Una lunghissima rincorsa

di Jacopo Ramonda

ramonda

CLOE (cut-up n. 43)

Noi siamo sempre stati quelli apparentemente sani. Quando avevo quindici o sedici anni, gli scaffali della libreria di casa nostra si erano incurvati sotto il peso dei saggi di pedagogia di mia madre, volumi in edizione economica con titoli come Lettera a un adolescente, Perché ti dice di no, L’età incerta. Poco lontano, appese su chiodi malfermi, le foto inquadrate della nostra famiglia implosa. Noi non siamo mai stati quelli che esplodono. Non eravamo pugili domestici, molestatori casalinghi, piccoli ricettatori di periferia. Non finivamo al telegiornale. A parte qualche urlo sporadico, le nostre trascurabili vicende non hanno mai oltrepassato i muri di casa, come sempre imbiancati di fresco. Noi non facevamo notizia, noi siamo sempre stati quelli di buona famiglia. Noi implodevamo. Andavamo in pezzi, ma senza far rumore. Non eravamo la televisione che viene lanciata dalla finestra del quarto piano, le litigate che si sentono a isolati di distanza. Noi cadevamo a pezzi, precipitavamo con distacco come la neve; eravamo una bomba in fondo al mare e i pesci morti che vengono a galla senza far rumore.

*

 

IN CORO (cut-up n. 66)

Metto la vita al guinzaglio per portarla fuori a pisciare ed esco di casa con una delle mie mattinate tutte uguali. Ogni giorno innaffio i miei fiori di plastica, mi godo i miei sogni a misura d’uomo, le mie battute scadenti con le risate di sottofondo preregistrate, come nei telefilm degli anni ’80. Ho solo ventisette anni, ma mi sono già costruito un buon numero di gabbie: in fatto di gabbie sono un imprenditore edile di successo. In ufficio tutti si complimentano con me perché, ancora una volta, ho fatto quello che andava fatto senza fare domande, ho fatto quello che potrebbe fare chiunque, mostrandomi soddisfatto di me. Mi sento così vuoto che potrei essere spazzato via dal prossimo colpo di vento. Dovrei imparare a sfruttare le correnti d’aria per guidare la mia deriva, come fanno le mongolfiere. Quest’anno voglio andare in ferie in una fossa comune. Mentre torno a casa, ripenso alla tua collezione di farfalle rare e alla mia collezione di farfalle molto comuni. Per descrivere le mie giornate tutte uguali si potrebbero usare quelle immagini di repertorio con cui montano i servizi dei telegiornali a Natale e a Ferragosto, quando non c’è niente da dire. Mi guardo allo specchio mentre mi lavo i denti: la mia faccia è una di quelle immagini di repertorio che mi sembra di aver già visto, ma non ricordo dove.

 

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CUT-UP N. 55

Sono uscito dall’ufficio e ho guidato dritto fino a qui. Ho imboccato la strada semidisabitata in cui la casa dei miei è cresciuta rigogliosa, innaffiata dagli sputi di qualche dio minore. Sono sceso dalla macchina e mi sto avvicinando a piedi. Entro nell’alloggio. Camminando di stanza in stanza, ritrovo quelle vecchie porte chiuse in se stesse, con i cardini che cigolano. Quando le aprivamo sembrava che si lamentassero, come se qualcuno stesse torcendo loro un braccio. La casa dei miei non è più cambiata, è rimasta la stessa di allora. Gli anni dei miei arresti domiciliari a cielo aperto, quando uscivo da solo o restavo chiuso in camera mia, come le foglie messe a seccare nelle pagine delle enciclopedie.

 

*

 

NELL’ALVEARE (cut-up n. 121)

Il primo giorno di lavoro arrivo in ufficio in anticipo. Mi fanno fare un giro turistico del mio futuro, sul set dei miei prossimi anni di vita. Lo scenario della monotonia è composto da una serie infinita di scompartimenti asettici, anonimi. Strutturalmente uguali tra loro, imparerò a distinguerli con un colpo d’occhio, osservando i piccoli oggetti personali di proprietà dei dipendenti che li occupano, portati da casa nel tentativo di personalizzare il proprio spazio.

 

 

*

 

CUT-UP N. 101

Ora che trascorro la maggior parte del mio tempo lontano da casa, dormendo per più di centottanta notti l’anno in hotel, mi sento spesso come se stessi rincorrendo qualcuno. I ricordi degli aeroporti, dei ristoranti, delle sale d’attesa, delle stanze d’albergo si mescolano e si confondono tra loro. Fatico ad associare i volti degli sconosciuti con cui ho scambiato stringate considerazioni impersonali alla città e alla lingua nelle quali quelle brevi conversazioni hanno avuto luogo. Per qualche motivo ho invece l’impressione di non dimenticare mai una faccia, di non dimenticare nessuno di loro, almeno non completamente. Durante le tratte in taxi osservo la città attraverso il finestrino, il flusso di passanti che si muove in massa, come uno stormo, camminando con passo deciso lungo le rotte di brevi spostamenti giornalieri, di una migrazione in scala. Mi mancano le nostre conversazioni serali, le nostre conversazioni seriali in cui ci sfogavamo parlando di risultati teoricamente alla nostra portata, di traguardi dati per scontati e poi mancati per pochi millimetri. A volte scatto anonime fotografie mentali delle toilette degli aerei e dei fusi orari che si rincorrono fuori dal finestrino, foto di dettagli che non appartengono a nessun posto in particolare. Sono detriti, documenti delle macerie, reperti che includerei in un’ipotetica lista di oggetti d’uso quotidiano, da datare e archiviare in un deposito sotterraneo, dove si conserveranno per i posteri come testimonianze del passato.

 

*

 

UNA DISTANZA RELATIVAMENTE BREVE (cut-up n. 134)

Nonostante la distanza che la separa da quel periodo sia ancora relativamente breve, i grandi cambiamenti affrontati da L. dilatano il tempo trascorso, dandole l’impressione che quegli eventi appartengano ad un passato remoto, totalmente superato. In quel periodo sentirsi sopraffatta era diventata un’abitudine; il silenzio era l’unica reazione di cui si sentiva capace. Sostanzialmente si stava esercitando a scomparire, in una sorta di prova generale della sua morte. La consapevolezza di indugiare troppo a lungo sulle occasioni sfumate serviva solo ad abbatterla di più, facendogliene sprecare di nuove, e rendendo l’impasse sempre più difficile da superare. Quando ci ripensa, L. si sente davvero grata di essere riuscita a chiudere quel capitolo. Il sollievo non è tuttavia sufficiente a renderla immune alla nostalgia, una nostalgia appena accennata, ma comunque percettibile, nei confronti di quelli che considera gli anni peggiori della sua vita. Di tanto in tanto le manca quel senso di mancanza, e ha il sospetto di essere diventata indifferente. A volte teme che il suo ritrovato benessere provenga da una perdita di sensibilità, come quando ci si addormenta su un braccio.

 

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Estratti da Jacopo Ramonda, Una lunghissima rincorsa. Introduzione di Andrea Inglese. Illustrazioni di Ilaria Bossa. Bel-Ami, Roma, 2014. 

 

2 pensieri su “Una lunghissima rincorsa

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