BRUNO VALLEPIANO, ESTRATTO DA “LA DAMA BLU” (1)

Bruno Vallepiano, La dama blu (ed. Araba Fenice)

Estratto:

damabluIl Doblò uscì dalla tangenziale nella zona di corso Regina e seguì le indicazioni del navigatore affrontando una rotonda grande come un campo da calcio dalla quale di diramavano due ali di traffico intenso e nervoso.
-Sai usare un ricevitore gps?- chiese Giusè.
L’altro rispose con un grugnito. Non aveva più aperto bocca dopo il battibecco di poco prima.
-Se quel rantolo voleva dire sì allora prendi questo aggeggio e imposta le coordinate che trovi qui.- Gli passò un foglietto strappato ad un blocchetto pubblicitario del bar dove si era incontrato coi committenti sul quale erano riportati alcuni numeri e il dispositivo gps.
-Accendilo subito, così trova i satelliti.- aggiunse.
L’altro era ingrugnito e si era calato il berretto fin sopra gli occhi coperti dalle lenti nere, ma prese il tutto e cominciò ad armeggiare con lo strumento.
-Ma non ci basta il navigatore? Non senti che la signorina parla in continuazione?-
-Hai riacquistato il dono della parola? –chiese Giusè senza scomporsi e lanciandogli un’occhiata. –Tra poco la signorina ci lascerà perché ci infiliamo in uno sterrato.-
-Con questo catorcio? Non è mica un Land Rover…-
-Per noi va benissimo e non diamo nell’occhio.-
-Allora, mi spieghi cosa dobbiamo fare o deve rimanere un mistero fino alla fine?-
-Ti ho chiesto se eri disposto a fare un lavoro sporco e adatto a gente con lo stomaco buono e mi hai detto sì. Sei ancora dell’idea o vuoi scendere qui?-
-Che fai? mi ributti in mezzo alla strada come un cane a ferragosto, come hai fatto prima?-
Così dicendo frugò in una tasca della giacca a vento, estrasse una bustina di plastica, ci infilò una cannuccia e fece un tiro.
Giusè lo guardò e scrollò la testa.
-Perché non la smetti con quella merda?-
-Fatti i cazzi tuoi. Almeno non ficcare il naso nella mia vita privata. Faccio quel che voglio, ok?- si sfregò il naso tirando sù rumorosamente.
Attraversarono un quartiere periferico di Collegno ed imboccarono una strada, detta via della Piombia, che si lasciava alle spalle l’abitato e, costeggiando il fiume Dora, correva lungo una zona alberata per allontanarsi dagli edifici e puntare verso i campi.
Finito l’asfalto la strada continuava sterrata per giungere ad un bivio. Proseguendo lungo il fiume arrivava a valicarlo per lambire uno stabilimento per la produzione di sabbia, girando a sinistra, invece, si inoltrava per un tratto lungo i campi per dirigersi verso il punto centrale di una grande ansa del fiume e perdersi poi ai bordi di un ultimo campo coltivato che su un lato confinava con la sponda della Dora.
Stava facendo buio quando il Doblò si fermò al limite del fondo arato, alla fine della via sterrata.
Giusè spense le luci e scese dal furgone.
Si sentiva lontano il tuono della tangenziale e saliva, poco distante, il brusio della corrente.
Anche Nico scese.
-Questo aggeggio dice che siamo a circa centocinquanta metri dal punto che stiamo cercando.-
-Benissimo. Dammi una mano.-
Così dicendo cominciò ad armeggiare per staccare dal tettuccio del Doblò un portapacchi a baule.
-Che ne facciamo di questa bara?- chiese Nico accendendosi una sigaretta.
-La bara, appunto…-
-Non scherzare Giusè. Cos’è ‘sta storia?-
-Non ricominciare a rompere le palle e fra un’ora saremo di nuovo via di qui.-
-Tu sei un pazzo furioso- disse Nico scrollando la testa.
-Sì e tu credi ancora alle favole. Pensi che tanti bigliettoni tutti insieme te li regalino per contare i denti ai francobolli? Ma quando mai hai portato a casa duemila euro in poche ore?-
-Sarà, ma non mi piace.-
-Andiamo, rompipalle. Ne hai fatte di peggio. Pensa quanta polverina ti puoi comprare con questo incasso.- gli diede una spinta che sembrava un tentativo di riconciliazione, poi aggiunse: -E dimmi dove ci porta il segnale del gps.-
Lo strumento pigolava e la freccia indicava la direzione del fiume.
Seguirono il confine tra due campi dove non si sprofondava nella terra smossa e poco dopo si addentrarono nell’area boschiva che costeggiava il corso d’acqua reggendo il baule di plastica uno ad un capo ed uno all’altro.
Giusè accese una piccola torcia a led e la fece ruotare sul terreno tutto intorno.
Avanzarono per un breve tratto camminando a fatica tra i rovi, sempre seguendo l’indicazione del segnale gps, ormai a pochi metri dall’obbiettivo. L’acqua del fiume scorreva lì vicino, nera e cupa come il cielo.
Arrivarono sulla sponda, sbucando su una breve spiaggia ghiaiosa e posarono il baule per terra.
In quel punto il fiume si divideva in due rami formando una sorta di piccolo isolotto.
Il segnale portava proprio lì.

-La precisione di questo aggeggio non è al centimetro eh..-
-E quindi?-
-Ci dovrebbe essere una pietra dalla foggia strana. A forma di boomerang più o meno…-
-E sotto la pietra c’è il tesoro?-
-Per noi sarà un tesoro.-
-Fai luce qui. Non lì, cazzo! qui..-
-Lì non c’è nulla fatto a forma di boomerang, c’è solo sabbia. Porca puttana. E poi fa un freddo boia. Lasciamo perdere e torniamo di giorno così magari troviamo ‘sta merda di boomerang.-
-Sono veramente pentito di averti portato qui Nico. Dico davvero.-
-E non mi puntare la pila negli occhi, porca vacca…-
-Tienila tu e fammi luce.- Dicendo così Giusè aprì il baule di plastica e prese due pale.
Si spostò nel punto segnalato dal gps e cominciò a rimuovere pietrisco e sabbia, mentre l’altro illuminava il terreno. Sotto uno strato spesso un palmo di inerte depositato dall’ingrossamento del fiume insieme a sterpaglie secche e rumenta di ogni genere la pala cozzava contro uno strato duro.
-C’è l’altra pala, prendila e dammi una mano. Cosa cazzo fai impalato lì a guardarmi? guadagnateli un po’ ‘sti soldi, lavativo. Ormai quel coso lo puoi anche spegnere.-
-Non so come abbia fatto quella donna a restare tanto tempo con te prima di mandarti a stendere… Sei insopportabile.- disse Nico.
Giusè si fermò improvvisamente. Smise di spostare ghiaia e terra e si avvicinò a Nico arrivandogli a pochi centimetri.
-Non ti permettere di parlare di questa faccenda con me. Siamo d’accordo?- La voce era minacciosa.
Nico alzò le braccia in senso di resa.
-Sei una grandissima testa di cazzo…- aggiunse Giusè.
-Ok ok…basta. Scaviamo e cerchiamo quel che dobbiamo cercare qua sotto e poi torniamo a casa. Ne ho già le palle piene.-
E così dicendo cominciò a spostare ghiaia e legno marcio dal terreno.
Anche Giusè faceva lo stesso e dopo una decina di minuti di lavoro comparve la pietra.
Era una pietra piatta e la sua forma ricordava suppergiù un grosso boomerang.
-Prendila da quella parte, disse Giusè all’altro, mentre la afferrava da un lato per sollevarla.
Presero la pietra e la trascinarono di lato.
-Ok, ci dovremmo essere. Adesso scaviamo delicatamente.-
-Delicatamente? E perché mai?-
-Per non rompere l’involucro, cretino.-
-Cos’è? Roba che si danneggia?-
-Allora sei proprio di coccio! Non l’hai ancora capito che qui sotto c’è sepolto qualcuno? Ti devo fare un disegnino?-
-Eh no eh… continua pure tu da solo e tieniti i soldi che io non ne voglio sapere. Io credevo che dovessimo recuperare refurtiva o qualcosa del genere. Un cadavere no eh… No no.. Io me ne vado e…-
In un attimo Giusè fu addosso a Nico. Lo prese per il bavero e lo strattonò violentemente.
-Allora non mi hai capito. Ormai ci sei dentro a questa faccenda e quindi tira fuori le palle un attimo e falla finita. –
Lo guardava, col naso a quattro dita dal suo, in quella magra luce crepuscolare che rendeva tutto indefinito e senza contorni. Continuò.
-Ma dov’è finito il Nico che conoscevo? Un tempo non avevi paura di nulla, eri un duro che non si tirava mai indietro di fronte alle sfide, e ne hai fatte di quelle che solo a raccontarle nessuno ci crederebbe. E adesso?-
Lo mollò e lo spinse via.
-Guardati. Sei lì a piagnucolare come un bambino che si è perso nel bosco. Non ti riconosco.- Fece una pausa e accese una sigaretta. -Ma sai che ti dico? Vuoi andare? Vai, vai pure. Ma prima mi restituisci il grano che ti ho anticipato e poi vai a fare autostop sulla tangenziale. Vai, vai…- Tirò una boccata e riprese la pala che aveva gettata a terra.
-Però stai attento a non attraversare più la mia strada perché accelero e ti metto sotto. Ci siamo capiti? Stronzo che non sei altro…-
Nico si sedette su un tronco marcio, estrasse la bustina ed un foglio di carta dalla tasca, illuminando il foglio con la torcia fece due strisce di coca e se le risucchiò avidamente. Poi accese anche lui una sigaretta e si voltò verso il fiume. Dopo un attimo si girò e diresse lo sguardo verso il buco lasciato dalla pietra che avevano rimosso poco prima, appena illuminato dalla torcia appoggiata sul tronco lì vicino.
Tirò quattro boccate e lanciò la cicca nell’acqua che scorreva, buia, lì accanto. Poi si voltò lentamente, prese la pala e cominciò a scavare come stava facendo Giusè.

(continua)

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