Da somministrare con cautela. Osservazioni su La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro

di Roberto Plevano

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Sul romanzo di Francesco Pecoraro si è concentrata una certa attenzione critica che non ha lesinato accostamenti con esperienze letterarie definitive. A titolo di esempio, A. Bajani (la Repubblica) mette in fila una discendenza “di grandi ulcerati, di Céline e del Volponi di Corporale, del Pasolini di Petrolio, di Luigi Di Ruscio, di Malcolm Lowry, del DeLillo di Rumore bianco e in qualche modo persino del Max Frisch de L’uomo nell’Olocene. In mezzo ci siamo noi, in questa guerra totale di tutti contro tutti, in quello che Michel Houllebecq (letterariamente parente, a suo modo, come lo è evidentemente Walter Siti) chiamava «l’estensione del dominio della lotta»” e risale a una matrice del canone letterario del Novecento occidentale come T.S. Eliot.

A. Cortellessa aggiunge a questi quarti di nobiltà un robusto ramo di albero genealogico – e sarebbe meglio dire putrella di sostegno, trattandosi dell’Ingegnere, forse non a caso il medesimo titolo professionale (esiterei a definirlo mestiere) del protagonista assoluto, l’everyman Ivo Brandani, del romanzo di Pecoraro: “si sono già fatti, per questo libro mirabile e spaventoso, tanti nomi, tanti possibili modelli. Ma uno solo mi appare l’etimo di questa cognizione, dolorosa quanto progressiva e inesorabile (questo l’aggettivo-stimmate che perseguita Ivo): l’ingegnere-filosofo che nelle trincee dell’altra Guerra si diceva «annientato» dal «pasticcio» e dal «disordine»”.

Vengono in mente queste note sulle ascendenze culturali (e morali, ancor più che letterarie) del lavoro di Pecoraro, a sentire l’effimero chiacchiericcio che ha circondato le vicende del Premio Strega, che ha visto il Nostro, edito da Ponte alle Grazie (Gruppo Editoriale Mauri Spagnol), giungere buon terzo, alle spalle di pubblicazioni di Mondadori (F. Piccolo, Il desiderio di essere come tutti, Einaudi) e Rizzoli (A. Scurati, Il padre infedele, Bompiani). La corsa dei libri è stata presentata al pubblico – che, già si suppone, ben difficilmente acquisterà altro dal vincitore, già incensato con opportuni passaggi televisivi – come “lo Strega dell’Apocalisse di Pecoraro e dell’Anti-Apocalisse di Piccolo, della sinistra reazionaria e di quella riformista” (sempre la Repubblica, articolo di R. De Santis, che evidentemente ascrive il vincitore al carro renziano, dal momento che il libro vincente “è il più vicino al momento storico che stiamo vivendo”).

Basterebbe l’inanità di questi commenti a far capire che il libro di Pecoraro è un oggetto che va maneggiato con cura e con una certa consapevolezza di lettura. Leggerne le parti che potrebbero essere riferite a dirette esperienze politiche (ad esempio le considerazioni sul Sessantotto all’Università di Roma) come delle prese di posizione affermative rispetto alla storia dei movimenti politici in Italia negli ultimi cinquant’anni equivale, a mio parere, a un fraintendimento del testo. Qui non si tratta di romanzo reazionario o progressista, così come il valore letterario di un’opera, se c’è, non può essere riferito all’attualità, a una contingenza di spazi, di tempi, di generazioni. Ha a che fare piuttosto col sentimento della realtà, che gli esseri umani non possono fare a meno di avere, e la cui espressione è data appunto nello specifico letterario.

Questo, credo, è il senso della ricognizione delle molteplici radici letterarie del romanzo, che dovrebbe fungere da semplice premessa al piacere della sua lettura, e non certo a un incasellamento. È difficile dire se Pecoraro si sia conquistato un posto nell’ecosistema del panorama letterario italiano – ammettendo pure che esista qualcosa definibile come tale, in cui sia possibile cioè riconoscere ambienti, elementi, strutture, tendenze, evoluzione, il che è divenuto negli ultimi tempi oggetto di discussione. Franco Cordelli preferisce parlare di palude piuttosto che di paesaggio, e assegna a Pecoraro la nicchia ecologica dei “novisti”, in compagnia, tra gli altri, di T. Pincio, M. Belpoliti e W. Siti: costoro sono, sarebbero, “un che di simile a una casta di incerta memoria politica, erede di una tradizione di stile e rigore e i cui esponenti, per quanto sempre in prima linea, faticano a ritrovare l’antico vigore”. Pare una dismissione che ammette appena l’onore delle armi. (Curiosamente, una ricerca Google sul termine “novisti” ci dà una voce del verbo nosco o restituisce la correzione della string in “novosti”).

Mah… In attesa di sapere se, e come, sia possibile definire un canone contemporaneo della letteratura italiana, e quindi di procedere con criteri di valore e di giudizio di ciò che si legge, intanto si legge. E il libro di Pecoraro si legge bene, cattura l’attenzione e coinvolge. Crea una durevole sospensione dell’incredulità, attraverso un meccanismo di inevitabile, inesorabile vien da dire, identificazione con il protagonista assoluto, la cui intera vita è spietatamente rappresentata per mezzo di un continuo flusso di coscienza, che si traduce in un flusso coerente e raffinato di scrittura (il mareggiare della sua scrittura travolgente, Cortellessa. Romanzo potentissimo e fluviale, Bajani). In altre parole, gli artifici letterari, i ferri del mestiere (che Pecoraro sa usare), non innalzano quel diaframma tra costruzione del testo e le letture che il testo incontrerà: il protagonista, la sua vita, è credibile perché accompagna il divenire del suo (del nostro) paese, aderisce alla sua storia materiale, che è la storia degli ultimi cinquanta anni, tanto che non si può dire se egli sia un soccombente (più che un inetto) per impulso proprio o accidente individuale, o piuttosto sia l’intero paese a soccombere alla sua incapacità di avere un futuro, di opporsi in qualche modo al caos. Anche la letteratura è un ponte gettato tra sponde opposte, anche la letteratura ha (avrebbe) come compito l’opposizione al disordine della vita.

Ivo Brandani, nato nel 1946, è il protagonista assoluto delle cinquecento pagine di testo, assoluto nel senso che nel libro si trovano sì descrizioni di strutture (a cominciare dalla competente disanima architettonica e storica della moschea piccola Santa Sofia a Istanbul, Pecoraro è un architetto di professione), ma non descrizione di eventi (con due notabili eccezioni) e trama unitaria che sostiene una concatenazione di fatti. Il narrato è piuttosto una minuziosa mappatura degli effetti che l’impatto con la realtà, che sia la realtà esterna delle cose o quella interna dell’avvicendamento di stati d’animo – spesso chimicamente alterati –, produce in un io espresso in una terza persona che scivola talvolta nella seconda (un io che si dà del tu) e nella prima del colloqui con se stesso. Le due eccezioni risaltano nelle pagine finali del romanzo, e sono gli estremi della vita di Brandani, in cui quindi non può più (e ancora) esserci un io che dà un suo conto degli eventi. L’Epilogo del libro in particolare (sono tre pagine) è un po’ la pietra di volta nella costruzione del romanzo, la chiusura decisiva, perché non è semplicemente la scena dell’Inizio, ma rappresenta un mondo in cui le possibilità di vita e di sentimento sono state ancora vere, autentiche: “Correva con la figlia in braccio, gli occhi lucidi di lacrime. Fece pochi metri e già le scorrevano sulle lentiggini delle guance. L’abbraccio fortissimo e subito l’odore di lei e della bimba, quasi schiacciata tra loro due” (509). È qui un’esperienza primordiale, diretta, vissuta in pieno, ma non è esperienza di Ivo Brandani, e sta in contrappunto al tono prevalente delle cinquecento pagine che precedono, dominato dal pessimismo terminale delle cogitazioni del protagonista. Ivo invece, non ostante le apparenze e le sue stesse convinzioni, non vive in prima persona, vive la sua vita in maniera posticcia, in una terza persona con cui ha paradossalmente poca confidenza, di cui non può prevedere né azioni né conseguenze delle azioni, e di cui non ha grande stima.

A chiunque sia capitato di nascere in Italia tra gli anni ‘40 e i ‘70, termini grossomodo di una generazione, La vita in tempo di pace dovrebbe davvero essere somministrato in dosi omeopatiche e non letto a blocchi di cinquanta-sessanta pagine al colpo. Perché, non si può dissentire da Cortellessa, Pecoraro ha scritto un libro “spaventoso”, di un’inaudita carica corrosiva di abitudini e di certezze. Un romanzo che non si limita a spaziare sull’estremo e disperato disincanto e la miseria del nostro tempo, ma assegna in modo chirurgico le responsabilità della catastrofe, che non è politica, come si diceva, ma piuttosto antropologica. Non c’è scampo, non c’è clemenza per gli umani. Siamo colpevoli perché, al di là delle accidentali inclinazioni personali e dei fatti accertati, abbiamo puerilmente creduto a un certo punto della nostra vita che il mondo fosse un luogo di benvenuto, un luogo che ci aveva atteso prima della nostra venuta e che, obbedendo a facili semplici disposizioni, ci avrebbe agevolato nei nostri propositi. Creduto che avremmo avuto libertà di manovra, e bene usato quella libertà. Errore di prospettiva, di presunzione, di calcolo, forse non evitabile, comunque pienamente imputabile. Errore fatale all’origine dell’imbarazzo, dell’impotenza, dello sgomento degli esseri, come si dice, senzienti, che per hybris e cecità si sono definiti specie di homo sapiens, e per sublime contrappasso si ritrovano ad assistere alla fine dell’intelligenza, alla frantumazione del rapporto – se mai ci sia stato – tra pensiero e conoscibilità, che diventa manipolabilità, del mondo. Folle presunzione, la nostra. Quadrumani impazziti, siamo piuttosto, bizzarria genetica.

E allora capita di leggersi capitoli interi tutti d’un fiato, e poi rimanere svegli di notte… Anch’io… anch’io sono venuto meno ad aspettative altrui, anch’io – adesso ricordo – ho creduto di capire e sono stato cieco, ho preso le mie piccole conveniente per principi assoluti, ho barattato le mie speranze, gli ideali di gioventù, per un calcolo meschino, o per genuina convinzione, anch’io ho manipolato i miei simili, e gli altrui sentimenti, senza nemmeno conoscere le implicazioni – senza volerle pensare! – e comunque, anch’io ho avuto fede nell’ordine accomodante delle cose, ho preteso che la morte per me non esistesse. Ecco l’insostenibile imbarazzo del nostro essere stati adolescenti, messo crudamente in scena senza produrre nessuna catarsi. Allora abbiamo davvero sbagliato tutto, ma che cosa, che cosa avremmo dovuto fare? Vengono, certi pensieri, ad aprire le pagine di Pecoraro. Meglio allora le piccole dosi. Che pure non risparmano il senso di inutilità della vita e dell’inevitabile rovina del tutto che questo libro fa così realistiche, persuasive… “Brandani sono anni che non dice più quello che pensa, a nessuno. Non può. Se lasciasse la lingua in libero collegamento col cervello gli uscirebbero solo bestemie e insulti. A persone, animali, cose, oggetti, città. E a se stesso.” (25) No… basta così, per oggi.

Torniamo a parlare del romanzo. Un suo aspetto forse poco colto è la capacità di Pecoraro di modulare lo stile di scrittura a seconda dei momenti rivissuti delle diverse età della vita di Brandani. Il tempo narrativo intreccia una lunga attesa del volo (in ritardo) Egyptair per Il Cairo e Roma, che l’ing. Brandani intrattiene nell’aeroporto di Sharm il 29 maggio 2015 dalle ore 9:07 a.m. alle 7:45 p.m., con estese parti corrispondenti a fasi della sua vita, dalla primissima e mitologica infanzia alle ultime frustranti esperienze di lavoro prima della “ancora lontana” pensione. La prima parte “Monsone” si apre con un ovvio omaggio all’attacco di un altro romanzo–mondo piuttosto noto: “Ober dem Atlantik befand sich ein barometrisches Minimum; es wanderte ostwärts, einem über Rußland lagernden Maximum zu, und verriet noch nicht die Neigung, diesem nördlich auszuweichen.” che Pecoraro trasforma da bella giornata d’agosto 1913 a un giorno di alluvione di tardo autunno: “I canali meteo mostravano un vortice depressionario stabilmente installato sul Paese. Qualcosa lo teneva ancorato lì, una specie di congiura di alte pressioni circostanti, boreali e meridionali, occidentali e orientali” (37). Qui l’aggancio con la tradizione letteraria mittel-europea è funzionale alla rappresentazione dei molteplici livelli delle strutture burocratiche della città, e della fauna che li popola, davanti al Disastro, che non è quello della guerra ma di una precipitazione che “travalica di molto la portata d’acqua prevista per la rete fognante esistente” (62). L’ing. Brandani, appena nominato grazie ad ammanicamenti Responsabile del patrimonio dell’Ottavo Distretto Urbano, rimane muto e segretamente soddisfatto nella città che va sott’acqua. Ne “Il Senso del Mare” la scrittura si fa più sincopata, paratattica a momenti, ricorda certe lunghe digressioni di Céline, Nabokov o addirittura Thomas Bernhard. Il lungo “Sofrano” pare un’operazione di mimesi degli stili narrativi della letteratura di consumo degli anni ’70 (anche il sesso sembra preso dalla pagina di un Cosmopolitan di allora, versione italiana. Detto come elogio), che è il periodo in cui questa parte è effettivamente ambientata. “Il Motore Immobile” rammenta la lezione neorealista nella rappresentazione delle villeggiature della borghesia romana nel dispiegarsi del boom economico, che a Roma ha significato essenzialmente speculazione edilizia: è un’educazione sentimentale in un piccolo trattato di sociologia, che non vede al termine alcuna scelta di impegno o di riscatto, da parte di nessuno.

La capacità di scrittura di Pecoraro insomma fa aderire la narrazione alle forme del passato, che è appunto passato, in cui le cose familiari, amate per quello che sono state, sono tutte cose perdute. E fa male la vivezza in cui il passato ritorna nella memoria di Brandani, gli oggetti di una casa da lungo tempo venduta, le vite che si preparavano e che non sono state vissute. L’incessante ineluttabile lucreziano ritorno di tutto al nulla. Mais où sont les neiges d’antan? Più prosaicamente qui: colla cucitrici moka La settimana enigmistica le forbici le matite i martelli il cacciavite la lima le cose appartenute alla famiglia… dove sono? Cosa ha resistito alla svalutazione, alla cancellazione del tempo? (308) Esistono forse sentieri segreti lungo i quali si incamminano gli oggetti stanchi di esistere, vergognosi della loro obsolescenza? (309)

La vita in tempo di pace è, è sempre stata, una guerra continua di tutti contro tutti. La guerra, polemos padre e divoratore di tutte le cose, nel nostro tempo appare sub specie di continua silenziosa catastrofe. Il genere umano corre incontro alla propria dissipatio, e lo fa occupato a sopraffarsi l’un l’altro, a discorrere di stronzate, residui escrementizi della macchina sociale. La vita in tempo di pace è la continuazione della vita in tempo di guerra con altri mezzi. Anime, esistenze maciullate, al posto dei corpi (anche se c’è da dubitare che l’Autore Pecoraro, come il Personaggio Brandani, sottoscriva una qualsiasi frase sull’esistenza dell’anima).

Ah, ma intanto, in questo paesaggio di cui si fatica a riconoscere l’immane desolazione, il libro eccita il desiderio di storie. Decine di storie prendono corpo e si interrompono, ancora e ancora, la catastrofe ha il potere di raccontarsi. Si gioca con le aspettative del lettore. Che ne è di Sara, ultima rada del maschio declinante, inaspettatamente scoperta in flagrante di fedifraga? Che ne è stato di Clara, la compagna, fidanzata e sposa, un altro corpo dissolto nella macina del tempo?

Tra i comprimari, il personaggio di De Klerk è uno studio di antropologia aziendale. Apparentemente non dissimile dalle centinaia di figure di manager del cazzo che infestano i circuiti mediatici (e, ahinoi, la vita reale), De Klerk, “uomo di successo”, entra nel romanzo come una specie di Mefistofele, mette in atto arti seduttive al solo scopo di soddisfare un capriccio, e diventa il punto di svolta del disfarsi di Brandani. Non tanto un antagonista umano, quanto un segnaposto per la realtà con cui Brandani è trascinato suo malgrado a fare a cazzotti. Ecco la debolezza di Brandani, il suo essere inerme, senza spina dorsale: la sua reazione finale non cambia le cose di nulla, il suo matrimonio è già naufragato, come il lavoro e la sua vita, deragliata fin dall’inizio. Scrittura corrente, quella di Pecoraro, che evidentemente sa – ed è ben capace di dirlo – che una delle torture più efferate che un essere umano può subire è passare anche un solo giorno in barca con compagni sbagliati. De Klerk, figura compulsivamente manipolatoria, da personaggio diventa una tipologia: tutti gli altri sono puramente e semplicemente mezzi, di cui servirsi e di cui nutrire disprezzo, tanto più quanto più di essi ci si serve. Ma, alla radice del guasto, pure Brandani in fondo, senza accorgersene da giovane, in modo consapevole e rivendicato più tardi, disprezza gli altri, per determinismo di censo, per inclinazione della coscienza, per destino biologico. Pecoraro vuole dire che il disturbo narcisistico della personalità non è un’anomalia di comportamento, ma il tessuto stesso del vivere sociale.

Vita sbagliata nella catastrofe: Brandani è nel fondo un uomo teoretico, non prometeico. Per lui i Significati eclissano le cose stesse e si fanno archetipi. Così fatti Forme assolute, innescano una corrente cogitativa incessante (“inesorabile”) dall’io, epifanizzano imprevedibilmente nel pensiero del vissuto: i corpi delle amanti, un ponte ferroviario in Scozia, altre vaghe apparizioni, schegge, detriti di qualcosa che si era creduto essere Ordine e sono lembi di ferite. Assumendo dopo alcune esitazioni l’identità di ingegnere, Ivo accelera il suo disfarsi professionale e umano. Non costruisce nulla, non progetta nulla. Riesce a rimediare una posizione come direttore di cantiere, dove quotidiana è la gestione dell’imprevisto, su cui non è possibile il progetto. Resta viva, fino agli ultimi, la nostalgia per la bellezza, che ai suoi occhi è la Forma (di cui si danno precise coordinate filosofiche) che si contrappone al caos della Materia bruta, il béton brut (cemento) dell’intollerabile presente, destinato a prendere il posto di ogni altra cosa.

Ma come si può pensare che la bellezza risieda nella Forma, quando il corpo stesso, forma del vivente, presto cede all’inesorabile entropia? La bellezza non compete agli esseri umani che per serendipity, come la forma perfetta del piede di una giovane vista per caso nella sala d’aspetto di un aeroporto. Sul destino del vivente il libro diffonde una strana e generalmente muta commozione. Ma la bellezza autentica appartiene più propriamente alle cose, alle Forme che si fanno struttura. C’è una digressione sulla forma del caccia britannico Supermarine Spitfire, strumento di distruzione eppure forma straordinariamente bella, le ali ellittiche, la copertura dell’abitacolo a cupola… (Daniele Del Giudice aveva espresso la medesima fascinazione per il bel manufatto volante, ed è opinione di molti esperti di aviazione che un aereo debba essere bello per volare veramente bene). Lo Spitfire è nel romanzo un po’ l’emblema della dimensione aerea, impalpabile, che si contrappone alla terra materiale in cui gli uomini sono gettati a vivere. L’altro elemento primordiale è l’acqua del mare, presente fin dall’infanzia con la lusinga di Altra Vita, Altro Tempo, sorta di Eden primigenio (e trasfigurato nella memoria della Vacanza che non tornerà) che noi umani oggi abbiamo la ventura di vedere giunto alla fine.

4 pensieri su “Da somministrare con cautela. Osservazioni su La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro

  1. Grazie, Roberto, e complimenti per questa ampia e interessante lettura. Conto di leggere il romanzo questa estate, e magari ne riparliamo.

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  2. Ciao Francesco. Ho voluto semplicemente puntualizzare le mie impressioni di lettore generico, dopo che il bailamme dello Strega ha, secondo me, banalizzato il tuo libro. Capisco che sia una vetrina immancabile, però credo che la futura fortuna de LVITDP sarà affidato circoli di lettori, come dicevo, critici, consapevoli, che ne apprezzino lo spessore.

    Ciao Giorgio. È una bella lettura, da condividere. Fa riflettere come poche altre cose che ho letto in Italia negli ultimi tempi. In attesa di sentire la tua opinione, qui siamo sempre aperti.

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