I mille esili di italoargentini. Intervista con Ugo Ceria e Blas Rivera

ceria & rivera
di Guido Michelone

Ugo Ceria, giovane studioso italiano nel 1992 lascia il Paese e parte alla volta di Parigi, dove terminò si laurea in Lettere e Sociologia; cinque anni dopo approda a Madrid, dove da allora a oggi vive con la famiglia (moglie e due figlie) lavorando in pubblicità, ma collaborando anche con riviste e insegna in varie università Come poeta, nel 2009 pubblica “Il Cartografo” (Torino Poesia edizioni). Gli anni di amicizia e di musica con l’argentino Blas Rivera gli consentono di sviluppare la sua passione per il tango-jazz e la sua ricchezza, cui si avvicina nella scrittura in lingua spagnola con umiltà e ironia. Il disco è anche il frutto di uno sforzo organizzativo notevole, grazie all’etichetta verdeoro Ilha Music, facilmente reperibile in rete.
Nascosto tra i versi scritti per “Mil Exilios” torna, per lo scrittore ityaliano, come un’evocazione l’immagine del nonno (anche lui Ugo Ceria), nato a Santos, in Brasile, nel 1900, arrivato in Italia nel 1909, e che – nonostante la perdita di un occhio nella Grande Guerra – fu due volte campione d’Italia con la Pro Vercelli, Calcio all’inizio degli anni Venti, l’epica aurea dellek Bianche casacche e del quadrilatero piemontese nel giuoco del football. L’eredità quasi genetica di storie itali-americane viene ora condivisa con la musica di Blas Rivera il quale unisce le passioni dei due poli americani (il Sud col tango, il Nord col jazz) con la sofisticazione tecnica degli eruditi: un’esperienza estetica in senso ampio, con intelligenza ed emozione. Blas Rivera ha sviluppato un immenso lavoro di scambio culturale, con musicisti di tutto il mondo, suonando una musica nuova ed originale per ogni tipo di pubblico. Ne parliamo con entrambi – in esclsuiva per LA POESIA E LO SPIRITO – cercando di focalizzare la poetica di Mil Exilios.

Ugo Ceria

Ugo, mi parli brevemente del tuo nuovo lavoro Mil Exilios?
È un progetto nato dall’amicizia e l’affinità con Blas Rivera, uno straordinario compositore e strumentista argentino. Entrambi siamo appassionati di tango, Blas per ragioni soprattutto musicali, e io per le tematiche dei testi: il viaggio, la separazione… Abbiamo iniziato a pensare al disco un paio d’anni fa, poco a poco l’abbiamo visto nascere e crescere, tema dopo tema, anche con l’aiuto e la collaborazione di “complici” straordinari, come i musicisti e cantanti che hanno partecipato, o l’intervento di due grandi scrittori argentini, Osvaldo Bayer e Poni Micharvegas, entrambi testimoni dell’esilio sofferto durante la dittatura militare Argentina.

Tutto questo che esito ha ottenuto?
Ne è risultato un disco corale, un po’ “concept album”, direi, con grande libertà all’interno di un genere stabilito, come il tango, e un paio di escursioni nel folclore argentino. Volevamo difendere l’idea che il tango non è una “lingua morta”, ma un veicolo efficace per portare con sé nuove storie, nuove idee. Siamo molto soddisfatti del risultato, diciamo che siamo riusciti a trasformare le nostre idee in musica e parole, e che gli interpreti hanno arricchito in modo a volte sorprendente la nostra scrittura iniziale.

Quali sono i motivi che ti hanno spinto a fare lo scrittore per la musica?
Direi che più che di motivi si tratta di un’abitudine, un “tic” che mi accompagna fin dall’adolescenza. Ascolto quasi solo musica cantata, e in generale i testi mi rimangono in mente, li smonto e rimonto, cerco di scoprirne i segreti, non solo nei contenuti, ma anche nell’estetica, e nel rapporto con la parte musicale. Il fatto di cominciare a scrivere è stato quasi una conseguenza dell’ascolto del tango, c’è stato un momento in cui mi sono detto: “adesso vorrei fare la mia parte, raccontare qualcosa di mio”, e ho sentito che era nella mia natura farlo con testi di canzoni.

E in particolare c’è per te differenza tra il poeta e il paroliere?
Una domanda complicata, cui probabilmente non si può dare una risposta obiettiva. La “mia” risposta è che quella del paroliere è una forma di artigianato, un saper fare, un saper costruire. Perché la musica detta le regole, le scansioni, i tempi. Non c’è la libertà del verso poetico, nel caso del tango anche le tematiche sono quasi imposte, o per lo meno il modo di affrontarle. C’è la “retorica tanghera”, un certo linguaggio, certe emozioni. Diciamo che per me è una scrittura meno personale, più aperta, meno intima, un poco “di genere” nel senso che sono più cosciente del fatto che, insieme alla musica, stiamo creando un oggetto sonoro, qualcosa di molto diverso da una pagina scritta.

E quali differenze per te italiano nello scrivere in castigliano?
Quindici anni di Spagna hanno fatto molto. Il mio italiano è incerto, pieno di “buchi” e di trappole. Nonostante questo, se scrivo poesie, lo faccio in italiano. È la mia lingua “interna”, il mio registro intimo, quello dell’espressione personale. Nel caso del tango, mi succede il contrario. Come dicevo, devo iscrivermi in un genere, in un universo musicale che è soprattutto in castigliano. Non nascondo che in parte è un esercizio di stile, in una lingua che non è la mia… non diventa un freno, ma un vantaggio, un gioco di scacchi con infinite combinazioni possibili, anche se lo spazio e le regole sono limitati.

Ti consideri più poeta o paroliere o altro ancora?
Non mi considero né l’uno né l’altro, spero che il pubblico sia complice di questa mia avventura nel tango, lascio a loro decidere se ciò che abbiamo scritto e suonato risveglia un’emozione. Le mie sono incursioni, nella poesia, nel tango, e domani chissà… come diceva Gaber, sono “piccoli spostamenti del cuore”.

Ma cos’è per te la scrittura?
Direi che è un po’ il mio modo di mettere in ordine il mondo che mi circonda, di fare spazio tra le cose, di trovare un senso (spesso a posteriori) a ciò che vedo e faccio. Un luogo della mente dove posso controllare i tempi, le strutture… un luogo senz’altro confortevole, silenzioso, a mia disposizione. Un castello in aria.

Quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associ al momento di scrivere?
Il libro di poesie che ho pubblicato si chiama “Il cartografo“. Adesso è arrivato questo disco, “Mil Exilios“, mille esili… mi rendo conto che le rotte, le mappe, gli strumenti di navigazione, i viaggi sono sempre presenti, forse per il mio essere “fuori luogo”, prima a Parigi, poi qui a Madrid… Anche le poesie e le canzoni d’amore finiscono per essere soprattutto storie di “spostamenti”, separazioni o rincontri, sempre con qualche deriva, qualche naufragio. Una parola tra tutte: distanza.

Come scrivi, Ugo? Con quaderno, bloc-notes, computer, tablet o altro?
Tutto questo, sono poco ordinato e non so mai quando arriva un’idea. A volte mi mando anche una mail con il telefono con qualche verso per una canzone! Comunque tutto deve poi finire su un foglio, e lì arrivano i dubbi su una parola, una rima, e nasce così la versione definitiva, che devo poter “vedere” sul foglio.

Hai luoghi o momenti della giornata che privilegi per scrivere?
No, non so mai quando scriverò di nuovo, e non lo faccio tutti i giorni… anzi! Scrivo poco in realtà, e non nascondo che lo faccio più facilmente sotto pressione, anche per incarico. È successo con il disco, Blas mi diceva: facciamo una milonga per raccontare questa storia, o tutti e due iniziavamo a pensare a un candombe uruguayo, tornavo a casa e scrivevo di getto, poi ci ritornavo sopra, e qualche giorno dopo il pezzo era pronto.

Tra i molti poeti che hai letto ce ne è uno a cui sei particolarmente affezionato?
Vari nomi, di cui nessuno al di sopra di altri. W.B. Yeats, Allen Ginsberg, Arthur Rimbaud… per il castigliano che uso nel tango, Jorge Luis Borges (a cui peraltro il tango non piaceva affatto!).

Una poesia?
Per citare la prima che mi viene in mente mentre rispondo: For the Union Dead di Robert Lowell. Nei miei anni di Parigi la tradussi con un professore americano che studiava italiano. Mi si è inchiodata in mente, parola per parola, e ogni verso è l’evocazione di una sensazione, come se si trattasse di un luogo conosciuto.

E c’è per te un libro-culto tra quelli che hai letto?
Juke Box all’Idrogeno di Allen Ginsberg: tutta la mia adolescenza! Anche le Lyrics di Dylan, che tradussi per imparare l’inglese. Ho ancora quell’edizione, tutta scarabocchiata… traducevo male, a volte trovando dei significati solo miei, ma Dylan non l’ho più lasciato.

Almeno tre titoli che porteresti sull’isola deserta?
Le città invisibili di Calvino. Il Maestro e Margherita di Bulgakóv. Il Sistema Periodico di Primo Levi.

Quali sono stati i tuoi maestri nella letteratura?
Tutti quelli citati anteriormente, e anche molti francesi, perché sono stati i miei anni di Parigi a confermare la mia passione per lo scrivere.

E più in generale, Ugo, il tuoi maestri nella cultura, nella vita?
Ho la fortuna di conoscere molti veri artisti, cominciando da mia moglie, Joséphine Douet, che è una fotografa straordinaria. Tra i miei amici, molti sono musicisti, scrittori, autori in senso lato… Direi che i miei maestri sono soprattutto loro, perché non ho avuto la fortuna di conoscere gli autori del passato, mentre il fatto di condividere idee, pensieri, emozioni con queste persone di grande talento suppone un vero esempio per me. Si tratta di una fonte inesauribile di stimoli e, al di là dell’arricchimento culturale, di una continua lezione di vita.

Blas Rivera

Innanzitutto Blas, come musicista, cos’è per te la musica?
Sono incapace a risponderti, non saprei da dove cominciare, però i primi ritmi che appresi, molto piccolo, furono Bach e Duke Ellington, dal petto di mio padre, quando mi faceva ascoltare i ritmi che uscivano dalla Radio Nacional Argentina con una piccola radio a transistor. Molto tempo dopo, lontano dalla mia terra, mi afferrai al sentimento del tango per poter tornare ancora al cortile di mia madre. Forse c’è la risposta, c’è un segno della musica in tutto questo.

Ci riassumi un po’ della tua carriera, soprattutto a livello discografico?
Ho registrato il mio primo cd, Blas Rivera Quintet, nel 2000, tra Buenos Aires e Rio de Janeiro, a cui seguono Ambrace (2001) dal vivo a Montreux, Intimo (2004) tra Parigi e Rio de Janeiro, quindi Che (2006) con archi e fiati e nel 2008 sempre in Brasile Ojala que me escuche omaggio ad Astor Piazzolla con musicisti da Francia, Italia, Stati Uniti, Argentina, Uruguay, Brasile e Inghilterra. Sempre nel 2008 a Baires per Cancion para conquistar la bailarina. Dopo molte colonne sonore tra il 2013 e il 2014, con il poeta italiano Ugo Ceria, siamo tornati in studio, fra Madrid, Baires e Rio per questo album Mil esilio, che è il mio primo disco di canzoni.

Blas, la tua musica si può definire world music?
Non nel senso che si intende oggi con il concetto di “World Music”, nel complesso musiche assai semplici, in un confine sfocato con la “new age”, che si affacciano sul “pop” magari con qualche graffio etnico, generalmente piuttosto banale. Penso che sia un’invenzione premeditata del mercato discografico. Questo non vuol dire che ci siano alcune belle composizioni di questo genere secondario. Io sono un musicista che gira a piedi il mondo, confrontandosi con molte e diverse tendenze, anche con stili o “regionalismo”, ma la mia musica è musica del Rio de la Plata, meridionale fino all’osso, imbevuta in altre frontiere, ma ovviamente Argentina.

Pensi che sia giusto parlare della tua musica come una forma di arte contemporanea?
Sì. Credo che ci siano le tre componenti della contemporaneità. Primo perché vivo in quest’epoca, cosa abbastanza utile. Secondo perché si arrischia a spingersi contro altre latitudini, altre arti, altri generi, diversi strumenti, in un eccesso di concetti. E terzo perché a volte avanzo pretese di intellettualità o come dire di “ricerca” e alcune ibridazioni che sono tipicamente contemporanee e che, tra l’altro, nulla di buono ha a che fare per la mia ‘musichetta’.

Blas, chi sono i sassofonisti che ti hanno maggiormente influenzato?
Gato Barbieri, John Coltrane e Paul Desmond.

Come si è comportata la dittatura argentina nei confronti della musica afroamericana? Era disprezzata, misconosciuta, derisa o denigrata?
Direi che esisteva un disprezzo brutale per tutto quello che era in odore di classe operaria, e ciò includeva non solo la musica di origine o di qualsiasi altra origine povere, ma anche il teatro, il carnevale, la teoria degli insiemi, il cinema, le riunioni, i gruppi folk e mille altre cose.

Un tuo progetto per il presente?
Ne ho appena realizzato uno, con molta allegria e massima concentrazione: si tratta appunto di Mil Exilios, questo nuovo album in cui ho avuto la fortuna di imbattermi in un grande poeta che scrive in lingua spagnola e che mi ha spinto nel baratro del lessico, della grammatica e delle rime e così ha riordinato la mia musica, le ha insegnato un nuovo respiro, una nuova cadenza, un’altra simmetria, e questo mi diverte tanto e credo di poter fare una nuova sintesi delle poche cose che si fanno.

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