Salvate il romanzo Crum!

Crum
di Giorgio Gizzi

I venti di crisi che soffiano impetuosi (anche) sul mondo editoriale italiano sembrano non aver impedito neppure quest’anno la consueta produzione ipertrofica: è da decenni ormai che nel nostro paese vengono pubblicati circa 65.000 nuovi titoli ogni anno, molti dei quali non arrivano in neppure una copia in libreria o nei magazzini dei giganti on line, dove ci illudiamo possa esserci spazio per tutto.
Per gli operatori del settore, il libro – fatti salvi molti casi significativi – ha una vita davvero breve: l’industria ha i suoi tempi e le sue regole strettissime, quasi asfissianti.
Ogni settimana è tutto un lanciare novità, organizzare pubblicità e presentazioni a supporto del libro, inviare copie omaggio per favorire recensioni ed “ospitate” televisive, sollecitare blogger e poi spegnere i riflettori su quei titoli ed accenderli nuovamente su altri, ricominciando per essi la trafila sopra descritta.
La vita media del libro – calcolata nei luoghi dove tradizionalmente può incontrare il lettore – è drammaticamente andata riducendosi, passando dai 90 giorni di media di cinque anni fa ai 38 giorni attuali: il libro è sempre meno longevo, ha chances sempre più ridotte nel tempo, se non suscita immediatamente interesse finisce in resa ed inizia per lui una seconda vita, spesso triste ed oscura, di oblio.
Nel manifesto dell’Odei, Osservatorio degli Editori Indipendenti, costituitosi pochi anni fa, il libro viene provocatoriamente paragonato a un vasetto di yogurt, proprio perché divenuto un prodotto deperibile, con una sua scadenza.
Davvero paradossale tutto ciò: si legge sempre meno, si acquistano sempre meno libri, ma non si arresta la produzione ne’ se ne invertono i meccanismi, accampando spesso la scusa della necessità di salvaguardia dei posti di lavoro attraverso il mantenimento del sistema in essere.
Atti eroici di resistenza sono quelli compiuti nelle librerie (sovente indipendenti) dove l’attenzione e la cura permettono di assicurare una vita più lunga e degna ad alcuni buoni libri.
Ho fra le mani uno di essi: è il mio libro “slow” del momento e mi auguro invecchi bene, anche grazie al vostro contributo. Uscito com’è nello strano e distratto luglio di quest’anno, dovrebbe già esser caduto vittima del meccanismo perverso che vi sono andato raccontando ed invece è vivo e vegeto, le sue pagine palpitano, il suo cuore batte sotto una copertina dai colori affatto saturi, il contrario di una fotografia scattata con una Lomo.
Il suo titolo è Crum, semplicemente. Come si apprenderà leggendo il libro, Crum è il nome di una “piccola città, bastardo posto” avrebbe detto Guccini, schiacciata tra il Kentucky e il West Virginia, appena segnalata sugli atlanti, se ancora ne possedete uno.
L’autore, Lee Maynard, ha la nomea del ragazzaccio, in patria, dove puritanamente, troppo puritanamente, molte librerie si rifiutano di venderne i libri per il linguaggio esplicito con cui sono scritti: una sorta di Mark Twain che ha letto molto Bukowski, ma niente di più.
Il libro, messo al bando e ritirato, cominciò a circolare clandestinamente nelle università americane fino a diventare un classico underground, come e più del Giovane Holden salingeriano, quanto un’opera del miglior Pynchon. Lo apri e capisci subito, leggendone la prima pagina, che resterai lì incollato a leggere di questo ragazzo che da Crum vuole soprattutto fuggire perché durante gli inverni a Crum le giornate erano lunghe, noiose e fredde. Durante le estati le giornate erano lunghe, noiose e calde. A Crum, solo la temperatura cambiava.
Ed è effettivamente così, ne porti a termine la lettura, ma non svanisce dalla memoria: il libro resta ed i suoi ricordi finiscono per mescolarsi con i tuoi ricordi, qualunque essi siano.
A pubblicare questa piccola perla (ben tradotta da Nicola Manuppelli) è una giovane casa editrice, la Barney Edizioni, ancora molto lontana dalla notorietà e che speriamo ci regali in futuro altri libri della stessa portata.
Unico neo da segnalare: nel testo si notano numerosi refusi, figli di una lettura troppo veloce; eppure, neanche quegli errori impediscono al lettore di staccarsi dal libro prima che sia terminato.
Da Crum il protagonista vuole fuggire, a Crum il lettore vuole restare!

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