I destini del libro e della lettura

Arcadia
di Giorgio Gizzi

Una domenica di mezza estate, un gruppo di persone raggiunge il Pizzo Cefalone, un monte di 2533 metri che permette la vista piena del Corno Grande e della Val Maone e che scopriranno caro a Fosco Maraini: partiti dalla Libreria Arcadia di Roma di buon mattino hanno messo nei loro zaini borracce, pomodori e formaggio e poesie da liberare in alta quota, al vento. Non hanno pagato biglietto, non c’era altro ad unirli se non la condivisione di un’esperienza e la voglia di godere insieme di qualche ora del loro tempo. Riprendendo una tradizione che accomuna i viandanti delle alture del Neghev ai frequentatori dell’arco alpino, hanno letto versi in uno scenario impareggiabile, respirato bene, fatto delle scoperte, spezzato insieme il pane e le pagine.
La montagna, luogo di avvicinamento al cielo, simbolo di innalzamento fisico e spirituale, aderisce perfettamente alla poesia: si tengono quasi a braccetto, si completano e rispettano.
In montagna a liberare poesie: quando dalla Libreria abbiamo promosso l’iniziativa pensavamo sarebbe passata sotto silenzio. Da sempre Poesia e Montagna rappresentano i settori cenerentola delle librerie italiane, i più snobbati. Ed invece, ecco a sorprenderci una grande partecipazione, commoventi attestati di stima ed entusiasmo, quasi un altro mondo fosse non solo possibile, ma proprio lì a portata.
Per il mondo dei libri, l’attuale è un periodo di grandi mutamenti e forti preoccupazioni e la libreria, dove i libri incontrano i lettori di ogni età, non può non rappresentare una sorta di stazione metereologica: ai librai attenti è concesso vedere i fenomeni, auscultarli e tradurli. E vedere le cose dall’alto di una montagna, con la mente più ossigenata, certo aiuta. Passo a darvi un quadro dello stato della filiera editoriale odierna: tutti argomenti che nei miei prossimi interventi andrò ad approfondire, se vorrete seguirmi.
Per decenni, una sostanziale impermeabilità dei dati sulla lettura alla situazione economica del paese aveva fatto maturare nel tempo la convinzione che il libro fosse anticiclico, ovvero che non conoscesse crisi di vendita improvvise e non godesse di momentanee euforie. I dati di mercato, nella loro crudezza, fotografano per i primi sette mesi dell’anno in corso una flessione appena superiore al 3%, aggravata dalla constatazione che essa arriva dopo un 2013 definito l’annus horribilis dell’editoria : le paure tuttavia sono mal rappresentate da quel dato numerico e sono cresciute al punto da poter essere definite incubi. Ad essere stata erosa in Italia è la percentuale – già fra le più basse d’Europa – di coloro che leggevano almeno un libro l’anno e il numero dei libri letti da quei pochi lettori fortissimi che sorreggevano un mercato davvero molto lontano dal poter essere definito di massa.
Stiamo assistendo a una rivoluzione in senso stretto e solo negli ultimi mesi, intellettuali ed addetti ai lavori si sono confrontati sui destini incerti del libro e della lettura stessa. Ci si chiede sensatamente se la cultura, nel senso più largo del termine, verrà ancora veicolata in primis da quell’oggetto di carta che da Gutenberg in poi ha cambiato poco la sua forma, oppure se il libro digitale prenderà il sopravvento su quello cartaceo, come già i file MP3 sui cd e il vinile. E ancora, se l’e-book avrà le stesse caratteristiche che oggi conosciamo o se le migliorie e trasformazioni che lo riguarderanno cambieranno il nostro rapporto con l’atto del leggere.
Gli editori tradizionali guardano con forte scetticismo al fenomeno dilagante del self publishing che elimina il loro ruolo, salvo poi cercare di lanciare qualche autore che meglio ha saputo autopromuoversi nella giungla dei social network, mentre le librerie su strada giudicano il tutto con sospetto crescente, mentre subiscono la minaccia di quelle on line, Amazon in primo luogo, che è tuttavia molto di più e molto d’altro.
Grandi concentrazioni editoriali e distributive minacciano quella che veniva definita “bibliodiversità” ovvero la possibilità di trovare proposti sui banchi delle librerie, o nelle pagine culturali dei quotidiani, libri che non siano omologati, che scatenino curiosità o meraviglia.
Più di tutto, il vero problema sembra essere l’iperconnessione, ineludibile e costante, propria dei nostri giorni : l’abbondanza di risultati che si ottiene con una ricerca in rete, insieme alla semplicità relativa con cui vi si può accedere, spinge a leggere o al contrario fa nascere la sensazione che la lettura sia un atto superfluo, inutile, al massimo rimandabile? L’essere sempre connessi, dunque, ruba tempo, il nostro tempo, esattamente come la possibilità di avere un numero praticamente infinito di “amici” ci rende più soli e vulnerabili.
Ebbene, ho speso tutte queste parole in un’analisi forse per addetti ai lavori e ho abusato fin qui del vostro tempo e della vostra pazienza per darvi conto della mia piccola, ma preziosa esperienza.
Dopo aver diretto librerie all’estero ed in Italia, fra cui i due più importanti punti vendita a Roma, per dimensioni e fatturato, della maggior catena nazionale, affronto la tempesta che soffia dalla tolda di una libreria indipendente – quella che porta i suoi clienti in montagna a liberare poesie e manda i suoi librai laddove ci sia voglia di sentirsi raccontare di un romanzo; e se finora, rileggendomi, credo davvero di non aver scritto nulla di cui possiate esservi meravigliati, ecco il mio più importante contributo alla discussione: ad entrare in crisi, in questi anni, è stata un’idea di libreria – il cosiddetto megastore – che molti soloni avevano predetto essere quella del futuro; una libreria che aveva molte attinenze con un “non luogo” descritto da Marc Augè: asettica, illuminata quanto una camera operatoria e senza troppi librai dentro; il poco personale presente impegnato nella perenne sistemazione di pedane e scaffali, e costretto a vivere la clientela come un disturbo rispetto a queste attività. Ha dominato negli anni zero di questo secolo un’idea di servizio al lettore molto vicina a quella che è possibile trovare in un supermercato alimentare. L’assortimento scelto sulla base di complicati e feroci algoritmi che lasciano in giacenza ovunque gli stessi titoli e non mirano a stimolare il lettore, ad accenderne le curiosità, non ambiscono a coltivarne sogni e bisogni.
La crisi di questa idea di libreria (che trovava soluzioni ardite alla crisi del libro fuori dal libro, aprendo affannosamente a merceologie sempre nuove) rimette in gioco appunto le librerie tradizionali, meglio ancora se animate dalla passione di chi vi lavora e se di quartiere, sull’esempio di quanto accade in Francia, dove i negozi di prossimità svolgono una vera funzione sociale rendendo vitali gli arrondissement, e da due anni in qua negli Stati Uniti dove grandi catene hanno abbassato le saracinesche ed i bookshop tradizionali hanno riconquistato spazio, rianimando i burroughs con iniziative e competenze.
Il futuro è nella libreria di una volta, capace di soddisfare le esigenze più disparate di una clientela in cerca sì di un libro, ma anche di una capacità di orientamento in una giungla di proposte, di un consiglio; chiamiamoli, se volete, contatti umani… Sembra un po’ la scoperta dell’acqua calda, lo so, ma tant’è.
Si sta costituendo nel nostro paese finalmente un tessuto connettivo di librerie che cercano di ridurre le distanze che separano i buoni libri dai loro potenziali lettori, spesso altrimenti destinati a non incontrarsi mai. La funzione sociale del libraio – ne sono sempre più convinto – è quella di mettere in comunicazione le belle storie con una platea: uso non a caso la parola platea perché la libreria Arcadia di Roma, ma anche Profumi per la mente del buon Ruffinengo a Torino, diventano piccoli teatri dove il libraio si trova a raccontare trame e contenuti dei libri che più l’hanno convinto ed immediatamente scatta la magia del link fra una storia e un pensiero e una persona.
Una volta scesi dalla montagna, gli zaini erano più leggeri, privi com’erano dell’acqua e del companatico, ma tutti eravamo migliori: proprio vero che la ricchezza non consiste nell’avere di più, ma nell’avere bisogno di meno, del solo essenziale.

***

Giorgio Gizzi lavora da molti anni nel mondo editoriale e del commercio di prodotti culturali.
Dopo la direzione di un megastore a Londra – fra i primi tentativi di commistione fra libri e ristorazione -ha diretto l’Antica Libreria Croce di Roma, è stato capo area delle librerie italiane della FMR di Franco Maria Ricci nonchè direttore del punto vendita di via del Babuino.
Ha diretto a Roma dalla sua apertura la Feltrinelli Libri e Musica di Galleria Albero Sordi e la Feltrinelli Libri e Musica di Largo Argentina.
R&D nel settore della promozione e distribuzione , è oggi consulente per diverse sigle editoriali e distributive. E’ invitato a tenere lezioni sulla gestione della libreria e sul mondo della promodistribuzione. E’ comproprietario della Libreria Arcadia, dove organizza manifestazioni che coniugano la lettura al viaggio ed alla conoscenza dei territori come ‘In montagna a liberar poesie’ e ‘Librinbici’ oltre a ‘Lo spettacolo dei libri’ dove sono i librai ad entrare nelle case dei lettori o nelle aule delle scuole.

2 pensieri su “I destini del libro e della lettura

  1. Appartengo alla galassia Gutenberg ,perciò condivido in pieno le parole di Giorgio Gizzi. Trovo molto difficile , tuttavia, trasmettere ai miei nipoti questa mia passione Dei miei sei nipoti solo la più piccola – 7 anni- è assidua lettrice, non ama la televisione né si gingilla con i vari ” aggeggi ” che invece sono perennemente presenti nelle mani dei fratelli. Sarà una questione genetica ? I nostri ragazzi hanno un vocabolario limitato – basta leggere i loro messaggi- e questo rende difficile la lettura. Le famiglie hanno molta responsabilità in questo ,in quanto tra adulti e ragazzi i contatti ” verbali ” sono molto ridotti, ma la scuola ha grandissima responnsabilità nel non riuscire a promuovere la lettura. La lettura di un testo interessante, fatta dal professore ad alta voce ,in classe, dovrebbe essere pratica costante. Mi ha molto divertito ” Diario di scuola ” di Daniel Pennac : l’alunno somaro che si appassiona allo studio, grazie alla lettura, e diventa professore…
    Annamaria Orlandi. ( frequentatrice della libreria Arcadia di Casalpalocco)

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