Kleist, di Andrea Leone

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di Mauro Germani

Kleist, il personaggio di quest’ultimo romanzo di Andrea Leone non è solo l’ombra trasfigurata dello scrittore e drammaturgo Heinrich von Kleist, morto suicida nel 1811, ma è anche e soprattutto l’incarnazione dell’orrore nei confronti della propria nascita (“essere nato, ce l’aveva messa tutta per non essere nato”) e dell’odio feroce verso la propria stirpe e la società in cui vive.
Come da un palcoscenico semibuio, illuminato solo da qualche candela (lo studio del Maggiore Feuermann, all’interno di una caserma), Kleist maledice con voce febbrile e ininterrotta la condanna di un’esistenza non voluta, costantemente minacciata dalla mediocrità e dall’idiozia dei “plebei educatori di stato”, che con il loro “cervello nero” ignorano “i giganti dello spirito e i massimi geni della storia dell’umanità”.
Kleist si oppone al loro contagio con la sua lotta epica, assoluta e solitaria, in un lucido delirio che ribalta la terribile logica del miserabile inferno dominante, in cui non ci sono individui, ma esseri vivi solo in apparenza, che hanno un cervello di massa, “adulti di massa e nati di massa”, che “ottengono una testa e un corpo e una famiglia”. Tutto viene capovolto. I cosiddetti vivi sono in realtà dei non-nati senza neppure saperlo, perpetuano i loro atti ripugnanti, volgari servitori di un’esistenza fasulla, di una malattia mortale che li possiede. Il loro inizio è già la loro miserabile fine. E Kleist nel suo monologo denuncia tutto questo, lo rifiuta, non vuole essere coinvolto nei loro falsi ideali, nello loro meschine e assurde manovre. La sua patria è un’altra. In lui c’è prepotente la volontà di raggiungere una perfezione pura nella libertà totale del proprio cervello, di eseguire “lo spietato spartito dello spirito”, al di là di ogni convenzione, al di sopra della vita.
Il capolavoro di Kleist è il suo rifiuto, la strage perfetta che compie costantemente nella fortezza del proprio cervello e che non può che condurre alla distruzione di se stesso, come vera ed unica affermazione davanti alla propria origine, al proprio padre e al mondo. La massima condanna – afferma – è diventare un Kleist. E Kleist non vuole essere Kleist. L’eliminazione del padre martella continuamente il cervello di Kleist, ma il suo scopo è andare ben oltre, eliminare addirittura la nascita del Capitano: “Il mio desiderio della sua dissoluzione andava molto al di là della semplice morte. Io volevo che lui non fosse mai nato, mai esistito, mai comparso”. La lotta di Kleist contro il padre è la lotta contro la nascita, la stirpe, “il campo di concentramento delle generazioni”, l’ “atroce casata millenaria”, l’ “infame e miserabile inferno dei Kleist”, la società.
Egli si porta addosso i segni della carne che si deforma (“il mio corpo è un incubo chimico e fisico, apparso sulla scena nera della storia”) e il trauma della luce (“siamo venuti alla luce ed è difficilissimo porre rimedio ad un simile fatto insalvabile, ad un simile fatto ultimo, ad una simile enciclopedia del crollo”). E qui non pare azzardato accostare alcune affermazioni di Kleist al pensiero di scrittori estremi come Caraco, che in Breviario del caos scrive: “Il mio odio per questo mondo è ciò che trovo in me più degno di stima”, oppure “il mondo che abitiamo è freddo, cupo, ingiusto e metodico, i suoi governanti sono o imbecilli patetici o veri scellerati”, o anche Cioran, l’apolide metafisico, che per tutta la vita fu accompagnato dall’idea del suicidio.
Ciò che dà a Kleist la forza di parlare è proprio il senso della sua totale estraneità.
Nella sua voce c’è una potenza tremenda che risuona martellante per tutto il libro e non dà quasi respiro. Essa annuncia inequivocabilmente un’ossessione e segna un destino.
La voce di Kleist cancella ogni altra voce, ogni altra parola. Chi l’ascolta non può che ammutolire davanti a tale assoluta lucidità, a tale implacabile crudeltà, intesa quest’ultima secondo l’accezione di Artaud, cioè come “rigore, applicazione e decisione implacabile, determinazione irreversibile, assoluta”.
E’ un grido estremo, ultimo, un congedo, un addio cercato e definitivo, che Andrea Leone, poeta e scrittore autentico, ci consegna con un andamento intransigente, netto, assoluto, necessario, come quello di un classico. E a ben vedere, proprio dietro al dramma del personaggio Kleist, si può scorgere una dichiarazione di intenti da parte dell’autore in ambito letterario, cioè l’aspirazione ad una scrittura altrettanto assoluta, senza mediazioni e compromessi. Non a caso, nell’ultima parte del suo fluviale, tellurico monologo, Kleist afferma di voler scrivere una lettera “fino al completo sfinimento, tutto in una volta, senza interruzioni, senza neppure un attimo di respiro, per giorni e giorni” per inchiodare le sue parole a quelle pagine “con incessanti colpi di martello ben assestati ed esatti, prima che si spengano per sempre”.
E questo libro, che si pone decisamente al di sopra della media di quanto oggi viene pubblicato, è davvero una prova di scrittura notevole, estenuante e ferma al tempo stesso, estrema e precisa nel disegno di un personaggio abbagliato dallo spirito e votato all’autodistruzione per trovare la sua immortalità, per non soccombere alla volgarità che domina il mondo. Kleist s’impone con tutta la sua forza come una figura destinata a restare nella sua tragica necessità.

Andrea Leone, Kleist, 20090, Milano 2014

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