Provocazione in forma d’apologo 270

Dovendomi recare nella piccola città dove risiede il maestro di un tempo, ora vecchio, spero di non incontrarlo e a tal fine pongo in atto qualche trucco innocente; e invece, come capita, la prima persona che incontro è proprio lui, con orecchino e stracci variopinti, certo per confondere la nuova compagna che subito scambio per sua nipote.

Ci fermiamo e dopo i convenevoli si attacca discorso. A un certo punto il discepolo di turno (una volta ne aveva sempre molti intorno, ora la corte dev’essersi ridotta) sospira: “Ma in fondo che siamo?” al che, data un’occhiata circolare alla compagnia, mi lancio: “Probabilmente degli dei, ma non possiamo esserne certi. Però c’è chi dice che non siamo che degli sciagurati, dei miserabili, che con sogni di gloria mascheriamo la nostra pochezza, anzi il nostro niente. Così sospesi abbiamo un solo dovere, quello di testimoniare ciò in cui ci sforziamo di credere, di dare conto di quello che facciamo per raggiungerlo”. Il vecchio maestro ha un attimo d’incertezza a sopracciglio levato, dopo di che garrulo approva: “Promettevi e hai mantenuto, io stesso non avrei potuto dir meglio”. Sull’onda di quell’approvazione ne approfitto per sganciarmi e fatti pochi passi incontro l’ex moglie del maestro, vecchia anche lei ma che a differenza di lui non fa niente per nasconderlo. Decidiamo di pranzare insieme e nell’affettuosa conversazione che segue lei ammette ridendo di averla scampata bella.
A quel punto mi sveglio. Il vecchio maestro, a quanto so, vive nel suo piccolo borgo con la solita vecchia moglie, pace a loro, e quando càpito dalle sue parti fa di tutto per non incontrarmi, avendomi tolto la sua approvazione da un pezzo. E sono io che tento di mascherare la mia pochezza, anzi il mio niente, con vani sogni di gloria, con una nuova compagna giovanissima ma che nessuno scambierebbe per mia nipote e che non si fa certo confondere dai miei orecchini e tatuaggi che nulla significano, dai miei stracci variopinti che nulla hanno a che fare con gli sfarzosi costumi rinascimentali che tanto amavo – i costumi di quel Rinascimento nel quale avrei indossato i panni del servo e sarei rimasto analfabeta, con gran vantaggio mio e di tutti quanti. Davvero, se sono un dio non ho di sicuro in mano elementi che possano indicarmelo, anche solo alla lontana. Ma una cosa posso ed anzi debbo fare, come il sogno appena sognato m’ingiunge: testimoniare e dar conto, affinché questa vita, ormai solo peso e innanzitutto vergogna, nel farsi esempio trovi se non palese sollievo un quasi inavvertibile e non sperabile riscatto. Finché la mano né grande né piccola di Dio non si stenda anche su di me, e forse non per schiacciarmi, come ho sempre pensato, forse per accarezzarmi.

6 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 270

  1. Cara Elisabetta,
    certe cose si presentano proprio così, l’unica scelta è metterle nero su bianco oppure lasciarle lì dove stanno.
    Ciao,
    Roberto

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  2. Gentile Vale,
    certe esperienze sono grandi doni; doni che in qualche modo devono essere stati stati meritati, anche se non sapremmo dire come.
    Un saluto,
    Roberto

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  3. l’importante è crederci
    in tutte le cose che si fanno.
    (i sogni sono una parentesi:-)
    in fondo cosa siamo? domandi…
    siamo senso e radice nel mondo
    siamo la poesia che ci portiamo nel cuore.

    ciao, Roberto

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