Vivalascuola. La “Buona Scuola” di Renzi: bischerata per grulli

Dal 3 settembre è disponibile il documento La Buona Scuola di Renzi e Giannini, oggi parte la “consultazione“. Niente di nuovo: petizioni di principio, descrizioni della scuola come dovrebbe essere, totale messa tra parentesi dello stato di fatto e completa omissione di qualsiasi soluzione dei problemi reali della scuola reale, accompagnati dal basso continuo costituito dal ritornello che intreccia meritocrazia, privatizzazione, precarizzazione della condizione di lavoro: queste ultime, sì, un pericolo reale. “Io mi oppongo” è un ottimo punto di partenza per cominciare a respingere i vapori oppiacei con cui chi comanda cerca di inebetirci. E’ l’augurio di vivalascuola per il nuovo anno scolastico 2014-2015.

Indice
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.Giovanna Lo Presti, Il pensiero sodo. Analisi semiseria del documento sulla scuola del Giovane Renzi
Giovanna Lo Presti, Sulle sortite estive: governati da Quaquaraquà
Materiali su “La Buona Scuola
Una alternativa. La Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica
Le notizie della settimana scolastica
Risorse in rete

Il pensiero sodo. Analisi semiseria del documento sulla scuola del Giovane Renzi
di Giovanna Lo Presti

Largo vecchi, che passano i giovani…

Dopo aver visto il documento sulla scuola, prima annunciato con gran clamore e infine presentato dal governo Renzi, non posso che confermare una mia precedente convinzione: il miglior analista politico che abbiamo in Italia si chiama Maurizio Crozza. La superba imitazione del Giovane Renzi (quello che si presentava al pubblico con un orsacchiotto e blaterava con l’aria dell’idiota felice: “Sono Matteo Renzi, sono giovane, sono giovane” e poi diceva, esibendo l’orsacchiotto di peluche: “Vi presento il mio vicesindaco”) coglieva un tratto tanto insopportabile quanto efficace presso l’opinione pubblica del “renzismo”: la messa in evidenza dell’esser giovani come dato di merito.

Essere giovani, come essere vecchi, è invece un dato di fatto: ci sono giovani mediocri, ipocriti e imbecilli, così come ci sono vecchi che non hanno mai imparato nulla dalla vita e che si sono confermati nell’imbecillità giovanile. Poi, è naturale, ci sono giovani, adulti, vecchi intelligenti. Insomma, esser giovani non è un merito e il “Largo vecchi, che passano i giovani…” dovrebbe esser motto relegato nell’area goliardica da cui proviene.

Ma tant’è, un quarto di secolo di volgarità al potere ha vellicato le peggiori attitudini del nostro popolo, che messo k.o. da una grave crisi economica, stordito da problemi ogni giorno più grandi, sembra aver perso qualsiasi capacità critica immediata (quella, cioè, che, di fronte ad un venditore di tappeti logorroico, porta subito a sospettare l’imbroglio). Così Matteo Renzi il Giovane ha dato la scalata al premierato, con l’appoggio invisibile ma sicuro dei “poteri forti”. La sua tattica è semplice: sommergere l’interlocutore con un fiume di parole.

Anche qui Crozza ha dato una interpretazione magistrale del “pensiero politico” di Renzi, riproducendolo con una sorta di gramelot (ad imitazione non di una lingua ma di un inesistente  pensiero logico) in cui emergono, come massi erratici, alcune espressioni ricorrenti: “Signori miei”, “speranza”, “il fare” etc. etc. Non vado oltre: detto così è noioso, fatto da Crozza è divertente ed istruttivo.

Sono tutte fole

Ma torniamo al documento sulla scuola: qualcuno di certo ricorderà l’uso che Crozza ha fatto della sigla dei Looney Tunes, quella in cui da un cerchio si affaccia, con una carota in mano, non Bugs Bunny, ma Renzi-Crozza, con gli incisivi anteriori sporgenti a mo’ di coniglietto. Ecco, il mio è un omaggio alla lungimiranza e all’intuizione di Crozza, perché il cerchio di un rosa antico sfumato con un cartiglio in basso che recita “La buona scuola” che fa da copertina al documento con le linee programmatiche del governo Renzi sulla scuola italiana non può non ricordare la sopracitata sigla dei Looney Tunes (vedi qui e qui); e il commento più adeguato per le 136 pagine de “La buona scuola” lo possiamo prendere in prestito dallo stesso cartone animato – “That’s all folk”; “Questo è tutto, gente”; ma preferirei tradurre, per assonanza: “Sono tutte fole”.

In realtà qualcosa di buono nel documento esiste: le statistiche, ad esempio, che brutalmente descrivono lo stato di fatto della scuola italiana. Prendo il dato che mi tocca più da vicino, l’età media del personale a tempo indeterminato. Il grafico a pagina 18 è eloquente: età media 51 anni, con un picco di presenze a 59 anni. Qui la regola del “largo vecchi, che passano i giovani” è ampiamente disattesa. Eppure insegnare è un lavoro faticoso, come comprovano i dati epidemiologici applicati alla categoria dei docenti: ed i “vecchi” non vanno rottamati, ma mandati in pensione, perché si sono meritati di emanciparsi dal lavoro dopo lunghi decenni passati dietro una cattedra.

Giusto per dare un esempio di quanto il documento renziano sia distante da ogni problema concreto (la classe docente più vecchia d’Europa è senz’altro un problema reale), basti dire che l’espressione “quota 96” non compare in nessun punto, ancorché sia questione scabrosa, che rimanda ad una palese ingiustizia riguardante però poche migliaia di persone; quindi facilmente e velocemente risolvibile anche dal più scalcinato “governo del fare”.

Così come in 136 pagine non si trova un accenno al personale ATA, che ogni giorno apre e chiude la scuola, né ai corsi serali, che pure hanno una loro specificità organizzativa e didattica.

Qui è il solito “tram tram

Per chi, come me, sia abituato a leggere i documenti sulla scuola prodotti nell’ultimo quarto di secolo dai burocrati ministeriali e sottoscritti dai ministri della (sempre meno pubblica) istruzione qui non c’è niente di nuovo: petizioni di principio ottime, descrizioni della scuola come dovrebbe essere, totale messa tra parentesi dello stato di fatto e completa omissione di qualsiasi soluzione dei problemi reali della scuola reale, accompagnati dal basso continuo costituito dal ritornello che intreccia meritocrazia, privatizzazione, precarizzazione della condizione di lavoro. Poiché il documento prodotto dal governo Renzi si concentra sugli insegnanti, proviamo a rovesciare la prospettiva ed a parlare non delle fantasie noiose dei nostri politici ma della realtà dei fatti.

Una emergenza è rappresentata dalla abnorme sacca di docenti precari; il documento ne prende atto, lo identifica come il primo dei problemi e propone una soluzione “rivoluzionaria:

un piano straordinario per assumere a set­tembre 2015 qua­si 150 mila docen­ti: tutti i precari storici e tutti i vincitori e gli idonei dell’ultimo concorso”.

L’assunzione di 150.000 precari: grazie all’Europa

Di straordinaria, per il governo Renzi, c’è solo la sfortuna: infatti, come spada di Damocle, incombe sulla testa dello Stato italiano la sanzione dell’Unione europea, nel caso in cui si ostinasse a non assumere tutti i supplenti che hanno prestato servizio ininterrotto per almeno 36 mesi. I quali supplenti dovranno ringraziare per il contratto di lavoro a tempo indeterminato non Renzi, non Giannini, ma l’Avvocato generale della corte di giustizia europea, Maciej Szpunar (1), che ha sanzionato il ricorso ai contratti a tempo determinato nella scuola, giudicandolo un abuso. Perciò, quel buontempone di Renzi, si fa bello dell’assunzione di 150.000 precari e sottace il fatto che, se i precari non fossero assunti, il nostro Stato dovrebbe sborsare una sanzione di 4 miliardi di euro. Quindi, il governo sta risparmiando un miliardo: “… per assumere 148.100 nuovi docenti saranno ne­cessari circa 3 miliardi di euro”. (pag. 33).

Seguono alcune pagine di conti della serva, in cui si spiega che “il Governo ha molto chiaro in mente che le risorse neces­sarie per realizzare tutto ciò non sono un costo. Quanto, piuttosto, un investimento”. (pag. 35). A pagina 36 si svela l’arcano. Titoletto: “SE ANCHE LA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA SI INTERESSA DEI DOCENTI ITALIANI”. E si spiega, con una ipocrisia sconfinata, che l’ “attenzione dell’Europa” va

nella stessa direzione di ciò che il Governo intende offrire alla scuola grazie ad un piano di assunzioni straordinario e ad un nuovo concorso che – insieme – diano una risposta alle aspet­tative non solo di quasi 200 mila aspiranti docenti di ruo­lo ma ad alcuni milioni di stu­denti, che si meritano docenti che, quando la mattina vanno a scuola, pensano non tanto a cosa succederà loro l’anno dopo, al successivo “walzer” di sup­plenze…”.

Da non credere. Certo, sarebbe meglio, soprattutto in un documento ufficiale, che correttamente si scrivesse “valzer”: ma, dopo aver visto il nostro Presidente del Consiglio dire in diretta “tram tram” (2) per “tra tran” non che mi meravigli molto se il suo “giovanestaff ignori la grafia corretta della pur comune parola “valzer”.

Ribadisco: il cambio di rotta apparente è solo e soltanto un modo per evitare che il Ministero dell’Istruzione naufraghi in un mare tempestoso di ricorsi e di conseguenti sanzioni UE e la capacità di rivoltare la frittata è una delle poche cose in cui Renzi e la sua nidiata eccellono.

La supplentite? Chi l’ha creata, il supplente?

Bella, comunque, l’impostazione della sezione intitolata “Tutti i nuovi docenti”, che ha un po’ il piglio di un manuale di educazione sessuale per le scuole medie: infatti, con tono asettico e “scientifico” viene, per esempio, spiegato cosa sono le GAE, cosa sono le supplenze brevi e che fine faranno le graduatorie di Istituto. Tutto molto pulito, tutto molto logico: si tralascia di dire le cose un po’ “sporche”, quelle che dovrebbero fare di ogni precario della scuola un arrabbiato di professione.

Come si è creata nel tempo questa sacca abnorme di precariato? Come mai l’ultimo concorso non ha fatto gridare allo scandalo, visto che gli iscritti erano 320.000, vale a dire una enorme bolla di sotto-occupati laureati alla ricerca di un posto fisso e dall’età media di 39 anni? Vogliamo tralasciare l’enorme risparmio che ha comportato per lo Stato la colonna portante dei precari? La migliore battuta presente in questa sezione non è nemmeno originale: il ghost writer di Renzi l’ha rubata al Libro Bianco di Fioroni. Apprendiamo, infatti, che finalmente ci sarà uno svecchiamento grazie all’assunzione dei precari: “molti sono giovani, tanto che l’età media è di 41 anni”. Va bene che la frontiera dell’adolescenza si è spostata verso i 25 anni, ma che un’età media di 41 anni venga considerata “giovane” per un lavoratore precario sembra una scemata tout court. O una bischerata per i grulli, per citare il più bel commento sintetico che ho trovato in Internet sulle nuove linee-guida per la scuola.

Il fiore putrescente: il premio al merito

Occupiamoci ora del fiore putrescente che, almeno dall’era Berlinguer (il ministro) in avanti sta all’occhiello della politica scolastica nostrana: il premio al merito.

La faccenda potrebbe essere affrontata con buon senso: sappiamo che gli insegnanti non sono tutti eguali, che accanto al bravissimo lavora il mediocre, che qualcuno conclude il suo impegno con la permanenza a scuola e che altri lavorano ore e ore a preparare lezioni e correggere compiti. Però tutti questi insegnanti tra di loro diversi sono educatori: dovremmo porci una semplice domanda e chiederci che effetto avrebbe sul mediocre l’essere stigmatizzato come tale.

Se il bravissimo lo è veramente (e non è invece un arrampicatore sociale fallito, ché per dar la scalata a denaro e successo la scuola non è la sede più adeguata), sarà pago della stima dei suoi studenti e dei colleghi. Quanto all’impegno nello svolgere il proprio lavoro, è questione del dirigente verificare, con scrupolo e onestà, se tutto funzioni per il meglio.

Stabilire chi siano i docenti migliori è questione spinosa e non è un caso che, alla fin fine, ci si butti su parametri puramente quantitativi per definire il “merito”. In realtà la “meritocrazia” è il vessillo ideologico di una classe dominante per cui la competitività è un valore e l’eguaglianza un disvalore, anzi una tabe che sta all’origine di ogni ristagno sociale. Poco conta, per la classe padrona, l’evidenza dei fatti e che dopo un quarto di secolo di grezzo neo-liberismo tutto l’Occidente (fatta eccezione per la classe padrona) sia in stato di sofferenza.

Anche la “buona scuola” di Renzi ci tedia dunque con la questione del “merito”. L’introduzione all’argomento è costituita da una parte sulla “formazione in servizio”, caratterizzata come “obbligatoria”, caratterizzata dal superamento “di approcci for­mativi a base teorica” (non sia mai, poi la teoria prende piede e si comincia a scrivere correttamente anche parole come “valzer”) e basata su un “mo­dello incentrato sulla forma­zione esperienziale tra colle­ghi” che naturalmente non potrà prescindare da una “rete di formazione permanente fra i docenti” (?).

Compare una figura sino ad ora lasciata ingiustamente nella penombra: l’Innovatore Naturale. Egli dovrà

avere la possibilità di concentrarsi sulla formazione, e che saranno pre­miati con una quota dei fondi per il miglioramento dell’offerta formativa che verrebbe vincola­ta all’innovazione didattica e alla capacità di miglioramento, valutata annualmente” (pag. 47).

Sino a qui, grazie al cielo, nulla di concreto. Per esempio: in quali monenti si farà la formazione obbligatoria? Cosa garantirà la validità teorica e culturale della cosiddetta “formazione esperienziale”? Come si potrà far in modo che la rete di formazione permanente tra docenti funzioni? E come evitare che questo gran pasticcio non si risolva in un inconcludente cicaleccio, in cui l’ “innovatore naturale” di turno assurto ad “esperto” tormenta i propri colleghi, fra i quali, assai probabilmente, c’è qualcuno che ne sa più di lui ma ha troppa dignità per lasciarsi affiggere sul petto la patacca di “Innovatore Naturale”?

Nulla di concreto non significa però nessun pericolo in vista. Il pericolo si annuncia così: “far uscire i do­centi dal “grigiore” dei trattamenti in­differenziati. A me ha sempre dato molto fastidio il grigiore che, come smog in una mattina d’autunno a Sesto San Giovanni, avvolge la scuola italiana. Ma non mi ha mai dato fastidio il “trattamento indifferenziato”: piuttosto mi infastidisce il blocco quinquennale dei contratti, il peggioramento progressivo delle condizioni di lavoro, lo sfacelo delle nostre aule.

Poiché siamo arrivati al punto in cui una baby-sitter guadagna quanto un insegnante (non perché la prima guadagni molto ma perché il secondo guadagna troppo poco) non vengo certo infastidita dal “trattamento indifferenziato” e ritengo che i docenti siano pagati poco anche per la pura opera di sorveglianza. Ma chi ci governa pensa che sia meglio seminar zizzania nel pollaio e quindi punta su “fastidi” epidermici, e vellica l’amor proprio di ognuno. E infatti, chi è che non si considera migliore di altri? Siamo arrivati al punto: un nuovo status giuridico dei docenti, in cui l’avanzamento di carriera (stipendiale) non sia legato soltanto all’anzianità.

A pagina 51 del documento si apre la sezione “La funzione docente”: i soliti sproloqui ed una sola proposta concreta: creare una banca delle ore che comprenda

le ore che ciascun docente “guadagna” (e che così “restituirà” alla scuola) nelle giornate di sospensione didattica deliberate ad inizio anno dal Consiglio d’istituto nell’ambito della propria au­tonomia. Di fatto, pochissime ore l’anno (indicaticativamen­te 8/10) per ciascuno docente”.

Gliele vogliamo negare una decina di orette (sto citando Monti) alla nostra scuoletta?

Come ti limo lo stipendio

Qualche pagina dopo capiamo come si intendono premiare e identificare i meritevoli: il punto di partenza è costituito dall’abolizione della progressione automatica di carriera in base all’anzianità. Un gesto di magnanimità del giovane Renzi e della più matura Giannini, che così, con questa innovazione luminosa, ci sottraggono al “grigiore dei trattamenti indifferenziati” e ci restituiscono al cielo sereno dei “trattamenti differenziati”.

Ad ogni docente sarà ricono­sciuto, come già avviene oggi, uno stipendio base. Questo stipendio base potrà esse­re integrato nel corso degli anni in due modi, comple­mentari e cumulabili: il primo modo sarà strut­turale e stabile, grazie a scatti di retribuzione perio­dici (ogni 3 anni) – chiama­ti “scatti di competenza” – legati all’impegno e alla qualità del proprio lavoro; il secondo modo sarà ac­cessorio e variabile, gra­zie a una retribuzione (ogni anno) per lo svolgimento di ore e attività aggiunti­ve ovvero progetti legati alle funzioni obiettivo o per competenze specifi­che (BES, Valutazione, POF, Orientamento, Innovazio­ne Tecnologica)” (pag. 53).

A pagina 54 apprendiamo che, ogni tre anni (3) due docenti su tre incrementeranno il proprio stipendio di 60 euro netti. Segue calcolo che dimostra come i “più bravi” possano, a fine carriera, percepire 9 mila euro netti in più rispetto al proprio stipendio-base. Non farei alcun conto di questi calcoli capziosi: mi pare chiaro, anche senza commento, il “peso” del “premio al merito”: 60 euro in più al mese ogni tre anni.

Mi chiedo: come lavoreranno, intanto, i “non meritevoli; e ancora: perché in una qualsiasi scuola i buoni docenti non possono essere più del 66% (due su tre?). Disseminare specchietti per le allodole (e per gli allocchi) è faccenda in cui Renzi è eccellente: qualcuno che lo aiuta sa anche come tradurre in bel linguaggio aspetti sgradevoli. Per esempio, i neo-assunti tengano presente questo:

Il primo scatto sarà attribui­to alla fine del 2018, al termine del primo triennio dall’assun­zione dei nuovi 150 mila docen­ti. […] Ciò vuol dire che non saranno attribuiti scatti negli anni 2015- 2018. Ma anche che, nel 2018, due terzi di tutti i docenti italiani – quasi mezzo milio­ne – matureranno uno scatto di circa 60 euro netti al mese. Coloro che entreranno in ruo­lo nel 2016 e nel 2017 (rispetti­vamente prima e seconda tran­che del prossimo concorso, vedi Capitolo 1) dovranno “aspet­tare e prendere l’onda”.

Ecco un bell’esempio di investimento nella scuola, che si traduce in una ulteriore limatura del già modesto stipendio degli insegnanti italiani. E i nuovi assunti ringrazino per il fatto che sono stati assunti!

Tucidide? Quello del buono scuola!

Ci sono tante altre “idee” nella “Buona scuola”, idee che circolano da decenni e che vanno nella direzione della privatizzazione dell’istruzione pubblica. Evidentemente, in questi anni le buone ragioni dei difensori della scuola pubblica e statale non hanno fatto breccia nella classe di governo e forse nemmeno nell’opinione pubblica. Purtroppo, chi si batte per una maggiore equità sociale continua ad essere minoranza e a venir messo sotto scacco da un pensiero trasversale e acritico, che trova sempre più spazio e che diventa sempre più arrogante.

Il fatto è che la parte che si batte per la privatizzazione trova modo non solo di divulgare con metodo le proprie idee, ma di farlo con l’impunità garantita. Forse perché l’altra parte, quella delle molte buone ragioni, ha il senso del limite e del rispetto degli altri – e vuole anche evitare (cosa comprensibile) di sollevare vespai rispondendo per le rime e come meriterebbero ai propri avversari.

Faccio un esempio: nella pagina “Lettere, Commenti & Idee” de La Repubblica del 1 settembre. Compare, a firma Alessandro De Nicola, uno scritto intitolato “Scuola, la lezione di Atene e Sparta”. Inizia con una citazione di Tucidide, che parla di Pericle (definito dal De Nicola “il leader degli Ateniesi” – sigh!) il quale, intessendo l’elogio funebre dei caduti ateniesi, affermava che i loro figli sarebbero stati mantenuti dallo Stato sino alla virilità. Commento di De Nicola:

E in che cosa consisteva questo sostegno alla paideia degli orfani di guerra? Nell’equivalente del buono-scuola: lo Stato pagava i pedagoghi che la famiglia avrebbe scelto”.

Seguono “riflessioni” sul collettivismo spartano che, secondo il De Nicola, non avrebbe prodotto nulla di memorabile e da qui, con disinvoltura, si risale all’attualità, tessendo l’elogio della scuola privata. A De Nicola (mica l’ultimo arrivato che spara scemate, ma un “intellettuale liberista, avvocato, presidente dell’Adam Smith Society, editorialista de La Repubblica e da pochi mesi anche consigliere di amministrazione di Finmeccanica”) risponde una lettera civilissima di poche righe (pag. 26 de La Repubblica del 2 settembre 2014), firmata da un insegnante modenese, Matteo Baraldi, che ricorda come il modello anglosassone e americano, basato su scuole private per le classi abbienti, abbia trasformato la scuola pubblica di quei paesi in un ghetto. Argomentazione saggia e sprecata, perché, per un intervento così rozzo e superficiale come quello di De Nicola, anche una pernacchia sarebbe stata una risposta retoricamente troppo forbita.

Che Pericle propagandasse il buono-scuola è insieme ridicolo e irrispettoso della verità storica. E sospetto che il nostro liberista convinto voglia tornare al modello economico antico basato sullo sfruttamento del lavoro degli schiavi (anche nella civilissima Atene, per ogni uomo libero c’erano tre schiavi al lavoro). Insomma, se non si recupera aggressività di pensiero e di espressione, temo che vinceranno la partita i convinti liberisti alla De Nicola, che considerano la scuola pubblica un pericolo e non una risorsa preziosa per una società civile. Ma attenzione: i nemici più pericolosi non sono gli estremisti liberisti, ma i liberisti mimetizzati ed edulcorati alla Renzi.

La favola del connettere la scuola al mondo del lavoro

Concludo l’analisi non proprio seria del documento sulla scuola con qualche annotazione sulla parte finale. Lascio perdere le solite stronzate con le quali ci torturano da più decenni sulla necessità che la scuola si adegui, si connetta, si sintonizzi sulle esigenze del mondo del lavoro. Valgano, su questo argomento, le riflessioni del professor Gallino, il quale ha da tempo dimostrato che il “mercato del lavoro” attuale richiede pochissimi lavoratori specializzati e con competenze sofisticate ed offre sempre più posti a bassa qualifica; d’altra parte un laureato penso sia un lavoratore che abbia accumulato competenze e, se il mercato del lavoro fosse pronto ad assorbire chi ha conseguito una laurea, non avremmo una sacca di almeno 320.000 laureati quasi quarantenni e sotto-occupati, come ha dimostrato il concorso per insegnanti indetto da Profumo.

La favola del connettere la scuola al mondo del lavoro nasce dall’idea che un dato sovrastrutturale (la scuola) possa influenzare un dato strutturale (l’economia); una scempiaggine senza fondamento. È chiaro che la scuola è funzione del modello sociale ed economico – quindi, sino a quando quello non cambia rotta, indirizzandosi verso la sponda di una società meno diseguale della nostra, la scuola non cambierà.

In cauda venenum”: i privati

Andiamo alla parte finale e riassuntiva de “La buona scuola”: l’hanno intitolata “Dulcis in fundo”, ma meglio sarebbe stato usare un altro motto, “In cauda venenum”. Apprendiamo, qui, come dovrà essere finanziata la “buona scuola”: apprendiamo che i soldi per la “buona scuola” non devono essere soltanto pubblici ma anche privati.

Questi gli strumenti:

  • lo School Bonus, definito come un bonus fiscale per chi investe nella scuola (chi mai investirà gratuitamente nella scuola, senza un proprio tornaconto?);
  • lo School Guarantee, che spiego con le parole del documento:

L’impresa che investe risorse su un istituto professio­nale, su un istituto tecnico o su un polo tecnico-professionale – ad esempio finanziando per­corsi di alternanza scuola-lavo­ro, ricostruendo un laboratorio o garantendone l’utilizzo effi­ciente – potrà ricevere incentivi aggiuntivi rispetto allo School Bonus, nel momento in cui si di­mostri il “successo formativo” dei processi di alternanza e di­dattica laboratoriale sviluppati nella scuola di riferimento”.

Io di chiaro ci vedo soltanto ulteriori sgravi fiscali per i benefattori e ulteriore sottomissione della scuola al mondo del lavoro, uno degli elementi che ha contribuito a svuotare di senso il complesso problema dell’apprendimento, riducendolo ad una propedeutica al lavoro (aggiungo: solo per le classi subalterne, perché i figli dei ricchi possono permettersi di perder tempo a studiare, magari all’estero);

  • il crowdfunding:

I docenti, i genitori, gli studen­ti stessi saranno protagonisti. Questo tipo di raccolta fondi sta, in parte, già avvenendo”.

Ecco come si riabilitano le vergogne nazionali: certo che il crowfunding sta già avvenendo. I genitori che comprano con i propri soldi la carta igienica, il sapone liquido etc. etc. per la scuola dei figli fanno crowfunding: siano contenti, perché Renzi lo sa e vuole “nobilitare” questa “buona pratica”, elargendo 5 milioni di euro al crowfunding che dimostri di ottenere successo (questa elargizione si chiama matching fund e il documento ci informa che verrà fatto con rapporto 1:1 o 1:2 rispetto al crowfunding. Quanta precisione, persino nei particolari!).

La finanza buona: il Lupo travestito da Nonna

Alla fine, ma proprio alla fine, emerge l’ossimoro che costituisce la linea rossa di questo testo: la “finanza buona. Non abbiate paura della Finanza, dice il Giovane Renzi: non è sempre cattiva, c’è anche la finanza buona, quella che aiuta i bisognosi, quella che risolleverà le sorti della scuola italiana. La faccia tosta memorabile del premier si intravvede in filigrana.

Sotto gli occhi di tutti ci sono i risultati del premierato mondiale della finanza: e se adesso il Lupo si traveste da nonna di Cappuccetto Rosso, per piacere non credeteci, non cascate nella trappola grossolana. Anche perché all’orizzonte, non si profila nessun cacciatore che intervenga per salvarci – e quindi o ci muoviamo noi (in primo luogo opponendo alla fumosità del pensiero un pensiero logico, stringente, attento ai fatti) o la “buona scuola” ci azzannerà.

Le conseguenze sono facili da prevedere: condizioni di lavoro sempre più precarie, per tutti e non solo per i precari veri (Monti l’avrebbe chiamata “equità inter e infragenerazionale”), condizioni di studio inaccettabili per i nostri studenti, costretti in classi sempre più numerose, stipendi bloccati sine die, il ripetersi del copione già recitato con il Fondo dell’Istituzione scolastica, che ha permesso ai docenti più rapaci e meno dotati di spirito critico di arrontondare il proprio reddito, senza alcuna ricaduta sulla qualità dell’insegnamento (nessuno si offenda, parlo in generale e non voglio negare che qualche collega possa aver avuto accesso al Fondo in modo motivato), scuole sempre fatiscenti, nonostante il gran chiasso sul “piano scuola”.

Una novità: tutti mobili, tutti precari

Le poche “novità” sono, in realtà, vecchie proposte, una infilata di frasi vaghe e vacue, decorate con la ciliegina del massimo numero di parole in inglese: dal docente Mentor alla favolosa – nel senso che ha la stessa credibilità di una fiaba –  mobilità dei docenti come metodo per migliorare tutte le scuole: infatti, il “premio” al 66% dei docenti

permetterà di mi­gliorare le scuole di tutta Italia, dal momento che favo­rirà una mobilità “orizzontale” positiva. I docenti mediamente bra­vi, infatti, per avere più pos­sibilità di maturare lo scatto, potrebbero volersi sposta­re in scuole dove la media dei crediti maturati dai docenti è relativamente bassa e quindi verso scuole dove la qualità dell’insegnamento è media­mente meno buona, aiutan­dole così ad invertire la ten­denza”.

Immagino il collega che si sposta in una scuola scomoda (sottraendo magari spese di viaggio al già magro stipendio e ulteriori disagi alla sua esistenza) per “migliorare” la sua posizione ed immagino quale miglioramento possa derivare ad una scuola mediocre dall’apporto di altri docenti un po’ meno mediocri.

La “mobilità orizzontale”, se si volesse essere coerenti, dovrebbe obbligare i docenti più bravi a non concentrarsi in un’unica scuola, onde favorire un innalzamento complessivo della qualità media. Ma qui i cantori della “bella scuola” scivolano sulla buccia di banana, rivelano che della qualità complessiva non gliene importa nulla e confermano il detto che il diavolo si rivela nei particolari.

136 pagine in stile “pane e marmellata

Ancora qualche annotazione stilistica, derivante dal fatto che per leggere bene i documenti ministeriali è necessario non saltare nulla, nemmeno l’impostazione grafica. Abbiamo già detto all’inizio della copertina ispirata ai Looney Tunes; vediamo adesso la grafica, curata da Lucia Catellani dello studio Bread and Jam (Pane e marmellata, che in inglese suona meglio: facile fare la ricerca in Internet per capire di cosa si occupi lo studio).

È un trionfo di “colorini” pastello alternati a qualche tono più scuro, giusto per un contrasto accattivante. Un bel corsivo da scuola elementare si infiltra nei titoli: tutto è ordinato e la logica che si segue è quella del quaderno di cornicette. A che mai servirà un’intera pagina a puntini azzurri su fondo bianco che ne introduce un’altra, a puntini bianchi su fondo azzurro in cui campeggia un grosso titolo? E quelle matitine azzurre, quelle faccine tristi di insegnanti tratteggiate in marrone (o bordeaux, non si capisce) chi vogliono rassicurare?

Scritto grosso e chiaro, ben impaginato e colorato “La buona scuola” non è che una sintesi di proposte che da anni tentano di farsi strada e che, presentate con l’aria truce di Aprea o con i colorini della Bread and Jam sono proposte che non prefigurano una scuola migliore ma soltanto una scuola più “leggera” (per le casse dello Stato), infettata dal morbo della concorrenza e quindi ancor meno libera e aperta di quella attuale.

Il “pensiero sodo” è l’opposto del pensiero di Renzi

Per chi fosse arrivato a leggere sin qui voglio spiegare il senso del titolo: il “pensiero sodo” è l’opposto del pensiero di Renzi. È cioè un pensiero concreto, che parte da dati di fatto e su questi riflette; è un pensiero che sa ingaggiare un corpo a corpo con la verità effettuale e ne sa trarre conclusioni conseguenti. Per esempio: può un professionista laureato e quarantenne essere pagato 1.400 euro al mese in una società di mercato? Se la risposta è sì, vorrà dire una sola cosa: che quel lavoro sottopagato è un lavoro poco prezioso e poco importante. Poi si potrà blaterare del “lavoro più bello del mondo” ma la realtà è che quel lavoro vale, in moneta corrente, molto poco.

Altro esempio: si possono concentrare nelle classi di un istituto tecnico e professionale trenta e passa ragazzini, devoti al cellulare e già mediamente disaffezionati allo studio? Se la risposta è sì, non si venga poi a parlare di eguaglianza delle opportunità perché sin dal primo anno delle superiori quei ragazzi sono destinati ad un percorso di studio di serie B.

Ancora: si può ipotizzare che i presidi si scelgano la propria squadra? Se la risposta è sì, chiediamoci quale preside sarà così indulgente verso i mediocri da scegliersi una “squadra” di cosiddetti mediocri.

Ecco, questo è pensiero sodo: l’espressione è presa a prestito da Machiavelli che nell’ Arte della guerra dice: “Nondimeno la battaglia soda, sanza corna e sanza piazza è meglio”. Certo, si potrebbe smontare pezzo per pezzo “La buona scuola”, disporre in file ordinate il ragionamento che contesta le tesi governative, accerchiare il nemico con gran sfoggio di dialettica, costruire le corna e la piazza per la battaglia: ma resta il fatto che il pensiero sodo è meglio.

Io mi oppongo

Ricordiamoci dei cinque anni di contratto bloccato, delle classi strapiene, delle scuole a pezzi, dei precari ultraquarantenni vessati da un lavoro che sarà pure il più bello del mondo in teoria ma che in pratica genera disagio e burn-out, pensiamo allo squallore delle nostre aule, alle assunzioni tardive e ai pensionamenti rinviati, pensiamo ai nostri studenti, allevati in una scuola precaria in vista di un lavoro precario ed ingaggiamo anche noi la nostra battaglia soda.

Il grido che dà inizio all’attacco ce lo fornisce uno scrittore grande, che cita “la battaglia soda” nel titolo di un suo romanzo e che, nel suo libro più famoso, La vita agra, ci parla dell’Italia del boom economico, così impressionantemente vicina ai nostri tempi. Il grido è: “Io mi oppongo”, ottimo punto di partenza per cominciare a respingere i vapori oppiacei con cui chi comanda cerca di inebetirci.

Note

1. “Alla luce delle considerazioni” effettuate sul caso in questione “una normativa nazionale“, come quella italiana che autorizza ad assumere a tempo determinato in attesa che si svolgano i concorsi, “senza che vi sia la benché minima certezzascrive Szpunarsulla data in cui tali procedure si concluderanno (…) senza definire criteri obiettivi e trasparenti che consentano di verificare se il rinnovo di tali contratti risponda effettivamente ad un’esigenza reale e (…) non prevede alcuna misura per prevenire e sanzionare il ricorso abusivo alla successione di contratti di lavoro a tempo determinato nel settore scolastico, non può essere considerata come giustificata da ragioni obiettive“.

2. “Purtroppo questa volta non abbiamo le slide da televendita“. Il premier Matteo Renzi apre la conferenza stampa dopo il Consiglio dei Ministri con una battuta riferita alle ironie e le polemiche sull’uso delle slide nella conferenza del 12 Marzo scorso. Poi una svista lessicale per il premier che dice “riprendiamo il tram tram delle riunioni settimanali” (TMNews, 1 aprile 2014: http://www.youtube.com/watch?v=vmDPcIAZxGg). [torna su]

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Sulle sortite estive: governati da Quaquaraquà
di Giovanna Lo Presti

Dopo le promesse di inizio legislatura, false come Giuda, le intenzioni del governo Renzi si dispiegano in tutta la loro ridicola drammaticità. E dico “ridicola drammaticità” perché davvero, per l’ennesima volta, l’Italia si dimostra, nella sua classe di governo, il Paese dei Quaquaraquà.

Un quaquaraquà, secondo il Vocabolario Treccani della lingua italiana, è chi “parla troppo, quindi chiacchierone (e, nel gergo della mafia, delatore), o anche persona alla cui loquacità non corrispondono capacità effettive, e perciò scarsamente affidabile”. Perfetto, per definire gran parte dei nostri politici. E un quaquaraquà è sempre ridicolo, anche se poi le conseguenze dei suoi gesti possono essere drammatiche.

Renzi “struggente e devastante”

Febbraio 2014, Renzi proclama:

Di fronte alle nuove generazioni abbiamo l’obbligo di indicare una prospettiva del futuro. Non c’è politica futura che non parta dalla centralità della scuola”.

Caspita! A qualcuno (Il senatore Mussini) che gli fa notare che la scuola ha bisogno di soldi, il nostro paladino dell’istruzione risponde:

Non ha bisogno di denaro, riforme, commissioni di studio: c’è bisogno del rispetto che si deve a chi quotidianamente va nelle nostre classi e assume su di sé il compito struggente e devastante di essere collaboratore della creazione di una libertà, della famiglia e delle agenzie educative. Il compito di un insegnante è straordinario. Ci avete mai parlato con gli insegnanti e ascoltato quello che dicono oggi?

Bellissimo: “il compito struggente e devastante”! Lo vediamo bene il primo ministro che, alzando gli occhi verso il cielo nella sua abituale posa facciale degna di un San Sebastiano dipinto da un pessimo pittore dice queste ispirate parole. Magnifico: “Ci avete parlato con gli insegnanti?Lui, il Matteo Renzi, con gli insegnanti potrebbe pure parlarci ogni giorno, visto che pare che sua moglie eserciti la nobile, struggente, devastante professione.

La linguista Giannini scivola sulla lingua

Aprile 2014, Giannini, ministro dell’Istruzione in carica afferma:

Voglio trasformare l’organico funzionale in organico di diritto, facendo svolgere a rotazione a tutti gli insegnanti di ruolo anche mansioni che prima venivano svolte dai supplenti“.

Come interpretare? Quali sono le mansioni specifiche dei supplenti? Vuole mandare gli ultracinquantenni ad insegnare in tre scuole? Ma non lo sa, il ministro, che questo, ahinoi, accade già?

E ancora:

Voglio attivare un processo di valutazione delle scuole“, “dare ai dirigenti scolastici dei fondi aggiuntivi in base alla qualità della singola scuola, con risvolti sullo stipendio degli insegnanti più meritevoli”.

Peccato che una insigne glottologa parli di “risvolti sullo stipendio”, ma il messaggio è chiaro. Stefania Giannini, che sinora si è limitata a ripetere i luoghi comuni che da due decenni i vari ministri dell’Istruzione si lasciano in eredità l’un l’altro, rivela una visione pasticciona della scuola, in cui tre sole idee emergono chiare: privatizzazione, “meritocrazia” e risparmio. Le poco più di tremila preferenze ottenute da Giannini alle elezioni europee rivelano di quale consenso popolare goda questo ministro.

La sceneggiata dell’ingegner Reggi

2 Luglio 2014, Reggi, sottosegretario all’Istruzione:

Con l’allargamento della disponibilità a 36 ore le supplenze saranno richieste ai docenti già in cattedra nell’istituto senza riconoscimenti economici extra. I risparmi delle “supplenze interne” possono garantire investimenti nei premi ai più disponibili e nell’offerta formativa, scesa a 600 milioni e da raddoppiare”.

Nella disastrosa intervista a La Repubblica il sottosegretario ci va giù sicuro:

Tutte le ricerche internazionali concordano sul fatto che gli insegnanti italiani lavorano meno, guadagnano meno e non fanno carriera”.

Rispetto all’orario, Reggi sostiene esattamente il contrario di quello che dice l’ultimo bollettino Euridyce di comparazione dei sistemi scolastici europei: ma noi pretenderemo che un ingegnere elettrotecnico prestato alla politica sappia interpretare tabelle e grafici? Le ritrattazioni parziali di Reggi cambiano di ben poco la gravità della situazione. Giannini, Reggi e Renzi hanno ormai detto chiaro e tondo come vogliono trattare i docenti italiani.

6 luglio. A Terrasini, in Sicilia, Reggi aggiusta il tiro: nell’intervista a La Repubblica è stato equivocato, avrebbe voluto dire che “saranno riconosciute attività fino a 36 ore“, niente di obbligatorio. Mai sognato di dire che il governo ha intenzione di aumentare il tempo di insegnamento. In quanto a smentite, Reggi non è nuovo.

10 luglio. A margine della presentazione dei risultati delle prove Invalsi, il ministro Giannini afferma che la questione dell’orario di lavoro dei docenti non è nell’agenda di Governo.

La scivolata di Reggi, che ha dato degli “ammortizzati sociali” agli insegnanti, però non è casuale; Reggi ha soltanto detto senza infingimenti quello che i suoi colleghi pensano e si è fatto portavoce della parte più retriva della società italiana, che ha sempre considerato pane rubato la pur scarsa retribuzione degli insegnanti e che considera (Brunetta aveva avuto il coraggio di dirlo) insegnare una lavoro part-time, che quindi, per essere un mezzo lavoro, è sin troppo pagato.

Penso che di fronte a tanta colpevole ipocrisia mischiata con una insopportabile arroganza non ci siano commenti adeguati se non ricorrendo agli insulti.

Chi governa ci dovrebbe spiegare

Penso che lo stato delle scuole italiane dovrebbe far correre ai ripari qualunque politico onesto; penso anche che chi governa ci dovrebbe spiegare dove sono finiti gli otto miliardi di euro tagliati da Gelmini e Tremonti, penso che qualcuno dovrebbe relazionare sui fallimenti dell’Invalsi, penso che qualcun altro si dovrebbe vergognare di non essere riuscito a risolvere in due anni la questione spinosa dei “quota 96, penso che i più di 320.000 iscritti all’ultimo concorso per insegnanti (età media quasi quaranta anni) dovevano smuovere qualche riflessione un po’ più seria dell’altezzosa risposta del ministro Giannini, che sentenziò che non c’è bisogno di mandare in pensione anticipata nessuno, poiché in un “sistema sano” il turn over è garantito.

Delle molte proteste comparse dopo la sceneggiata di Reggi (che tale è: una sceneggiata per sondare il terreno, una boutade che risponde alle esigenze compulsive di quella “politica dell’annuncio” magistralmente interpretata da Berlusconi nell’ultimo ventennio e di tale successo da essere ripresa tal quale dal centro-sinistra) riportiamo poche righe di una lunga lettera di un’insegnante di sostegno, con trent’anni di servizio alle spalle:

Da ultimo, una mia personalissima considerazione: ho amato il mio lavoro, ci ho creduto, mi sono spesa senza riserve, ho fatto molto, molto di più di quanto sarebbe stato richiesto. Oggi, invece, l’unico pensiero che riesco ad avere è di scappare il più presto possibile, anche a costo di fare la cameriera”.

A parlar seriamente di scuola…

Questi sono i risultati di decenni di randellate sulle teste di una categoria di lavoratori che dovrebbe avere un ruolo centrale in un Paese civile. Chiunque voglia seriamente parlare di scuola oggi sa cosa si dovrebbe fare:

  • restituire risorse da usare per le strutture e il personale;
  • affrontare seriamente il problema del precariato, in primo luogo mandando in pensione chi ha maturato i 35 anni di anzianità;
  • adeguare gli stipendi di tutto il personale della scuola, con un recupero minimo del venti per cento (siamo al quinto anno di contratto e stipendi bloccati);
  • cercare con tutti i mezzi possibili (diminuzione degli studenti per classe, organico – ma vero – funzionale, compresenze etc.) di diminuire il disagio nelle classi.

Questi sono i primi passi; contemporaneamente si dovrà finalmente parlare non di quale scuola si voglia ma di quale modello sociale si abbia intenzione di costruire.

Una buona scuola ha ragione di esistere solo e soltanto in una società che voglia diminuire l’ineguaglianza sociale. Ma una politica che non voglia diminuire l’ineguaglianza (che, anzi, dichiari di volerlo fare ma che poi operi perché si avveri il contrario) è una politica regressiva: andrà bene per i pochi ma noi, se davvero siamo insegnanti, dobbiamo batterci per tutti ed abbiamo il dovere morale di opporci ad un riorno al passato travestito carnevalescamente con gli abiti del “Nuovo”.

Una società, come quella basata sul profitto sfrenato, che non fa onore ai propri insegnanti è difettosa”.

Sono parole di George Steiner, che non mi stancherò di citare. E vorrei aggiungere che maestri che non difendano la propria dignità, anche con furore, se necessario, maestri che si rifugino nel piccolo cabotaggio di parole d’ordine usurate (“la scuola di qualità”, “la scuola che vogliamo”, “le buone pratiche a scuola”) quando tutto intorno a loro parla di un imponente rimodellamento sociale, volto a togliere diritti e ad imporre subalternità, bene, questi maestri – e sono tanti – non fanno torto soltanto a se stessi ma anche a tutti i loro studenti presenti e futuri.

Sinora, come insegnanti, abbiamo accettato e subito; è tempo di farci valere, è tempo di dar valore al nostro mestiere, è tempo di pretendere quello che ci hanno tolto se non vogliamo trasformare le nostre scuole in recinti di contenimento sempre più problematici e conflittuali. [torna su]

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MATERIALI SU LA BUONA SCUOLA

Non si contano in pochi giorni le prese di posizione del mondo della scuola sul documento del presidente del Consiglio Matteo Renzi, ne presentiamo qualche esempio su alcuni temi significativi.

Il metodo

Dalla scuola della Repubblica alla scuola di Renzi

dell’Associazione Per la Scuola della Repubblica

L’aspetto che è passato inosservato (forse perché la vocazione cesarista ormai non fa più notizia, ma non per questo meno grave è il metodo con cui Renzi ha presentato il suo progetto di riformare la scuola. La Costituzione recita all’art. 33:La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione; ora apprendiamo che la Repubblica è Renzi che propone un patto per la scuola al popolo italiano e solo dopo il Parlamento sarà chiamato a ratificarlo formalmente. (vedi qui)

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Non so che fare? Riformo la scuola
di Roberto Saviano

Ogni governo si sente in dovere di annunciare una “rivoluzione” 
nel mondo dell’istruzione. Un diversivo che serve solo a mascherare nuovi tagli. E il capitale umano del nostro paese diventa sempre 
più povero.

E se il giorno in cui si è ufficializzata la deflazione che ha portato l’economia italiana al 1959 il nostro Premier ha teatralmente mangiato il gelato, forse a breve sarà costretto a presentarsi al Paese in ginocchio e con la testa bassa, in un vuoto di parole, finalmente rappresentativo del disastro. (vedi qui)

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Riforma della scuola: esempio eloquente del degrado della democrazia
di Marina Boscaino

In meno di due mesi, con agosto nel mezzo – da quando cioè fu sfornato l’altrettanto improvvisato ma evidentemente troppo aggressivo Piano Reggila miracolosa compagine di governo (la cui grande assente è ormai da troppo tempo il legittimo titolare di Viale Trastevere, Giannini) ha partorito l’ennesima riforma, naturalmente epocale. Pardon, non una riforma: “Vi propongo un patto, un patto educativo, non l’ennesima riforma, non il solito discorso che propongono tutti i politici”. “Noi diciamo basta ai precari e alla “supplentite”, ma ci vuole anche il coraggio di dire che si devono giudicare gli insegnanti e che gli scatti di stipendio devono essere sulla base del merito e non dell’anzianità”. La supplentite è quella fastidiosa malattia che per un inguaribile vezzo circa 700.000 persone nel nostro Paese hanno praticato, a volte per moltissimi anni, subendo una precarizzazione non solo professionale, ma esistenziale. Masochisti o inguaribili egocentrici che siano, 148.100 di loro saranno assunti il prossimo settembre, per abolire le supplenze. Benissimo e speriamo, davvero.

Ma manca un dato. La ratifica di tutto ciò – per l’operazione «saranno necessari circa 3 miliardi di euro» – non avviene in Consiglio dei ministri; ma con un video, eludendo qualsiasi forma di eventuale contraddittorio nonché la consueta tirata d’orecchie dalla Ragioneria dello Stato. (vedi qui)

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Il “furbone Renzi” e le riforme di contrabbando
di Vincenzo Pascuzzi

L’aspetto geniale, strategico e insieme madornale, dell’operazione riforma non-riforma di Renzi consiste nell’aver ignorato del tutto o dribblato il suo stesso Governo, il suo stesso Consiglio dei Ministri presentando direttamente on-line le sue proposte. Siamo in presenza di una riforma promessa solo verbalmente, senza nessun documento scritto e controfirmato, senza nessun impegno o garanzia a supporto! Al riguardo, osservano giustamente i Cobas Scuola: “Il furbone Renzi promette assunzioni di massa on-line ma non in Consiglio di Ministri”.

Da notare poi il titolo a mo’ di slogan pubblicitario: “La buona scuola”, un titolo “pieno di buonismo perfidino” e “che sottintende una cattiva scuola da cui prendere le distanze”, mentre in realtà “La nostra non è una cattiva scuola. È una scuola senza risorse” (2).

Altro aspetto rilevante e preoccupante: risulta accantonato, cancellato o sotterrato il programma elettorale Pd sulla scuola del 2013 che puntava a destinare alla scuola – allineandosi alla media Ue – il 6% di Pil, a raddoppiare il numero dei laureati e a dimezzare la dispersione scolastica entro il 2020 (vedi qui, qui, qui). Renzi si è invece ispirato ad Aprea e Gelmini.

Ci sono poi due mesi di una discussione in rete, che vorrebbe scavalcare il Parlamento e che verrà opportunamente pilotata e gestita dai moderatori, in modo da approvare a larga maggioranza (80%?) la proposta renziana. Poi Governo e Parlamento dovranno accodarsi, salvo imprevisti. (vedi qui)

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La ricat­ta­bi­lità del lavoro è l’arma deci­siva nelle mani di que­sto governo
di Marco Bascetta

Il pro­getto ren­ziano per la scuola pia­cerà e con­vin­cerà. I nume­rosi «sì ma», «si però», che lo hanno accolto sono le prime testi­mo­nianze di un sostan­ziale gra­di­mento. Con facile astu­zia, dopo anni di «riforme» la cui sostanza con­si­steva nei tagli e nelle strette disci­pli­nari che hanno reso la parola «riforma» asso­lu­ta­mente impro­nun­cia­bile, il pre­mier si è pre­mu­rato di sosti­tuirla con «patto». Nel frat­tempo, dai gril­lini ha appreso come le vaste con­sul­ta­zioni (fami­glie, inse­gnanti, stu­denti, aziende) suo­nino assai bene e distur­bino assai poco il mano­vra­tore. Con qual­che emen­da­mento «dal basso» il fetic­cio della par­te­ci­pa­zione è servito.

Ma la chiave del suc­cesso (come già gli 80 euro in busta paga) è la più magica di tutte le parole: «assun­zioni». Coi tempi che cor­rono la pro­spet­tiva di un posto di lavoro, dopo este­nuanti attese e spe­ranze fru­strate, sovra­sta qual­si­vo­glia pre­oc­cu­pa­zione sulle con­di­zioni di que­sto lavoro. Che si richieda mobi­lità, sot­to­mis­sione ai «valu­ta­tori» (detta «merito»), aumento degli orari, impo­si­zione dei con­te­nuti, tutto passa in secondo piano rispetto alla neces­sità di por­tare a casa un sala­rio. E lo si può capire.

La ricat­ta­bi­lità del lavoro è l’arma deci­siva nelle mani di que­sto governo. (vedi qui)

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Gli stipendi

Riforma scuola. Merito secondo Renzi: tagli agli stipendi da 26 a 45 euro mese, 72 per i nuovi docenti. 88% utenti dice no
di Paolo Damanti

Addio agli scatti di anzianità automatici per introdurre una progressione basata principalmente sul merito. In realtà, dai calcoli pubblicati in questi giorni su OrizzonteScuola, si prefigura un risparmio per lo stato dai 200 ai 331 milioni di euro, per andare ben oltre a regime. L’OCSE chiede aumenti di stipendio, Renzi li taglia. I conti non tornano.

La redazione di OrizzonteScuola ha lanciato un sondaggio chiedendo ai docenti se fossero o meno d’accordo con l’eliminazione degli scatti di anzianità e una loro sostituzione con un sistema unicamente meritocratico che premierà solo il 66% dei docenti.

Il risultato è stato nettamente a favore dei “no” (l’88%), come facilmente ipotizzabile. (vedi qui)

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Il bluff del merito a scuola: previsti tagli da 42 a 75 euro agli stipendi
di Roberto Ciccarelli

L’Ocse chiede all’Italia di aumen­tare la busta paga degli inse­gnanti da una media di 24 mila 316 euro (31.460 dol­lari) a 26 mila 866 euro (34.760 dol­lari). Il «patto edu­ca­tivo» pro­po­sto da Renzi taglierà invece gli sti­pendi.

Il sito spe­cia­liz­zato Oriz­zonteScuola ha pub­bli­cato due simu­la­zioni curate dai docenti Anto­nello Ven­ditti e Eliana Via­nello. Il primo sostiene che in nove anni ver­ranno per­ce­piti media­mente due scatti invece di tre. In 42 anni di ser­vi­zio, il docente meri­te­vole per­ce­pirà 26 euro men­sili in meno, 312 euro all’anno. Per lo Stato si ipo­tizza un rispar­mio di 200 milioni di euro annui per 650 mila docenti.

La seconda simu­la­zione riguarda i 150.000 futu­ri­bili neo-assunti. Se per­de­ranno il primo scatto dopo 4–5 anni, il loro sti­pen­dio per­derà 72 euro, 900 euro in meno all’anno. La per­dita dovrebbe restare anche nel caso in cui recu­pe­rino posi­zioni in clas­si­fica negli anni suc­ces­sivi. Nella scuola di Renzi essere meri­te­voli ha un costo per tutti. Per il governo, invece, è un altro modo per fare «spen­ding review», dopo avere negato lo sblocco dei con­tratti fino al 2018. A dif­fe­renza di altre cate­go­rie del pub­blico impiego, il con­tratto della scuola è bloc­cato dal 2009. In quasi dieci anni i docenti ita­liani avranno rega­lato allo Stato una media di 4800 euro (stima Flc-Cgil). Nei pros­simi dieci ne lasce­ranno molti altri. (vedi qui)

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Non c’è spirito di verità e onestà
di Enrico Rebuffat

Nel momento in cui si assume come base stipendiale del nuovo sistema al 1/9/2015 l’attuale stipendio dei docenti italiani – basso, e congelato dal 2009 –, di fatto viene meno fin da principio ogni reale possibilità di miglioramento sostanziale della loro condizione economica.

Smentendo tutte le dichiarazioni passate e presenti, anche del Rapporto stesso, sulla necessità di un maggiore riconoscimento della categoria, e a dispetto di tutte le valutazioni comparative con i paesi dell’Unione Europea, si continua a sostenere che un insegnante della scuola pubblica, dotato di laurea magistrale e di specializzazione all’insegnamento, che ha la responsabilità della formazione culturale e civile dei cittadini italiani, meriti una retribuzione-base di meno di 1.300 € al mese; e che questa retribuzione possa (e, in una media statistica di tutti i docenti, debba) rimanere tale per l’intera vita lavorativa di un terzo dei docenti italiani.

Analogamente lascia a dir poco perplessi il modo in cui viene presentato l’argomento del «trattamento economico» (p. 53). Ci saranno, si scrive, «due modi, complementari e cumulabili», per integrare lo stipendio-base: il primo sono gli scatti triennali, il secondo – attenzione – «lo svolgimento di ore e attività aggiuntive, ovvero progetti legati alle funzioni obiettivo». Ma è del tutto ovvio che le ore e le attività «aggiuntive» siano retribuite: lo sono (poco, pochissimo) già oggi, come lo sono sempre state. Definire ciò un «secondo modo» di incrementare lo stipendio «complementare e cumulabile» con gli scatti triennali, conferma che il Rapporto non è stato redatto in spirito di verità e onestà, ma con un’impostazione che ricorda molto da vicino le tecniche della pubblicità commerciale. (vedi qui)

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Né per merito né per anzianità
di Lucio Ficara

Chi garantisce che arrivati al 2019 ci saranno le risorse economiche per pagare gli scatti di merito? Nessuno potrà garantire niente a nessuno, ma questa operazione intanto farà risparmiare tanti soldi alle casse dello Stato.

Gli insegnanti sono stati già buggerati e quindi scottati nel 2008. Infatti tutti ricordano che nella legge 133/2008 all’art.64 comma 9 era previsto che il 30% degli 8 miliardi di euro tagliati all’istruzione, sarebbero dovuti servire ad incrementare le risorse contrattuali stanziate per le iniziative dirette alla valorizzazione ed allo sviluppo professionale della carriera del personale della Scuola a decorrere dall’anno 2010.

Nel 2014 possiamo affermare che quel 30% non è stato mai più restituito a livello contrattuale per valorizzare gli insegnanti. Perché mai dovremmo credere che questa volta l’abolizione immediata degli scatti d’anzianità, dovrebbe essere restituita ad una parte dei docenti a partire dal 2018? Infatti nessuno ci crede! Il timore è che alla domanda: “merito o anzianità?” venga data, con il senno di poi, la seguente risposta: “né l’uno né l’altra per carità”. (vedi qui)

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Il merito

Il “merito” per Renzi: come tra i venditori porta a porta
di Marco Magni

La proposta della carriera dei docenti fondata sul “merito”, presentata da Renzi, rappresenta l’aspetto più dirompente ed eversivo delle pagine delle linee programmatiche “La buona scuola”.

Le fonti di tale concezione stanno nel management d’impresa dell’epoca neoliberista e nel modello thatcheriano della competizione tra scuole fondata sulla performance. Feci molti anni fa uno stage di selezione di venditori delle aspirapolveri di nuova generazione Kirby, e il sistema di incentivi immaginato dal governo mi ricorda molto il sistema vigente tra i venditori porta a porta. La competizione per garantire più impegno e produttività al proprio istituto dovrebbe costituire l’unica condizione di progressione economica, in alternativa non soltanto all’anzianità di servizio, ma anche alla differenziazione per livelli diversi della carriera degli insegnanti (com’è ad es. in Francia e in altri paesi).

Si tratta della celebrazione dell’”homo oeconomicus”. Si presuppone che gli insegnanti siano degli “agenti razionali” mossi esclusivamente dal movente dell’incentivo al guadagno. Gli estensori del documento sulla “buona scuola” lo affermano chiaramente…

In questo senso, il modello di “carriera” immaginato dalla “buona scuola” si presenta come un’applicazione del modello della “scelta razionale”, ideato dalla microeconomia liberista della scuola Chicago e poi applicato ad ambiti molto lontani dall’economia, come ad es. il diritto penale: i teorici della “zero tolerance” hanno, in un recente passato, affermato che il criminale va considerato come un “agente razionale”, che calcola i rischi e le probabilità di guadagno dell’azione criminosa…

Inoltre, la natura del meccanismo immaginato porta con sé un fattore di tipo simbolico che sormonta immensamente l’aspetto di incentivazione puramente economica su cui insiste il governo Renzi. Il punto è che questa suddivisione tra il 66% e il 33% è innanzitutto una divisione in “buoni” e “cattivi.

E ciò finisce per contraddire i presupposti di coloro che affermano una necessità di standardizzare l’insegnamento argomentando che ciò che conta, nel campo dell’istruzione, è lo standard medio, non il “picco” di rendimento. Demotivando ogni tre anni un terzo degli insegnanti, e con il prevedibile effetto di fenomeni cumulativi, quali risultati si pensa di ottenere dal punto di vista della produttività? Quale può essere l’interesse della scuola a generare ogni tre anni un’ampia quota di “falliti, tra l’altro all’interno di una categoria professionale che l’Istituto superiore di Sanità giudica come quella con la più alta probabilità di produrre il fenomeno del “burn out”?

Il sistema, oltre ad essere deprimente, sarebbe anche portatore di una maggiore inefficienza della scuola… non ci si può che domandare: “Cui prodest”? Al miglior esercizio del potere e del dominio, evidentemente. (vedi qui)

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Il maxi “patto educativo” di Renzi per la scuola: molta panna montata, ma davvero montata alla grande
di Andrea Bagni

Un progetto di modernizzazione neoliberista da prendere sul serio. Non la tradizionale aziendalizzazione delle scuole, mi sembra. Casomai il modello dell’azienda seduttiva, fondata su creatività personale, messa in gioco di sé, arte e musica, laboratori, made in Italy da competizione globale.

Gli scatti si fanno maturando crediti che vanno nel proprio port-folio professionale consultabile on line da tutti, studenti, genitori e dirigenti. Dirigenti che possono così chiamare il prof vincente che gli manca per il proprio progetto, per “formare la squadra” con cui giocare la partita.

Nel mezzo della panna questo passaggio: “i docenti mediamente bravi, per avere più possibilità di maturare lo scatto, potrebbe volersi trasferire in scuole dove la media dei crediti maturati dai docenti è relativamente bassa”. Lì potranno essere i primi.

Cioè uno “mediamente bravo” deve prendere informazioni sul “merito” dei docenti di un’altra scuola e chiedere il trasferimento perché se sono scarsi lì sarà messo bene nella competizione. Titolare invece che riserva. Il modello non è l’azienda, è la squadra di calcio e il calcio mercato – e che squadra unita affettuosamente immagino…

Ma poi che vorrà dire essere mediamente bravi? Alla fine, comunque, l’idea che si ha degli insegnanti è davvero umanamente tragica. Siamo messi piuttosto male nell’immaginario collettivo… (vedi qui)

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Chi farà da arbitro nella gara dei crediti?
di Enrico Rebuffat

Chi farà da arbitro e da giuria, nella gara per i crediti? Il Nucleo di Valutazione. E da chi sarà composto il Nucleo? Da una parte dei docenti stessi dell’istituto, più un membro esterno (più, si può scommettere, il dirigente).

Ora, l’assoluta fiducia che il Rapporto pone in un meccanismo a punti, nel quale ciascun docente dovrebbe cercare di farsi “certificare” sul proprio “portfolio” quanti più “crediti” possibili con le più disparate esperienze formative e professionali, è non solo irrazionale nella sua pretesa di identificare per tale via i docenti “più bravi”, ma smentita dalle esperienze finora fatte in tale direzione: basti pensare a quanto sono stati indotti a fare, per non essere scavalcati in graduatoria, proprio i docenti precari inseriti nelle graduatorie permanenti, un vero e proprio mercato dei crediti assai più vantaggioso per il bilancio delle agenzie private che lo hanno gestito, che per la qualità professionale dei docenti.

Ma, soprattutto, solo chi non ha la più pallida idea di che cosa sia la vita di una comunità scolastica, può non vedere quanto sia esiziale una simile prospettiva. Come si può immaginare che un docente si lasci indurre a decretare, lui, a quale dei suoi colleghi spetti non dico la responsabilità di un’attività aggiuntiva durante l’anno scolastico (già questa risulta spesso una scelta delicata, e la si fa nel collegio dei docenti), ma addirittura un aumento di stipendio? E nel caso che ciò avvenga, quali danni produrrebbe una simile operazione sui rapporti tra coloro che dovrebbero attuarla e subirla? (vedi qui)

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La “banca delle ore”

La supplenza messa in banca
di Giuseppe Caliceti

Spulci il famoso libro on line della Buona Scuola e scopri l’inganno. Per esempio su come risolvere la supplentite, malattia di cui soffrirebbero i docenti italiani, precari e non, senza spendere un soldo. Dunque, un docente è malato e non viene a scuola. Come sostituirlo se non c’è? Semplice, utilizzando un altro docente che non è in servizio perché non è il suo turno di lavoro. Questo perché i docenti, all’interno di reti di scuole, metteranno a disposizione una apposita Banca delle ore. Verranno pagate? No.

La cosa tremenda è questa: che i docenti non sanno di preciso quando dovranno fare queste ore “strordinarie”. Perché chi è ammalato, non lo sa con anticipo. Risultato finale: non c’è un orario di settimanale preciso, ma occorre sempre essere a disposizione. Ciò che sottintende a questa idea: il docente, dopo le ore di lavoro pagate, non ha niente da fare e può fare del volontariato.

E’ possibile che io, docente, alle 7 del mattino non sappia ancora l’effettivo orario di lavoro che svolgerò oggi, a partire dalle ore 8, a scuola? Posso rifiutarmi di cambiare il mio orario di servizio del giorno perché magari avevo preso altri impegni dopo l’orario di lavoro che era previsto fino a 10 minuti fa? E di fronte a un ordine di servizio del dirigente scolastico che mi obbliga a cambiare nel corso della giornata il mio orario di lavoro, lo potrò fare senza avere ritorsioni disciplinari? Mio fratello è elettricista in una fabbrica. Per la “reperibilità” è pagato. Anche in caso che poi la sua presenza non sia necessaria. Nei confronti dei docenti italiani questa “reperibilità” invece non è pagata. E’ normale? Ed è normale che queste ore non vengano considerate eccedenti rispetto ad un contratto nazionale, ma regalate? (vedi qui)

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La supplentite

Di chi la colpa?
di Sandro D’Agostino

Ai docenti precari viene mossa l’accusa di essere un problema per la società, ma chi ha creato questa situazione? Un giovane italiano si laurea con non pochi sacrifici, completa il suo percorso e, magari, decide di lavorare nella scuola. C’è chi lo fa per passione, chi per soddisfare un bisogno economico, vista la non facile situazione occupazionale del paese. A quel punto, inizia le prime supplenze ed attende, poi, pazientemente, l’immissione in ruolo spesso dopo un lungo calvario. Nel frattempo quel giovane diventa sempre meno giovane, magari si sposa, ha dei figli e contemporaneamente è precario. E’ forse una colpa? (vedi qui)

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Renzi annuncia due proposte già previste da leggi in vigore; faccia subito i provvedimenti attuativi

Il precariato doveva essere abolito per legge sin dal 2007.

Nella proposta di Renzi è annunciato “un piano straordinario per assumere a settembre 2015 quasi 150 mila docenti; tutti i precari storici e tutti i vincitori idonei dell’ultimo concorso”.

Renzi inoltre afferma: “questi docenti scritti alle GAE non hanno bisogno di stare in una lista di attesa. Hanno bisogno di stare a scuola”.

Renzi non sa, ma dovrebbe sapere che questi precari (o la maggior parte di essi) da anni (anche decenni) ogni anno sono assunti a titolo precario e già fanno al meglio il loro lavoro; ma ogni anno sono licenziati per essere dopo riassunti.

Renzi sa benissimo (ne fa cenno anche nella sua proposta) che le direttive Europee vietano questo sistema di ripetute assunzioni e licenziamenti e che quanto prima, la Corte di di Giustizia dell’ UE si pronuncerà in merito, senza attendere il settembre del 2015.

Renzi peraltro non sa (ma dovrebbe sapere) che l’immissione in ruolo del precariato era stata già disposta dal Governo Prodi con la legge finanziaria del 2007. Tale legge, tutt’ora in vigore non solo è stata disattesa, ma palesemente violata con il concorso del 2012 che sottraeva i posti che erano stati destinati all’abolizione del precariato.

L’annuncio di Renzi è un’incredibile presa in giro. Se gli annunci di Renzi corrispondono ad una reale volontà politica, Renzi potrebbe subito concretizzarli senza attendere nuove disposizioni di leggi; le leggi ci sono già e ci sono anche le sentenze che hanno affermato la illegittimità del precariato e dei tagli agli organici (vedi qui)

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La scuola azienda

Una visione aziendalistica della scuola
di Bruno Moretto

Le Istituzioni scolastiche diventerebbero aziende che devono reperire fondi sul mercato vendendo prodotti o servizi attraverso la costituzione di fondazioni in collaborazione con imprese e privati.

In tal modo scuola statale e scuola privata verranno messe definitivamente sullo stesso piano e, oltre a ulteriori finanziamenti alle private erogati in quanto anch’esse sottoposte alla valutazione, “Servirà la­vorare per dare alle scuole pari­tarie (valutate positivamente) maggiore certezza sulle risorse loro destinate, nonché garanzia di procedure semplificate per la loro assegnazione.” Verrà introdotta anche la detassazione delle spese per le rette di frequenza alle scuole.

Il dirigente potrà utilizzare personale volontario controllato da assocnoiazioni esterne per attività integrative varie. Ad esempio studenti universitari che sono obbligati a svolgere periodi di stage. II terzo settore entra trionfalmente nelle scuole come già avvenuto negli ospedali.

In questa ottica anche “Introdurre l’obbligo dell’Alternanza Scuola-Lavoro (ASL) negli ultimi tre anni degli Istituti Tecnici ed estenderlo di un anno nei Professionali, pre­vedendo che il monte ore dei percorsi sia di almeno 200 ore l’anno favorirà un’impostazione più aziendalistica che formativa. (vedi qui)

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La scuola di Renzi non è uguale per tutti
di Luciano Muhlbauer

Le scuole non dovranno competere solo per le risorse pubbliche, ma soprattutto cercarsi collaborazioni e finanziamenti sul mercato, cioè tra i privati. E per poter fare questola buona scuola” prevede una serie di nuove agevolazioni per i privati, tutte dalla denominazione rigorosamente in english (school bonus, school guarantee, crowdfunding), e soprattutto una modifica sostanziale del modo di essere del singolo istituto scolastico, che dovrà diventare una scuola-azienda, diretta da un preside-manager.

Il passaggio più rilevante a questo riguardo di “la buona scuola” è significativamente anche tra i più scarni dell’intero testo:

Anzitutto per le scuole deve essere facile, facilissimo ricevere risorse. La costituzione in una Fondazione, o in un ente con autonomia patrimoniale, per la gestione di risorse provenienti dall’esterno, deve essere priva di appesantimenti burocratici.” (pag. 124).

Ebbene, ora leggetevi anche l’articolo 2 della proposta di legge Aprea e scoprirete un’assonanza davvero impressionante. (vedi qui)

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Il preside-manager

Docenti a scatti
di Roberto Ciccarelli

Figura centrale del “patto” è il dirigente scolastico. Figura centrale della sua scuola sarà il preside-manager. Gestirà il registro nazionale dei docenti, l’insieme dei curricula on line, definiti anche come “portofolio” delle competenze. Sceglierà i docenti più adatti al suo progetto di impresa, la “squadra” si legge nel documento, lo stile è da gestione delle risorse umane. Il preside-manager sarà un capo-impresa che sceglierà i “suoi” docenti, un po’ come farebbe Marchionne con i suoi manager o dipendenti. La vecchia utopia aziendalista dell’istruzione, perseguita sin dalla fine degli anni Ottanta trova la sua realizzazione. Renzi realizza la vecchia legge Aprea respinta dagli studenti nel 2012. (vedi qui)

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Destra o sinistra?

Scuola, Gelmini canta vittoria: “La riforma Renzi è nostra
di Roberto Ciccarelli

Chia­ma­tela riforma Renzi-Gelmini. Per­ché ieri l’ex mini­stro dell’Istruzione Maria Stella Gel­mini, colei che ha tagliato 8,4 miliardi di euro alla scuola e 1,1 all’università nel 2008, ha assi­mi­lato il «patto edu­ca­tivo» pro­po­sto dall’attuale pre­si­dente del Con­si­glio e dal suo mini­stro dell’Istruzione Ste­fa­nia Gian­nini alla «tra­di­zione di Forza Italia».

«Alla fine il tempo ci ha dato ragione: dopo anni di bat­ta­glie per risol­le­vare un sistema edu­ca­tivo intor­bi­dito dalla coda del ’68, ora anche la sini­stra final­mente ha dovuto dare atto ai governi Ber­lu­sconi di aver agito nella dire­zione giu­sta per ripor­tare la scuola ita­liana ai fasti che merita – ha detto Gel­mini – Parole quali merito, car­riera dei docenti, valu­ta­zione, pre­mia­lità, rac­cordo scuole-impresa, modi­fica degli organi col­le­giali della scuola, sono state por­tate alla ribalta dal cen­tro­de­stra, sep­pur subendo le cen­sure e le aspre cri­ti­che da parte di sini­stra e sindacati».

Gel­mini fa torto alla «sini­stra» che nel suo lin­guag­gio viene assi­mi­lata all’attuale Par­tito Demo­cra­tico. Nel 2008, quando pre­sentò la dop­pia pro­po­sta di riforma dell’università e della scuola (la legge Aprea) il centro-sinistra era d’accordo. Quello della «sini­stra» non è dun­que uno «sdo­ga­na­mento» dell’ideologia del merito e della valu­ta­zione, ma il com­pi­mento di un lungo per­corso ini­ziato nel 2006 quando a viale Tra­ste­vere c’era Fabio Mussi. (vedi qui)

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Scuola e cultura, riciclate le idee di centro destra
di Salvatore Settis

La scuola pubblica risorgerà grazie a capitali privati; intanto, per «garantire la libertà di scelta educativa» bisogna archiviare il «pregiudizio ideologico» che privilegia la scuola pubblica su quella privata. Giannini copia impudicamente la sua predecessora Gelmini, secondo cui «la Costituzione dice che la scuola, sia statale sia paritaria, è sempre pubblica». Ma la Costituzione dice il contrario (art. 33): «la Repubblica detta le norme generali sull’istruzione e istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole e istituti di educazione, senza oneri per lo Stato».

In questi ambiti, Renzi è un innovatore o no? Non lo è, perché innovare non è riciclare i progetti del centro-destra e la deregulation reaganiana. Lo è, invece, per uno stile di governo che punta tutto sull’effimero e nulla sul permanente. Metafora dell’Italia di Renzi è Cinecittà: l’attività degli stabilimenti è quasi nulla, ma in compenso c’è una copia conforme, un parco a tema, Cinecittà World. Finzione anziché lavoro, intrattenimento in luogo della produzione. Come rivoluzione non c’è male. (vedi qui)

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L’ortografia

Riforma Scuola, errori ortografici nella slide sul sito lanciato da Matteo Renzi
di Claudio Paudice

La riforma della scuola parte con il piede sbagliato, ortograficamente parlando. La slide diffusa sul sito lanciato proprio dal premier per spiegare in 12 punti la riforma (o patto educativo, che dir si voglia) contiene infatti una serie di strafalcioni grammaticali, di quelli da matita blu.

In più occasioni, il testo va a capo con errori grossolani nella sillabazione. Si legge infatti al punto 2 de La buona scuola: “come previsto dalla Costituzi-one“. E. al punto 3, “piano di assunzi-oni“. Ancora: “Coinvolgimento di presidi, docenti, amminis-trativi“, al punto 7. Al punto 10 ben due svarioni: “competenze dig-itali” e “nella sec-ondaria“. Infine, dulcis in fundo, al punto 12, si legge che bisogna stabilizzare il Mof per “renderne traspar-ente” l’utilizzo. Insomma, se questi sono i primi segnali che arrivano dal “patto educativo” di Matteo Renzi per cambiare la scuola italiana, c’è poco da star tranquilli. (L’ortografia è poi stata corretta) (vedi qui)

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La grafica

La Buona scuola sa di zucchero
di Annamaria Testa

Da vedere è grazioso, il discorso del governo Renzi sulla scuola. La grafica è bella e alla moda, e tutti quei colorini, quei pois (nell’edizione estesa), quell’alternanza di caratteri piccoli e grandi, di corsivi cicciottelli, di disegnini (matite, un porcellino salvadanaio, un aeroplanino, una sveglia) mettono allegria e sono una gioia per gli occhi. “Basta con il grigiore!” sembra dire non solo la pagina 48, ma l’intero documento.

Peccato che sia proprio la grafica a portare i lettori, e anche la disorientata sottoscritta, in un negozio di dolci (guardate qui: eccoli, i colorini e i corsivi cicciotti. Oppure guardate questo: tra l’altro, è un manifesto fatto di più di tredicimila pezzi di torta veri).

Insomma: la forma ci orienta a immaginare una scuola non “buona”, ma ghiotta come un bignè, fragrante come una pasticceria, dolce come un gelato (ehm, chissà cosa ne direbbe l’Economist), “così squisita da mangiarsela”.

È una scuola che sembra inventata più dall’Omino di burro di Pinocchio per sedurre alunni somari che da un motivato e tosto gruppo di esperti del Miur, tesi a modernizzare finalmente il nostro sgangherato sistema scolastico coinvolgendo insegnanti, genitori e l’intero Paese. (vedi qui)

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Copertina-bollino qualità
di Marco Barone

La copertina ricorda molto i bollini di qualità che si possono trovare in diversi ristoranti, un contorno tendente al rosa con la scritta scuola color blu. D’altronde non è un mistero e lo si scrive anche che i principali attori di queste proposte, che non possiamo chiamare riforme, sono le famiglie e le imprese che devono salvaguardare il made Italy. (vedi qui)

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Confronti

Quale buona scuola?
di Mario Ambel

Proponiamo ai nostri lettori un test preliminare alla lettura dei documenti e propedeutico alla stessa riflessione sulla scuola che ciascuno di noi vorrebbe. Nella tabella che segue abbiamo raccolto una serie di alternative su alcune questioni essenziali del come dovrebbe o potrebbe funzionare il sistema scolastico.

Proponiamo che nel leggere il documento “La buona scuola”, e se lo desiderano i documenti che indichiamo in allegato, i lettori si pongano questi interrogativi: in quale idea di scuola io maggiormente mi riconosco? a quale idea di “buona scuola” si ispira questo documento? quale vuole perseguire e realizzare? E in particolare il documento del Governo a quale linea di percorso storico si ispira? è in continuità con una stagione di buone intenzioni e di incerte pratiche (1975-1995)? oppure di incerte intenzioni e pessime pratiche (1995-2014)? o ancora ripropone una sommatoria di idee e di scelte già ampiamente dibattute anche se in un linguaggio talvolta simpaticamente incomprensibile oppure propone modalità nuove e fortemente rinnovate di pensare e gestire la scuola? (vedi qui) [torna su]

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Una alternativa

La Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica

La Buona Scuola di Matteo Renzi è una proposta che per il metodo ed il merito non può essere una base nemmeno di confronto; è una proposta inemendabile; ad essa si deve contrapporre la LIP (Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica), sottoscritta da oltre centomila elettori e già sottoposta all’esame del Parlamento; questa proposta concreta ed articolata non solo prevede la stabilizzazione dei precari ed un organico adeguato alle reali esigenze della scuola, ma soprattutto delinea un’idea di scuola coerente con i principi costituzionali della democrazia scolastica e con il ruolo istituzineonale che essa deve continuare ad avere. (vedi qui)

Segnaliamo inoltre gli articoli di Giorgio Simonelli, Luigi Del Prete, Giuseppe Aragno, Alvaro Berardinelli, Marika Cassimatis, Mauro Piras[torna su]

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LA SETTIMANA SCOLASTICA

Oggi inizia la scuola nella maggior parte delle regioni italiane. Questa è una fotografia dello stato della scuola italiana.

Gli eventi principali di questo inizio di anno scolastico 2014-2015 sono i seguenti: il 3 settembre è stata presentata La Buona Scuola del premier Matteo Renzi a cui dedichiamo la presente puntata di vivalascuola.

E’ la conclusione della sceneggiata estiva e dei conflitti tra Renzi, Giannini e Reggi, conclusi con la rimozione di Reggi da sottosegretario all’Istruzione, mentre si diffonde la notizia di una prossima sostituzione della ministra Giannini con un esponente del PD gradito a Renzi.

Lo stesso giorno la ministra Marianna Madia annuncia il blocco anche per il 2015 degli stipendi per i docenti e in generale per i dipendenti pubblici. Non ci sarà rinnovo del contratto, per decisione unilaterale del Governo, che su materie sindacali prescinde dalla contrattazione sindacale. E la Uil lancia l’allarme: il blocco degli stipendi potrebbe durare 10 anni, fino al 2019, secondo quanto scritto nelle linee guida de La Buona Scuola: i nuovi scatti in base al “merito” dovrebbero partire infatti nel 2019 – e solo per il 66% dei docenti.

Sindacati e studenti annunciano mobilitazioni. Il 12 settembre Flc-Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola, Snals-Confsal e Gilda-FGU hanno avviato “una fase di assemblee e di iniziative nelle scuole”: l’obiettivo è sensibilizzare il personale contro il blocco dei contratti e degli aumenti di anzianità, il tentativo di regolare per legge diritti, doveri e orario di lavoro e valutazione.

Contemporaneamente, i sindacati hanno avviato una raccolta firme che presenteranno al Governo proprio nei giorni in cui questo sarà impegnato nel cogliere gli umori di cittadini e addetti ai lavori sui contenuti della bozza di riforma. Un’altra raccolta di firme proposta da un gruppo di insegnanti sta circolando in queste ore.

Unicobas intanto ha già indetto uno sciopero per il 17 settembre, mentre il 10 ottobre ci sarà una mobilitazione n azionale degli studenti e lo sciopero dei Cobas e di altre sigle sindacali.

Il 9 settembre è stato presentato il rapporto Uno sguardo sull’Istruzione 2014: indicatori Ocse, che assegna ancora il primato alla scuola italiana per tagli e scarsità di risorse per l’istruzione. Lo presentiamo a seguire, insieme ai dati di una ricerca inglese che legano la buona scuola alle retribuzioni dei docenti e al numero degli studenti per classe.

Riportiamo infine i numeri della scuola italiana nell’anno scolastico 2014-2015 secondo i dati diffusi dal Miur.

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Il rapporto Ocse 2014: all’Italia il record del disinvestimento in istruzione

Il 9 settembre è stato presentato il rapporto Uno sguardo sull’Istruzione 2014: indicatori Ocse. Secondo i dati diffusi, calano gli stipendi degli insegnanti, aumenta il numero medio di studenti per docente.

Tra il 2008 e il 2012 le buste paga dei prof delle elementari e medie sono diminuite in media del 2%, mentre, dal 2005 al 2012, le retribuzioni dei docenti di ogni grado e con 15 anni di esperienza sono scese del 4,5%. Perdita compensata, in parte, dagli scatti di anzianità. Nel frattempo, a causa dei tagli alla spesa, è aumentato il numero medio di studenti per docente. E i docenti italiani si confermano i più vecchi, il 62% è sopra i 50 anni.

Dal rapporto Ocse emerge, inoltre, che tra il 1995 e il 2011 in Italia la spesa per studente nella scuola primaria, secondaria e post secondaria è diminuita del 4%. Tra i 34 paesi Ocse presi in esame, l’Italia è l’unico che registra una diminuzione della spesa pubblica per le istituzioni scolastiche tra il 2000 e il 2011 (-3%, la media Ocse registra +38%) ed è il Paese con la riduzione più marcata di investimenti (-5% negli anni 2000-2011).
ste ore.
Migliora l’istruzione di base, ma il livello generale resta basso, sotto la media Ocse. E’ sempre alta la dispersione scolastica e diminuisce il numero degli iscritti alle univers ità (immatricolato solo il 47% dei diciottenni). Si fa fatica a trovare lavoro e la motivazione dei giovani nei confronti dell’istruzione diminuisce: in due anni tra il 2010 e il 2012 il numero dei giovani tra i 15 e i 19 anni i non iscritti al sistema di istruzione è aumentato. Ed è cresciuta tra il 2008 e il 2012 anche la percentuale di Neet: dal 19,2% al 24,6% dei giovani tra 15 e 29 anni.

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Una ricetta inglese per la buona scuola: stipendi più alti ai prof e meno alunni per classe

Eppure una ricerca inglese

dimostra che gli stipendi degli insegnanti e le dimensioni delle classi sono gli unici due fattori che, su 63 diversi componenti studiati, hanno un impatto dimostrabile sui risultati dell’istruzione, definiti dai punteggi Pisa. Migliorare uno o entrambi questi ha importanti implicazioni

La scheda di approfondimento stilata per l’Italia suggerisce di intraprendere due strade per aumentare l’efficienza del nostro sistema educativo: aumentare del 10,5% le retribuzioni degli insegnanti e ridurre l’affollamento delle classi di un quarto. Finora, gli “esperti” italiani ci hanno sempre detto che abbiamo troppi insegnanti e che le nostre classi hanno pochi alunni.

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I numeri della scuola italiana

Il 15 settembre è il primo giorno di scuola dell’anno scolastico 2014-15 nella maggior parte delle regioni italiane. Ecco il quadro della scuola italiana, secondo i numeri diffusi dal Ministero.

Nelle scuole statali, gli alunni sono ancora in aumento (più 2.971 alunni) confermando un andamento che dura da più di un decennio. Ma l’onda lunga sembra essere al termine perché dopo anni di incrementi i piccoli delle scuole dell’infanzia cominciano a diminuire: meno 9.000 rispetto allo scorso anno.

Gli alunni disabili continuano a crescere, dai 207.244 dello scorso anno si passa a 210.909, mentre i docenti di sostegno dovrebbero attestarsi sui 110.000. Anche la presenza di alunni stranieri è prevista in aumento, secondo i calcoli effettuati del Miur dovrebbe sfiorare le 740.000 unità.

La rete scolastica si contrae: funzionerà con meno istituzioni scolastiche – sedi di presidenza – e meno sedi. Le prime passeranno da 8.644 a 8.519.

Gli iscritti nelle scuole paritarie diminuiscono e per la prima volta dopo decenni scendono sotto la soglia psicologica del milione di alunni: nel 2013/2014 sono stati 993.544. [torna su]

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RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su vivalascuola: da Gelmini a Giannini

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Comitato Scuola Pubblica.

Finestre sulla scuola e sull’educazione: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Edscuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola, TuttoScuola, Gli Asini

Spazi in rete sulla scuola qui. [torna su]

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

7 pensieri su “Vivalascuola. La “Buona Scuola” di Renzi: bischerata per grulli

  1. Grazie a te. Sarebbe bene che tutti leggessero con attenzione il documento del governo sulla scuola: più lo si legge, più c’è da preoccuparsi.

    Sotto la patina di una retorica e di belle parole si scopre il peggio di quanto è stato detto sulla scuola negli ultimi anni: idee astruse che nulla hanno a che vedere con la pedagogia e le didattica, proposte di meccanismi irragionevoli e complicati da realizzare: la banca delle ore, gli insegnanti tappabuchi, la mobilità per merito, il blocco degli stipendi fino al 2019 (e sarebbe un blocco di 10 anni, visto che risale al 2009)… Un altro sfascio programmato.

    Che se ne sia accorto lo stesso Renzi? Prima parlava di una consultazione da concludersi in 2 mesi, adesso annuncia un anno di consultazione. Oppure è il meccanismo che conosciamo bene del “fare” che si allontana sempre più nel tempo?

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