Certo che eravamo inimitabili

Momo libertà
[un mio giovane e caro amico, che chiameremo Momo Getter, mi ha fatto leggere pochi giorni fa questo testo che scrisse sette anni fa, quando aveva diciott’anni. Io ci ho sentito dentro una tale pienezza e ricchezza di vita, che gli ho chiesto di lasciarmelo pubblicare; e lui ha acconsentito, quindi ecco a voi. a.s.]

Certo che eravamo inimitabili… Non avevamo che un palco d’estate per noi, giovani diciottenni, eppure… la musica delle notti di luglio pulsava nelle nostre vene, in un duo meraviglioso con il nostro cuore immaturo. Eravamo gli stessi dell’aprile e del maggio, ma guardavamo con un misto di gioia e malinconia a quell’estate finalmente nostra… Quel sogno che facevamo ad occhi aperti, che tagliavamo con le nostre utilitarie fiammanti, che affumicavamo, che drogavamo, anche, forse, ma che certo la vita non ci vietava, né ci offriva per caso.

Le sere timide di luglio, troppo fresche e troppo dolci… non c’era che chiederlo alla luna, e alle stelle, se non era vita quella, vita vera, vita eterna…
Sorriso, camicia, facce abbronzate, era questo il nostro incancellabile ritratto… gettato nel qualcosa di magico del litorale azzurro, fresco di sera…
Inesprimibile leggenda la nostra, incomprensibile e, per questo, indimenticabile.

Come una scarica di batteria violenta e potente o come una scala infinita di note su una chitarra elettrica, la musica del nostro volo verso il mare romano, buio e eccitante, fendeva l’aria con un sorriso terreno e celeste… La schiuma del nostro frizionare entusiasta scioglieva nel nostro sentimento quel portento meccanico che trascinava con se le nostre vite e la notte intera dei nostri sogni… Dietro di noi strappava boschi e pinete, valli e campi di fieno immobili e pensosi, sguardi smicciati, parole, tavolini dei bar dove sedevano ragazze abbronzate, senza sosta, senza pace. Guardavamo scorrere a fianco a noi il mondo vergineo, che ora squarciavamo col nostro estro scintillante e fumoso. Sublime corsa contro il tempo.

Si voleva che non finisse mai… la gioia dell’ estate ci rapiva con violenza e trasportava in paradisi lunari, trafitti da fantasmi giovani e vecchi. L’Olimpo giovane era il nostro: dèi motorizzati e ridenti, malinconici eppure vincenti, magnifiche promesse del futuro… Il mistero della nostra incarnazione ci era tanto oscuro da trasformarci in comete lucenti e gratuite nel panorama dell’esistenza altrui. Era la nostra estate, la nostra vita, come se fosse stata l’ultima, come se una punizione più amara della morte volesse sottrarcela. Eredi della storia, giovani diciottenni, noi, che consumavamo voracemente quel quarto di secolo concessoci da una volontà che ci è estranea e non conosciamo, ringraziamo, ringraziamo quel mondo che noi amiamo fino a distruggerlo di gioia

Ballavamo tra i filari di vite, sui colli erbosi, sui campi arsi e trebbiati da poco, menta e papavero, oro e argento lunare, indimenticabile sera… Disegnavamo architetture di frenesia contro l’orizzonte rossiccio, fresco di sera: noi, nel cosmo, come stelle vaganti. La musica era la nostra, la voce era la nostra, difendevamo il nostro mondo dalla gelosia della notte senza tempo, era vita quella, la nostra vita! Il vino scaldava i corpi, un’unica trepidazione che da noi si trasmetteva alla terra, agli alberi, alle montagne vicine eppure lontane, su uno sfondo mitico che penetrava nel nostro ballo spensierato con l’alacrità di duelli primitivi e stregonerie ancestrali, fondendo al richiamo di domani l’eco profondo di caverne e segreti.

Nei campi – musica celtica – un paese lontano sui monti assolati – grano ai nostri piedi – musica, musica! – Correvamo come per dimenticare qualcosa, dimenticare il tempo e la storia, correvamo col vento in faccia, nelle giacche, tra i capelli, un grido squarciava dai petti. Intorno la musica dell’estate. Sulla cresta dei monti, sui passi degli dèi e le voragini sonnolente, tra l’erba verde e intatta, bagnati di rugiada, i tramonti più immensi del mondo, la pace delle serate tra i sassi che si raffreddano, la bolgia gioiosa del ballo e la luna, la luna a spiare dall’alto… Eccolo, ci trasportava in un sogno più vero, la vita di fuori, fuori dal mondo che ancora abitiamo, bello come essere bambini… Noi, vestiti di stelle e di laghi e pinete, di fieno e papaveri, parlavamo la lingua inspiegabile dei sentimenti, coglievamo la menta, masticavamo tabacco, accendevamo falò su colline immerse nel buio, col naso all’insù a contare le stelle… , giovani déi davvero, ci coricavamo col mondo sul cuore, spandendo amore ad ogni boccata di pipa, ad ogni respiro, seguendo la melodia delle sensazioni più diverse, combinando emozioni come poeti del vivere… Era la nostra rivalsa sul cosmo che ci abbracciava e spingeva nel correre gli orizzonti infiammati di rossi tramonti. Correre, correre, senza un dove, senza un perché, via sui raggi di sole infestati di nebbia e profumi infiniti, sulle orme degli uomini-dei, sui sentieri del Walhalla, lontani dal mondo che non fosse il nostro, che turbinava lì accanto, incendiandosi di passione e trasportandoci nei suoi misteri di bellezza e totalità…

2 pensieri su “Certo che eravamo inimitabili

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