Vivalascuola. La “Buona Scuola” di Renzi e la buona scuola per la Repubblica

Il prossimo 2 ottobre la LIP (Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica) verrà ripresentata pubblicamente, a Roma, alla presenza di parlamentari di diversi schieramenti politici, sindacati, associazioni, movimenti e giornalisti. La LIP nasce dal mondo della scuola, è stata discussa e sottoscritta da oltre 100.000 persone, presentata in Parlamento da un gruppo di senatori di diversi Gruppi come disegno di legge rispettivamente 1583 al Senato e 2630 alla Camera. Quale differenza con la “Buona Scuola” di Matteo Renzi (vedi qui), calata dall’alto, annunciata con un filmato, oggetto di un questionario a risposta chiusa in cui non è possibile esprimere dissenso. Facciamo nostro l’invito di Marina BoscainoChe i Presidenti della Camera e del Senato intervengano per garantire che la proposta di legge di iniziativa popolare (LIP), formalmente presentata da parlamentari di diversi gruppi politici (PD compreso) sia portata al confronto con la proposta governativa in modo da consentire all’opinione pubblica un corretto e democratico confronto“.

Indice
(Clicca sul titolo per andare subito all’articolo)

.Maria Mussini, La LIP è un unicum negli ultimi decenni
Michela Montevecchi, Sostengo la LIP perché è aderente al dettato costituzionale
Giovanni Paglia, Proseguire sulla strada che ha portato alla scrittura collettiva della LIP
Mauro Presini, Confronto fra la “Buona Scuola per la Repubblica” e la “Buona Scuola” di Matteo Renzi
Marina Boscaino, Lip e Buona Scuola
Carlo Salmaso, Un’idea diversa di scuola
Associazione Per la Scuola della Repubblica, Dalla scuola della Repubblica alla scuola di Renzi
Francesco Mele, LIP: genesi e genetica
La Legge di Iniziativa Popolare
#megliolalip
Le notizie della settimana scolastica
Un libro. Sara Honegger legge La settimana bianca
Risorse in rete

Il disegno di legge Per una buona scuola per la Repubblica è stato presentato il 2 agosto 2014 al Senato a firma dei seguenti senatori e senatrici: Mussini (gruppo Misto), Petraglia (Gruppo Misto Sel), Montevecchi (M5S), Tocci (PD), Liuzzi (PdL), Centinaio (Lega), Bignami (gruppo Misto), Bencini (gruppo Misto), De Petris (gruppo Misto Sel), Gambaro (gruppo Misto), Lo Giudice (PD), Pepe (gruppo Misto), Romani Maurizio (gruppo Misto), Serra (M5S), Ricchiuti (PD). Lo stesso hanno fatto il 12 settembre 2014 alla Camera i parlamentari Paglia, Scotto, Giordano, Fratoianni, Costantino, Duranti, Pellegrino (Sel).

A nome delle centinaia di insegnanti, genitori e studenti che contribuirono ad elaborare questo testo con passione e competenza, a nome dei 100.000 cittadini che lo sottoscrissero, li ringraziamo sentitamente del loro atto di democratica generosità che speriamo possa aprire un dibattito ampio ed un confronto vero sulle sorti della scuola italiana e sul suo futuro (e di conseguenza, a nostro avviso, anche sul futuro stesso del nostro Paese).

In questa puntata di vivalascuola le senatrici Maria Mussini e Michele Montevecchi e l’onorevole Giovanni Paglia ci dicono i motivi che li hanno spinti a sottoscrivere la Legge.

La LIP è un unicum negli ultimi decenni
intervista alla senatrice Maria Mussini

1. Perché ha deciso di sottoscrivere la LIP (legge di iniziativa popolare per una Buona Scuola per la Repubblica)?

Il contatto con il gruppo ideatore e promotore della LIP è iniziato prima ancora che fossi eletta; il senso stesso del mio mandato mi ha avvicinata a loro, prima di tutto per il metodo (io mi sono proposta di essere tramite tra gli elettori e le istituzioni, avendo vissuto in prima persona i danni causati da scelte fatte molto lontano da chi poi le deve vivere e interpretare, come insegnante ho vissuto in prima persona il rimbalzo di decisioni e provvedimenti che non hanno radici nella realtà e che sono fatti a tavolino da chi nella scuola non mette piede da anni o non lo ha mai messo se non come studente); poi per il valore che la legge esprime in quanto frutto di un vero percorso partecipativo, che integra la riflessione sul campo e le istanze di tutti i soggetti direttamente coinvolti (insegnanti, studenti, famiglie).

Il valore di questo percorso democratico oggi si pone con ancora maggior forza, in relazione al fatto che la Costituzione ci suggerisce sia il contenuto (il diritto a una scuola come un valore e un investimento, non come un costo e un obbligo) sia il metodo (la discussione parlamentare innanzitutto, organica, omogenea, frutto della sintesi di maggioranze e opposizioni; operazione ben diversa da quella attuata da decreti imposti da una maggioranza a suon di numeri e di fiducia).

2. Quali pensa che siano i contenuti fondamentali della LIP che meritino di essere sostenuti?

Il fatto stesso di affrontare la materia in modo organico e autonomo (senza inserirla a fettine in decreti costruiti nei ministeri degli affari economici), privilegiando gli aspetti didattici, formativi e organizzativi propri dei vari curricula, la rende un “unicum” negli ultimi decenni. In questa prospettiva assume particolare rilievo (per citare solo uno degli aspetti significativi) vedere che finalmente nell’autoanalisi dell’efficienza del sistema si fa spazio a un approccio diagnostico e non solo valutativo (la ricerca-azione assume il ruolo di osservare per risolvere, a fronte della pessima abitudine di osservare per assegnare dei punteggi).

3. Quali sono le condizioni e le modalità perché questa Legge possa andare davvero in discussione in Parlamento? Cosa si può fare per sostenerla?

Sono prima firmataria perché mi sono messa a disposizione degli estensori della legge; ho raccolto firme di quasi tutte le forze politiche presenti nella mia Camera di appartenenza: il significato di queste firme è la volontà di dare a questa legge lo spazio che tutte le leggi dovrebbero avere, cioè essere incardinate in una commissione, avere diritto ad audizioni e a una seria e approfondita discussione, avere una fase emendativa che permetta a tutti (senza attaccarsi a posizioni prevenute, ideologiche, legate a logiche di schieramento e di partito) di entrare nel merito e dare un contributo. Questo è il percorso democratico.

La buona volontà deve essere naturalmente dimostrata dal governo, che sappia ascoltare la voce di larga parte della popolazione che ha proposto attivamente perché vuole soluzioni che la coinvolgano. Se il governo vuole imporre la sua visione commetterà l’errore di tacitare chi nella scuola crede, non a parole ma con un atteggiamento costruttivo e appassionato.

Per sostenerla tutti i cittadini che hanno a cuore la scuola devono farsi sentire, tutti quelli che possono avere un canale devono sollecitare l’attenzione dei più distratti. Si deve fare capire che la scuola è una risorsa per tutto il paese e non solo un affare di chi ci lavora o di chi vi transita temporaneamente. [torna su]

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Sostengo la LIP perché è aderente al dettato costituzionale
di Michela Montevecchi

1. Perché ha deciso di sottoscrivere la LIP (legge di iniziativa popolare per una Buona Scuola per la Repubblica)?

Ho deciso di sottoscrivere la LIP per due ragioni. Innanzitutto perché una buona parte delle proposte in essa contenute sono coerenti con le linee di politica scolastica del M5S a cui appartengo. Inoltre noi del M5S siamo molto favorevoli allo strumento della legge di iniziativa popolare come modo attraverso il quale i cittadini possano diventare protagonisti di proposta politica. Solo che la legge di iniziativa popolare deve essere adottata da qualche membro del Parlamento affinché possa approdare in aula ed essere sottoposta all’esame delle Camere, che è quanto io sono stata felice di fare nel caso della Legge di iniziativa popolare Per una buona scuola per la repubblica.

2. Quali pensa che siano i contenuti fondamentali della LIP che meritino di essere sostenuti?

Senza entrare nel merito di dettagli tecnici, elementi positivi della LIP, oltre al processo di genesi dal basso e partecipato e a una non comune attenzione alla didattica, spesso assente in disegni di legge sulla scuola e segno che questa legge nasce proprio dal vivo dalla vita scolastica, sono l’estrema aderenza dei principi che la ispirano al dettato costituzionale: mi riferisco in particolare ai principi di laicità e pluralismo culturale.

A essi si lega la valorizzazione della partecipazione democratica alla vita della scuola da parte di tutte le compenenti della comunità scolastica attraverso gli organi collegiali. Su questo aspetto le linee guida del Presidente del Consiglio Matteo Renzi nel documento “La Buona Scuola” sono decisamente vaghe. Altro aspetto positivo della LIP è l’abrogazione di provvedimenti i cui effetti sono stati molto negativi per la scuola: mi riferisco quelli degli ex ministri Moratti e Gelmini.

3. Quali sono le condizioni e le modalità perché questa Legge possa andare davvero in discussione in Parlamento? Cosa si può fare per sostenerla?

Il percorso della legge sarà quello tradizionale delle leggi di iniziativa popolare ed è un percorso lungo: ne va richiesta la calendarizzazione da parte della Commissione competente, cosa che abbiamo già fatto. Dopo dovrà essere esaminata, in prima fase in Commissione e poi in aula.

Il fatto che la LIP sia stata sottoscritta da una pluralità di forze politiche è sicuramente positivo e dovrebbe facilitarne la calendarizzazione. Gioca a sfavore della legge invece il fatto che presentando il 3 settembre le sue linee guida Matteo Renzi abbia voluto mettere il suo marchio sulla riforma della scuola imponendo il suo modello. La inevitabile concorrenza tra la LIP e la “Buona Scuola” di Renzi sicuramente può ostacolare il percorso. [torna su]

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Proseguire sulla strada che ha portato alla scrittura collettiva della LIP
intervista all’onorevole Giovanni Paglia

1. Perché ha deciso di sottoscrivere la LIP (legge di iniziativa popolare per una BuonaScuola per la Repubblica)?

Perché in un tempo di attacchi generalizzati alla scuola pubblica, dei quali la pseudo-riforma di Renzi è solo l’ultimo capitolo, c’è bisogno che noi rappresentanti del popolo italiano accogliamo le proposte che provengono dalla società civile, dall’associazionismo, dai movimenti. Tanto più se queste sono strutturate, competenti e credibili, nonché sottoscritte da centomila cittadini, come nel caso della LIP.

2. Quali pensa che siano i contenuti fondamentali della LIP che meritino di essere sostenuti?

Ne cito tre, ai quali tengo molto: risorse certe e adeguate: il 6% del Pil, perché una buona scuola è la base della democrazia e del futuro di una società; la vivibilità delle classi e la qualità della relazione educativa: non più di 22 alunni per classe e continuità didattica dei docenti; la partecipazione di tutti alla gestione della scuola: rilancio ed estensione degli organi collegiali elettivi.

3. Quali sono le condizioni e le modalità perché questa Legge possa andare davvero in discussione in Parlamento? Cosa si può fare per sostenerla?

Nei prossimi mesi la cosiddetta riforma di Renzi, denominata “La Buona Scuola“, dovrebbe approdare in Parlamento, perciò il tema sarà d’attualità ed occasioni per chiedere una discussione della LIP alla Camera e al Senato, da parte delle opposizioni, non mancheranno certamente.

Per sostenere dal basso la nostra azione all’interno delle istituzioni, c’è bisogno di proseguire sulla strada che ha portato alla scrittura collettiva della LIP: organizzare momenti diffusi di discussione e sensibilizzazione in tutta Italia, anche approfittando dell’attenzione dell’opinione pubblica che inevitabilmente si genererà sull’argomento scuola. [torna su]

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Confronto fra la “Buona Scuola per la Repubblica” e la “Buona Scuola” di Matteo Renzi
di
Mauro Presini

Dal 15 settembre scorso e fino al 15 novembre prossimo, le persone interessate possono compilare on-line un questionario per commentare il pacchetto denominato la “Buona Scuola” che raccoglie le proposte dell’attuale Presidente del Consiglio per “Far crescere il Paese“.

Matteo Renzi vorrebbe ascoltare tutti perché, scrive, “Qui non c’è un noi e un voi“.

Contesto che “ascoltare” equivalga a “compilare un questionario” già predisposto; pertanto, convinto che “ascoltare” voglia dire altro, non compilerò quel questionario.

Ho sostenuto, sostengo e sosterrò invece la “Legge di Iniziativa Popolare per una Buona Scuola per la Repubblica” che

presenta l’esito di un dibattito e di un percorso che ha coinvolto in modo democratico migliaia di genitori, docenti e studenti di varie parti d’Italia, che hanno avuto così l’opportunità di riflettere e condividere un’idea di scuola composita e complessa. Un percorso articolato, lungo, onesto e sofferto che ha visto ciascuno fare i conti con le idee e i bisogni dell’altro, nella ricerca della migliore mediazione possibile e che è scaturito nella raccolta di oltre centomila firme”.

Il prossimo 2 ottobre la LIP verrà ripresentata pubblicamente, a Roma, alla presenza di parlamentari di diversi schieramenti politici, sindacati, associazioni, movimenti e giornalisti.

Di seguito un confronto sintetico per punti, curato dal Comitato per la ripresentazione della LIP, fra la Legge di Iniziativa Popolare ed il “Rapporto Renzi.

Comunque crediate in una Buona Scuola per la Repubblica, buona lettura.




Qui si può leggere il pdf della tabella comparativa, qui si può leggere una versione più ampia del confronto tra la “Buona Scuola” di Matteo Renzi e la LIP, questo è il sito Adotta la LIP, questo è il profilo facebook Adotta la LIP. [torna su]

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Lip e Buona Scuola
di
Marina Boscaino

Sta accadendo una cosa piuttosto curiosa. Matteo Renzi, esasperando il personalismo istrionico al quale ha improntato tutta la sua attività di governo, dopo aver annunciato con un semplice filmato i contenuti del documento La buona scuola, ha dato il via – on line – al presunto “ascolto degli addetti ai lavori: docenti, genitori, studenti, personale Ata (che per la verità non è mai nominato nel documento). In questo strano modello di pseudo-democrazia che ci siamo fatti calare addosso senza avere quasi nulla da eccepire, la consultazione sociale avviene sul web e non nelle piazze; e meno che mai nei luoghi istituzionali deputati alle audizioni.

Le anomalie sono innumerevoli: la futura riforma della scuola è stata frettolosamente concepita dopo l’apparente flop della proposta Reggi, partorita in luglio. Roberto Reggi è stato allontanato dal Miur e “promosso” alla direzione del demanio; la maggior parte dei contenuti della sua “riforma”, però – al netto dell’aumento dell’orario di lavoro dei docenti – è stata trasferita nella Buona scuola, a firma unica: Matteo Renzi. E verrà “promossa” (o “bocciata”) da coloro che parteciperanno alle consultazioni online.

La riforma della Scuola di Matteo Renzi, dunque, è di Matteo Renzi, appunto: esautorate le Camere dalla loro funzione costituzionale – quella, per chi non lo ricordasse, di legiferare – ; con l’accompagno dei trilli e delle fanfare dell’universo mediatico, quasi integralmente e servilmente schierato con il novello Napoleone; esente da qualsiasi controllo di fattibilità e di liceità di promesse e minacce contenute nel documento: dalla cancellazione delle supplenze e la stabilizzazione di 150mila precari delle graduatorie a esaurimento all’entrata a regime del Sistema Nazionale di Valutazione; dalla premialità a discrezione del dirigente scolastico e spettante ogni 3 anni ai “bravi” – necessariamente il 66% dei docenti – alla rivisitazione degli Organi Collegiali, ecco a noi l’ennesima “riforma della scuola. La libertà di insegnamento, quel principio residuale contenuto in quel nostalgico documento post bellico, quale il premier sembra considerare la Carta Costituzionale: uno sbiadito e irrilevante ricordo.

Il 15 settembre, per iniziativa del Presidente del Consiglio, come si diceva, è iniziata una consultazione online su La buona scuola: gestita dall’apparato ministeriale, senza alcuna forma di trasparenza.

Mi chiedo: esiste certamente qualcuno, tra gli elettori del Pd, che un tempo avrà sinceramente aderito non ai principi dello stalinismo, ma a quelli della Costituzione repubblicana. Che avrà creduto in un’Italia migliore, basata non sulla velocità e sulla politica del fare, non sulla soppressione di tutele e garanzie diffuse, non sulla sottomissione acritica al mercato, non sulla dittatura personale a detrimento degli organi costituzionali e della democrazia; non sullo sberleffo, sull’irrisione, sullo scherno, ma sulla riflessione e lo studio, sui criteri di equità e uguaglianza.

Tra costoro, ci sarà pur qualcuno cui cominci ad affacciarsi alla mente quanto imbarazzante possa risultare la comune progettualità, l’idem sentire con il pregiudicato, l’abbraccio mortale con Berlusconi, con il quale il premier sta riscrivendo – d’amore e d’accordo – la Costituzione? Cui risultino imbarazzanti il plauso di Brunetta o di Centemero o Aprea, quando si tratti di soppressione dell’articolo 18 o di riforma della scuola?

Ci sono, tra quegli elettori, donne e uomini che non più di 2 anni fa sono scesi in piazza per bloccare il pdl Aprea(-Ghizzoni); che hanno combattuto contro l’incursione dei privati nella scuola pubblica; che sono andati a votare, nella primavera del 2013, per il referendum di Bologna e per destinare alla scuola pubblica tutti i fondi, vincolando l’esercizio legittimo dei privati al “senza oneri per lo Stato” previsto dalla Costituzione? Che sono stati – con me e con altri 3 milioni di persone – al Circo Massimo, il 23 marzo del 2002 – a protestare contro l’abolizione dell’art. 18 voluta da Berlusconi?

Avete tutti cambiato idea su questi fatti, voi che fate parte del proverbiale 40% che avrebbe votato Renzi alle recenti elezioni europee, firmando sostanzialmente una delega in bianco, e legittimandolo, in virtù di quel voto, a strappi clamorosi, ultimatum perentori, incapacità di dialogo reale con le parti sociali, destituite arbitrariamente e pericolosamente dall’esercizio della loro funzione?

Mi si dirà: il consenso bipartisan non è un disvalore; ed è questa un’altra affermazione del trionfo della “modernità”. Credo invece che lo sia, se si tratta di acquisire quel consenso attraverso la dismissione intenzionale di principi e valori che hanno determinato l’identità politica e culturale della sinistra; se si tratta, in poche parole, di concretizzare il programma della destra, ma facendolo da un’altra, opposta, postazione parlamentare.

Ebbene, a queste persone voglio ricordare che in Parlamento nel luglio scorso un gruppo di senatori di diversi Gruppi (Mussini, Petraglia, Montevecchi, Tocci, Liuzzi, Centinaio, Bignami, Bencini, Gambaro, Lo Giudice, Pepe, Ricchiuti, Maurizio Romani, Serra, De Petris) e, pochissimi giorni fa, alla Camera, i parlamentari Paglia, Scotto, Giordano, Fratoianni, Costantino, Duranti, Pellegrino hanno presentato come disegno di legge rispettivamente 1583 al Senato e 2630 alla Camera la Legge di iniziativa popolare (LIP) “Per una buona scuola per la Repubblica”, sottoscritta, in modo certificato, da oltre 100 mila elettori.

Ci tengo a sottolineare che i due concetti di “buona scuola” – quello della Lip, scritta nel 2006 e quello del documento Renzi – sono oltremodo distanti. Fatto salvo l’evidente scippo del nome, nulla li accomuna: nel primo caso si formula – attraverso i 29 articoli del testo – un progetto perfettamente aderente ai principi della Carta. Nel secondo l’occorrenza del termine “Costituzione” è unica, vincolata alla citazione dell’insegnamento “Cittadinanza e Costituzione”: provare per credere. Ma, d’altra parte, per citare Carlo Salmaso:

Utilizzando la funzione di ricerca associata ai programmi di lettura di files PDF, si possono fare alcune interessanti scoperte: nel documento la parola valutazione compare 51 volte, le parole impresa e/o azienda compaiono 19 volte, la parola merito compare 8 volte, la parola competizione compare 5 volte; compaiono una sola volta le parole condivisione e collegiale, risultano completamente assenti le parole cooperazione, compresenze, alunni per classe”.

Incidenze non casuali. Ancor più clamorosa e significativa l’assenza del principio costituzionale della “libertà di insegnamento”, mai citata nel testo e che pure dovrebbe essere l’architrave della scuola statale.

La consultazione, completamente in mano al Governo, ha certamente la finalità evidente di presentarsi in Parlamento con una proposta che cambia inconfutabilmente la funzione della scuola come istituzione dello Stato asserita dalla Carta.

L’eventuale consenso popolare non sarà in alcun modo verificabile; non risulta la possibilità di confronto con alcuna altra prospettiva, compresa quella della Lip (ci piace ancora chiamarla così), che sta seguendo pedissequamente e responsabilmente l’unico legittimo (fino a prova contraria) iter: quello previsto, ancora, dalla Costituzione.

Appare particolarmente indicativo il fatto che il Governo, invece di sondare il gradimento di una proposta legittima, inserita in un percorso istituzionale, avallata dalla firma di 100.000 cittadini, determinata dall’apporto di centinaia di docenti, studenti, genitori, preferisca scavalcare le funzioni del Parlamento e trascurare le regole democratiche del confronto, pur nella sua indubitabile prerogativa di presentare le proposte di legge che ritenga opportune.

Altrettanto opportuno è però pretendere che i Presidenti della Camera e del Senato intervengano tempestivamente e puntualmente per garantire che la proposta di legge di iniziativa popolare (LIP), formalmente presentata da parlamentari di diversi gruppi politici (PD compreso) sia portata al confronto con la proposta governativa in modo da consentire all’opinione pubblica un corretto e democratico confronto.

Qui il pdf di una tabella, frutto di un attento lavoro comparativo di Giovanni Cocchi, Carlo Salmaso, Mauro Presini – che ringrazio – tra il testo della Lip e quanto si evince dal documento La Buona Scuola di Matteo Renzi. [torna su]

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Un’idea diversa di scuola
di
Carlo Salmaso

A quella configurata nelle linee guida di Renzi bisogna contrapporre un’idea diversa di scuola, un’idea che trova pieno respiro nella Legge di Iniziativa popolare per una buona scuola per la repubblica (LIP). [vedi qui, qui, qui]

Gli spunti che la LIP propone sono molteplici:

  • risorse  adeguate con un investimento che veda un notevole incremento rispetto a quanto oggi il nostro Paese destina a questo scopo: elevare il tetto  di spesa almeno al 6 % del PIL
  • l’obbligatorietà dell’ultimo anno di scuola dell’infanzia e l’estensione dell’obbligo a 18 anni
  • dotazioni organiche aggiuntive stabili e adeguate per il sostegno, l’alfabetizzazione, l’integrazione, la lotta alla dispersione e al disagio
  • classi di 22 alunni
  • il ripristino e l’estensione del modulo e del tempo pieno nella scuola elementare e prolungato nella media
  • una scuola superiore che rimanda la scelta delle proprie attitudini a 16 anni con un biennio unitario e un triennio di specializzazione
  • l’obbligo per gli insegnanti alla formazione e all’aggiornamento
  • il rafforzamento e l’estensione degli organi collegiali, in particolare con il collegio dei docenti presieduto da un docente eletto dal collegio stesso
  • l’autovalutazione delle singole scuole, intesa come assunzione di etica responsabilità in un’ottica di rendicontazione sociale per il miglioramento dell’offerta
  • la richiesta, nell’articolo delle abrogazioni, della totale eliminazione del Decreto del Presidente della Repubblica n. 80 del 2013 che sovrintende il SNV, oltre che di tutti i decreti prodotti dalla cosiddetta riforma Gelmini.

Chiediamo quindi a chi non ha cessato di credere che una Buona Scuola per la Repubblica sia lo strumento principale attraverso cui lo Stato possa rimuovere ostacoli e differenze su base socio-economica di provare a guardare alla LIP anche in un’ottica rivendicativa, come strumento di coesione e raccordo fra le lotte che, per mancanza di consapevolezza dei percorsi altrui, in questi anni si sono spesso mosse in modo disunito e disorganizzato. (vedi qui) [torna su]

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Dalla scuola della Repubblica alla scuola di Renzi
dell’
Associazione Per la Scuola della Repubblica

Dopo tanti annunci di provvedimenti epocali per la scuola Renzi ha pubblicato un annuncio di 136 pagine proponendo da una parte l’immissione in ruolo di 150.000 “precari” (che in gran parte lui ed i suoi predecessori avrebbero dovuto già assumere per effetto della Finanziaria del 2007! ) ed un’accentuazione dell’aziendalizzazione della scuola pubblica (che per Renzi è comprensiva delle scuole statali e private) rafforzando i poteri dei dirigenti manager che addirittura “saranno messi in condizione di determinare più efficacemente le dinamiche interne alla scuola“, incluse le scelte educative (ed il collegio dei docenti a cosa serve?) ed istituzionalizzando il principio meritocratico con conseguente limitazione della libertà di insegnamento.

Ma l’aspetto che è passato inosservato (forse perché la vocazione cesarista ormai non fa più notizia, ma non per questo meno grave) è il metodo con cui Renzi ha presentato il suo progetto di riformare la scuola. La Costituzione recita all’art. 33: “La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione”; ora apprendiamo che la Repubblica è Renzi che propone un patto per la scuola al popolo italiano e solo dopo il Parlamento sarà chiamato a ratificarlo formalmente.

In Parlamento però rispetto alla ampia, ma fumosa proposta di Renzi, sono in attesa di essere discusse proposte concrete e puntuali; a fine luglio un gruppo di Senatori ha presentato un disegno di legge, che ripropone una legge di iniziativa popolare, sottoscritta da oltre 100.000 elettori. Renzi ritiene opportuno far precedere alla discussione parlamentare con l’ascolto di tutti coloro che sono interessati alla scuola ed in primo luogo del mondo della scuola?

Può essere una forma di percorso legislativo partecipato che però deve essere trasparente e certo nella sua gestione e nei suoi esiti.

I parlamentari che hanno sottoscritto la LIP e i 100.000 elettori che a suo tempo l’hanno sottoscritta hanno diritto, al pari e più di Renzi, di confrontarsi con il mondo della scuola, ma soprattutto, se è opportuno un largo coinvolgimento nella discussione della riforma della scuola, una tale discussione non può essere una prerogativa esclusiva del Capo del Governo, ma deve anzitutto impegnare il Parlamento che è, ancora in qualche modo, l’organo rappresentativo della Repubblica e come tale il titolare del processo di riforma, ma soprattutto è l’unico organo che possa garantire un dibattito vero, scongiurando che il dibattito si traduca in una organizzazione del consenso. (vedi qui) [torna su]

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LIP: genesi e genetica
di
Francesco Mele

Si partì da un gruppo di un centinaio di persone sparse in tutta Italia – i vari Nord, i vari Sud e le Isole – che decisero che era arrivato il momento di passare alle proposte, all’idea di scuola in difesa della quale continuavamo a batterci… era l’inizio del 2005, e la parola d’ordine che fino ad allora aveva caratterizzato la resistenza alla sciagurata stagione Moratti era stata ABROGAZIONE, abrogazione della Riforma (qualcuno la chiamava Deforma) Moratti e di tutto il peggio per la scuola della Costituzione che essa rappresentava.

Nel sentire dei movimenti in difesa della scuola non c’era nulla di salvabile nell’idea di scuola pensata e imposta dai vertici del governo di destra dell’epoca. Nulla che potesse essere rabberciato qua e là con un ritocchino, un aggiustamento, una manipolazione chiropratica… che potessero rendere accettabile quell’idea di scuola, pensata da pochi, con lo strabismo palese verso la scuola privata e l’intento di spendere sempre meno in istruzione. (continua qui) [torna su]

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La Legge di Iniziativa Popolare

Per una buona scuola per la Repubblica
LEGGE DI INIZIATIVA POPOLARE

NORME GENERALI SUL SISTEMA EDUCATIVO DI ISTRUZIONE STATALE
NELLA SCUOLA DI BASE E NELLA SCUOLA SUPERIORE.
DEFINIZIONE DEI LIVELLI ESSENZIALI DELLE PRESTAZIONI
IN MATERIA DI NIDI D’INFANZIA.

TITOLO I – IL SISTEMA EDUCATIVO DI ISTRUZIONE STATALE

Art. 1. Principi.
Il Sistema Educativo di Istruzione Statale:
1. si ispira a principi di pluralismo e di laicità;
2. è finalizzato alla crescita e alla valorizzazione della persona umana, alla formazione del cittadino e della cittadina, all’acquisizione di conoscenze e competenze utili anche per l’inserimento nel mondo del lavoro, nel rispetto dei ritmi dell’età evolutiva, delle differenze e dell’identità di ciascuno/a, secondo i principi sanciti dalla Costituzione, dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e dalla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia;
3. concorre altresì a rimuovere gli ostacoli di ordine economico, sociale, culturale e di genere, che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini e delle cittadine;
4. garantisce la partecipazione democratica al suo governo da parte di docenti, educatori, personale Ausiliario-Tecnico-Amministrativo, genitori e studenti.

Art. 2. Finalità generali.
1. Il Sistema Educativo di Istruzione promuove l’acquisizione consapevole di saperi (conoscenze, linguaggi, abilità, atteggiamenti e pratiche di relazione), visti come aspetti del processo di crescita e di apprendimento permanente, con un’attenzione costante all’interazione ed all’educazione interculturale, che si caratterizza come riconoscimento e valorizzazione delle diversità di qualsiasi tipo ed è intesa come metodo trasversale a tutte le discipline.
2. A tal fine la pratica scolastica si organizza in un’alternanza di lezioni frontali, attività laboratoriali, momenti ludico – educativi, lavoro individuale e cooperativo, organizzazione di scambi culturali tra istituti e con scuole di altri paesi, interventi educativi aperti al territorio.

Art. 3. Diritto all’istruzione.
1. Lo Stato riconosce a tutti/e il diritto all’educazione, all’istruzione e alla formazione, garantendo a questo scopo l’accesso gratuito alle Scuole Statali di Base e Superiori.
2. Lo Stato garantisce la gratuità dei libri di testo e del trasporto scolastico per gli alunni e le alunne delle Scuole Statali dell’obbligo di ogni ordine.
3. Lo Stato, mediante appositi finanziamenti, promuove e incentiva l’accesso ai saperi ed al mondo della cultura.
4. Lo Stato promuove e sostiene l’attivazione di corsi per l’Educazione degli Adulti. Tali corsi, fatta salva l’equiparazione degli obiettivi e dei titoli conseguiti, competono alle scuole ed ai Centri Territoriali Permanenti, che forniscono gli spazi ed il personale docente e non docente per la loro realizzazione.
5. Lo Stato assicura al Sistema Educativo di Istruzione Statale le risorse adeguate, destinando a questo scopo almeno il 6% del prodotto interno lordo.
6. Ai sensi dell’art. 33 della Costituzione, l’attivazione e il funzionamento delle scuole private di ogni ordine non comporta oneri a carico dello Stato, delle Regioni e dei Comuni.

Art. 4. Articolazione.
1. Il Sistema Educativo di Istruzione si articola nei Nidi d’Infanzia, nella Scuola di Base e nella Scuola Superiore.
2. La Scuola di Base è composta dalla Scuola dell’Infanzia della durata di 3 anni, dalla Scuola Elementare della durata di 5 anni e dalla Scuola Media della durata di 3 anni
3. La Scuola Superiore si articola in un biennio unitario e in un triennio d’indirizzo. (continua qui) [torna su]

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#megliolalip

Nei giorni scorsi il Governo ha diffuso le sue linee guida per “La Buona scuola” e lanciato una consultazione pubblica telematica.

I limiti e i rischi di questa forma di partecipazione sono evidenti. Si tratta di un’operazione populista e poco trasparente, che non dà alcuna garanzia sull’autenticità dei risultati che verranno diffusi.

A chi comunque intende partecipare alla consultazione del Governo facciamo questa proposta: utilizza lo spazio “commento rapido” per fare riferimento alla Lip, ai suoi contenuti, ai suoi principi, chiedendo al contempo che venga messa in discussione in Parlamento. O ancora più semplicemente​ scrivi: #megliolalip http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00801606.pdf

Prima di inviare il commento copialo e scrivi un post su
​https://www.facebook.com/adottalalipscuola
​ ​
o invialo a info@lipscuola.it così noi lo pubblicheremo su http://adotta.lipscuola.it/

In questo modo potremo dire la nostra, ma al tempo stesso averne una traccia sulle nostre pagine. E potremo far sapere a Renzi che è #megliolalip e che vogliamo, come da Costituzione, che le riforme vengano dibattute in Parlamento.

Aggiungiamo una lacrima di trasparenza ad una consultazione che viceversa resterà completamente cieca!

adotta.lipscuola.it [torna su]

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LA SETTIMANA SCOLASTICA

Eroi della pace: encomio o presa in giro?

Gli insegnanti sono il più grande esercito europeo che lavora per la pace“: parole della ministra Giannini, il 22 settembre, alla cerimonia di apertura dell’anno scolastico. Anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano asseconda la metafora bellica: “Insegnanti, crediamo in voi, nel vostro spirito di sacrificio“.

E’ proprio il caso di domandarsi, per questo ennesimo accostamento degli insegnanti agli eroi:

Encomio politicamente sentito o un’alchimia comunicativa carica di ironia e presa in giro?

Eroi della pace: peccato si finanzi la guerra

Eppure i finanziamenti vanno non alla scuola ma all’apparato bellico vero e proprio, fuor di metafora. Il 24 settembre è stata respinta una mozione di Sel alla Camera, i cacciabombardieri F35 non si possono toccare, di conseguenza i mega-finanziamenti statali necessari al loro acquisto e mantenimento non si possono dirottare sulla scuola, come ipotizzato anche dal primo ministro Matteo Renzi nelle scorse settimane.

E chi paga la “riforma” della scuola? La scuola

E i fondi per i provvedimenti per la scuola annunciati da Renzi, innanzitutto le assunzioni di 150.000 precari? E’ intenzione del Governo trovare le risorse per la riforma della scuola reperendo le risorse all’interno dello stesso Ministero dell’Istruzione, per circa 900 milioni di euro. Si parla di 400 milioni di euro di tagli all’Università, ma tagli ci saranno anche all’apparato Ministeriale con riduzione della pianta organica, mentre altre risorse dovrebbero arrivare dalla eliminazione delle supplenze brevi (le svolgerebbero gratuitamente i docenti di ruolo con la “banca delle ore” e i docenti dell'”organico funzionale“) e da tagli del personale Ata.

Si tratta di un taglio a collaboratori, applicati di segreteria, assistenti tecnici dei laboratori. Innanzitutto bloccando il turn-over, quindi stop ad assunzioni sui posti vacanti per un taglio di 35 milioni di euro circa.

Sarà da avviare poi un piano di dematerializzazione di circa 20 milioni di euro e che ha quale obiettivo di ridurre il personale di segreteria.

A tutto ciò si aggiungerà anche, come annunciato dalla ministra Giannini, una riforma degli esami di Stato che prevederà l’eliminazione dei membri esterni.

La “Buona Scuola” di Renzi cioè la scuola economa

Ci sarà qualche motivo per cui la “Buona Scuola” di Matteo Renzi non piace agli addetti ai lavori?

Segnaliamo le analisi del documento “La Buona Scuola” da parte di Cgil, Cisl, Uil, Snals, Gilda, Cobas, Unicobas, Usb, Anief, Cub.

Anche le riviste specializzate, dopo qualche giorno di attesa per la presa visione del documento, leggono e rileggono e accumulano analisi (Orizzonte Scuola ha dedicato una pagina alla “riforma“, così La Tecnica della Scuola), e le conclusioni peggiorano a ogni analisi: si tratta di tagli mascherati da “riforma. Ad esempio per Lucio Ficara

Crescono i dubbi sul rapporto della “buona scuola, tanto che qualcuno, ironicamente ma non troppo, la definisce “la scuola economa”.

Sembra che il piano Renzi-Giannini si basi sul risparmio di spesa e su ingenti tagli. Quindi non si vuole una buona scuola ma piuttosto una scuola economa e che costi poco. Ci risiamo? Si tratta della solita manovra economica, mascherata da riforma epocale? Qualcuno sostiene che la riforma Gelmini, anche essa una riforma epocale, al confronto è stata roba da dilettanti allo sbaraglio…

C’è chi pensa che l’operazione di fondo di questa riforma sia quella di azzerare completamente il fondo d’Istituto. Con l’organico funzionale e la flessibilità oraria e di titolarità, i docenti, a parità di stipendio, svolgeranno tutte quelle attività che oggi sono retribuite, tramite la contrattazione d’Istituto, con il FIS.

Che così conclude:

Non è pensabile approvare una riforma in cui si trovano carichi di lavoro maggiorativi che potranno essere ripagati economicamente soltanto a partire dal 2019.

Una “Buona Scuola” senza meta e senza bussola

Per Vincenzo Pascuzzi la “Buona Scuola” di Renzi è una scuola senza meta e senza bussola:

Il titolo. “La buona scuola” – è già stato osservato – somiglia a uno slogan pubblicitario, “pieno di buonismo perfidino” e “sottintende una cattiva scuola da cui prendere le distanze”, mentre in realtà “La nostra non è una cattiva scuola. È una scuola senza risorse” (Mariapia Veladiano, la Repubblica, 4.9.2014).

Leggiamo sui giornali di questi giorni:

“Oggi la maggior parte dei ragazzi che arriva in un liceo non ha la preparazione di base che, mezzo secolo fa, forniva la scuola elementare” (Luca Ricolfi, Panorama, 23 settembre 2014).

L’abbandono scolastico è una vera e propria piaga senza fine”, “Il divario con il dato medio europeo è più accentuato per la componente maschile (20,5% contro 14,5%), in confronto a quella femminile (14,5% contro 11,0%)” (Nadia Francalacci, Panorama, 17 settembre 2014).

In Italia c’è un bocciato ogni otto studenti, tra i più poveri uno su cinque” (Eraldo Affinati, Corriere della Sera, 23 settembre 2014). (vedi anche qui)

Nessuna delle tre questioni (preparazioni, abbandoni, bocciature) è indicata, quantificata e temporizzata nel fascicoletto.

E a tali questioni va aggiunto il problema delle “classi pollaio“. Con 1400 tagli agli organici e 34000 alunni in più, l’anno scolastico inizia all’insegna di questa emergenza.

Non sono questi i soli problemi assenti dal documento renziano. Il Coordinamento nazionale per le politiche dell’infanzia e della sua scuola registra la mancanza di riferimenti e misure organiche destinate alla scuola dell’infanzia nel programma La Buona Scuola del governo Renzi. Pippo Frisone raccoglie una serie di dimenticanze non lievi: è ignorata la crisi delle scuole paritarie, non si parla degli esuberi (che fine faranno i docenti in esubero per effetto dei tagli?), come potenziare una didattica laboratoriale, il contratto della scuola…

Consultazione vera o presa in giro?

Ma anche la procedura della “consultazione” si rivela inverosimile. Il prof. Giunio Luzzatto, dell’università di Genova, ollecita la definizione di regole per l’analisi dei risultati della consultazione sul documento.

Per Gianfranco Costantini questa “consultazione” rappresenta un’occasione perduta e un grande spreco di risorse.

Da un punto di vista metodologico, il “sondaggio” proposto dal governo è un obbrobrio. Dal punto di vista dell’utilità, fatta salva quella di “far pensare che sia in corso una consultazione”, si tratta di un esercizio insensato. Un esercizio insensato perché, sia per il momento in cui è stato lanciato, sia per le modalità con cui è costruito di fatto impedisce che qualsiasi contributo “costruttivo” o “critico (perché poi un intervento critico non sarebbe costruttivo?) possa influire sulla formulazione del piano e sulla sua attuazione.

Reginaldo Palermo si sofferma sulla poca trasparenza della “consultazione“:

Si può dare qualsiasi tipo di risposta al questionario già predisposto, ma non è possibile in alcun modo leggere le risposte altrui. Insomma, manca qualunque forma di interattività e di scambio fra gli utenti.

Può darsi che chi ha ideato piattaforma e modalità di raccolta dei dati abbia fatto una scelta precisa in tal senso decidendo di tenere tutto secretato fino al 15 novembre, quando la consultazione avrà termine.

Certo è che una modalità del genere non depone a favore della trasparenza dell’operazione e può lasciare in molti l’impressione che, alla fine, gli esiti del sondaggio potranno essere in qualche modo “pilotati.

E ancora Lucio Ficara si domanda quale effetto potrebbe avere un dissenso sulle decisioni finali:

Altro che consultazione con i nonni e le nonne degli studenti italiani, che magari di scuola non ne capiscono granché, sembra già tutto deciso, con dovizia dei particolari. D’altronde vi pare che questa consultazione possa convincere qualcuno, a rivalutare la bontà dell’anzianità di servizio?

Ecco cosa dovete darci: carta, gessi, lavagne…

Concludiamo con Claudia Fanti, che ha una proposta semplice, efficace, fattibile:

Più che di una consultazione ci sarebbe stato bisogno di un modulo da compilare per raccogliere informazioni sulle inadempienze dell’amministrazione nei confronti di bambine e bambine, allora forse tutto questo dire che la scuola è al centro delle preoccupazioni del governo avrebbe avuto credibilità. Almeno sarebbe stato possibile per docenti, studenti e famiglie segnalare poche cose da dare per avere una scuola a misura di persone, non dico di terzo millennio:

gessi bianchi e colorati, colori di ogni tipologia, carta di ogni tipologia, lavagne scrivibili e dai fogli girevoli, righe, squadre, compassi, materiali per il laboratorio di scienze, carte geografiche aggiornate, giardini, giochi, penne e quaderni per i bambini che non hanno mezzi, atlanti, libri di narrativa per ogni fascia di età, aule e refettori con spazio vitale a norma di legge per ogni bambino, termosifoni a norma, condizionatori, vari attrezzi per la palestra, strumentario aggiornato per la musica, ecc…

Se poi la si volesse veramente, si dovrebbe garantire tutta la tecnologia necessaria per l’interazione da ogni postazione degli alunni alla parete… e se lo si volesse ancora veramente, si dovrebbero aprire gratuitamente tutti i musei alle classi, si dovrebbe consentire l’uso gratuito dei trasporti alle classi per uscite sul territorio stipulando convenzioni con i Comuni…

Mi fermo così che ognuno/a possa aggiungere a piacere…

L’improvvisazione e la precarietà giovano alla scuola?

Una situazione di improvvisazione, incertezza, “riforme” annunciate a ogni cambiamento di governo, che oggi rappresentano non l’eccezione ma la regola, giova all’insegnamento? La risposta non può che essere negativa, ed è ciò che alimenta il burn out degli insegnanti, che il Ministero dell’Istruzione continua ad ignorare. All’università La Sapienza parte una ricerca sul fenomeno a cui si può partecipare fino al 30 settembre.

Ma c’è una buona notizia. Si tratta dalla più importante azione di contrasto al disagio dei docenti mai vista, ben 14 misure per realizzare un’analisi quantitativa e qualitativa dei casi di disagio lavorativo di docenti con ripercussioni sullo stato di salute e sostenere la ricerca sulla resilienza in ambito scolastico.

Non succede in Italia, non si trova nelle linee guida di Renzi, che puntano invece ad un taglio degli stipendi e a una ulteriore precarietà e mobilità dei docenti, ma in Svizzera.

Contro la scuola di Renzi

Intanto si definiscono le iniziative contro la “Buona Scuola”. Il 17 settembre c’è stato lo sciopero del sindacato Unicobas. Il 12 settembre Flc-Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola, Snals-Confsal e Gilda-FGU hanno avviato “una fase di assemblee e di iniziative nelle scuole” con l’obiettivo di sensibilizzare il personale contro il blocco dei contratti e degli scatti di anzianità, il tentativo di regolare per legge orario di lavoro e valutazione.

Contemporaneamente, i sindacati hanno avviato una raccolta firme per sbloccare i contratti. Un’altra raccolta di firme proposta da un gruppo di insegnanti sta circolando in queste ore.

L’assemblea convocata dal “Manifesto dei 500” di Torino ha approvato un Appello rivolto a tutto il mondo della scuola e ai sindacati per un percorso unitario di mobilitazione per il ritiro del Piano Renzi e l’assunzione senza ricatti di tutti i precari sui posti dei quali la scuola ha davvero bisogno. Durante l’assemblea è stato presentato l’opuscolo informativo “Domande-Risposte” sul Piano Renzi.

Il 10 ottobre ci sarà una mobilitazione nazionale degli studenti e lo sciopero dei Cobas e di altri sindacati di base. Cgil, Cisl, Uil hanno indetto per l’8 novembre una manifestazione nazionale a Roma dei lavoratori dei servizi pubblici contro il blocco dei contratti. [torna su]

* * *

Un libro

Per gentile concessione della redazione, proponiamo un testo tratto dal n. 22-23 della rivista Gli Asini, di prossima pubblicazione.

Emmanuel Carrère, La settimana bianca, Adelphi 2014, traduzione di Maurizia Balmelli
di Sara Honegger

Maestro del cuore nero dell’uomo, Emmanuel Carrère è arrivato in Italia grazie a piccoli editori (Marcos y Marcos, Theoria) per poi essere scoperto da Einaudi e Adelphi, che da qualche tempo sembrano giocarselo. E’ alla prima che spetta aver pubblicato nel 1996 il piccolo master pièce di quel cuore nero ora riproposto da Adelphi in una nuova traduzione, La settimana bianca.

Per chi conosce Carrère non sarà sorpresa trovarvi, in poco più di cento pagine, i tratti salienti della sua scrittura, a partire dal ritmo sempre tesissimo, quasi snervante per i lettori che cerchino, nella narrativa, anche momenti di riposo. Carrère non sa cosa sia.

Scrittore molto prolifico (a Einaudi dobbiamo anche la prima edizione de L’avversario, ma anche La vita come un romanzo russo e Vite che non sono la mia; ad Adelphi, a parte le ripubblicazioni, Limonov), sfida i suoi protagonisti, molto spesso tratti dalla vita reale, e come trascinandoli su un ring li coinvolge in una serie di serratissimi round, da cui lui solo, alla fine, esce vincitore. Per quello di cui scrive; per come scrive; per la profondità della documentazione dello scavo, anche personale, che sta sempre dietro i suoi lavori, ma che lungi dall’appesantirli li rende fluidi, quasi vischiosi.

L’operazione, per lo meno per il lettore, è sempre dolorosa, ma ne La settimana bianca, forse il più lineare dei suoi lavori, diviene a tratti insostenibile: a fianco di Nicolas, il più piccolo di tutti, marchiato a fuoco da una diversità indefinita, Carrère ci conduce al centro della paura, là dove le cose vagano (come i pesci rossi dell’azzeccata copertina di Einaudi) senza nome.

Della trama poco si può dire, in rispetto a chi il libro non l’ha ancora letto, ma più che in altri romanzi di Carrère qui la trama, per altro perfettamente congeniata, è influente rispetto al tema centrale: l’angoscia totale di un bambino che sa, ma non può permettersi di sapere. Chiunque l’abbia sperimentata almeno una volta, da piccolo, non potrà che riconoscere a Carrère un’abilità rara nel restituirla sulla carta, frammentata e priva di senso, così come riconoscerà nelle bugie e nei sogni ad occhi aperti di Nicolas uno dei modi, tipici dei bambini, di controllarla per lo meno nelle proprie visioni, nelle vite alternative snocciolate senza cognizione delle conseguenze. Istanti di quiete, momenti di potenza ristoratrice; finti, ma non per questo meno protettivi per chi non abbia alcuna possibilità di trovare rifugio se non nelle fantasticherie.

La settimana bianca uscì in Francia nel 1995, quando la pedofilia – ecco il cuore nero dell’uomo qui trattato – era ormai entrata nel lessico quotidiano di ogni famiglia, di ogni scuola, di ogni oratorio. Carrère però rifugge dalla tentazione psico-sociologica ordendo una trama che gli consente di parlare dell’angoscia delle vittime senza mai farcele incontrare direttamente.

La tragedia si svolge altrove e non è neanche chiarita. Rimane avvolta nel mistero, come sono spesso le cose truci agli occhi dei bambini cui si nega un nome preciso ai fatti: silenzi, porte che si chiudono, sguardi che non si comprendono, sussurri che non si decifrano. Nessuno, neanche l’istruttore di sci Patrick, che più di tutti incarna la maturità necessaria a stare con i piccoli senza violentarne in alcun modo la natura, è alla fine in grado di dare senso a quel che accade, alleviando le paure del piccolo Nicolas. Ma è proprio questo mistero, questa verità che si fa strada per subito venire ringhiottita, a rendere questo breve romanzo così interessante.

Come si diceva all’inizio, Carrère da sempre cammina intorno e dentro il lato oscuro dell’essere umano. Si pensi a L’avversario (cui aveva iniziato a lavorare quando scrisse, per l’appunto La settimana bianca), ricostruzione di uno dei fatti di cronaca più terrificanti della fine del secolo scorso, al cui centro c’è, all’ennesima potenza, un uomo sopraffatto da un narcisista falso sé; o a Limonov, uno dei suoi lavori più ambigui e al contempo più convincenti e interessanti, anche grazie all’affresco davvero impressionante del mondo sovietico.

Ma solo nel suo ultimo romanzo, Vite che non sono la mia, Carrère è riuscito a restituirci, insieme all’angoscia, la tenerezza di cui pareva privo. Questa mancanza, che in altri romanzi a tratti infastidisce – così come infastidisce quel sotterraneo piacere che trasmette nel ricordarci gli umani pantani – ne La settimana bianca è strettamente intrecciata a quanto va raccontando. La forma del mondo, insomma, non è quella che si è usi raccontare ai piccoli, quando gli si dice “spegni la luce tranquillo, va tutto bene, ci sono io”.

Come in un susseguirsi di cerchi concentrici, il nero si allarga dal cuore alla famiglia, alle relazioni (Baffi, Fuori Tiro, entrambi pubblicati da Theoria, L’avversario), alla storia (Limonov), fino ad arrivare alla morte come dato della natura, vera protagonista di Vite che non solo la mia. I più fortunati se ne accorgono quando hanno le spalle abbastanza robuste da reggere la verità, e per tutta la vita proveranno una muta gratitudine verso coloro che li hanno protetti durante l’infanzia. Altri se ne accorgono nell’età fragile: ed è scoperta da cui non si esce illesi.

Che fra i vari cerchi – che si allargano sempre più come se nel tempo Carrère avesse acquisito, oltre a un po’ d’indulgenza, anche la capacità di sollevarsi, di guardare le cose attraverso lenti multiple – ci sia una stretta connessione, è pensiero quasi spontaneo, dopo aver letto i suoi romanzi. Così l’infanzia, quella stessa che ci hanno raccontato grandi scrittori, da Dickens a McEwan, si palesa essere il momento della costruzione di sé, e quindi della futura costruzione del mondo.

Per Carrère, al centro di questa costruzione c’è un conflitto costante, una lotta senza pause: c’è la propria vita, una vita che si vuole riuscita, e c’è il mondo. Amarlo, sopraffarlo, cambiarlo, uscirne: i suoi personaggi si dibattono fra opzioni che non sempre possono scegliere. Per il Carrère romanziere deve essere la stessa cosa, sì che le battute finali de L’avversario potrebbero essere scritte alla fine di molti suoi libri: scrivere una storia può essere un crimine o una preghiera. Non è così anche nell’educazione? (da Gli Asini, n. 22-23) [torna su]

* * *

RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su vivalascuola: da Gelmini a Giannini

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Comitato Scuola Pubblica.

Finestre sulla scuola e sull’educazione: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Edscuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola, TuttoScuola, Gli Asini

Spazi in rete sulla scuola qui. [torna su]

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

3 pensieri su “Vivalascuola. La “Buona Scuola” di Renzi e la buona scuola per la Repubblica

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