Vivalascuola. La “Buona Scuola” di Renzi: la risposta della scuola

Dunque, la “Buona Scuola” di Renzi prevede: blocco dei contratti dal 2007 al 2015 (e poi?), abolizione degli scatti d’anzianità, il 34% dei docenti con la prospettiva dello stesso stipendio a vita, abolizione delle supplenze brevi, tagli di personale di segreteria, taglio di 5.000 lavoratori Ata, tagli per 900 milioni all’istruzione, di cui 400 milioni all’università, mentre si progetta l’abolizione dei docenti di sostegno, vengono dimezzati i fondi per l’alternanza scuola-lavoro su cui tanto insistono le linee guida di Renzi… Si è ormai compreso che, con la “riforma” Renzi, la scuola, gli studenti e gli insegnanti staranno peggio sia dal punto di vista giuridico, con meno diritti e più doveri, sia dal punto di vista economico… Stanti così le cose, come stupirsi se la scuola dice no? Lo dice con sondaggi, firme, scioperi, proposte alternative.

Indice
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.Giovanna Lo Presti, Sciopero! Sciopero! La lotta paga. Excursus nella storia recente
Giovanna Lo Presti, E’ solo un inizio, ma il dissenso è contagioso
Ilaria Iapadre, Gli studenti: che “Buona Scuola” è, senza il diritto allo studio?
Giuseppe Caliceti, Parlare e parlare, dire quello che sta succedendo nella scuola
adotta.lipscuola.it, L’alternativa c’è. E se ce la giocassimo?
Girolamo De Michele, Contro questa scuola, per gli Stati generali dell’istruzione e della conoscenza
Le notizie della settimana scolastica
Un film. Goffredo Fofi recensisce Le cose belle di Ferrente e Piperno
Risorse in rete

Sciopero! Sciopero! La lotta paga
Excursus nella storia recente

di Giovanna Lo Presti

Matteo, hai mai parlato con gli insegnanti e ascoltato quello che dicono oggi?

RENZI: (…) Noi pensiamo di poter andare nelle piazze a dire che la politica che noi abbiamo in testa è reale, vera e precisa. Noi pensiamo che non ci sia politica alcuna che non parta dalla centralità della scuola.

(Commenti dal Gruppo M5S)

RENZI: Mi piacerebbe che chi ha la presunzione di avere la verità in tasca avesse la possibilità di confrontarsi con le insegnanti delle scuole e le famiglie nella loro vita di tutti i giorni, perché l’ idea che da questa parte ci sia la casta e dall’altra ci siano i cittadini si è un po’ rovesciata. Lo dico a una parte di questo Parlamento. (Commenti dal Gruppo M5S). Chi di noi tutti i giorni ha incontrato cittadini, insegnanti, educatori e mamme sa perfettamente che c’è una bellissima e straordinaria richiesta che è duplice. Da un lato si chiede di restituire valore sociale all’insegnante, e questo non ha bisogno di alcuna riforma, ma di un cambio di forma mentis.

MUSSINI (M5S). Ha bisogno di soldi!

RENZI, presidente del Consiglio dei ministri: Non ha bisogno di denaro, riforme, commissioni di studio: c’è bisogno del rispetto che si deve a chi quotidianamente va nelle nostre classi e assume su di sé il compito struggente e devastante di essere collaboratore della creazione di una libertà, della famiglia e delle agenzie educative. Il compito di un insegnante è straordinario. Ci avete mai parlato con gli insegnanti e ascoltato quello che dicono oggi?

Il prossimo 10 ottobre i lavoratori della scuola potranno aderire, accanto ai loro studenti, allo sciopero e alle manifestazioni che speriamo animino le nostre città.

Per Renzi gli insegnanti non mangiano e non pagano l’affitto

Renzi l’aveva detto sin dall’inizio: la scuola non ha bisogno di denaro, perché “il compito di un insegnante è straordinario”. È notorio che gli insegnanti non mangiano, non pagano l’affitto, le bollette, i costi per il trasporto, non devono mantenere i loro figli né accudire nessun altro: non si ammalano, gli insegnanti, non hanno anziani genitori bisognosi di cure, non devono mai rinnovare il loro guardaroba e sono esonerati da qualsiasi spesa voluttuaria. Perché, gli insegnanti debbono forse aver soldi per comprar libri, giornali, andare al cinema o al teatro? No, non c’è bisogno di soldi, per Renzi il Giovane. Gli insegnanti fanno già un “lavoro straordinario” e di ciò siano paghi.

La protesta giusta paga sempre

Qua si vuole dimostrare una semplice tesi: la protesta paga. Va da sé che l’intensità e l’entità della protesta debba commisurarsi con il clima sociale in cui tale protesta avviene. Per scalzare una dittatura servono proteste della massima portata, per ottenere il giusto in un assetto sufficientemente democratico basterà avanzare collettivamente le proprie ragioni.

Poiché viviamo da quasi un trentennio in un clima di democrazia simulata, di pensiero unico e debole, di menzogna eretta a sistema di governo, una protesta destinata a vincere dovrebbe porsi, oggi, come protesta continuativa, fortemente partecipata e organizzata e spinta da ragioni di ordine generale, sorretta da una critica analitica al modello sociale in cui tale protesta si inserisce.

Il nostro è il Paese in cui ci hanno raccontato per decenni che la precarizzazione (una volta la chiamavano “flessibilità”) avrebbe risolto i problemi dell’occupazione e della produttività, in cui la classe dominante è riuscita a lanciare senza troppa difficoltà la bugia ripugnante del contrasto generazionale come motivo principe dei problemi del mondo del lavoro (“vecchi garantiti” contro “giovani senza tutele”- è il ritornello che canticchia ancor oggi Renzi il Giovane, nella sua eroica battaglia contro la superstizione dell’articolo 18), in cui l’allungamento dell’età pensionabile ci ha resi i lavoratori più vecchi d’Europa ma è stato proposto, con incredibile faccia tosta, come modo per favorire i giovani.

Non c’è molto da sperare, a meno che le masse popolari, le uniche che nell’ultimo quarto di secolo hanno perso progressivamente reddito e diritti, non decidano di opporsi, di frenare l’onda nera della regressione sociale. Nel nostro caso la speranza non deve essere l’ultima dea ma, come diceva Aldo Capitini, la prima dea, il motore primo di ogni movimento sociale.

Questa premessa di ordine generale vuole esortare i lavoratori della scuola a scendere in piazza il prossimo 10 ottobre: con l’animo sereno di chi sa che sta difendendo una giusta causa, con la fermezza di chi non si muove per interesse egoistico, perché sappiamo bene che una scuola davvero buona è la base di una società davvero civile, con la consapevolezza che deriva dal fatto che i processi di “aziendalizzazione” della scuola sinora non hanno portato che guasti ed un deterioramento del clima lavorativo nelle scuole.

Un po’ di storia: 1987: un aumento salariale del 42%

Colleghi, il nuovo contratto di lavoro costituisce un attacco alle nostre condizioni di vita e alla scuola pubblica. Governo e sindacati presentano come un successo per la categoria aumenti inferiori al tasso reale di inflazione. Andiamo verso un peggioramento delle nostre condizioni di vita. No al salario accessorio che maschera la miseria degli aumenti. No al formatore, figura privilegiata e strumento di divisione della categoria. Sì al recupero salariale di 400.000 lire al mese. Sì all’aggiornamento e alla formazione per tutti all’Università. Contro il precariato, sì al canale unico e alla graduatoria di merito. Abroghiamo il contratto con un referendum da noi stessi indetto scuola per scuola. Organizziamo il blocco degli scrutini. Scendiamo in piazza a esprimere la nostra protesta”.

Questo è il testo del volantino che i Comitati di Base della scuola usarono per pubblicizzare lo sciopero del 5 febbraio 1987; è l’inizio di quell’anno di mobilitazione dei docenti che portò alla firma del miglior contratto che la scuola della Repubblica abbia mai avuto: si fissò per legge un tetto massimo di 25 alunni per classe, uscirono dal precariato 30.000 docenti e si ottenne un incremento salariale del 42% (nel corso di due anni un professore di scuola superiore con un minimo di dodici anni di anzianità avrebbe guadagnato 564.000 lire lorde in più ogni mese).

La lotta fu dura, il blocco degli scrutini fu l’arma mediaticamente più efficace, i sindacati confederali ed autonomi dovettero cedere sotto la spinta dei Comitati di Base e accodarsi alla protesta. La lotta fu dura, ma pagò. I giovani docenti che nel 1987 sostennero la protesta, in buona parte, sono ancora in servizio, alle soglie dei sessanta anni e costituiscono il segmento più numeroso degli assunti a tempo indeterminato. Gli anni, che infiacchiscono i corpi ma soprattutto le anime, e la costanza della controparte hanno determinato lo stato miserando in cui versano le nostre scuole e le penose condizioni di lavoro odierne.

Ma non è giusto accusare soltanto chi governa dello sfascio della scuola italiana – esistono complicità oggettive di una gran parte della categoria, simili a quelle che talvolta si instaurano tra vittima e carnefice. La sfiducia verso la giornata di sciopero come forma efficace di protesta, la poca volontà di impegnare il proprio tempo per mettere in piedi forme di protesta alternative allo sciopero ci hanno portato sin qui. Ma, nei pochi momenti in cui gli insegnanti hanno ritrovato compattezza, la lotta, dopo il 1987, ha ancora pagato.

2.000: bloccato il “concorsone” di Berlinguer

Così è stato nel 2000, anno che vede la mobilitazione di massa contro il “concorsone” al merito di Luigi Berlinguer: il “concorsone” era conseguenza di un articolo inserito nella bozza per il rinnovo del contratto (allora, sebben con ritardo, i contratti si rinnovavano). Sembrava, dunque, che la proposta Berlinguer fosse in dirittura d’arrivo: essa prevedeva tre valutazioni (curriculum, prova strutturata, lezione o simulazione di questa), per esaminare i tre aspetti fondamentali della professionalità docente (impegno, competenze, abilità). Come affermava in una analisi di quel tempo Pino Patroncini, si volevano così premiare gli aspetti

più credibilmente afferenti a diversi profili docenti (il docente attivo, il docente colto, il docente abile) a loro volta privilegiati come target dai diversi soggetti sindacali. La fretta e l’approssimazione con cui sono state definite poi le prove e la formazione delle commissioni hanno prodotto ancora di più l’immagine di un concorso-lotteria di cui non erano chiare le regole e dove quindi poteva regnare l’arbitrio”.

È a questo punto, a giochi quasi conclusi, che scatta la protesta indignata degli insegnanti: vogliamo ricordare che il “concorsone” comportava un incremento stipendiale di 6 milioni annui per 150.000 docenti su 750.000. Si era molto lontani dalla demagogia renziana dei 60 euro ogni tre anni per due insegnanti su tre. Da gennaio del 2000 dilaga quindi la protesta; lo sciopero del 17 febbraio (sia detto, ancora una volta, per quelli che credono che una giornata di sciopero non conti nulla) vede in piazza decine di migliaia di insegnanti. La conclusione è nota: il “concorsone” viene archiviato e Berlinguer si dimette.

Dopo il 2000 le proteste hanno avuto un valore residuale e non sono riuscite ad arginare la crescente spinta verso la privatizzazione del settore dell’istruzione. La breccia creata dal centro-sinistra attraverso la legge di parità è il varco che ha consentito ai governi di centro-destra di archiviare l’idea “antiquata” che la scuola privata possa esistere sì, ma “senza oneri per lo Stato”, come recita la Costituzione.

Il 2008 è l’inizio di un’epoca buia per la scuola italiana

In un clima crescente di confusione nell’area parlamentare del centro-sinistra e di rozza aggressività neo-liberista nel centro-destra si approda al 2008 e alla “riforma epocale” del ministro Gelmini, riforma basata essenzialmente sul taglio di 8 miliardi di euro alla scuola pubblica, “riforma” di cui ancora oggi sentiamo le conseguenze.

La grandiosa manifestazione contro la “riforma” Gelmini dell’ottobre 2008, esito dell’ultima vera mobilitazione popolare per la difesa della scuola pubblica viene affossata dall’intervento dei sindacati maggiori, che svendono i lavoratori la sera stessa del giorno in cui s’era svolta una delle più grandi manifestazioni del “popolo della scuola” e si avviano a sottoscrivere un contratto che vede un minimo recupero salariale a fronte del taglio di decine di migliaia di posti di lavoro. Forse, se i lavoratori della scuola, i genitori, gli studenti avessero avuto la forza e la fermezza di continuare la loro protesta, il “piano Gelmini” non sarebbe andato in porto.

Il 2008 è l’inizio di un’epoca buia per la scuola italiana: tutti i processi regressivi già in atto vengono rafforzati: da ora in avanti la voce di chi governa parlerà sempre più spesso di “meritocrazia”, ingresso dei privati, managerialità, aumento dell’orario di lavoro a parità di stipendio. Ed il rinnovamento educativo si limiterà alle “tre I” di Inglese, Internet, Impresa. I grembiulini o la LIM, non importa: il progetto educativo che sostiene le “riflessioni” dei ministri Gelmini, Profumo, Carrozza, Giannini è improntato al più vieto modernismo: quella che immaginano è una scuola classista, tecnocratica e priva di anima.

Ma non dimentichiamo la forza della scuola

Ma teniamolo a mente: anche se la nostra democrazia è troppo spesso una simulazione, viviamo ancora, di fatto, in una democrazia – e la democrazia non può fare orecchie da mercante di fronte ad una protesta generalizzata e nemmeno la faccia di bronzo di Renzi può catalogare la protesta di massa tra i “poteri forti”.

Le masse, in realtà, hanno una sola forza, quella della moltitudine. Sta a noi stabilire se la vogliamo usare (e farne davvero una forza) o se la vogliamo accantonare e ricadere nella debolezza dell’uno che non si riconosce nei molti, che non vede la propria causa difendibile perché aderisce intimamente all’atomizzazione e alla frammentazione che gli viene suggerita, come una nefasta formula magica, da un potere che si vuole sempre più distante e “naturale”.

Non è vero, non ci sono “soluzioni uniche” – e il politico che dice che una certa cosa è l’unica che si possa fare dovrebbe tornarsene a casa sua, un po’ perché è un bugiardo un po’ perché l’essenza stessa della politica è la ricerca di soluzioni collettive.

Ora, la soluzione ai problemi della scuola italiana non viene certo offerta dal “piano Renzi, il quale non fa altro che porsi in continuità con ciò che una classe di governo sempre più autocratica, sempre più soggetta ad un cieco utilitarismo, sempre più succube dell’idea di profitto ripete ormai da un quarto di secolo: riduzione della spesa pubblica per l’istruzione, privatizzazione, aziendalizzazione, “premio al merito” come grimaldello ideologico per dividere la categoria dei docenti.
Ma la lotta può pagare ancora: contro la rozza e presuntuosa fumisteria del “piano Renzi” proponiamo le nostre parole d’ordine, semplici e giuste.

Le ragioni giuste sono più forti delle bugie

Rinnovo immediato del contratto, con adeguato recupero salariale: un lavoratore della scuola che non sa come arrivare a fine mese non può fare con serenità il proprio lavoro ed è inaccettabile il blocco pluriennale dei contratti pubblici.
Riassorbimento dei precari, attraverso due strumenti principali: riduzione del numero di studenti per classe e pensionamento, secondo le regole pre-Fornero, del segmento più anziano dei docenti.

Formazione seria ed obbligatoria, sì, ma senza la sovrapposizione insostenibile tra formazione e servizio.
Sono soltanto tre punti, così come lo sciopero del 10 ottobre è soltanto un inizio. Ma quando si deve ripartire, dopo un periodo di confusione e di acquiescenza scoraggiata, è meglio non mettere troppa carne al fuoco. Lasciamo le operazioni “onnicomprensive” ai chiaccheroni della risma del nostro primo ministro. Quelle sono operazioni che servono soltanto a sollevare un gran polverone, per poi colpire duro su pochi aspetti: riduzione dei salari, privatizzazione e gerarchizzazione crescenti.

Alla “buona scuola” di carta, sfornata dai burocrati ministeriali opponiamo, con forza, la nostra buona scuola, che parte, innanzitutto, dal riconoscimento (e non a parole) della dignità del nostro lavoro. Opponiamoci, troviamo forme nuove e creative di non-collaborazione – e ricordiamoci che le ragioni giuste sono sempre più forti delle bugie. A noi spetta soltanto il compito di accelerare e di anticipare, con la nostra azione individuale, il momento in cui queste giuste ragioni riusciranno ad affermarsi. [torna su]

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E’ solo un inizio, ma il dissenso è contagioso
di Giovanna Lo Presti

Scene da sala insegnanti

Sala insegnanti, di una qualsiasi scuola italiana, venerdì 3 ottobre 2014. Qualcuno, cioè un generico/a insegnante di una generica scuola italiana, legge la circolare che annuncia lo sciopero del 10 ottobre e commenta:
Ecco, ecco, mai che ci sia uno sciopero unitario!”
Qualcun altro esplode:
La solita inutile giornata di sciopero! Ma se stiamo a casa noi, gli studenti sono contenti; nessuno si accorge del nostro sciopero e noi ci rimettiamo 80 euro. Bisogna cercare ALTRE FORME DI PROTESTA”.

Si apre il coro degli interventi.
Sì – ed io sono pure precaria, come faccio ad arrivare a fine mese se sciopero?
Una settimana di sciopero ci vorrebbe – allora l’opinione pubblica si accorgerebbe che esistiamo…
Ma che opinione pubblica? Per l’opinione pubblica noi siamo quelli del lavoro a mezzo tempo e dei tre mesi di ferie – già ci detestano, figurarci se scioperiamo… scansafatiche, parassiti assistiti. Pure Giannini l’ha detto di recente, no! la scuola è un ammortizzatore sociale e quindi ci manca soltanto che noi scioperiamo, così gli insulti aumentano”.
No, no la settimana di sciopero paga, ma deve essere UNITARIA!
Sì, bisogna fare come in Francia: quelli con lo sciopero bloccano il Paese, mica come qui”.
Ma loro hanno fatto la Rivoluzione, noi, al massimo, le guerre di Indipendenza!”.

Un altro anonimo insegnante si impadronisce della circolare sullo sciopero, legge poi esclama:
Ma le hai viste le sigle dei sindacati che indicono lo sciopero? I soliti velleitari estremisti, senza il senso della realtà”.
Arriva un ectoplasma sotto forma di docente di ruolo che deposita un fardello (compiti in classe più registri ancora abbastanza nuovi; siamo solo all’inizio di ottobre):
Ah, questi studenti studiano sempre di meno!
Eh, son distratti dai loro stramaledetti cellulari – non stanno mai attenti!
Cosa stai leggendo?
“La circolare sullo sciopero”.
Quand’è?” (n.d.r. La scuola è il luogo geometrico in cui si dà il massimo grado di disinformazione sulla scuola)
Il 10 ottobre
Che giorno è?
Venerdì”.
Una volta, quando si faceva sul serio, mica si faceva sciopero SEMPRE di venerdì – proprio da fannulloni ci si comporta, così si attacca lo sciopero al sabato e si fa il week-end lungo”.

A questo punto, l’unico evento che darebbe soddisfazione ad una creatura mediamente razionale sarebbe un’esplosione – non dico una bomba, non auspico spargimento di sangue, ancorché non innocente. Dico l’esplosione innocua di un bel petardo, che facesse fuggire a gambe levate gli imbelli professori, che facesse provare loro il sentimento vero della paura – e la paura è un sentimento forte – e li sottraesse ai luoghi comuni e all’apatia, almeno per pochi istanti.

Come siamo arrivati a questo punto?

Quando ci chiediamo come mai siamo arrivati a questo punto, quando ci chiediamo come mai per un quarto di secolo il popolo italiano abbia dovuto subire l’affronto di essere governato da politici senza vergogna, pronti a sostenere le tesi più illogiche e offensive dell’intelligenza altrui (ultima, oggi, quella di Renzi che, dopo il recentissimo idillio americano con Marchionne, afferma di aver contro i “poteri forti”) guardiamoci intorno e cerchiamo vicino.

Scagli la prima pietra chi non ha sentito più volte la solfa della giornata-di-sciopero-che-non-serve-a-nulla, dello sciopero-sì-ma-unitario, della settimana-di sciopero-che-quella-la-farei-subito, del ma-come-faccio-a-perdere-un-giorno-di-stipendio-che-già-così-non-arrivo-a-fine-mese etc.etc. Scagli la prima pietra chi non ha lasciato passare senza replicare una di queste inaccettabili banalità.

La stanchezza, il grigiore culturale e morale che caratterizza le nostre scuole non sono indipendenti dall’acquiescenza (di comodo, troppo spesso) di una categoria che si è adagiata nel tran-tran quotidiano (pardon, avrei dovuto usare la lectio del nostro premier, che dice “tram-tram” per “tran tran”). Come può un insegnante non sentirsi offeso personalmente dalle mille sciocchezze che da un ventennio si dicono sulla scuola, sciocchezze che adesso Renzi il Giovane ha messo in bella copia e con le cornicette in quel documento per cretini che è “La buona scuola”? Come si può sopportare la gragnuola di idiozie che ogni giorno viene scaricata sul capo di chi insegna?

Non è la bacchetta magica, ma scioperare è un inizio

Lo sciopero del prossimo 10 ottobre non può cambiare tutto magicamente, ma può segnare un inizio: le ragioni del buon senso stanno dalla parte di chi dice “no” al progetto Renzi. Le nostre parole d’ordine, sinora inascoltate, sono sempre le stesse: rifiuto della precarizzazione del lavoro (dappertutto, ed anche a scuola), consistenti aumenti salariali, migliorate condizioni di lavoro.

Rifiuto della precarizzazione: e cioè assunzione dei precari e pensionamento degli insegnanti che abbiano raggiunto i 35 anni di servizio. Consistenti aumenti salariali a parità di orario: li vuole l’Europa, ci verrebbe da dire. Li vuole il fatto che uno stipendio misero corrisponde ad un lavoro che non ha, socialmente, nessun credito. Migliorate condizioni di lavoro: numero medio di studenti per classe mai superiore ai 25, aule, laboratori, strumenti didattici dignitosi.

Questo è il programma minimo: se per Renzi o per altri si tratta di fantascienza, ricordiamoci che i soldi, per altre cose (spese militari, spese di rappresentanza, spese per mantenere in vita un elefantiaco ceto ed un sottobosco politico spesso indecoroso) li trovano sempre. I soldi li prendano dove ci sono: dagli evasori, per esempio, da chi, in questi anni tristi, ha aumentato mostruosamente il proprio reddito a spese della collettività, da quei capitalisti ultraliberisti che però applicano la regola aurea di incamerare gli utili e collettivizzare le perdite.

Prima o poi bisognerà cominciare ad essere intransigenti, ad opporre un rifiuto fermo a scelte politiche distruttive dal punto di vista sociale. Ecco, il 10 ottobre, accanto ai nostri studenti, può avere il valore di un inizio; sta a noi scegliere se continuare a far la lagna in sala insegnanti o prendere l’iniziativa e dire, con fermezza, che non ne possiamo più di vedere la scuola bistrattata e il nostro lavoro svilito.

Non ne possiamo più di falsi argomenti con cui ci tormentano dai primi anni Novanta e pensiamo che una buona scuola inizi dal rispetto per gli insegnanti (e per gli altri lavoratori, in primis quei bidelli che nel documento di Renzi neppure esistono ma che nella realtà si sono fatti carico, negli ultimi anni, di compiti sempre più gravosi).

Non collaborare

Iniziamo con la pratica della non-collaborazione: non votiamo in collegio il POF, non votiamo funzioni strumentali pronte a diventare, con il nostro assenso, i prossimi “capetti” della scuola renziana, opponiamoci ad ogni incarico estraneo all’insegnamento in classe, inceppiamo, nei modi che la situazione richiederà, l’ingranaggio burocratico, unico elemento ad essersi sviluppato in questi ultimi anni.

E non si dica che non serve, a meno che non lo facciano tutti – il dissenso è contagioso, purché motivato e sorretto da buone ragioni. Di buone ragioni, noi lavoratori della scuola, ne abbiamo da vendere – e sappiamo che la nostra non è una battaglia corporativa, perché una buona scuola è la base di una società più equa.

Eguaglianza è parola fuori corso – non compare neppure una volta nelle 136 pagine de “La buona scuola”. Facciamola nostra, perché una scuola davvero buona non deve e non può muoversi se non nella direzione dell’eguaglianza, non può che opporsi all’utilitarismo e alla competizione, che alla fine altro non è che il trionfo del più forte e, per dirla in altre parole, la legge della giungla. Al culto dell’ “eccellenza”, della “meritocrazia” e della competizione, alla subcultura della CLIL, della LIM, delle best practices, del crowdfunding, alla subalternità della scuola al mondo del lavoro, opponiamo i sacri valori dell’eguaglianza e della dignità nostra e dei nostri studenti e il 10 ottobre scendiamo in piazza con i nostri studenti e lasciamo le aule vuote. [torna su]

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Che “Buona Scuola” è senza il diritto allo studio?
di Ilaria Iapadre

Gli studenti contro la scuola di Renzi per il diritto allo studio

Lo scorso 3 settembre, attraverso il sito passodopopasso.italia.it, il Governo ha lanciato #labuonascuola, ovvero l’insieme di linee guida individuate per riformare il sistema scolastico italiano.

Renzi e la ministra Giannini firmano così la più grande riforma della scuola dopo quella Berlinguer e sanciscono, di fatto, l’apertura di spazi di valorizzazione capitalistica all’interno della scuola, proposito già presente nei precedenti tentativi di riforma e ora portato a compimento.

Sin da una prima lettura, il documento appare molto complesso, nonostante l’ammiccante veste grafica possa facilmente trarre in inganno. Indubbiamente sono presenti alcuni aspetti positivi, che però sono stati inseriti strumentalmente con l’obiettivo di nascondere le gravi minacce alla scuola pubblica contenute nel Piano scuola.

È infatti significativo notare come all’interno di questa proposta non ci sia alcun accenno al diritto allo studio, dimostrando così la mancanza di una capacità o volontà politica di fornire soluzioni concrete alla necessità di garantire a tutti di poter studiare e formarsi indipendentemente dalla condizione socio-economica di partenza.

Studiare è diventato un lusso per pochi

Tutto ciò risulta particolarmente grave se si considera che il nostro Paese continua a ridurre massicciamente il volume degli investimenti pubblici nell’istruzione, delegando ai privati il sostentamento del nostro sistema formativo. A ciò si aggiungono la percentuale di chi non studia né lavora (i Neet) in costante aumento (26%), il tasso di abbandono scolastico altissimo e le disuguaglianze sociali che si acuiscono di giorno in giorno. Se si ha realmente l’intenzione di riformare la scuola, ancor prima di individuare gli aspetti cruciali su cui agire, avrebbe senso chiedersi se oggi studiare è un diritto di tutti o un lusso per pochi.

Da anni il movimento studentesco ha avanzato nelle scuole e nelle piazze rivendicazioni che sono rimaste inascoltate e le condizioni materiali degli studenti sono rimaste invariate. Ogni anno devono sostenere spese eccessive per i libri di testo, per il corredo scolastico, per i trasporti o per i viaggi d’istruzione e la sopravvivenza dei singoli istituti viene garantita dai contributi scolastici “volontari” che le famiglie sono tenute a versare ogni anno.

Nessun ascolto degli studenti

Di fronte a ciò, la ministra Giannini è tristemente nota per la sua consuetudine a disertare gli incontri con le rappresentanze studentesche e con il mondo dell’associazionismo e non sarà certo lo strumento della consultazione messo in campo dal Governo a invertire questa tendenza.

La consultazione impone di rispondere a temi calati dall’alto e la dichiarazione della stessa Giannini “I cardini del progetto di riforma sono quelli e quelli restano” fa dubitare della democraticità dello strumento di cui si sono dotati. Due mesi di consultazione non sono sufficienti a riformare la scuola, non possono essere imposti dei temi, non si può avere la presunzione di risolvere gli innumerevoli problemi del mondo della formazione senza ascoltare e assumere le istanze di chi la scuola la vive ogni giorno e ne ha già immaginato la sua profonda rivoluzione.

Minacce alla democrazia nella scuola

Già da qualche giorno a questa parte in numerose città d’Italia gli studenti hanno promosso giornate dense di momenti di confronto in cui organizzare il percorso di avvicinamento alla data di mobilitazione studentesca nazionale del 10 ottobre e discuterne la piattaforma rivendicativa. Sono state strutturate assemblee straordinarie, blocchi della didattica, lezioni alternative con i professori, autogestioni e assemblee pubbliche, accompagnate da eventi musicali, teatrali e culturali.

In queste preziose occasioni sono state anche redatte le piattaforme rivendicative territoriali e relative alle singole scuole, passaggio imprescindibile per la costruzione di percorsi di partecipazione reali e di qualità.

Sono stati anche individuati i nodi cruciali della riforma della scuola: oltre all’assenza di qualsiasi riferimento in materia di diritto allo studio e alla totale mancanza di chiarezza sulle coperture finanziarie della maggiorparte delle proposte, desta particolare preoccupazione la minaccia di revisione del Testo Unico 297/94, che sancisce alcuni tra i diritti più importanti per gli studenti, come quelli di assemblea e di partecipazione agli organi collegiali.

È evidente che questa volontà andrà a discapito degli studenti, in quanto è in linea con il progetto di accentramento del potere nelle mani del dirigente scolastico, che assume le sembianze di un manager di azienda che deve valutare la produttività dei propri lavoratori, avendo oltretutto la facoltà di determinarne gli scatti stipendiali. Ciò innescherebbe dinamiche fortemente competitive anche all’interno del corpo docenti e instillerebbe delle logiche premiali e meritocratiche che andrebbero ad incidere negativamente sulla didattica.

Inoltre, il modello di scuola proposto deve rispondere alle esigenze delle imprese, si apre ai loro capitali e, dovendosi adattare ai bisogni di un mercato del lavoro sempre più precario, diventerà una mortificante incubatrice di lavoratori e lavoratrici facilmente sfruttabili. È questo quello che succederà, ad esempio, mediante l’apprendistato obbligatorio, che risponde ad un complesso disegno neoliberista di messa a produzione dei giovani studenti senza lasciare loro il tempo di maturare e assumere la giusta consapevolezza dei propri diritti.

Gli studenti hanno voglia di entrare in scena

L’anno scolastico è iniziato da poco e gli studenti stanno dimostrando di avere voglia di entrare in scena e di riprendere il protagonismo fuori e dentro le scuole prima di scendere in piazza il 10 ottobre.

L’utilizzo dell’espressione “entrare in scena” non è casuale, in quanto in questi giorni sul web sta impazzando l’hashtag #entrainscena in accompagnamento a una fotopetizione in cui gli studenti salgono sui banchi e dichiarano per quale ragione sono intenzionati a scendere in piazza.

Anche questa volta gli studenti dimostrano di saper immaginare modi irriverenti per portare avanti la loro idea di scuola e il gesto del salire sui banchi per chi trascorre un’infinità di ore della propria vita a dovercisi nascondere dietro allude al coraggio di chi, pur essendo stato relegato ai margini del dibattito pubblico, è ora pronto a far sentire la propria voce fuori e dentro le aule di scuola.

Il 10 ottobre gli studenti sono pronti ad entrare in scena per un’istruzione gratuita, pubblica e di qualità, per il reddito, per il welfare e per gli spazi sociali. Per dire no alla scuola-impresa, alla scuola della competizione di Renzi-Giannini, al conferimento di nuovi poteri ai presidi, all’ingresso dei privati nelle nostre scuole; per dire si alla scuola pubblica, laica e inclusiva, alla scuola della partecipazione e della cooperazione; per dire basta alla precarietà. [torna su]

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Parlare e parlare, dire quello che sta succedendo nella scuola
di Giuseppe Caliceti

Il centrosinistra fa “riforme” di destra

Il cosiddetto patto educativo del governo Renzi, che poi rappresenta l’ennesima falsa riforma della scuola a cui ci ha abituato ogni cambio di governo, è il tentativo di portare a termine il disegno di distruzione della scuola pubblica italiana iniziato dal governo Berlusconi. Leggi la Buona Scuola e pensi: non c’è meglio che un governo cosiddetto di centrosinistra per portare avanti politiche scolastiche di destra.

Che fare? Come comportarsi quando chi dovrebbe difendere la qualità della scuola e il lavoro dei docenti, fa esattamente l’opposto? Come devono comportarsi i sindacati?

Sbloccare il contratto

Beh, intanto bisogna salutare con favore almeno una buona cosa, forse l’unica, che i sindacati stanno facendo: una raccolta di firme per sbloccare il contratto dei docenti, fermo da quasi dieci anni e che, secondo Renzi, resterà bloccato fino al 2019. Diciamolo: era ora. Diciamolo di nuovo: ma c’era bisogno di aspettare così tanto prima di fare una cosa così semplice come una raccolta nominale di firme dei docenti italiani che sono contro questo blocco infinito di contratto e vogliono che sia sbloccato? Pare proprio di sì.

Ma sbloccare il contratto non basta, qui si continua a tagliare

Ma sbloccare il contratto non basta, perché qui la Politica, con ostinazione da ormai quasi vent’anni, sta cercando di cambiare i connotati alla scuola pubblica italiana e al ruolo docente. Prima, col governo Berlusconi, ciò avveniva insultando i docenti chiamandoli fannulloni e nullafacenti. Col governo Renzi la tecnica è più perfida e sinistra: si dice che scuola e docenti sono una priorità, si dice che si investe sulla scuola, a parole, ma poi nei fatti si continua a tagliare. Insomma, si inganna il già flaccido e martoriato corpo docente.

Soprattutto, si cerca di dividerlo. Questo infatti è il vero scopo di tutta l’enfasi portata dal governo sul merito che, basta leggersi bene il documento, in realtà non è un modo per dare qualche soldo in più a tutti i docenti italiani – che sono i più sottopagati d’Europa – ma per decurtare di 2/300 euro circa lo stipendio di un terzo dei docenti: i cosiddetti docenti immeritevoli, che dovranno risultare comunque immeritevoli, matematicamente, perché non ci sono più i soldi per pagare tutti neppure la miseria che siamo pagati ora.

Lo scopo di tutto questo? Non solo risparmiare soldi sulla pelle dei docenti italiani già sottopagati – altro che salario medio europeo! – ma soprattutto frantumarli: dato che infatti sarà la dirigenza scolastica insieme ad altri suoi collaboratori scelti tra i docenti a dover scegliere, attraverso una speciale commissione di valutazione, il terzo dei docenti da sottopagare.

Restare fermamente uniti

E’ facile aspettarsi che la guerra dei poveri non tarderà a scoppiare. Docenti che devono dire a loro colleghi: amica mia, avrai 300 euro in meno di me. E’ chiaro che il vero scopo è allora proprio rompere la già precaria unità del corpo docente italiano. Trasformare ogni collegio docenti in un’assemblea in stato di guerra permanente per non finire tra gli immeritevoli. E questo, con tanti saluti ai tanti ingenui che in questi anni, anche a Sinistra, hanno creduto che parlare di merito potesse voler dire qualche soldo in più per sé.

La storia insegna che diritti e contratti non umilianti si ottengono solo restando fermamente uniti, non dividendosi o abboccando alle sirene del merito individuale. Ma credo che quella prova di forza, oltre che di compattezza, oggi assolutamente necessaria, i docenti italiani non sapranno darla neppure questa volta. Intendo uno sciopero vero, come quello che hanno fatto lo scorso anno i docenti di alcuni Paesi europei.

Che fare, oltre a rimanere uniti come docenti?

Rapporto con famiglie e studenti

C’è un’altra cosa da fare, ormai non più rimandabile, legato a un altro errore dei docenti: recuperare un forte rapporto con i genitori e le famiglie degli alunni, con gli studenti. Che non sono solo un’utenza di un servizio, perché la scuola è un’istituzione e non un servizio. Che non sono solo i clienti di un’azienda. Ma sono o dovrebbero tornare ad essere, per ogni docente, i propri compagni di viaggio nel percorso di educazione dei loro figli. Mentre spesso in questi anni i docenti per primi sono stati zitti, non hanno fatto quella necessaria opera di controinformazione rispetto ai media telecomandati, che parlavano di riforma, mentre invece era in atto una controriforma. E ancora adesso tacciono, magari temendo reprimende, penalizzazioni, riduzioni di stipendio. Perché una cosa è certa: i docenti che non sono a favore della Buona Scuola, ben difficilmente faranno parte del 66% di meritevoli a cui non sarà tagliato lo stipendio.

Che fare?

Raccontare ciò che sta avvenendo

Raccontare in prima persona quello che sta avvenendo a scuola in questi anni. Documentarlo. Esserne testimoni. Riportarlo su libri o in articoli di giornale. Spiegare almeno ai genitori dei nostri alunni e dei nostri studenti che in tv i politici dicono che per loro la scuola è la cosa più importante e i nostri figli sono il nostro futuro, ma che in realtà stanno continuando a tagliare il futuro perché a loro, dei figli che non sono i loro, non interessa nulla. D’altra parte, è ormai cosa nota che nei periodi di regressione e di crisi economica, esiste solo la scuola di qualità per pochi che se la possono pagare.

Ebbene, noi nella nostra Costituzione abbiamo un’idea di scuola bellissima. Peccato che la scuola di oggi non sia più quella di cui si parla nella nostra Costituzione. I docenti dovrebbero sapere bene perché. I docenti che lo sanno, dovrebbero avere il coraggio di dirlo ai loro studenti e ai genitori e alle famiglie dei loro alunni. Almeno per una questione di coscienza. Poi accada quello che accada, compreso il nulla pneumatico che tutto copre in cui siamo oggi immersi. Ma almeno avranno fatto fino in fondo il loro dovere di formatori. [torna su]

* * *

L’alternativa c’è. E se ce la giocassimo?
di adotta.lipscuola.it

Dunque, come siamo messi.

Le squadre in gioco ed il primo tempo

Il 2 agosto al Senato ed il 14 settembre alla Camera è stato depositato il testo/fotocopia (con l’aggiunta delle abrogazioni necessarie, riforme Moratti e Gelmini) della Legge di iniziativa popolare “Per una Buona scuola PER LA REPUBBLICA”. Si tratta di 36 pagine che delineano, con un linguaggio semplice e la forma austera di un testo legislativo, una riforma complessiva di tutta la scuola, costruita insieme in sei mesi di confronti da centinaia di insegnanti, genitori e studenti e poi sottoscritta ai banchetti, con firma certificata, da oltre 100.000 cittadini (qui la storia della Lip)

Il 2 ottobre la Legge è stata illustrata con una conferenza stampa al Senato. Nessun quotidiano ha ripreso la notizia.

Il 2 settembre, con un video di 4 minuti, viene presentata “la Buona scuola PER RENZI. Si tratta di un “Rapporto” – multicolor e a grafica accurata – che contiene le sue proposte, elaborate nei due mesi estivi (con, come apripista, gli annunci di Reggi), su pochi aspetti (nonostante la “monumentalità” di 136 pagine): sostanzialmente precariato, carriera insegnante per merito, apertura ai privati, ex “organi collegiali”.
Come ovvio, va su tutti i giornali e tv.

Dal 15 settembre al 15 novembre, la “consultazione: sostanzialmente un sondaggio online, per lo più crocette a risposte predefinite, rivolto indistintamente a tutti i cittadini e sostenuto, a partire dal 22 settembre, anche da un grazioso spot televisivo governativo. Consultazione che, come si premura di farci già sapere il Governo, ha già avuto “oltre 230.000 contatti in soli 15 giorni”.

E’ ovvio che non c’è partita. E’ come se in campo ci fosse solo una squadra: al centro, illuminata dai fari, blasonata, con la maglietta griffata. E l’altra squadra fermata nei sotterranei degli spogliatoi, alla tenue luce di un neon.

E’ ovvio che già ora si saprà chi avrà “vinto” il 15 novembre anche perché, e non è un inciso, si tratta di un’operazione populista, molto virtuale e poco trasparente, che non dà alcuna garanzia sull’autenticità dei risultati che verranno diffusi: non c’è nessun controllo da parte di terzi, le risposte paiono in molti casi “orientate”, ogni “contatto”, indipendentemente da quello che dirà, verrà venduto come un punto a proprio favore. E’ proprio per questo che molti che non condividono il Renzie-pensiero, si rifiutano di “partecipare”.

Però…

Il secondo tempo

Da gennaio (febbraio, marzo…) si giocherà il secondo tempo della partita.

Le “proposte” di Renzi, “platealmente acconsentite dal popolo italiano”, dovranno trasformarsi in proposte di legge ed entrare in Parlamento, a cominciare dalle Commissioni Istruzione. E qui, regolamenti alla mano, dovranno “confrontarsi” con le altre proposte di legge affini per argomento e dunque anche con la Lip (già depositata come ddl in Parlamento, seguendo l’iter più tradizionale, ma certamente l’unico “istituzionalmente” corretto).

E lì si aprirà il secondo tempo della partita che a loro, nonostante la assoluta predominanza di forze e l’enorme vantaggio acquisito nel primo tempo, non piacerebbe neppure giocare. Non si sa mai, meglio prevenire e dunque vorrebbero continuare a tenerci ancora rinchiusi negli spogliatoi.

Quando il 24 settembre Alessia Petraglia (Sel), membro della commissione istruzione del Senato ha suggerito la possibilità di “’incardinare” la LIP in commissione, Francesca Puglisi (Pd e responsabile scuola del partito) ha sportivamente cercato di opporsi da subito con la motivazione che “trattasi di legge vecchia, anacronistica e superata”. Fortunatamente questo primo tentativo di omicidio in culla è stato evitato grazie anche ad un altro membro della Commissione, Michela Montevecchi (M5s), poiché “la legge è stata aggiornata e non manca certo di attualità”.

Scaramucce per ora, ma la porta degli spogliatoi è aperta…

Proviamo a giocarcela?

Saliamo quei gradini ed entriamo in campo anche noi?

Vogliamo e proviamo a far sapere che anche l’altra squadra è in gioco e potrebbe essere competitiva, anzi potrebbe pure dimostrare di saper giocare meglio a tutto campo ed in ogni zona del campo? O la prendiamo persa 2-0 a tavolino?

E’ chiaro che per “giocarcela” dobbiamo allenarci per bene, è chiaro che dobbiamo cercare di aver sugli spalti anche qualche nostro tifoso pur essendo in trasferta…

E allora, se ci vogliamo provare, come a noi sembrerebbe giusto, sfruttiamo tutte le occasioni che abbiamo per far conoscere ed apprezzare la Lip.

Approfittando anche dell’opportunità avversa della consultazione per farci conoscere. Non contrastiamo solo le proposte di Renzi, offriamo un’alternativa in positivo.

Allo scenario di una scuola sempre più ingiusta, del mercato, della competizione e dell’autoritarismo, contrapponiamo la visione di una scuola aderente al dettato costituzionale e cioè più giusta, egualitaria, disinteressata, cooperativa e democratica. Alla finta “Buona scuola” PER RENZI contrapponiamo la “Buona scuola PER LA REPUBBLICA.

A cominciare dai luoghi più pertinenti e che più contano, le scuole. Nelle assemblee sindacali. Negli incontri autoconvocati. Nei dialoghi con gli studenti. Nei Collegi docenti che Renzi ha dichiarato di voler coinvolgere nella consultazione.

Sbaglierò, ma nei Collegi il suo “Piano” non lo farà mai discutere veramente, troppo “pericoloso. Meglio stare sul virtuale e non rischiare di scendere nella realtà delle scuole. Lì c’è anche gente che non si spaventa delle 136 pagine, che sa leggere tra le righe e non si ferma solo alla paginetta dei 12 punti finali e alle “vulgate” giornalistiche (e questa secondo noi è la vera “furbata”/obiettivo del Renzi-rapporto: portare alla lettura dei soli 12 punti “opportunamente” e propagandisticamente sintetizzati nella paginetta finale).

E allora chiediamoli noi questi Collegi docenti, raccogliamo le firme per farli: certo che vogliamo parlare della “buona scuola per Renzi”, certo che vogliamo parlare della nostra “buona scuola della Lip”.

Partecipando, anche con il maalox in corpo, agli incontri organizzati dal Pd per illustrare il suo Progetto, cercando di trasformarli, almeno per 5 minuti, anche in incontri per illustrare la Lip.

E, dove ce la possiamo fare (Roma, Bologna, Firenze, Milano, Napoli, Venezia, Ferrara, Modena, Parma…), organizziamo noi incontri/dibattiti per illustrare le differenze. Magari chiamando anche un rappresentante Pd (siamo sicuri di poter competere…). Magari chiamando un parlamentare che ha sottoscritto la Lip (sono disponibili, ndr). Incontri cittadini, ancor meglio se all’interno di sedi scolastiche, rivolti soprattutto ai genitori, sicuramente i più disinformati, per far capire loro che non è in gioco una vertenza sindacale che riguarda gli insegnanti, ma la qualità ed il futuro immediato della scuola pubblica e dunque anche dei loro figli.

Facciamo girare tra tutti i nostri contatti questo raffronto semplice ed immediato.

Facciamo adottare la Lip: sono già centinaia le parole adottate e motivate, coloriamole tutte.

Offriamo un’alternativa a chi comunque deciderà di partecipare al sondaggio governativo: non saranno certo 3/400 contatti in meno ad “affossarglielo” o limitarne il grandioso e predeterminato successo epocale di centinaia di migliaia di “contati”, ma almeno ci saranno 3/400 #megliolalip; lui non potrà nasconderselo, noi ci daremo da fare per documentarlo e farlo sapere in giro se non compariranno…

E da ora e anche dopo il 15 novembre fino a gennaio (febbraio, marzo…) costruendo alleanze, chiedendo agli studenti, ai genitori, alle associazioni, a tutti i sindacati di fare della Lip il minimo grande denominatore comune; chiedendo a tutti di farla conoscere, dibattere, preparare emendamenti migliorativi e/o integrativi da dare alla nostra pattuglia di parlamentari sottoscrittori quando la legge verrà discussa.

Più la faremo conoscere e più strada la Lip potrà percorrere. E se anche Renzi dovesse riuscire ad affossare ulteriormente la scuola pubblica saranno in tanti a conoscere ed avere uno strumento in mano per continuare pervicacemente a difenderla.

Abbiamo la testa dura, giochiamocela.

E giochiamocela non solo con la rabbia della fatica per emergere, ma soprattutto col sorriso di chi sa di avere ottime ragioni per convincere e non un prodotto da imbonire e vendere.

p.s.: questo contributo, visto l’ampio uso di metafore calcistiche utilizzate, è stato chiaramente scritto da un maschietto, e di questo chiediamo scusa alle lettrici. A nostra parziale discolpa, ci siamo trattenuti dal ricorso ad altre espressioni settoriali analoghe quali regola del fuorigioco (non applicata per il piano Renzi), arbitro quantomeno condizionato, panchina più lunga (la loro), ecc. [torna su]

* * *

Questa proposta è antecedente alla “Buona Scuola” di Renzi, ma ci pare ancora valida e la riproponiamo.

Contro questa scuola, per gli Stati generali dell’istruzione e della conoscenza
di Girolamo De Michele

È evidente che l’attacco all’istruzione può trovare una risposta adeguata se si esce dall’orizzonte dell’esistente, nel quale nulla merita di essere difeso, e si pone in essere un diverso orizzonte, nel quale tanto la scuola quanto la società sono fondate sull’essenza cooperativa e produttiva dell’essere umano, nelle quali lo sviluppo onnilaterale degli individui si possa rispecchiare nel pieno fluire di tutte le sorgenti della ricchezza collettiva.

Da dove partire, dunque?

A noi sembra che non possa essere accettata alcuna delega, né alcuna riedizione di ipotetici principi illuminati che calano dall’alto processi di riforma da accettare con benevolente passività.

Che la sola modalità che possa porre in essere una scuola come bene del comune sia una modalità di condivisione dal basso di un processo costituente.

Che si possa e si debba partire dal rovesciamento dell’attacco in atto agli organi collegiali attraverso un rilancio degli organi collegiali come assemblee costituenti del comune.

Che le assemblee dei docenti e dei lavoratori della scuola – che sono organi istituzionali – possano essere pensati come il principio di un movimento verso gli Stati generali dell’istruzione e della conoscenza, a partire dalla redazione dal basso di Cahiers de doléances in assemblee istituzionali o in accampate in forma di autogestione degli spazi comuni.

Che, in conclusione, l’indignazione dei lavoratori della scuola sottoposti alla segmentazione, alla precarizzazione, all’estorsione della ricchezza socialmente prodotta non debba cedere il passo alla frustrazione o al risentimento, ma debba farsi proposta costituente non verso ma nella realizzazione, passo dopo passo, alzandosi in piedi e camminando insieme, della scuola del comune. (vedi qui) [torna su]

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LA SETTIMANA SCOLASTICA

La settimana de “La Buona Scuola“, il mese contro la cattiva scuola

Discutere. Discutiamo? Nel quadro della consultazione lanciata lo scorso 15 settembre ed aperta fino al 15 novembre, il Miur ha indetto la “Settimana de La Buona Scuola” dal 20 al 25 ottobre.

Cinque giorni durante i quali saranno organizzati al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, nelle scuole e sul territorio, incontri e dibattiti sul Piano “La Buona Scuola“.

Durante la “Settimana de La Buona Scuola” le scuole potranno usare i loro momenti collegiali per discutere dei temi del Rapporto pubblicato lo scorso 3 settembre dal governo e riflettere sulle proposte da avanzare al Ministero.

Intanto i sindacati Cgil, Cisl, Uil, Snals, Gilda raccolgono firme per una petizione contro l’abolizione degli scatti di anzianità e per lo sblocco degli stipendi, che sta raccogliendo grande adesione. Si può firmare anche on line.

Scioperi e manifestazioni. Il 10 ottobre scioperano gli studenti dell’Uds e i lavoratori della scuola di Cobas, Cub, Sisa. Aderisce la Flc Cgil.

Per il 24 ottobre Usb ha indetto uno sciopero generale che vuol coinvolgere tutti i lavoratori del settore pubblico e privato per l’intera giornata.

Per il 25 ottobre la Cgil ha indetto una manifestazione a San Giovanni, a Roma, che coinvolgerà anche il comparto scuola, rinviando qualsiasi decisione riguardante lo sciopero generale.

Per il 31 ottobre l’Anief indice uno sciopero nel comparto scuola.

Cgil, Cisl e Uil indicono per l’8 novembre una manifestazione nazionale a Roma dei lavoratori dei servizi pubblici.

Uno sciopero generale dei lavoratori dei settori pubblici e privati, che coinvolgerà anche il comparto scuola, è indetto per il 14 novembre da Cobas e Cub.

Una alternativa a Renzi: la LIP. Intanto il 2 ottobre è stata presentata a Roma una vera e propria riforma alternativa al Piano Renzi sulla scuola: un testo, presentato sia alla Camera che al Senato, che ripropone principi, contenuti e metodi della legge di iniziativa popolare “Per una Buona scuola per la Repubblica”, proposta che nelle precedenti legislature non vide la conclusione del suo iter.

Perché ce l’hanno tutti con “La Buona Scuola“?

Quali i motivi di tanta contrarietà verso “La Buona Scuola“? Eppure

essa è assecondata e accompagnata da media, poteri forti, alte cariche dello Stato, omogeneamente schierati a sostegno del grande rottamatore, capace di tutto e – a parole – invincibile ed incontenibile. Complice anche l’assenza di un’efficace opposizione politica dentro e fuori il suo partito, ormai quasi compattamente attestato sulle volontà del nuovo decisore unico. (vedi qui)

Stipendi bloccati. Ne citiamo qualcuno: blocco dei contratti dal 2007 al 2015 (e poi?), abolizione degli scatti d’anzianità, il 34% dei docenti con la prospettiva di avere lo stesso stipendio a vita: e questo mentre la relazione della rete Eurydice, svolta per conto della Commissione Europea, in occasione della giornata mondiale dell’insegnante, evidenzia che in Italia fra il 2013 e il 2014 i salari degli insegnanti della scuola pubblica primaria e secondaria sono rimasti congelati, mentre sono aumentati in 16 Paesi europei rispetto all’anno precedente.

Segnaliamo che tutti i sondaggi svolti da siti scolastici vedono bocciati alcuni provvedimenti: in particolare l’abolizione degli scatti di anzianità e l’introduzione di scatti per merito, la chiamata diretta dei docenti da parte dei dirigenti: vedi ad esempio il sondaggio della Gilda e quello di Orizzonte Scuola.

Tagli su tagli. Segnaliamo inoltre: abolizione delle supplenze brevi, tagli di personale di segreteria, taglio di 5.000 lavoratori Ata, tagli per 900 milioni all’istruzione, di cui 400 milioni all’università, si progetta l’abolizione dei docenti di sostegno, grazie a giochi di parole che ne ridefiniscono la figura, mentre vengono dimezzati i fondi per l’alternanza scuola-lavoro su cui tanto si insiste nelle linee guida di Renzi.

Anche sul piano di assunzioni annunciato, molti sono i dubbi e le denunce delle discriminazioni operate dal governo Renzi: ad esempio quella tra i docenti di serie A (quelli delle graduatorie ad esaurimento – GAE – cosiddette perché chiuse nel 2007) e i docenti di serie B (gli abilitati PAS, TFA ecc.) oggi inseriti nella II fascia di Istituto, come denunciano Stefania Ganino ed Eleonora Tamburrini.

Denuncia al giudice di pace. Particolare contrarietà suscita la proposta di Renzi, che soltanto il 66% massimo dei docenti potrà essere ritenuto meritevole e dunque accedere agli scatti stipendiali. Ciò ha spinto la Gilda a una denuncia di Renzi al giudice di pace. La proposta del Presidente del Consiglio, per la Gilda, significa ritenere che sicuramente un docente su tre (il restante 34%) sarà considerato di fatto incapace di fare il proprio mestiere. Secondo la Gilda, il numero dei “meritevoli” non può essere calcolato per “legge. Si tratta di un’offesa all’intera categoria degli insegnanti.

Leggi e rileggi, qualcosa scopri. Si è ormai compreso, quindi, che, con la “riforma” Renzi della scuola, la scuola, gli studenti e gli insegnanti staranno peggio sia dal punto di vista giuridico, con meno diritti e più doveri, sia dal punto di vista economico… E man mano che continua l’analisi del documento, se ne scoprono le pecche. Anna Maria Bellesia constata che per acquisire per “merito” 60 euro i docenti dovranno spenderne centinaia per la formazione e i crediti. Silvana La Porta rileva la totale assenza della scuola dell’infanzia. Tullio De Mauro definisce la proposta di Renzi “un passo nel vuoto“. Stanti così le cose, come stupirsi se la scuola dice no?

Cosa manca a queste proteste? Al momento, l’unità. E bisogna anche una più forte e diffusa consapevolezza che, come scrivono Marina Boscaino e Corrado Mauceri,

non può nemmeno esserci uno Stato democratico e pluralista se non c’è una scuola democratica, la scuola della Costituzione… la difesa della Scuola della Costituzione, dei diritti sociali e civili della Costituzione deve essere priorità per tutte e tutti.

Nel frattempo, degrado e incertezza. Nel frattempo le scuole e le università sono nel degrado a Palermo come a Torino, nelle scuole continua a mancare la classica carta igienica, ad anno scolastico iniziato i docenti non sanno cosa dire agli studenti su come sarà l’esame di Stato, dopo l’annuncio della ministra di volerlo cambiare, introducendo fra l’altro commissioni con soli docenti interni: una scelta sbagliata anche per Andrea Gavosto della Fondazione Agnelli, fatta per compiacere le scuole private.

La buona notizia, dalla Germania
. La settimana prossima, in Germania, ricomincia l’era dell’università (quasi) gratis per tutti: stranieri e fuoricorso inclusi. E’ un ritorno all’antico: l’istruzione universitaria tedesca era sempre stata gratuita, a parte una tassa di circa 250 euro a semestre per costi amministrativi che include però un abbonamento per i trasporti pubblici. Nel 2006, la Corte Costituzionale permise agli atenei di imporre tasse sugli studenti, e fu così che alcuni Länder autorizzarono gli atenei ad imporre una tassa aggiuntiva che si aggirava sui mille euro all’anno: una cifra comunque molto bassa in confronto a quella gli atenei italiani, che arrivano a chiedere quasi 3000 euro all’anno per gli studenti in ultima fascia ISEE. Ma, con il tempo, un Länder dopo l’altro ha abolito la norma e così, dalla settimana prossima, rimarrà solo la tassa semestrale. [torna su]

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Un film

Per gentile concessione della redazione, proponiamo un testo tratto dal n. 22-23 della rivista Gli Asini, di prossima pubblicazione.

In un film, le cose brutte di Napoli e dell’Italia
di Goffredo Fofi

Dodici anni dopo aver raccontato quattro ragazzini e il loro ambiente – Napoli case e strade, assente per la sua irrilevanza la scuola – in un documentario di dodici anni fa, Intervista a mia madre, Ferrente e Piperno hanno avuto l’ottima idea, con Le cose belle, di verificare a distanza cosa è accaduto di quei protagonisti, due maschi e due femmine, figli di un proletariato marginale e metropolitano sempre a rischio di sottoccupazione o disoccupazione.

Partono da ieri, ma quando affrontano l’oggi non esitano a fare confronti, a inserire con saggezza qualche immagine di ieri nel contesto di oggi. I quattro “minori” del documentario si sono fatti “maggiori”, hanno superato di molto la soglia dei 18 anni e si sono visti traditi dalla vita.

Ora, c’è un tradimento delle speranze e delle aspirazioni che si hanno nell’infanzia e nella gioventù che può essere sia biologico (l’invecchiamento: le nostre cellule cominciano a morire assai presto) che metafisico (l’incontro-scontro con “la conoscenza”) e ce n’è uno con la società che sarebbe anche rimediabile se gli antichi sogni di costruire società rette da giustizia e solidarietà potessero avverarsi. Se quest’aspirazione non dovesse fare i conti con l’economia e con la politica – che, oggi in particolare, perché non c’è chi vi si oppone e propone altro, sono il regno dell’ingiustizia, dell’egoismo dei forti e dei furbi.

Tornando a Napoli, già dodici anni fa le illusioni nate dalle vittorie elettorali di Bassolino erano velocemente tramontate, come rileva uno dei bambini di allora, e sì che Bassolino aveva vinto mettendo al primo posto del suo programma la promessa di fare di Napoli una città vivibile per i suoi bambini.

Silvana Adele Enzo Fabio hanno, nella parte di ieri (dodici anni fa, non dimentichiamolo, regnava il berlusconismo con le sue menzogne ma anche grazie un’economia ante-crisi, che permetteva la speranza e diffondeva desideri fasulli, modelli imbecilli) e ancor più in quella di oggi, famiglie fiacche o scombinate.

Il problema, rilevato e non insistito dai due registi, è a Napoli, e altrove ma di più a Napoli, anche quello di una cultura, in senso antropologico, sfasciata, senza forti coesioni salvo che nelle “classi abbienti” e priva di quel senso della realtà che spinge all’azione.

Un po’ i registi lo mostrano nell’insistenza sulle canzoni come cultura comune, su ideali languidamente evasivi, dove l’aspirante cantante e suo padre si esercitano nella riproposta della canzone classica e gli altri nel gusto della canzone detta neo-melodica recente, che ha in realtà scancellato l’altra, l’ha uccisa.

Ferrente e Piperno vorrebbero registrare e non giudicare, solo mostrare, ma il documentario è sempre una interpretazione della realtà, e a volte, ma molto di rado, un intervento sulla realtà; essi vanno molto più a fondo di tanti registi napoletani, spesso viziati da uno sguardo troppo interno a quella cultura e dai suoi radicatissimi luoghi comuni sia nell’auto-esaltazione che nell’auto-denigrazione.

Quel che noi vediamo – e giudichiamo – è dunque la fiacchezza mortale di una cultura incapace di darsi riscatto e proposta, e seguace, non solo per sua colpa, delle mode dominanti e imposte, o dei residui di una cultura passata, sostanzialmente opportunistica e violenta, retta un tempo dalla comunanza di valori e dalla necessità del mutuo soccorso che erano della cultura del vicolo, e oggi solo dai legami famigliari, resistenti ma anche opprimenti, genitori vinti che hanno accettato per primi le bugie e i modelli della “pubblicità”, e nei confronti dei più giovani, come il film dimostra, si dimostrano più ricattatori e complici primi della corruzione, che formatori e sostenenti.

C’è una lettura superficiale della “scena napoletana” che Ferrente e Piperno ci mostrano basata sulla denuncia di una società che non assiste i suoi giovani e anzi oscenamente li tradisce, ma ce n’è un’altra meno ovvia che ha visto la povertà intima di una cultura, e la difficoltà di poter prevedere un riscatto quale che sia per la società napoletana, per i suoi giovani.

I registi non dicono “di chi la colpa”, non è questo il loro compito, e neanche indicano un “che fare”, non è questo il loro compito. Ci accostano a un mondo con rispetto a attenzione, con quella cura per i nuovi, per i bambini e per i giovani, su cui tanti sproloquiano e che ben pochi praticano, e ancor meno sono quelli che la praticano con intelligenza.

L’angoscia che il film ci comunica dipende in sostanza non dalla constatazione, infine ovvia, del tradimento dell’età adulta (della società in cui si è obbligati a crescere) ma dalla miseria delle proposte che questa società offriva e offre, dalla menzogna di queste proposte.

I quattro ragazzini di dodici anni fa avevano dei sogni indotti e stupidi: fare, ovviamente con successo, il calciatore, il cantante, la modella, la ballerina. La loro sconfitta è totale, ed è da questa constatazione che dovrebbe nascere la rabbia, la furia dello spettatore contro coloro che quegli ignobili sogni e solo quelli hanno indotto in più generazioni di “nuovi nati” alla società. Ma questi sogni perdurano, non sono stati sconfitti. Il senso di realtà è sopraffatto, in tutti e ancora, nonostante la crisi, dalla pubblicità, dagli ideali diffusi da un preciso sistema di potere, dalle illusioni che esso crea e diffonde – e questo non riguarda ovviamente soltanto Napoli.

La constatazione di ciò che si faceva e si è fatto dei nostri bambini, di più generazioni, è semplicemente agghiacciante. Nel passato prossimo come nel presente, perché poco è cambiato e perché l’insorgenza della crisi non sempre ci ha reso più intelligenti né ha dato la spinta alla ricerca di modelli altri. Si facesse un documentario su dei bambini napoletani di oggi, non si scoprirebbero realtà diverse da quelle di ieri, solo più amare e più ciniche. Anche nei ragazzini che hanno oggi l’età che avevano ieri Silvana e Adele, Enzo e Fabio.

Il grande merito di Ferrente e Piperno è di non fare i moralisti, è di non giudicare. Mostrare il mondo com’è, è più che sufficiente, ed essi hanno saputo farlo con un’attenzione e una delicatezza encomiabili, e anche se a volte è il linguaggio può non convincere del tutto – così composito, ora ingenuo e ora astuto – convince invece l’affetto per i personaggi, ma rifiutando il ricatto affettivo, e il rifiuto della facile denuncia a cui il cinema italiano detto politico, il tremendo cinema “di denuncia” della passata sinistra, il più ipocrita di tutti, ci aveva abituato.

Se i ragazzini napoletani del loro film non sembrano aver appreso dai dodici anni del loro crescere non molto di più che i sogni muoiono presto, soprattutto se si tratta di sogni indotti e stupidi, e che la vita tradisce, loro hanno appreso che raccontare con onestà ciò che si vede, ciò che è, è un doveroso esercizio di onestà che può dare buoni risultati egregi, sia sul piano dell’intelligenza sociale che su quello della pratica cinematografica. [torna su]

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RISORSE IN RETE

La “Buona Scuola” di Renzi qui.

La Direttiva sulla Valutazione qui.

Questo è il sito Adotta la LIP e questo è il profilo facebook Adotta la LIP.

Qui si può leggere il pdf della tabella comparativa, tra la “Buona Scuola” di Renzi e  la “Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica“.

Appello e “Domande-Risposte” dall’assemblea del “Manifesto dei 500 qui.

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su vivalascuola: da Gelmini a Giannini

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Comitato Scuola Pubblica.

Finestre sulla scuola e sull’educazione: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Edscuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola, TuttoScuola, Gli Asini

Spazi in rete sulla scuola qui. [torna su]

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Alberto Sabbadini)

7 pensieri su “Vivalascuola. La “Buona Scuola” di Renzi: la risposta della scuola

  1. Pingback: Parlare e parlare, dire quello che sta succedendo nella scuola | Like@Rolling Stone

  2. Sto leggendo senza sosta per cercare di capire la “BUONA SCUOLA DI RENZI”.
    -Tutto chiaro?!! Tutto di tutto??!! Ma di che cosa si parla?
    Io sono arrabbiata con tutti: MINISTRI, SINDACATI, DIRIGENTI, COLLEGHI, TEORICI- PEDAGOGISTI (che mi convincono sempre, ma non riescono a convincere gli altri colleghi su alcune buone pratiche didattiche)
    Ma vi rendete conto che si continua a parlare della scuola come se fosse una cattedrale nel deserto o meglio ancora un sistema di malaffare alla pari di altre porcherie istituzionali governate nel modo più furbesco e disonesto.
    Ora mi vengono in mente i 10 comandamenti di Benigni, rivisitati nel delirio dei nostri tempi, come concetti fondamentali per riconquistare dignità e motivazioni esistenziali.
    io non sono capace di scrivere e di esprimere adeguatamente ciò che mi turba, ma vorrei tentare di trovare i 10 comandamenti obbligatori per la scuola ai quali nessun politico e governo può prescindere.
    1. Ognuno ha diritto ad un’istruzione
    2. Ognuno a diritto ad essere guidato e aiutato nel percorso formativo per tutta la vita
    3. La scuola deve garantire pari opportunità a tutti senza distinzioni…
    4. La scuola deve garantire professionisti capaci di incidere nella formazione dei cittadini
    5. La scuola deve garantire principi etici fondamentali per una corretta vita sociale
    6. La scuola deve accertare a priori i suoi percorsi formativi (e non a posteriori con autovalutazioni e verifiche fasulle)
    7. La scuola deve essere libera da mode e tendenze effimere
    8. La scuola deve costruire il pensiero critico (decondizionare da imposizioni ideologiche, culturali…)
    9. La scuola deve essere diretta da persone COLTE, sensibili capaci di creare cultura e conoscenze
    10. La scuola deve essere centro educativo per tutti
    Allora si può parlare di un sacco di proposte dove l’unico obiettivo è sovrastrutturare principi semplici come i “dieci comandamenti” per farli diventare talmente strutturati da disciogliere il nucleo centrale del concetto. Basta con questi burocrati al servizio del peggiore nemico della scuola:la demagogia politica.
    Ci vuole poco per indirizzare la scuola verso il meglio: mettiamoci tutti a lavorare e ogni tanto RENZI si ricordi che la formazione e l’educazione è un problema trasversale a tutti e che la scuola deve essere supportata da buoni esempi e non da falsi economisti- illusionisti che promettono sbocchi di lavoro ingannevoli. E’ veramente offensivo per la dignità di lavoratori e disoccupati…

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  3. Cara Paola, grazie dell’intervento, siamo tutti arrabbiati proprio per le cose che dici.

    Volevo ricordarti che il lavoro che hai accennato, formulare dei comandamenti di base per la scuola, è stato fatto anche da altri, che hanno provato anche a elaborare una proposta di riforma della scuola che adesso è un disegno di legge presentato sia alla Camera sia al Senato.

    Dal mondo della scuola è emersa infatti dal 2006 una proposta alternativa che è la LIP: la legge di iniziativa popolare per una buona scuola della repubblica (da cui Renzi ha copiato il nome “buona scuola”), sottoscritta da oltre 100.000 persone.

    Adesso è in atto una rilettura della LIP attraverso un percorso partecipato: per attualizzarla, approfondirla, renderla ulteriormente condivisa e all’altezza di sfidare in Parlamento e nel Paese il piano di riforma del governo.

    Il Comitato per la riproposta della LIP propone questa modalità di lavoro: su questo sito:

    http://lipscuola.it/blog/aggiorniamo-la-lip/

    1) Clicca sull’articolo che vuoi migliorare

    2) Scrivi un commento seguendo questo schema: PERCHE’ CAMBIEREI QUESTO ARTICOLO (massimo 500 caratteri spazi esclusi) e COME LO RIFORMULEREI. (v. ad esempio il primo commento arrivato, all’articolo 13)

    3) Se invece ritieni che vi siano temi non affrontati dalla Lip, ma di cui la Lip dovrebbe occuparsi, clicca su DISCUSSIONE LIBERA, e fai le tue proposte possibilmente, anche in questo caso, provando infine a fare “il legislatore”, cioè a trasformare le tue opinioni in un (o più) articolo di legge.

    4) Per i commenti relativi alle attività politiche in corso, per critiche e suggerimenti di altro tipo, informazioni sulle iniziative, ti invitiamo a seguire e commentare il blog.

    Ancora grazie!

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