Giuro di non fare più il giurato di Nicola Vacca

giuria

In Italia esistono due categorie di premi letterari. Alla prima appartengono quelli che nascono già corrotti e in cui il vincitore è il frutto di un accordo tra le varie parrocchie di chierici. Della seconda invece fanno parte quelli che hanno grandi ambizioni ma sono organizzati da dilettanti e provinciali che alla fine non riescono a pianificare proprio nulla e finiscono per naufragare nella loro sciatta approssimazione.

Me ne sono accorto in questi lunghi anni di militanza nel mondo della cultura. Ma ho rafforzato le mie convinzioni in merito per pura diretta esperienza personale.
Per principio mi sono sempre rifiutato di partecipare ai premi letterari, sia come giurato che come autore. Ho sempre avuto l’idea di essere inadeguato a quel cerimoniale impostato in cui si consuma quasi sempre tutto tranne che la vera letteratura.
Nei premi letterari si respira un’ aria drogata: sembra che nel recinto di quel gioco di società tutto funzioni. Tutti si definiscono colti, grandi lettori e nessuno sembra avvertire che fuori nelle librerie e nella cultura la decadenza sta tarlando ogni cosa.
A parte questo, sono stato sempre allergico a ogni tipo di presenzialismo incolto e nei premi letterari si incontra spesso gente che non ha mai letto un libro.
Eppure, cari amici, ci sono cascato. Nonostante la mia contrarietà a premiopoli, di recente ho accettato l’incarico di giurato.
Ho deciso di far parte di una giuria di un premio internazionale di poesia dedicato a un grande poeta italiano. Tra gli organizzatori anche una fondazione culturale che porta il nome dello stesso poeta. Ma col tempo mi sono accorto che assomigliava più a un dopolavoro ferroviario che a una fondazione.
Non pensavo davvero che alla fine sarebbe prevalsa la mia allergia. Ma non è dipeso da me. Vi giuro che ci ho messo tutta la buona volontà. Ho promesso a me stesso che sarei stato un giurato modello. Non è colpa mia se mi sono trovato in una di quelle categorie di cui parlavo all’inizio, precisamente nella seconda. Sono rimasto, mio malgrado, intrappolato in un cosiddetto premio letterario internazionale organizzato da dilettanti e provincialotti.
Eppure avrei dovuto saperlo che la cultura non si può improvvisare. La mia esperienza doveva mettermi in guardia. Quanto sono stato ingenuo. Fancazzisti e tuttologi ormai regnano sovrani soprattutto nel nostro mondo culturale, diventato ormai terra di conquista da parte di demagoghi della cultura che pensano a un premio letterario come se fosse un ridanciano happy hour.
Io volevo fare il giurato serio e leggere per tempo i libri giunti al premio. Soltanto questo. Ma non immaginavo che anche nei premi letterari la famosa burocrazia italica detta le sue leggi soffocanti.
Mancava meno di un mese alla serata di premiazione e non avevo ancora ricevuto i libri.
Mi rendo conto che nei premi letterari ci sono giurati che non hanno bisogno di leggerli i libri in concorso. Molti di loro hanno l’abitudine di votare l’autore che è amico dell’amico, oppure che è stato segnalato da uno scrittore o da un critico di un certo rango.
Ebbene, io sono fatto in altro modo e i libri li voglio leggere tutti e valutarli per quello che valgono,e magari segnalare l’opera che merita soltanto per le sue qualità letterarie.
Visto il ritardo, ho scritto a uno degli organizzatori chiedendo lumi : «Oggi 15 giugno 2014, a meno di un mese dalla premiazione, non mi interessa sapere cosa accade o non funziona nell’organizzazione. Da giurato che i libri ama leggerli e non fiutarli ti vengo a chiedere, visti anche i miei altri impegni come, quando e se saranno disponibili i libri arrivati».
La risposta è arrivata in puro stile burocratese: « vista la proroga avuta, questi sono inevitabilmente i tempi, senza se senza ma e senza ironie inutili. Nel rispetto di tutti, giurati, organizzatori e quanti coinvolti, noi lavoriamo per tutti, per cui è in primis nostro interesse, senza nulla togliere alla professionalità, serietà e piacere di valutare i lavori pervenuti!!». A queste parole mancava soltanto il numero di protocollo e sarebbe stata una circolare ministeriale a tutti gli effetti.
Un triste burocratese, di quelli grigi che spesso subiamo infastiditi negli uffici pubblici. Lo scrivente inoltre mi invitava senza se e senza ma a non fare ironia inutile. Ma nella mia richiesta non c’era nessuna ironia.
La mie erano constatazioni in margine a un premio letterario organizzato da dilettanti che partito con grandi ambizioni è finito per naufragare nel nulla di fatto della sua stessa inconcludenza.
Così mi sono dimesso senza se e senza ma e soprattutto senza ironie inutili. Un mio caro amico scrittore quando ha saputo la notizia mi ha subito scritto. Le sue parole hanno davvero il sapore di una saggia sentenza: «Sei un poeta, non un giurato. Di giurati ne esistono a migliaia. Di poeti pochissimi». «Senza se e senza ma», amico mio fraterno hai perfettamente ragione. Giuro di non fare più il giurato.

Nicola Vacca

5 pensieri su “Giuro di non fare più il giurato di Nicola Vacca

  1. Beh, io non vorrei fare il bastian contrario a tutti i costi, ma da poeta/lettore/recensore/giurato/partecipante mi sento di poter correggere il tiro del giustamente indignato Nicola Vacca. Verissimo, molti parvenus della cultura mettono su un concorso tanto per ammucchiare soldini e accampare visibilità, lasciando poi decisamente a desiderare riguardo ad organizzazione, serietà e competenza. Molti, troppi. Ma non tutti, perché, come nel caso particolare, anch’io e i miei colleghi giurati ce le leggiamo tutte le poesie, centinaia di poesie, e, sulla scorta della nostra esperienza e capacità analitica, diamo delle valutazioni oggettive. Sarà che forse il nostro è un concorso a partecipazione gratuita… chissà?!? 🙂

    mdp

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  2. Più istituzionalizzato è il concorso e più rispecchia la vera intima natura mafiosa italiana. L’arte o viene promossa/spinta/diffusa/eletta/generata dal basso o non è!

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  3. Sono d’accordo con Nicola. Ed è comunque vero che esistono premi un po’ più seri e ben organizzati. Tuttavia non riesco a togliermi dalla testa il pensiero che non ha alcun genere di senso organizzare un premio letterario, un “concorso” di poesia. Non mi sembra che l’arte in genere abbia punti in comune con l’agonismo sportivo. Non si tratta del campionato di calcio.

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