie & Sorelle. Si tratta di un’organizzazione che dà ricovero e assistenza a donne vittime di violenze familiari, e le aiuta a rifarsi una vita. E, per avere un’idea di quanto sia vasto il problema, in una sola città di medie dimensioni del Midwest statunitense, nel corso di due generazioni di lavoro, ha dato ricovero a più di 3˙000 donne.

Alla F&S Rosie fa amicizia con Pam Haverford, che le sembra evidentemente malata. Il marito ha tentato varie volte di ucciderla, l’ultima volta gettandola contro una porta a vetri, e le cicatrici sulle braccia sono lì a testimoniarlo; tuttavia Pam è particolarmente sensibile ai complimenti degli uomini, e si sdilinque quando le fischiano dietro apprezzando le sue gambe o anche le rivolgono battute sconce.

 

Siamo sempre lì, nel pieno della complessità dei rapporti umani. Le regole della repulsione, e quelle dell’attrazione. Le ragioni dell’odio, anche quando è insensato. E l’amore, santo cielo, l’amore…

 

Rosie vive un periodo di cambiamenti, la cui velocità aumenta drammaturgicamente un pomeriggio in cui entra in un banco dei pegni per far valutare il diamante del proprio anello di fidanzamento. Norman le aveva detto, quando glielo aveva regalato, che aveva dovuto scegliere tra il comprare una Buick oppure quella pietra. Invece il responso è deludente: non si tratta di un diamante vero bensì di un sasso da bigiotteria.

A dirlo è Bill Steiner, il proprietario del negozio. Che si innamora di Rosie in pochi secondi. E pure lei non gli rimane insensibile… Sì, ok, sa che non ha bisogno di un uomo. Sa che gli uomini sono delle bestie. Magari non tutti. Be’, però sono davvero rari quelli che non lo sono. I maschi sono a un livello della civilizzazione basso basso basso. Hanno l’abitudine di menare le mani. Non sanno ragionare, e ciò è reso evidente dall’insensatezza dei processi mentali che essi definiscono «ragionamento».

Rosie si dice queste e altre cose negative per diverse decine di pagine. Intanto, però, accetta l’invito di Bill di andare a fare un giro in motocicletta. E alla fine se lo sposerà e ci farà dei figli, vivendo con lui perlopiù felice e contenta. Bill non è un uomo che picchia le donne.

 

Ma queste cose succederanno, nel romanzo, tra un po’. Intanto Rosie, nel negozio di Bill, conosce un altro uomo, Rob Lefferts, il quale rimane colpito dalla voce di lei e la ingaggia per la sua azienda di produzione di audiolibri. Con lo stipendio, Rosie può permettersi di affittare un appartamentino, con una parete libera per appendere il quadro di Rose Madder.

Quadro che Bill non si era accorto di avere in deposito, e da cui Rosie si sente particolarmente attratta. Il quadro rappresenta una donna di spalle con una treccia bionda e un chitone color rosa robbia. Il chitone era un abito caratteristico dell’antica Grecia, e infatti  la donna guarda le colonne semidiroccate di un tempio. Perlomeno all’inizio, quando Rosie si porta in casa il dipinto. Con il passare dei giorni, il quadro cambia. Il tempio diventa più grande, la posizione di Rose Madder cambia leggermente e mostra delle cicatrici, simmetriche a quelle che il marito ha procurato a Rosie: dove lei le ha sul braccio sinistro, nel dipinto sono sul braccio destro.

In una notte di sonno profondo, Rosie sogna di entrare nel quadro. Rose Madder non c’è, ed è Rosie ad avere la treccia bionda (mentre il suo colore di capelli naturale è castano) e a indossare il chitone. Rose non c’è, ma Rosie sente la sua presenza chiederle un favore: entrare nel tempio e portarle la bambina che è prigioniera nel labirinto là dentro. Il labirinto è custodito dal toro Erinni, che è cieco ma ha un olfatto finissimo calibrato sull’odore di Rose, che perciò non riesce a fare lei l’impresa. Però Rosie, con alcuni accorgimenti, forse ce la farà. E se riuscirà, Rose non dimenticherà e anzi sicuramente ricambierà.

 

Qui siamo nel nucleo della narrazione. C’è il fantastico e l’esoterico, c’è la capacità di Stephen King di creare situazioni plausibili nonostante occorra sospendere un bel po’ l’incredulità per dargli retta.

E c’è la bestialità maschile trasfigurata, che può essere vinta o perlomeno tenuta a bada da una sorellanza.

 

Da questi elementi, una volta definiti (anche a costo di creare un linguaggio nuovo – come King fa in molti dei suoi libri) è caratterizzata la seconda parte del romanzo. Nella quale il poliziotto Norman rifà il percorso della moglie per… be’, per vendicarsi, per «parlarle da vicino» come ha sempre fatto quando la picchiava, e come è sorpreso di non poter fare adesso che lei gli è sfuggita.

L’indagine di Norman è anche uno scivolamento nel delirio, costellato di omicidi sempre più efferati. E per Rosie è un parallelo scivolamento nell’angoscia. Perché lo sente arrivare, lo teme, è sempre più vicino… e la rete di sostegno che le si è formata intorno le sembra troppo debole, troppo semplice. C’è Bill, il nuovo fidanzato: ma è un uomo, non sarà anche lui una bestia? C’è la sorellanza delle F&S, costituita da donne che hanno a loro modo conosciuto il maschio in quanto bestia: ma quanto sono affidabili, prese singolarmente e in gruppo, se sono malate della sindrome di Haverford e si sdilinquono quando gli uomini ammirano le loro gambe? E poi c’è quella che dovrebbe la difesa più potente, la polizia: che però è costituita da maschi, proprio come Norman, e perdipiù poliziotti, proprio come Norman… chi sceglieranno di proteggere davvero nel momento topico, la vittima del crimine o il loro confratello?

 

Peraltro Norman, sempre più mostro omicida, quelle difese riesce praticamente a spazzarle via. Al fidanzato, Bill, frattura quasi la gola mettendolo fuori combattimento. Le F&S le decima, uccidendone alcune e mandandone all’ospedale altre. E perfino alla polizia fa danni, uccidendo due agenti.

Dopodiché aggredisce Rosie e tenta di morderla, ma lei stavolta non cede e gli sloga la mandibola. Poi scappa insieme a Bill nel quadro, dove Norman la insegue. Nel quadro c’è Rose Madder, che accoglie Rosie con la freddezza di una dea e Bill con la diffidenza dovuta agli animali pericolosi, che sembrano addomesticati ma forse è meglio non fidarsi.

Le due donne si parlano, si scambiano gli abiti per fare in modo che il mostro non insegua più la moglie bensì l’altra. Ma Rose non consente che la si veda in volto. Quel privilegio, dubbio, lo concede soltanto a Norman – perché in realtà è una condanna a morte. Rose non ha un viso di donna bensì… be’, da ragno, con chele, con cose per masticare che sono più temibili dei denti, con zampe in posti del corpo dove di solito gli esseri umani non hanno nemmeno i posti.

Norman non ha scampo.

Rose paga il proprio debito.

 

La polizia, quella sana, cercherà il cadavere di Norman. Non lo troverà, e forse se ne farà una ragione – a capo delle indagini c’è un investigatore scrupoloso e senza pregiudizi, che se il libro durasse ancora 3˙000 pagine non si perderebbe certo d’animo e le riempirebbe con lo svolgimento del proprio lavoro.

Rosie distrugge il quadro di Rose Madder mandandolo all’inceneritore. Rose è d’accordo. Il quadro era un portale tra mondi, e una volta che la storia si è compiuta è quasi meglio chiuderlo per sempre.

Bill diventerà un marito felice, un padre di famiglia presente. Tenterà di far star bene Rosie, e perlopiù ci riuscirà. D’altra parte è un uomo, non una bestia. È un uomo che tenta di riscattarsi. Magari non riesce a riscattare tutti gli altri, ma per quanto può, per sé, ce la fa.

2 pensieri su “Femminicidio: un tentativo (maschile) di riscatto

  1. Da maschio devo riconoscere che noi maschi siamo davvero rozze bestie e che solo affidando interamente alle donne i ruoli di comando e punendo pesantemente anche la pur minima offesa maschile alle donne forse riusciranno a tenerci a bada.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.